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Il profumo è il profumo della vita. Un blog di recensioni letterarie e cinematografiche, riflessioni, e quando capita un po' d'autobiografismo.

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Lotteria dello spazio

Post n°34 pubblicato il 22 Gennaio 2009 da Tapiroulant
 

Autore: Philip K. Dick
Titolo originale: Solar Lottery
Titolo alternativo: Quizmaster Takes All!
Editore: Fanucci
Collana: Collezione Dick
Pagine: 215


Dopo avervi accennato praticamente ogni volta che ho fatto il nome di Dick, mi sembra ormai il momento di parlarne. Lotteria dello spazio è un’opera che, nel suo piccolo, ha raggiunto una certa fama, trattandosi del suo primo romanzo sci-fi mai pubblicato. Non il primo, è il caso di ricordarlo: ne aveva già scritti altri tre, e in quello stesso anno aveva realizzato un’altra opera di fantascienza, Il mondo che Jones creò, di cui ci siamo occupati le volte scorse. E come in quello, così anche in questo Dick ci trasporta nel futuro – stavolta però si spinge più lontano: siamo attorno al 2200 – e ci presenta un modello politico profondamente differente dal nostro. Ma lontano al tempo stesso dai due sistemi antitetici presentati ne Il mondo che Jones creò. È un mondo, quello di Lotteria, fondato sulla fortuna; o meglio, su di una grandiosa lotteria planetaria che decide giorno dopo giorno, in assoluta casualità, della posizione sociale di ciascuno. La lotteria è gestita dall’Urna, complesso dispositivo automatico collocato a Ginevra che funziona sulla base dei movimenti imprevedibili degli elettroni, in maniera totalmente autonoma rispetto a qualsiasi intervento umano. Ciò significa che, in qualsiasi momento, l’Urna potrebbe estrarre un determinato risultato per un determinato individuo, assegnandogli una posizione gerarchica ed un ruolo all’interno della società. In questo modo è anche eletta la carica governativa di livello più alto, quella di Quizmaster, che di fatto ricopre il ruolo di leader mondiale assoluto. Egli infatti ha il dovere di determinare la linea politica della società, e l’unica autorità alla quale deve sottomettersi è quella dell’Urna stessa: non può depotenziarla (almeno, non esplicitamente) mentre un nuovo sorteggio può in qualsiasi momento destituirlo e nominare il suo successore. Il risultato, è una società dalle posizioni instabile, nella quale qualsiasi privilegiato potrebbe improvvisamente ritrovarsi al gradino più basso della scala sociale, e viceversa una nullità potrebbe salire al rango di Quizmaster dal giorno alla notte. Un sistema, insomma, che dovrebbe garantire la massima equità possibile, e l’unica garantita: quella del caso assoluto.
Al tempo stesso, però, per impedire alla società di andare alla deriva, è stato ideato un sistema di contrappesi al sistema dell’Urna e allo strapotere del Quizmaster. Innanzitutto, la gerarchia istituita tra classificati e non classificati, qui definiti unk. Mentre i primi sono coloro che, integratisi con il sistema, hanno quindi diritto ad assumere incarichi di varia importanza all’interno della società, i secondi – analogamente ai prolet di 1984, o agli eta de Il mondo nuovo – sono la feccia della società, fuori da ogni gerarchia, ridotti alla miseria e alla povertà. La competenza dei primi si esplica nelle conoscenze teoriche e scientifiche, laddove ai secondi sono riservate capacità e professioni di tipo pratico – dall’artigianato al lavoro nella catena di montaggio. Tale differenza essenziale tra i primi e i secondi è rappresentata dal possedimento della capacity card (traducibile come ‘tessera di consapevolezza’, o ‘tessera di maturità’ intesa come un riconoscimento della piena facoltà di intendere e di volere del singolo, ma resa nella traduzione italiana della Fanucci con il confuso nome di ‘tessera professionale’ – ma di questo e altri errori editoriali ho già parlato nel primo post del mese). Inoltre, cosa più importanti, solo coloro che possiedono la capacity card possono partecipare alle estrazioni della lotteria: ciò che l’Urna estrae, in effetti, è il numero di una precisa