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Il profumo è il profumo della vita. Un blog di recensioni letterarie e cinematografiche, riflessioni, e quando capita un po' d'autobiografismo.

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I miei sensi di colpa, e Philip K. Dick

Post n°26 pubblicato il 06 Gennaio 2009 da Tapiroulant
 

Per l’anno nuovo avevo formulato il proposito di cominciare ad ospitare in modo serio, sulle pagine di questo blog, quei degni esponenti della letteratura di genere che non meritano l’ingiusto e pregiudizievole trattamento cui sono sottoposti. Ci ho pensato un po’. E poi ho deciso di occuparmi di fantascienza. Non che ci sia un qualche oscuro piano editoriale dietro: semplicemente, in questi giorni ho voglia di science fiction, e sto attivamente leggendo science fiction, quindi parrebbe stupido fare altro. Riconosco anche che, in un certo senso, scegliendo tra tutti proprio la fantascienza può forse sembrare ch’io venga un po’ meno ai miei propositi originari. Questo genere si è infatti conquistato più di ogni altro (e, devo riconoscere, anche a ragione) un certo riconoscimento di qualità ai piani alti, guadagnandosi un po’ di considerazione persino a livello accademico. La stessa fortuna in genere non ha baciato il resto della letteratura fantastica. Il fantasy, per esempio, è a tutt’oggi la grande pattumiera del libro di genere. Questo non soltanto perché il mercato del fantasy si divide tra scrittori esordienti, generalmente minorenni e comunque di rado sopra i venticinque-ventisei anni, e scrittori più navigati che continuano a scrivere o lo stesso libro (abilmente camuffato da copertine e persino titoli diversi) o lunghissime saghe che fanno sorgere nella mente del lettore inquietanti paragoni con Beautiful o Beverly Hills 90210. Ma soprattutto perché, con poche importanti eccezioni – su tutti la trilogia di Pullman Queste oscure materie, e a quanto mi dicono, ma non posso confermarlo, le opere fantasy di Ursula K. LeGuin – il fantasy moderno non ha mai saputo smarcarsi dall’ombra di Tolkien. Con una coazione a ripetere che ha del patologico, per trent’anni e più autori tanto anglosassoni quanto nostrani hanno continuato fondamentalmente a fare e rifare sempre la stessa cosa, con una intenzione lucida e precisa. Un simile destino pattumaio è toccato anche all’horror, che dopo aver vissuto un momento particolarmente felice a cavallo tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento (iniziando con Bram Stoker e raggiungendo il suo culmine con Lovecraft), è più o meno decaduto. È in qualche modo rinato negli ultimi vent’anni, soprattutto grazie al filone delle storie sui vampiri inaugurato dalla Rice da una parte, e alla tipologia dell’horror psicologico con King. Tuttavia, invece di sviluppare un circolo virtuoso di autori in gamba e quindi una ventata di novità all’interno del genere, ha prodotto la solita serie di cloni buoni a far ristagnare la letteratura piuttosto che ad evolverla. Da questo punto di vista, la fantascienza è stata fortunatissima. Motivo essenziale è forse il fatto che, in genere, chi scriveva e scrive sci-fi non è un ragazzo di diciassette anni malato di George R. R. Martin e di D&D che non vedeva l’ora di pubblicare una storia di George R. R. Martin con il suo nome in copertina, ma un individuo con qualifica universitaria – e non parlo di scienze della comunicazione, eh - che si interessa anche di cose che stanno al di fuori del mero ambito del genere letterario che s’è scelto. Questo comportava prima di tutto che gli autori di fantascienza fossero tipi abbastanza eruditi, capaci di scrivere bene o quantomeno di sviluppare bene le proprie idee. In secondo luogo, gli argomenti trattati non erano semplicemente un rimestamento degli elementi classici del genere, ma temi di attualità, questioni filosofiche ed esistenziali – ossia, qualcosa che trascendeva la fantascienza. In qualche modo, lo stilema della science fiction non restava fine a sé stesso, ma diventava un veicolo per dire qualcosa di interessante (anche se con ciò non voglio sminuire in nulla la bellezza propria dell’ambientazione fantascientifica). Tra il reale e il letterario si instaurava così una forte permeabilità. Non a caso le trasformazioni della società occidentale – e soprattutto americana – nel corso dei decenni del Novecento hanno determinato in maniera forte le tendenze della fantascienza di quegli stessi decenni. Di riflesso il lettore di fantascienza poteva idealmente essere chiunque, e non solamente il fanboy del genere specifico. In questo modo, entro gli anni Settanta la critica aveva cominciato ad accorgersi in maniera più o meno pronunciata della dignità della science fiction, riconoscendole – seppur limitatamente, come abbiamo visto la volta scorsa – dei meriti. E proprio oggi che la fantascienza si sta un po' spegnendo (ma alcuni autori resistono), vale forse la pena di gettarvi un occhio e trattenere nella memoria tutto quel che di buono ha prodotto.
