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Il profumo è il profumo della vita. Un blog di recensioni letterarie e cinematografiche, riflessioni, e quando capita un po' d'autobiografismo.

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« I miei sensi di colpa, e...Il paradiso maoista (Analisi) »

Il paradiso maoista

Post n°27 pubblicato il 08 Gennaio 2009 da Tapiroulant
 

Autore: Philip K. Dick
Titolo originale: Gather Yourselves Together
Editore: Fanucci
Collana: Collezione Dick
Pagine: 368


Quando mi trovo a dover parlare di un libro o di un autore, non reagisco mai alla stessa maniera. Con alcuni, riesco a mantenere un atteggiamento sufficientemente distaccato da poterne discutere in modo sintetico, sommario, senza mettermi a fare le pulci ad ogni pagina. Recensioni come quella a Omaggio alla Catalogna di Orwell o Everyman di Philip Roth sono scivolate via senza intoppi, e senza appesantire troppo anche l’occasionale lettore di questo blog. Ma ci sono opere che mi ossessionano; opere alle quali continuo a pensare e ridefinire il mio giudizio. Non riesco a parlarne in modo veloce, perché sentirei di tralasciare troppe cose importanti. Ho passato mezzo mese a smaronarvi su Kafka, con due post a romanzo più ulteriori post satelliti di quello stesso argomento. E più leggo Philip K. Dick, più mi rendo conto che mi comporterò esattamente come ho fatto con la trilogia dei romanzi del vecchio Franz. Ora, a questo punto aleggia in me il terrore di farvelo venire alla nausea, piuttosto che incuriosirvi sul suo conto – ed una cosa che idealmente vorrei evitare. Ieri mi stavo appunto scervellando sul problema, quando, con l’aiuto della mia collega Kitsune, sono giunto ad un compromesso piuttosto soddisfacente. Sentite qua. Per ogni libro di Dick sul quale avrò abbastanza cose da dire da superare lo spazio di un solo intervento, dividerò il mio discorso in due comode parti. La prima sarà propriamente la recensione, ossia una presentazione di contesto e trama dell’opera, con annessi un commento stilistico e contenutistico e un giudizio finale (insomma, la perfetta guida all’acquisto). La seconda sarà invece un’analisi delle questioni di fondo sollevate dal romanzo, una roba noiosa che potrete agilmente saltare se non siete interessati. Và da sé che la recensione interesserà più che altro chi il libro non l’ha letto, e viceversa l’analisi riuscirà più gradita a chi sa già di cosa si sta parlando e vuole confrontarsi sull’argomento. E và altrettanto da sé che ci sarà un post per la recensione, e un successivo post per l’analisi. Insomma: mi sembra una soluzione più che soddisfacente. Sono comunque aperto a consigli e alternative.Okay, fine della premessa. Ma forse a questo punto vi starete domandando: chi diamine è Philip K. Dick? Se è così, significa che non avete letto il mio scorso intervento (il che è molto male), oppure che l’avete letto ma ve lo siete dimenticati (il che non è altrettanto male, ma è comunque piuttosto male). Ad ogni modo, se avete un po’ di tempo da perdere vi consiglio di darci un’occhiata. Permettetemi di riassumere un paio di dati. Dick è oggi ricordato come uno dei più grandi autori di fantascienza americani, ma purtroppo, come tutti coloro che scrissero letteratura di genere, è tuttora molto sottovalutato (in Italia in particolar modo). Il suo periodo di attività si colloca tra l’inizio degli anni ’50 e i primi anni ’70, ossia quando la golden age della fantascienza si era già spenta. La nuova corrente dello sci-fi si distingueva da quella precedente per una sua riconsiderazione del progresso, e quindi del futuro, in chiave non più positivistica, ma al contrario molto critica, e non di rado anche assai pessimista. Soprattutto, era una fantascienza che guardava al sociale dei propri anni, e attraverso quello sguardo, giudicava criticamente anche sé stessa. In questo panorama di riconsiderazione del genere e del mondo moderno, Dick occupa, come vedremo nel corso di questi interventi a lui dedicati, una posizione molto particolare. Prima di tutto però è bene ricordare che lui non nacque come autore di science fiction, né era questa la carriera che si augurava. I suoi primi due romanzi – Il paradiso maoista e Voci dalla strada – sono infatti opere mainstream di introspezione psicologica che nulla hanno di fantastico. Tuttavia, queste due opere sono accomunate anche dal fatto di non essere mai riuscite ad avere successo: nessun editore si degnò di pubblicarle mentre Dick era in vita. Pertanto, dopo questi due fallimenti, il povero Philip decise di rivolgersi alla più redditizia fantascienza (anche perché era alla canna del gas e non vedeva nella morte per inedia un futuro allettante). Oggi in particolare ci occuperemo del primo dei due romanzi nominati, da lui scritto nel 1950 e cioè quando aveva solo ventidue anni. Non ho letto, né intendo per ora leggere (e quindi recensire) anche Voci dalla strada, in parte perché anche le