tessera in corrispondenza con un determinato ruolo nella società. In questo modo, la società di Lotteria dello spazio si assicura al contempo una bassa manovalanza operaia sempre disponibile (poiché non può essere estratta dall’Urna), e un esempio negativo per coloro che tessera e impiego ce l’hanno. Un ulteriore stabilità governativa è poi data dal sistema delle Hills e dei giuramenti. Le Hills sono cinque mega-corporazioni – potremmo dire oggi, multinazionali – che si spartiscono la totalità del mercato mondiale e dei posti lavorativi. Per farsi assumere da una di queste compagnie, bisogna prestare eterno giuramento di fedeltà nei confronti del proprio superiore, il che significa che il giurante dichiara di eseguire qualsiasi comando gli sia da questi impartito (a meno che non si tratti di azione abietta) e di non tradirlo mai. Il giuramento può essere prestato alla carica del proprio superiore – il che significa che se il mio superiore se ne va e ne viene un altro, il mio giuramento rimane valido per quest’ultimo – o all’individuo stesso – il che significa che se il mio superiore se ne va, dovrò seguirlo e restargli fedele qualunque diventasse il suo incarico. Cosa interessante è che quando il giuramento è accettato, la Hill si appropria della capacity card del dipendente, il che significa che quest’ultimo non può più partecipare alla Lotteria e diventa quindi elemento stabile, affidabile della propria compagnia. Il giuramento si considera rotto solamente nel caso in cui i suoi termini siano violati da uno dei due contraenti: se è il superiore a violarlo (ad esempio licenziandolo), gli viene data una liquidazione e restituita la tessera, mentre invece se è il dipendente a farlo, perde per sempre la capacity card, che resta in mano alla Hill. E poiché nessuno mai vorrebbe perdere per sempre la propria tessera (e quindi, la propria dignità e la possibilità di partecipare alla lotteria), coloro che prestano giuramento diventano, tendenzialmente, eterni sudditi in mano alle compagnie, che ne dispongono liberamente finché ne hanno bisogno.
Infine, un ultimo contrappeso è legato alla revocabilità della carica di Quizmaster. Poiché l’Urna sorteggia teoricamente chiunque, potrebbe anche nominare un totale incompetente, dunque un pericolo per la stabilità sociale. E poiché i movimenti della lotteria sono casuali, costui potrebbe restare al governo anche per trent’anni prima di essere sostituito, infliggendo nel frattempo danni irreparabili. A questo scopo è stata ideata la convenzione della sfida, un evento mediatico che può essere chiamato in qualsiasi momento, e durante il quale è nominato un sicario ufficiale con la missione di uccidere il Quizmaster. Se egli riuscirà nell’impresa, diventerà lui stesso il nuovo Quizmaster. Soltanto lui è però legittimato, e può essere inviato un solo sicario alla volta: se ad ucciderlo fosse chiunque altro, non otterrebbe alcun privilegio, ma anzi gli verrebbe negata la possibilità di partecipare mai più alla lotteria. Al tempo stesso, il Quizmaster è costantemente protetto dalla Squadra, un corpo speciale di agenti con poteri telep, in grado di comunicare tra loro a distanza e di istituire attorno al leader una rete mentale capace di individuare qualunque pensiero. Questo sistema garantisce due risultati. Primo, che qualunque Quizmaster ritenuto incompetente o comunque inadatto può essere virtualmente eliminato senza aspettare i casuali movimenti dell’Urna. Secondo, che proprio come il migliore dei reality, la convenzione della sfida avvince e distrae il popolo televisivo, allontanandolo dalle preoccupazioni e dalle ostilità verso il potere, e rendendolo mansueto e fedele al sistema. Come effetto collaterale, poi, abbiamo che il Quizmaster, travolto dalla preoccupazione di restare in vita mentre la convenzione manda un sicario dopo l’altro, diventa più uno stratega che un capo politico, disinteressandosi e non intervenendo sulla situazione sociale. Nell’anno in cui si apre il romanzo, Reese Verrick è il secondo Quizmaster nella storia a rimanere al potere così a lungo – tredici anni – avendo