Volendo tirare le somme, però, possiamo dire che la ragione principale della fortuna della fantascienza fuori dal proprio seminato è dovuta alla sua vicinanza alla letteratura mainstream. Proprio in questo consisteva la critica che, un po’ con la coda di paglia, m’ero mosso da solo. E il peso della colpa si fa subito più pesante se provo a pensare, a questo punto, all’autore con il quale gradirei di cominciare il mio excursus fantascienfico. Insomma, è inutile girarci intorno. Troppe volte ho accennato a lui, troppe volte vi ho alluso, troppo chiaramente ho anticipato di starlo leggendo in questi giorni: parlo di Philip K. Dick. Obiettivamente la scelta non è delle più felici. In primo luogo perché Dick non appartiene alla golden age del genere – di cui fanno parte invece figuri del calibro di Heinlein, di Bradbury, di Van Vogt – che sarebbe stato interessante visitare nelle pagine di questo blog, anche solo in qualità di archetipo di tutta la fantascienza posteriore (ma non è escluso che non lo farò in futuro). In secondo luogo, perché Dick non nasce nemmeno come autore di fantascienza. Al contrario, la sua ambizione di giovane scribacchino poco più che vent’enne, fresco fresco di college, era proprio quella di sfondare come autore mainstream. L’orrore, l’orrore! I suoi primi due romanzi, Il paradiso maoista e Voci dalla strada, realizzati rispettivamente nei 1950 e nel 1952, sono dei drammi psicologici che di immaginifico non hanno proprio nulla. E probabilmente sarebbe andato avanti su quella strada, se non l’avessero frenato il rifiuto sistematico, da parte del mondo dell’editoria, di entrambi i romanzi. Nessuno dei due fu mai pubblicato mentre Dick era in vita, e soltanto di recente sono stati resi accessibili al grande pubblico, nell’occasione di una riedizione celebrativa di tutta la bibliografia dell’autore (in particolare, Il paradiso maoista è uscito per la prima volta in Italia nella collana dell’anniversario, mentre Voci dalla strada è uscito nella collana Immaginario Dick, sempre della Fanucci, credo per la prima volta quest’anno). Allora, però, Philip era un signor nessuno, e dato che viveva sulla soglia della povertà e tratteneva dentro di sé tanta creatività ancora inespressa, decise di rivolgersi al mercato della fantascienza. Questo perché, da una parte, aveva divorato science fiction per tutta la sua infanzia, cosa che gli conferiva una certa confidenza con l’ambientazione, e poi anche perché egli usciva da una stagione particolarmente felice per quel genere letterario (la golden age della fantascienza si consuma nell’arco della fine degli anni '30 e di tutti gli anni '40). In questi anni, Dick scriverà soprattutto short stories – la sua produzione di racconti brevi, solo tra il 1952 e il 1955, consta di quasi un centinaio di titoli – e otterrà finalmente i primi risultati editoriali. Ma il racconto rende poco a livello monetario, e così, parallelamente ai racconti, comincia a lavorare a romanzi di fantascienza, dei quali il primo pubblicato (ma non il primo scritto) sarà Lotteria dello spazio, nel 1955. Di qui in poi, i suoi lavori di science fiction saranno pubblicati con la frequenza media di un all’anno, cosa che determinerà tutta la sua carriera futura. In questi primi anni di attività, comunque, Dick non abbandonò mai l’ambizione di sfondare come autore mainstream, tant’è vero che scrisse ancora numerosi romanzi non-fiction, tutti rigorosamente ignorati – con l’eccezione di Confessioni di un artista di merda – fino a dopo la sua morte: Mary e il gigante, In questo piccolo mondo, L’uomo dai denti tutti uguali.
