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Il profumo è il profumo della vita. Un blog di recensioni letterarie e cinematografiche, riflessioni, e quando capita un po' d'autobiografismo.

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Il mondo che Jones creò

Post n°32 pubblicato il 18 Gennaio 2009 da Tapiroulant
 

Autore: Philip K. Dick
Titolo originale: The world Jones made
Titolo voluto da Dick: A womb for another
Editore: Fanucci
Collana: Immaginario Dick
Pagina: 200


Dopo gli insuccessi del suo esordio letterario, Lotteria dello spazio è il primo dei romanzi di Philip K. Dick ad essere finalmente pubblicato. Il miracolo avviene nel 1955, vale a dire cinque anni dopo la produzione del suo primo lavoro (del quale abbiamo parlato durante gli scorsi due interventi). Lotteria dello spazio è anche il primo romanzo di fantascienza a riscuotere l’interesse delle case editrici. Tuttavia, a differenza di ciò che molti ancora oggi pensano, non è il primo romanzo di fantascienza scritto da Dick. I suoi primi esperimenti in questo senso risalgono al 1953, un anno dopo il fallimento di Voci dalla strada, e poco dopo la pubblicazione delle sue prime short stories di genere fantascientifico. Nel giro di un anno, Dick scrive Vulcan’s Hammer, Dr. Futurity e Cosmic Puppets (ne aveva di grinta il ragazzo), che tuttavia vengono in un primo momento rifiutati. Otterranno comunque un successo migliore dei suoi tentativi mainstream, dato che negli anni ’60, complice la notorietà che Dick cominciava ad ottenere come autore sci-fi, verranno tutti e tre pubblicati. Questi romanzi dovrebbero esistere tutti e tre anche in italiano, in una vecchia edizione Mondadori (e forse qualcosa c’è anche presso Urania), ma non credo valgano una particolare considerazione – o almeno, farò finta che sia così. Il vero e proprio salto di qualità è compiuto solo l’anno successivo, il 1954, quando Dick realizza un’altra tripletta: Lotteria dello spazio, appunto, che verrà pubblicato l’anno dopo, il mainstream Mary e il gigante, ignorato fin dopo la sua morte com’era costume, e Il mondo che Jones creò. Si ritiene tradizionalmente che quest’ultima opera sia posteriore a Lotteria, per il fatto che fu pubblicata nel 1956, e cioè un anno dopo di quella, ma di fatto nacquero nello stesso anno. La lettura di entrambe, tuttavia, mi lascia invece pensare che Il mondo che Jones creò sia stato scritto prima di Lotteria. Oh, e un ultimo appunto prima di cominciare: l’edizione più recente del libro, uscita nell’edizione dell’anniversario presso Fanucci, porta il titolo leggermente cambiato – e vagamente messianico – E Jones creò il mondo. Così se lo cercate sapete cosa chiedere.Una prima ragione sta nel tema di fondo di tutto il romanzo, che come avevo già accennato nello scorso intervento, sembra riprendere alcune riflessioni storiche e morali apparse ne Il paradiso maoista. L’ambientazione del libro ci porta negli ultimi anni del secolo decimo nono. Nella seconda metà del Novecento, un grandioso e cruento terzo conflitto mondiale ha sconvolto il mondo: da una parte l’America, dall’altra le forze ateo-comuniste di area cino-sovietica. Ma nessuno ha veramente trionfato, tutti sono usciti sconfitti dalla terribile guerra. Sulle ceneri del vecchio mondo nasce perciò il Govfed, un governo mondiale che avvia un piano di rinascita economica e sociale sotto l’egida di un nuovo modello di pensiero, il Relativismo di Hoff. È questa un’ideologia nata per combattere tutte le ideologie, fondata sul principio per cui la verità assoluta è inconoscibile, e pertanto, nell’esprimere un giudizio su qualunque cosa, nessuno ha più ragione dell’altro. Ciò significa che ognuno può credere a quello che vuole, purché non tenti di convincere gli altri o imbracci le armi per propagare la propria idea. Il Relativismo di Hoff è insomma un obbligo alla tolleranza e al rispetto di tutte le opinioni, nella convinzione che le ideologie siano il male assoluto, causa di tutte le guerre e degli odi fra gli uomini. «Puoi credere a quello che vuoi; puoi credere che la terra è piatta, che Dio è una cipolla, che i bambini nascono nelle buste di plastica. Puoi avere l’opinione che preferisci; ma quando cominci a spacciarla per Verità Assoluta […] tendiamo la mano, diciamo semplicemente: dimostra o stai zitto. Conforta i fatti con quello che vai dicendo. Se vuoi dire che gli ebrei sono la radice di tutti i