mie finanze, sembrerà strano, hanno un limite, in parte perché non posso star mica a leggermi tutto quello che quest’uomo ha scritto (non è impresa per un uomo solo). Inoltre, ritengo che Il paradiso maoista sia un’opera già sufficientemente rappresentativa di questo primissimo periodo di produzione dell’autore.Ci troviamo nella Cina del 1949, al termine di una guerra civile durata praticamente quindici anni tra il Kuomintang (il Partito Nazionalista) al governo, con a capo il presidente Chiang Kai-shek, e il Partito Comunista Cinese guidato da Mao Tse-Tung. Chiang, deposto, ripara a Taiwan, mentre i comunisti prendono possesso della Cina e fondano la Repubblica Popolare Cinese. È in questo contesto storico che Dick colloca la sua storia immaginaria. La Compagnia è un’azienda americana che, grazie alle posizioni filo-occidentali del governo della Cina sotto Chiang, aveva prosperato per decenni trapiantata sul suolo cinese. Ma con i comunisti al potere, la nazione vuole ora liberarsi di ogni traccia dell’imperialismo occidentale e chiede la cessione immediata di ogni possesso straniero alle autorità nazionali. Cosa che viene prontamente fatta. La prima scena del libro vede appunto il personale della Compagnia abbandonare in massa la sede. Ma non tutti possono andarsene: sono infatti stati sorteggiati tre lavoratori, affinché si trattenessero nei confini della proprietà in attesa dell’arrivo dei nuovi proprietari cinesi, per stipulare ufficialmente la cessione dell’azienda. Il primo di cui facciamo la conoscenza, sempre nel primo capitolo, è Carl Fitter, giovane di ventiquattr’anni, animato da una visione ancora idealistica della vita e della realtà, intrappolato, anche suo malgrado, in un aspetto e modi di fare da bambino. Incontriamo poi Verne Tildon, uomo cinico e disincantato, di quelli che nella vita ne hanno viste tante, e Barbara Mahler, bella venticinquenne che sembra osservare tutte le cose con distacco, ancora fresca della sua disillusione. Intrappolati in un mondo deserto e rigidamente delimitato dai confini della Compagnia, questi tre individui si troveranno a dover convivere gomito a gomito sino all’arrivo dei nuovi proprietari. Il romanzo ci racconta dunque di una settimana di confronti e scontri fra tre differenti personalità, tutte profondamente infelici, e tutte votate ad un disperato bisogno di autoaffermarsi e di darsi un futuro.Il titolo originale dell’opera, in effetti, lungi dall’essere il nostrano Paradiso maoista (con il quale al solito s’è voluto catturare il lettore medio), era un più sobrio Gather yourselves together, vale a dire ‘Radunatevi insieme’. L’ambiente asettico di una Compagnia deserta in un territorio vuoto e ostile (la Cina comunista), viene così a costituire lo sfondo perfetto per la messa a nudo delle psicologie di questo pugno di individui. E, attraverso di essi, sfondo anche di una serie di temi cari a Dick: l’innocenza e la corruzione, il diventare adulti, la possibilità di avere una vita felice, il rapporto dell’uomo con il mondo, il destino del nostro mondo. Il romanzo si potrebbe dividere in due parti piuttosto omogenee. La prima, oltre che presentarci i personaggi principali e il contesto nel quale sono calati, consta di lunghissimi flashback sul passato di Verne e Barbara. I primi incontri fra i tre personaggi, e tutti gli avvenimenti della prima giornata e della mattina successiva, fanno quindi da sfondo e cornice ai viaggi nella memoria dei due. E la conoscenza del loro passato è ciò che poi permette al lettore di comprendere il loro comportamento nel presente. Verne e Barbara infatti si conoscevano già, e la brutta impressione che si erano lasciati anni prima l’uno dell’altra si riflette nel reciproco distacco con il quale si trattano adesso. In un certo senso, si potrebbe dire che la prima parte è preparatoria della seconda, nella quale, poste le basi della psicologia dei personaggi, Dick si cura di farli interagire e di studiare l’evoluzione dei loro rapporti. Proprio nella loro interazione risiede il cuore del romanzo. Più ancora che nei momenti di solitaria riflessione su di sé, è infatti nei dialoghi che emerge il loro animo, le loro istanze psicologiche più profonde. E più che nei concetti esplicitamente esposti, nel modo di parlare di questi personaggi.Nell’introduzione dell’edizione Fanucci, Carlo Pagetti esprime una critica negativa affermando che questi dialoghi si accartocciano (letteralmente) su sé stessi, arenandosi su sé stessi e girando sempre attorno agli stessi problemi. In effetti ha ragione. I confronti verbali fra Barbara e Verne si concentrano sempre sugli stessi temi, ossia il proprio passato, la possibilità di riallacciare il loro rapporto, il loro futuro dopo la Compagnia, e così quelli fra Barbara e Carl, che hanno quasi invariabilmente come oggetto quest’ultimo, le sue aspirazioni, i suoi crucci, le sue idee (essendo infantile, Carl è inconsapevolmente egocentrico). Ogni nuovo