eliminato, con l’aiuto della Squadra, tutti gli assassini che gli sono stati mandati contro. Tuttavia, un movimento dell’Urna lo destituisce all’improvviso, mandando in fumo il piano politico che lentamente aveva intessuto nel corso del suo governo, e nomina al suo posto un incompetente completo. Il nuovo Quizmaster, per certi versi, è un autentico mistero: Leon Cartwright è un debole e insicuro sessantenne che in teoria avrebbe dovuto essere un unk, ma per ragioni sconosciute alla stessa Squadra si trova in possesso di svariate capacity cards (tra le quali, quella sorteggiata dall’Urna). È inoltre leader spirituale di una piccola setta religiosa, i Prestoniti, devota a quel John Preston che, si dice, scomparve in un viaggio interstellare avendo predetto l’esistenza, ai limiti del sistema solare, di un mitico decimo pianeta, disabitato e florido, che egli avrebbe battezzato disco di fiamma. Attorno a questo culto, Cartwright ha radunato una serie di piccoli uomini, e appena scoperto di essere divenuto il nuovo Quizmaster, li fa tutti decollare su di una vecchia astronave diretta proprio alla ricerca di quel pianeta leggendario. Il suo unico scopo come leader del mondo, sembra quello di tutelare il viaggio dei suoi accoliti alla ricerca di una conferma delle proprie convinzioni religiosi.
Ed è in questo contesto di sconvolgimenti politici che viene introdotto il protagonista verso e proprio del romanzo, Ted Benteley. Biochimico di classe 8-8 appartenente ad una delle cinque Hill, Benteley è un ragazzo arrabbiato e un po’ idealista, disgustato dalla corruzione che dilaga a tutti i livelli nelle corporazioni industriali e dall’inefficienza del sistema dell’Urna. Suo obiettivo è quello di prestare giuramento al Quizmaster in persona per avere, in questo modo, una possibilità di cambiare le cose; e quando, a seguito di un tracollo finanziario della Hill, lui e molti altri con lui vengono licenziati e rientrano in possesso delle loro tessere, capisce che è la sua occasione. E tuttavia viene raggirato, perché ignaro della destituzione di Verrick, viene persuaso a prestare giuramento a lui personalmente prima che questi abbandoni il palazzo del governo mondiale. D’altronde questi lo ingannato perché ha bisogno di lui. Da bravo stratega qual è infatti, Verrick, avendo previsto l’eventualità della propria destituzione, aveva posto sotto il suo controllo personale una delle cinque Hill (così da mantenere una posizione di potere anche dopo la perdita della carica) e uno staff di tecnici e biochimici, per elaborare una contromossa e riacquistare il potere perduto tramite la convenzione della sfida. Benteley si troverà quindi coinvolto, suo malgrado, in un terribile gioco di potere tra vecchio e nuovo Quizmaster, e sarà costretto a rendersi conto, a poco a poco, di come il marciume e il fallimento non riguardi soltanto la struttura delle Hill, ma il principio stesso della società in cui vive. E di questo marciume avrà visione – in modi diversi e mai banali – negli altri membri dello staff di Verrick, sui quali spiccano, in particolare, due personaggi secondari di grande caratterizzazione psicologica: Herb Moore, ricercatore brillante, ma cinico e nichilista, privo di senso morale, e pronto a calpestare qualsiasi cosa e a svendersi a chiunque pur di realizzare le sue ricerche, e con esse il proprio ego; ed Eleanor Stevens, ex-telep di soli diciassette anni, seducente ma infantile, che trascorre la sua esistenza passando da un uomo all’altro alla disperata ricerca di un’ancora che la salvi dall’orrore della solitudine e dal peso delle responsabilità. E a differenza di Verrick e Cartwright, che in qualche modo tengono o cercano di tenere le redini del gioco e di determinare le sorti della società, questi due sono già persi, completamente assorbiti nel sistema. Moore, perché talmente corrotto da non prova niente per tutto ciò che non intacchi i suoi interessi immediati, ed Eleanore, perché nel modello deresponsabilizzante della casualità e dei giuramenti vede la realizzazione del proprio sogno di bambina mai cresciuta.