mali – devi provarlo. Lo puoi dire, se riesci a dimostrarlo. Altrimenti, fila ai lavori forzati» afferma in proposito Cussick, il protagonista della storia. Cussick è membro della polizia governativa, e si occupa di crimini contro il relativismo. Egli dunque diventa, all’interno della storia, il simbolo stesso del modello relativista e della sua validità. Senza però mai sfociare nel fanatismo, o nel fideismo acritico. La sua convinzione nella bontà dei principi anti-idealistici del Govfed è totale, ma dettata dal ragionamento e dal buonsenso; e per tutto il romanzo, non smetterà mai di riflettere sulla propria scelta e di rimettersi in gioco.Contro di lui e il suo modello, tuttavia, si erge una forza nuova, un simbolo dell’ideale opposto, dell’ideale assoluo – Jones. La terza guerra mondiale ha prodotto negli esseri umani mutazioni genetiche di vasta scala, dando vita a generazioni e generazioni di mostri. Fin da una delle prime scene del libro, un campionario degli orrori sbocciati dal conflitto si presenta agli occhi di Cussick in un piccolo e deprimente circo di paese: Jones è uno di loro. La sua mutazione, però, non è immediatamente visibile. Ad una prima occhiata, sembrerebbe soltanto un ragazzo semplice, provinciale, insignificante. Perché lui è un precog – un precognitivo. E di natura estremamente potente, inoltre. La mente di Jones vive, fin dal momento della sua nascita, costantemente proiettata di un anno esatto nel futuro. Egli sa già cosa accadrà a lui e tutt’attorno a lui perché nel ricordo ha già vissuto tutto l’anno che segue, ed è solo il suo corpo, la sua fisicità, a rimanere indietro. Per la sua sola esistenza, Jones rappresenta la più grande contraddizione al Relativismo di Hoff. Quest’ultimo si basa sul punto fermo che nessuno possiede la verità assoluta, e tuttavia Jones, proprio perché ha già scolpito nella mente tutto ciò che sta per succedere, detiene quella stessa verità. E sa come usarla. Abituato a ripercorrere due volte ogni singolo attimo della propria esistenza, Jones ha sviluppato un atteggiamento freddo e irritato nei confronti della vita, insofferente a qualsiasi cosa e incapace di trarre piacere dai rapporti umani. Di conseguenza, si è chiuso in sé stesso, nella propria condizione di vittima di una insopportabile maledizione, e di profeta infallibile di quello che verrà. Maturando, così, il proprio, cieco, inarrestabile assolutismo. Forte della propria autorità di santo della nuova era, Jones radunerà attorno a sé un numero sempre crescente di sostenitori nella sua crociata contro l’inutile e inefficace relativismo. Né egli può essere battuto. Poiché conosce già il proprio futuro, è virtualmente impossibile prenderlo di sorpresa, aggredirlo senza che lui abbia già preso le proprie contromisure. Egli è davvero simile a un dio, o al rinato figlio di Dio.Motivo del contendere tra il Relativismo governativo e la chiesa di Jones è però una terza forza in campo, gli Erranti. Così sono stati chiamati quegli enormi grumoni filamentosi alieni che, proprio nell’anno del primo incontro fra Cussick e Jones, cominciano a precipitare sulla Terra, e sono destinati ad aumentare esponenzialmente di numero nel corso dei giorni a venire. Gli studi del Govfed ne parlano come di grandi ammassi inerti che viaggiano inconsapevoli nello spazio finché, attirati dall’orbita di un pianeta, non vi precipitano, per poi giacere a terra e, sfrigolando e crepitando, morire bruciati dal sole. Insomma, suonano come forme di vita non intelligenti e assolutamente non pericolose provenienti da chissà quale abisso spaziale. E il Relativismo li tratta appunto come una razza non meno meritevole di tutte le altre di vivere, vietando a chiunque di far loro del male, imponendo che si lasci che muoiano da sole per l’azione solare. Jones, tuttavia, è di altro avviso. Nell’arrivo in massa degli Erranti, che egli osserva già da un anno, egli legge piuttosto una silenziosa invasione finalizzata alla schiavizzazione, o peggio allo sterminio totale della razza umana. Sono dei diversi, venuti da chissà dove, e quindi sono ostili; in fondo, per quanto precog, è pur sempre un provinciale di matrice protestante. Con tutte le sue forze, Jones si opporrà quindi alla linea morbida e libertaria del Relativismo, mettendo a morte gli Erranti caduti e organizzando squadre di accoliti che nottetempo vanno a terminarli con cherosene e accendino. E lo scontro circa i diritti degli alieni diventerà base e pretesto per una lotta per il potere, per la distruzione del vecchio Relativismo e la nascita della nuova religione. Una lotta che inizia con un incontro, quella tra Cussick e Jones, e si chiuderà sulle note del loro ultimo scontro.