Dopo il 1960, forse estenuato dai suoi ripetuti fallimenti, Dick cesserà del tutto di scrivere romanzi mainstream e si ‘accontenterà’ della sua carriera come autore di fantascienza. Questo non significa, però, che egli si adagi ai canoni del genere che sembravano definitivamente fissati da Van Vogt, Heinlein, Asimov e compagnia bella, o che si rassegni ad abbandonare le tematiche che gli erano care. Tutto il contrario – e qui sta il terzo, più importante motivo del mio senso di colpa. Scrivendo fantascienza, Dick la stravolge dall’interno. Su di uno scheletro fantascientifico, egli innesta gli stessi problemi messi in luce nelle sue opere mainstream, solo sotto una luce diversa. E mentre in quelle il dramma psicologico era visto e studiato limitatamente ai casi particolari dei protagonisti (come limitata è la prospettiva del romanzo psicologico), in queste viene esteso a tutta la società umana (come vasta è la prospettiva del romanzo fantascientifico). Mentre prima Dick prendeva una manciata di personalità interessanti e le gettava nel mondo per analizzarne le reazioni, con la fantascienza può costruire un mondo intero, con le sue regole e i suoi problemi, e verificare come ci si vive e ci si può vivere. E col tempo, riuscirà persino a smettere di rimpiangere il suo fallimento come autore di non-fiction e ad apprezzare l’opportunità creativa offertagli dalla fantascienza. In questo sta forse la ragione precipua del suo definitivo abbandono delle ambizioni mainstream all’inizio degli anni ’60. Su questo argomento, Dick dirà infatti: «Voglio scrivere delle persone che amo, e piazzarle in un mondo fittizio partorito dalla mia mente, non nel mondo che ci ritroviamo nella realtà, perché il mondo reale non soddisfa i miei standard». Il territorio della fantascienza diventa dunque teatro delle sue ossessioni e laboratorio di indagine dei suoi temi ricorrenti: il posto dell’uomo nel mondo e il suo rapporto con la società, la distinzione tra ciò che è falso e ciò che non lo è, la ricerca di un senso stabile nell’esistenza, la natura di Dio. Tutto ciò, senza perdere di vista il mondo reale, perché in fondo le realtà da lui costruite non sono che la radicalizzazione di questo o quell’aspetto dell’America dei suoi anni. In questo decennio nascono anche tutti quelli che sono i romanzi più noti e apprezzati di Dick (e non mi pronuncio sul loro valore effettivo solo perché non li ho ancora letti), vale a dire La svastica sul sole, Le tre stimmate di Palmer Eldritch, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, Ubik e Scorrete lacrime, disse il poliziotto. Gli ultimi anni della sua carriera lo porteranno però lontano finanche dalla contingenza della società e del mondo degli uomini, per entrare nel territorio della trascendenza, della metafisica, dell’incontro con Dio, dell’esperienza mistica. Esperienza sviluppata sulle prime attraverso la mediazione del mondo della droga, di cui Dick aveva cominciato da tempo a fare effettivamente uso e della quale parlerà in Un oscuro scrutare, quindi nel contatto diretto con il divino, tema del postumo Radio libera Albemuth e della parzialmente incompleta trilogia di Valis. Questi ultimi di lavori sono forse i più filosoficamente complessi di tutta la carriera dello scrittore, e probabilmente i più difficili da affrontare. Ma a conti fatti, l’opera dickiana è tutta abbastanza difficile da affrontare, faticosa, insomma non proprio il genere di cose che uno leggerebbe per rilassarsi. I temi che tocca sono complessi, e Dick li tratta come tali. Anche se calati in un contesto pratico, di azione e pericolo, i suoi personaggi si abbandonano di frequente a riflessioni