Come probabilmente avrete già intuito da tutte le parole che ci ho speso sopra, il mondo al quale Lotteria dello spazio ci introduce è particolarmente complicato. E in effetti, si potrebbe muovere al libro la critica di essere troppo e inutilmente complicato. Considerate che tutte queste cose che vi ho detto adesso per introdurvi nell’ambiente del romanzo, Dick non le dice mica tutte insieme e tutte all’inizio, ma un po’ qua un po’ là, un po’ esplicitamente un po’ per accenni, alcune cose ripetendole a più riprese ed altre buttandole là una volta sola, e chi s’è visto s’è visto. Può così succedere, in questo più che negli altri romanzi sci-fi di questo periodo, che il lettore arrivi alle ultime pagine del romanzo, si guardi indietro, e improvvisamente senta di non avere più bene chiara la situazione. Certo questo rende il mondo che presenta più realistico e ‘vivo’, dato che molte opere fantascientifiche mostrano il difetto di spiegare a tavolino e un po’ troppo didatticamente come funzionano le loro società (vedasi: inforigurgito). D’altronde, c’erano certo modi migliori e più chiari per introdurre le regole del gioco. Emblematico è il caso del concetto di minimax, che Dick sembra quasi presupporre come conoscenza interiorizzata dal lettore, dato che non spiega mai con chiarezza di che si tratta, e nonostante la centralità del termine nel romanzo. Visto che ci siamo, ve lo spiego io, così vi risparmiate nel caso un po’ di fatica. Il minimax è un tipo di strategia formulato nella teoria matematica dei giochi, che parte dal presupposto che le cose, per il giocatore, possano andare nel modo peggiore possibile. Nelle due diverse accezioni: ossia, che il nostro gioco venga scoperto (nel caso, ad esempio, che stiamo giocando a poker), oppure, più semplicemente, che i nostri avversari riescano a procurarci il massimo danno possibile. Giocare al minimax significa quindi agire in modo tale da minimizzare la massima perdita possibile: cosicché, anche qualora ci andasse male (e nel peggior modo possibile), lo svantaggio che ne nascerebbe sarebbe comunque il minimo. La strategia del minimax è dunque un gioco cauto, che prende in considerazione tutti i possibili imprevisti come se dovessero tutti quanti accadere, e che rifiuta il rischio anche se ciò potrebbe essere occasione di un grande guadagno. Soprattutto, questo non è un metodo che si applichi solamente ai giochi. Come ci ricorda Dick fin dalla citazione con cui il libro si apre, tale strategia fu utilizzata in guerra – ad esempio, nella Seconda Guerra Mondiale dagli americani – e viene ancora oggi utilizzata negli affari, nelle strategie di mercato, per minimizzare le perdite. E sul minimax si fonda (o dovrebbe fondarsi) la stessa società dell’Urna, poiché presuppone che qualsiasi abitante classificato faccia questo calcolo: io ora rivesto la posizione X, ma potrei trovarmi, per un giro della lotteria, a scendere o salire nella gerarchia, in modo del tutto casuale. Allora non posso tutelare gli interessi della mia sola classe a danno delle altre, perché in qualsiasi momento potrei trovarmi espulso da quella classe e patire gli effetti del mio agire; immaginandomi la peggiore situazione possibile, cercherò di rendere anche quella il meglio che posso per minimizzare il danno qualora la sorte mi ci gettasse. E l’intuizione di Dick è talmente brillante che, indipendentemente da lui, negli anni ’70 un importante filosofo analitico – tale John Rawls – costruì, nel suo A theory of justice (considerato uno dei maggiori trattati di filosofia politica del Novecento), un modello di società democratica ed egualitaria proprio fondata sul principio del minimax.