È su questo impianto chiaramente fantascientifico e improntato al sociale, che si innesta l’altro grande elemento di continuità rispetto al passato: la forte presenza dei toni mainstream. Sullo sfondo dei grandi sconvolgimenti politici che la discesa degli Erranti e l’avvento di Jones hanno provocato nel mondo, noi osserviamo la vita di Cussick nelle sue relazioni quotidiane con gli altri. I personaggi che circondano l’esistenza del protagonista vantano una qualità psicologica non comune per un romanzo sci-fi di quegli anni. Nel realizzarli, Dick prende a piene mani dai romanzi intimisti della sua prima produzione. Troviamo così l’amico e istruttore politico Kaminski, che con pena Cussick osserverà progressivamente consumarsi a causa del suo lavoro, o il superiore Pearson, costantemente in bilico tra la scrupolosa osservanza della legge e la sua infrazione per un bene più grande. E soprattutto la moglie di Cussick, Nina Longstern. Nina è un’artista colta e raffinata, figlia di una famiglia alto borghese, amante del teatro d’opera e dei ricevimenti, attenta all’etichetta e al gusto nel vestire, che però si sposa con un semplice poliziotto conosciuto sul luogo di lavoro. Lo ama sinceramente, ma a suo modo, e cioè nel desiderio di plasmarlo, col tempo, perché incarni quegli stessi ideali di buon gusto e raffinatezza che le sono propri. Ma Cussick non è buona materia per simili manipolazioni – lui che, nato e vissuto a stretto contatto con gli orrori della guerra, ha sviluppato uno spirito eminentemente pragmatico, filosofico, votato ai problemi veri della società piuttosto che ai frizzi e lazzi da gran dama. Di qui, gli screzi, i rimproveri, l’incomprensione reciproca. E la questione politica fornirà loro la base perfetta sulla quale costruire il proprio scontro privato. Se da una parte Cussick si eleva ad incompreso paladino del Relativismo, Nina non l’ha mai capito né tollerato, e non manca occasione di rimarcargli quanto una posizione del genere sia stupida o contraddittoria. E la nascita del culto assolutista di Jones in opposizione a quel modello, non farà che offrirle nuovi spunti per la sua opposizione, sempre più radicale, alla vita del marito. Tutta la sezione centrale del libro è quasi esclusivamente dedicata ad analizzare il riverbero che la situazione sociale ha avuto sul privato dei personaggi principali, e in particolare, proprio nel matrimonio tra Cussick e Nina. Ne nascono dei quadri psicologici non meno accurati di quelli de Il paradiso maoista, pur essendo dedicato loro molto meno spazio e una minore profondità d’analisi. La vena fantascientifica non distrugge quella mainstream, ma la affianca e la sostiene, senza che la cosa risulti forzosa o stonata. Il risultato è buono.Però, c’è un però, c’è sempre un però. Se nel Paradiso maoista, Dick rischiava di impantanarsi troppo a lungo negli stessi temi e problemi, qui la critica che si potrebbe fare è di segno opposto: si vogliono dire troppe cose, in troppo poco spazio. Se quello constava di oltre 350 pagine, qui stiamo poco sotto le 200, quindi poco più che la metà delle pagine, e tuttavia si parla: delle contraddizioni e della debolezza del relativismo, delle ragioni del successo di un’ideologia, delle implicazioni della precognizione, del razzismo, della questione cristologica, dei rapporti tra uomo e donna e tra classi sociali differenti, della possibilità di una rifondazione della civiltà. Non è facile giostrarsi tra tutti questi temi – e il lettore può maturare, nel corso della lettura, la sensazione di avere l’acqua alla gola. Tutta la parte finale suona troppo affrettata, precipitosa, nel suo voler condurre tutti i temi fino a quel momento sollevati ad una conclusione. Questo fa anche sì che alcune questioni siano trattate in modo più superficiale o, dopo un po’, del tutto accantonate. La parte dedicata alla colonizzazione di Venere da parte dei mutanti, per quanto il mio giudizio possa essere mitigato dal fatto che allora dell’ambiente dei pianeti circostanti la Terra si sapesse molto meno che oggi, suona quantomeno molto ingenua, convince poco. L’ambientazione che Dick ci dipinge sfiora