dialogo aggiunge qualche ulteriore considerazione al tema, ma lo impaluda in tutta una serie di tira e molla del tipo: «Dai, resta», «No, devo andare», «Ti prego», «No», «Sì», «Non posso», «Fallo», «Va bene», oppure «Posso farlo?», «Massì, fallo», «Se non vuoi che lo faccia basta che tu lo dica», «Ti dico di farlo», «Sicura?», «Sì», «No perché sai, basterebbe dirlo e non mi offenderei», «Ti dico di farlo!», «Sicura sicura?» e così via. Tuttavia, in una cosa fondamentale Pagetti a mio avviso si sbaglia: ossia, nel dare a questo stile un carattere negativo. I protagonisti di questo romanzo non sono individui pragmatici e decisi; al contrario, sono personalità fragili, indecise, senza un posto nel mondo, privi di puntelli e sicurezze nella vita. I loro dialoghi lenti, ingarbugliati, ossessivi, pieni di insistenze e ripensamenti, non fanno che mettere in scena il loro mondo interiore. Pertanto, se è vero che per ogni situazione c’è un modo migliore per rappresentarla, allora l’uso di questi dialoghi che si accartocciano è vincente, e meritevole di plauso piuttosto che di critica. Molto peggio sarebbe stato se l’autore, per non sbagliare, si fosse accontentato di un modello dialogico più classico, che avrebbe rischiato di suonare stereotipato e incolore. Se in futuro Dick non tornerà su questo stile, è perché differenti saranno i protagonisti delle sue storie successive (e specialmente quelle di genere fantascientifico). I personaggi de Il paradiso maoista dunque risultano credibili e vivi proprio in virtù di tale scelta narrativa. Ma allora, dette tutte queste cose, com’è questo romanzo, vale? La domanda è legittima. A voler essere onesti, all’inizio ero seriamente titubante anch’io all’idea di acquistarlo. Quando ancora ero in libreria, e mi trovavo davanti questo bel tomo – le cui dimensioni, tra l’altro, superano quelle tradizionali dei suoi lavori – mi domandai più d’una volta se le case editrici avessero fatto bene o male a non pubblicarlo. Voglio dire, si trattava pur sempre del lavoro di un esordiente: magari faceva effettivamente cagare. Oltretutto, pur appartenendo alla collana del venticinquesimo anniversario come tutti quelli presenti sullo scaffale, costava 16 euro mentre gli altri 11,90. Non mi stavano proprio invogliando, diciamo. Ma alla fine fu il raptus natalizio e non la fredda razionalità ad impormi una decisione; e quando, il giorno di cui ci raccontai in qualche post precedente, svuotai praticamente la sezione di Dick di tutto quello che mi capitava tra le mani, Il paradiso maoista era tra quelli. Oggi, dopo averlo letto, posso dire di essere soddisfatto della mia scelta. Se inizialmente pensavo che l’unico valore di quest’opera fosse di offrire un’immagine più completa dello scrittore Dick, mi sono dovuto ricredere; Il paradiso maoista è un romanzo valido di per sé. A voler essere obiettivi, le ingenuità tipiche dell’esordiente non mancano: soprattutto alle prime pagine, troviamo precisazioni inutili, passaggi un po’ piatti, o linee di dialogo che suonano artificiose e poco convincenti. Non mancano frasi stereotipate e inforigurgiti poco eleganti, soprattutto nel primo confronto tra Verne e Barbara. Tuttavia, mano a mano che si procede nella lettura, questi problemi tendono a ridursi, fino a che, nell’ultima parte del libro, sono praticamente scomparsi. L’ostacolo più grande, allora, è superare le prime 40, 50 pagine, che certo non fanno impazzire, e non sono neanche lontanamente interessanti come quelle che seguiranno. D’altronde, non è insolito, per uno scrittore alle prime armi, che il proprio stile narrativo migliori sensibilmente mano a mano che si procede nella stesura. Inoltre, la mancata pubblicazione dell’opera potrebbe spiegare l’assenza di un labor limae definitivo. Ciò significa che Il paradiso maoista mostra abbastanza chiaramente di essere opera di uno scrittore alle prime armi, e tuttavia uno scrittore con un potenziale enorme. Nell’analisi di questo romanzo, che vedremo la prossima volta, mostrerò quale ricchezza di tematiche e quale acume nell’analizzarle Dick mostrava di possedere già a ventidue anni. Se si viene a patto con le sue limitatezze e con la sua volontaria ridondanza, quindi, quest’opera può regalare veramente grandi soddisfazioni. Per chi non abbia mai letto Dick, può rappresentare la grande occasione; per chi l’ha già letto, l’occasione di scoprire come Dick ha iniziato; e per chi odia la fantascienza, la possibilità di conoscere un Dick diverso.


Voto: 7 ½

A chi può piacere:

- A coloro che cercano un Dick diverso dal solito.
- A chi è interessato a ciò che significa diventare adulti.
- A chi ama la filosofia ma odia Essere e tempo.

A chi può non piacere:

- A coloro secondo i quali Dick inizia e finisce con lo sci-fi.
- A chi non sopporta dialoghi tortuosi e ossessivi attorno agli stessi temi.
- A chi si aspetta di trovarvi un briciolo di azione.

 
 
 
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