di carattere teorico, a meditazioni circa il senso delle loro azioni e del mondo attorno a loro. Parlando dello stile, la sua prosa è secca, semplice, quasi minimalista a volte, e i concetti chiave per comprendere la trama, per quanto importanti, sono spesso detti una volta sola, e se te li perdi poi sono cazzi tuoi. Il lettore non può quindi permettersi disattenzioni o leggerezze, perché potrebbe lasciarsi sfuggire da sotto gli occhi il fulcro di tutto il discorso e arrivare all’ultima pagina senza averci capito nulla. Tutto questo calato in mondi dei quali il lettore deve capire in fretta le regole, perché i personaggi le danno per scontate (essendoci nati dentro), e certo il narratore non si lancia in lunghe digressioni per facilitare l’operazione di comprensione. Spesso, inoltre, per capire bene anche solo le meccaniche base della trama, vengono presupposte conoscenze teoriche che non si capisce perché il lettore dovrebbe conoscere, come la teoria del minimax in Lotteria dello Spazio (mai spiegata in modo chiaro all’interno del libro). Oggi noi fortunatamente possiamo ottemperare a questo problema con un click su Wikipedia, ma mi chiedo come diamine facessero ai tempi di Dick i lettori non sufficientemente istruiti. Probabilmente non leggevano Dick. Per farla breve, l’opera dickiana affatica il cervello piuttosto che rilassarlo; ciò non significa che non possa procurare piacere, al contrario il piacere sta proprio nel riuscire ad arrivare al nocciolo dell’idea alla base dei romanzi a prezzo di tutta quella fatica.
Utilizzando i miei sensi di colpa come scusa, mi sembra di aver dato una decente introduzione a quello che è il personaggio che forse più di ogni altro occuperà per parecchio tempo le pagine di questo blog. Come dicevo nel post pubblicato il giorno di Natale, il mese scorso ho fatto in modo di procurarmi oltre venti libri di Dick, acquistandoli praticamente a scatola chiusa. Ma al tempo stesso ci tengo a tranquillizzarvi: non intendo sottoporvi ad una full immersion dickiana fino ad esaurimento opere, in parte perché io stesso non riuscirei a leggerli e recensirli ad un simile ritmo, in parte perché non voglio far fuggire in preda alla disperazione i miei lettori. Agli interventi su Dick continueranno ad intervallarsi quelli di Gimmelli sul noir, quelli di Kitsune sulla saga di Twilight e qualche mio occasionale intervento completamente a cazzo (com’è mia abitudine). In ogni caso, se dopo il lauto antipasto questo autore vi ha incuriosito e non avete voglia di aspettare gli eoni per vedere soddisfatta la vostra sete di recensioni, o se semplicemente siete alla ricerca di una valutazione un po’ meno soggettiva e arbitraria della mia, potete andare sul sito dei Philip K. Dick fans a questo indirizzo: http://philipkdickfans.com/main.htm. Non so quanto sia interessante o affidabile perché ci ho buttato solo un occhio, ma comunque sembra rappresentare uno dei principali centri d’informazione sull’autore rintracciabili nel Web. Costoro, tra l’altro, consigliano a chi è nuovo dell’opera dickiana di cominciare a conoscerla partendo, a scelta, da La svastica sul sole, Ma gli androidi sognano pecore elettriche? oppure Ubik. Potrebbe essere una buona idea. Io però, rimango fedele alle mie abitudini, e lo leggerò in ordine, dai suoi primi passi alle sue ultime performances, per farmi il quadro più chiaro possibile su di lui e sulla sua evoluzione di artista. Che il progetto sia piuttosto ambizioso lo potete vedere dal box sul Ciclo Dick qui sulla sinistra. Ma cercherò di assolverlo nella maniera migliore. Auguratemi buona fortuna.

 
 
 
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