il fantasy, e per quanto i coloni non siano dei cavernicoli ma gente che ha ereditato tutta la precedente cultura terrestre, suona molto improbabile che nel giro di un solo anno riescano a stanziarsi così bene. Ma soprattutto è la natura del dono di Jones a lasciare un po’ perplessi. Avendo vissuto due volte ogni momento della propria vita, lui sa con assoluta certezza che non esiste il libero arbitrio ma è tutto rigidamente predeterminato: sa che fra un anno farà X, ma sa anche che lui in nessun modo potrà fare diversamente da X. La ragione per cui Jones odia la lentezza con la quale il tempo si trascina, sta proprio nel fatto che il futuro è fermo, e che lui stesso sarà costretto a fare sempre tutto uguale. Ora, questa concezione della realtà è molto affascinante, lo riconosco, e permette a Dick di formulare idee interessanti sulla vita e sulla morte: scopriamo ad esempio che prima ancora di essere concepito – prima ancora, dunque, di esistere fisicamente, anche solo come embrione – Jones conservava già ricordi della sua vita nell’utero e della sua nascita.Tuttavia, le implicazioni della sua precognizione entrano in contraddizione con quello che fa. Se infatti lui, pur vedendo cosa gli accadrà fra un anno, non può cambiare le proprie azioni, allora lui non dovrebbe poter schivare tutti i proiettili che gli sparano contro solo perché ha già visto che gli spareranno, giusto? Eppure lui lo fa. Ciò implica che lui, fin dalla prima volta che gli hanno sparato – quindi, un anno nel futuro – è sempre riuscito a schivarli, come se già da allora se li aspettasse; cosa che però non dovrebbe essere possibile. E ancora, quando vede sé stesso un anno nel futuro, vede solo le azioni di sé nel futuro o coglie anche i propri pensieri futuri? L’ipotesi corretta sembrerebbe la seconda, e tuttavia: se davvero conoscesse la natura dei suoi pensieri tra un anno, e lui in qualsiasi momento è proiettato con la mente un anno più in là, allora non dovrebbe poter conoscere, filtrato attraverso i pensieri del Jones dell’anno dopo, cosa farà il Jones di due anni dopo? Mi spiego. Nell’anno X, Jones pensa sé stesso nell’anno X+1, tuttavia quest’ultimo penserà sé stesso nell’anno X+2, e quest’ultimo sé stesso nell’anno X+3, e così via fino alla sua morte. Egli dunque, attraverso questa serie di riverberi del proprio pensiero, dovrebbe poter conoscere tutta la storia della sua vita, e non vedere soltanto a un anno dal momento in cui si trova adesso. Questo del resto sarebbe in perfetto accordo col fatto che, essendo predeterminato, il futuro è tutto già scritto e visibile, da qui alla fine dei tempi. Tuttavia, tutta la storia, e la fine dell’intreccio, si fonda sul fatto che Jones ignora tutto il futuro che sta più in là di un anno. E allora la cosa non regge. Inoltre, sembra che Dick abbia difficoltà a gestire un punto di vista così inconsueto e sovraumano come quello di un precog. Infatti solo due capitoli in tutto il libro sono narrati dalla prospettiva di Jones, e le riflessioni che vi sono contenute non sempre convincono. La cosa è perdonabile, perché in fondo l’autore ci parla di altro. Il potere di Jones è suggestivo, e interessante, ma all’atto pratico non costituisce che una periferia dei nodi concettuali del romanzo: pertanto, le sue contraddizioni o i passaggi poco chiari sono largamente perdonabili. Il mondo che Jones creò è un romanzo che meriterebbe di essere letto. In parte per gli elementi da romanzo psicologico (e in Cussick e Jones, nei loro dubbi, tormenti, e risoluzioni, l’autore realizza dei personaggi grandiosi), in parte per l’originalità dei temi trattati, pur essendo una produzione ancora immatura dello scrittore. In parte, andrebbe letto, a chi volesse farsi una panoramica sull’autore, come punto intermedio di una discussione cominciata nel Paradiso maoista, e destinata a terminare in Redenzione immorale, che avrebbe scritto l’anno dopo (e di cui ci occuperemo a tempo debito).


Voto: 7+


A chi può piacere:

- A chi cerca una storia che sappia mescolare fantascienza e indagine psicologica.
- A qualunque studioso di teorie politiche o di sociologia.
- A chi avrebbe sempre voluto sapere come si sente un precog.

A chi può non piacere:

- A chi si aspetta una struttura narrativa tradizionale.
- A chi si aspetta un esauriente trattazione di tutti i temi sollevati.
- Agli Erranti.

 
 
 
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