Volendo tirare le somme, potremmo dire che Lotteria dello spazio ha qualcosa in più e in meno del suo romanzo coetaneo, Il mondo che Jones creò. In meno, ha sicuramente la forte componente mainstream, completamente scomparsa: non essendo sposato né avendo un domicilio normale, ma vivendo con lo staff di Verrick e quindi costantemente ‘in situazione’, Benteley è completamente sradicato dalla quotidianità, dalla normalità, dalla vita comune. È un personaggio completamente proiettato nel gioco di potere, nell’azione fantascientifica, nella situazione eccezionale. E tuttavia questo non significa un abbandono dell’introspezione psicologica. Dello stile narrativo e dialogico di quest’opera, si è detto giustamente che, rispetto ai romanzi precedenti e coevi mostra una singolare, e forse eccessiva freddezza. I personaggi sembrano spesso apatici e anaffettivi (in particolare Benteley stesso, che alterna momenti di sincera rabbia e indignazione morale ad altri di completa passività), la comunicazione è difficile e frammentata, e scava poco a fondo. Siamo lontani anni luce dai discorsi che si ripiegano su sé stessi e che vengono reiterati infinite volte de Il paradiso maoista. La scelta però non è né casuale né stupida. Se infatti in quel romanzo veniva sottolineato l’idealismo, la speranza, l’annaspare dei personaggi, il mondo di Lotteria dello spazio è cinico e freddo: e quindi, ancora una volta, Dick adegua il modo di esprimersi dei personaggi al mondo (interiore ed esteriore) dei quali si fanno veicolo. Per quanto siano più radi e meno sentiti, anche solo con poche battute i dialoghi di questo romanzo sanno andare a fondo della psicologia dei personaggi, in particolare quando ci avviciniamo a figure contraddittorie e sofferenti come quella di Eleanore, o di Cartwright. L’introspezione psicologica quindi sopravvive alla vena mainstream, e in questo modo riesce ad integrarsi ancora meglio con la componente sci-fi di quanto non accadesse ne Il mondo, dove infatti si avvertiva ancora una certa rottura, o distanza, tra i due momenti narrativi. In questo senso, quindi, c’è forse un miglioramento da parte dello scrittore.
Lo stesso si può dire per quanto riguarda la gestione delle sottotrame e dei temi. Rispetto al romanzo precedente, Lotteria dello spazio presenta solamente due filoni narrativi, quello dello scontro tra Verrick e Cartwright (con Benteley in mezzo), e quello del viaggio dell’astronave dei prestoniti verso il disco di fiamma. In questo modo Dick riesce a controllarle con maggiore sicurezza, e minore superficialità. E questi due filoni, del resto, confluiscono nella descrizione di uno stesso problema: la disperata ricerca di una giustizia, quando il mondo presente non è più in grado di offrirla. Come Verrick sogna un mondo non più determinato dal caso, come Benteley sogna un mondo giusto e libero dalla corruzione, così Cartwright e i suoi accoliti Prestoniti cercano un mondo nuovo, puro in quanto non ancora toccato dalle dita marce della società (non diversamente da come puro e nuovo appariva il pianeta Venere nella sottotrama di Il mondo che Jones creò). Scegliendo solamente un tema – seppure non privo di tutta una serie di considerazioni satelliti – e un tema forte come questo, Dick evita di impelagarsi troppo come ha fatto nell’altro romanzo, e questo è sicuramente lodevole. Inoltre, nel corpo centrale del libro, l’autore ci regala una delle scene d’azione più complesse (strategicamente) e interessanti di tutto questo primo periodo di produzione fantascientifica, quella tra il sicario e la Squadra che protegge Cartwright. Il fatto che i personaggi suonino freddi e che si parli di cose complicate in modo complicato, pertanto, non deve far dimenticare quindi che si tratta di un libro capace anche di regalare soddisfazioni immediate e momenti di autentica adrenalina. Insomma: un gran bel romanzo per essere stato scritto da un così giovane Dick, meglio costruito rispetto a Il mondo che Jones creò anche se forse non altrettanto potente nelle figure psicologiche dipinte. Come a dire: promette bene il ragazzo.


Voto: 7 ½

A chi può piacere:

- A chi si interrogava sulle possibilità di una società governata dal caso.
- Agli amanti delle sfide di strategia e del combattimento a suon di poteri esp.
- Ai conoscitori della teoria dei giochi.

A chi può non piacere:

- A chi si aspetta un’azione convenzionale e immediata.
- A chi non vuole far lo sforzo di capire le cose.
- A chi non sopporta personaggi poco espansivi.

 
 
 
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