Autore: Philip K. Dick
Titolo originale: The Man who Japed
Editore: Mondadori
Collana: Urania
Pagine: 160
Io non sono un grande amante degli e-book, quei libri virtuali che si scaricano da Internet e si leggono comodamente, a scelta, in formato rtf (Notepad), doc (Microsoft Word) o pdf (Adobe Reader). A me piace il formato libro, quello classico, con la copertina e le pagine di carta, preferibilmente liscia. Certo, un feticista della carta – o semplicemente uno che gli viene il mal di testa o gli si gonfiano gli occhi a leggere troppo a lungo al computer – potrebbe sempre scaricarsi l’e-book e poi stamparlo. Ma vista la spesa in termini di fogli per stampanti, non è il massimo della convenienza. E in ogni caso, si otterrebbe sempre qualcosa di più vicino a quelle sgradevoli fotocopie tipo appunti scolastici piuttosto che a un libro. Quindi diciamo che, nei limiti del possibile, cerco sempre di comprare o farmi prestare libri veri. “Il futuro delle enciclopedie e di tutte le opere di consultazione è la Rete, ma per quanto riguarda i libri, state sicuri che almeno per le prossime generazioni, le generazioni attaccate alla carta, continueranno a stamparli così come adesso” è la mia risposta tutte le volte che si accenna all’argomento. Tuttavia, ci sono dei casi in cui l’unica alternativa all’e-book è, semplicemente, rinunciare a leggere quel libro. Consideriamo il caso di oggi. Redenzione immorale è il primo di due romanzi scritti da Philip K. Dick nel 1955, ossia un anno dopo le due opere di cui ci siamo occupati le scorse volte. Il primo sarà pubblicato nel 1956, il secondo – che si chiama Occhio nel cielo, e che vedremo la prossima volta – nel 1957. I due romanzi rimandano molto l’uno all’altro, tanto per i temi trattati quanto per una nuova declinazione dello stile dickiano, fino a questo momento del tutto assente dalle sue opere. Ma mentre il secondo è stato regolarmente pubblicato, di recente, nell’edizione del venticinquesimo anniversario da Fanucci, come tutti i libri di cui vi ho parlato finora, l’ultima uscita di Redenzione immorale risale all’edizione Urania del 1986. Vale a dire: a meno che non conosciate qualcuno che collezionasse Urania, potete anche abbandonare per sempre la speranza di metterci le mani sopra. A meno che, naturalmente, non vi ‘accontentiate’ di accaparrarvi l’e-book. Che, invece, si trova e scarica in tre secondi: giusto il tempo di andare su Emule, inserire nella ricerca ‘redenzione immorale’ o ‘philip k. dick redenzione immorale’, e pigiare il file che vi attira di più. E visto che è un bel romanzo, vi consiglio di non lasciar cadere quest’opportunità. Tra l’altro, nel corso delle mie recensioni parlerò di altri due romanzi di Dick completamente introvabili, di cui potrete in entrambi i casi scaricare da Internet l’edizione Urania: Illusioni di potere, e Mr. Lars sognatore d’armi. Tutto questo per dire che, per leggere Dick fino in fondo, qualche compromesso con i libri virtuali bisogna farlo giocoforza.
Redenzione immorale si potrebbe idealmente porre questo romanzo come momento finale di un discorso iniziato con l’opera d’esordio Il paradiso maoista e continuato con Il mondo che Jones creò. Nel primo, si introduceva l’idea di una possibile contrapposizione tra una vecchia, stanca civiltà liberale improntata al relativismo e al rispetto indifferenziato di qualsiasi opinione, e una giovane e forte società autoritaria, orientata verso una fede assoluta e unica. Nel secondo, Dick metteva in scena quella stessa contrapposizione, ponendo da una parte il debole governo mondiale fondato sui principi del Relativismo di Hoff, dall’altra l’emergente credo religioso guidato dal precog Jones. E alla fine, nonostante la morte di Jones, era il suo mondo a sopravvivere, e non quello del Govfed. Bene. Il mondo che ci presenta il romanzo di oggi, suona come un’alternativa realizzata della nazione di Jones. Anche la società di Redenzione immorale, fondata dall’idolatrato maggiore Streiter, è nata come reazione alle infelicità e alla distruzione di una guerra mondiale che ha cancellato ogni traccia delle nazioni precedenti. Ma a differenza che ne Il mondo che Jones creò, in questo caso il nuovo mondo è stato direttamente costruito sulle fondamenta di una morale rigorosa e puritana. Redenzione Morale (generalmente abbreviata come Remor o ReMo, a seconda dell’edizione italiana che state leggendo), questo il nome dato al nuovo organismo mondiale. In realtà, ancora una volta le traduzioni italiane non si dimostrano all’altezza dell’originale inglese: Dick scriveva infatti ‘Moral Reclamation’, ossia Reclamazione Morale. L’ideologia che ci sta dietro, è quella di restaurare qualcosa che anni di liberismo e di guerra avevano tolto alle masse: una morale forte, alle cui regole tutti si devono adeguare. Lo stato fondato dal maggiore Streiter è infatti una nazione autoritaria, votata al controllo in un modo morboso. Esso infatti si regge su di un organo unico dal potere assoluto, il Comitato dei Cittadini, che a sua volta ripartisce il suo potere attraverso una serie di Segreterie e di funzionari minori.
Tutti gli abitanti della Terra (ridotta, in modo simile alla leggendaria Trantor del Ciclo della Fondazione di Asimov, ad un’unica città che riempie tutta la terraferma del globo) sono costretti ad abitare in appartamenti di grandi condomini, cosicché le loro abitudini possono sempre essere tenute d’occhio. Chiunque, se solo lo vuole, può fare rapporto sulla cattiva condotta di un proprio vicino o conoscente.E all’imperfetta sorveglianza umana si aggiunge quella precisa e imparziale degli avanguardisti, piccolo robot alti mezzo metro che si muovono nei luoghi pubblici registrando puntualmente tutte le irregolarità a cui assistono. Per ogni condominio, il Comitato centrale nomina una responsabile che raccoglie tutte le note negative sulla condotta dei condomini. Poi, una volta alla settimana, tutti gli inquilini del caseggiato sono chiamati a partecipare ad una sorta di riunione di condominio, dove uno dopo l’altro sono presentati i reclami, e viene fissata, per ciascuno di essi, la gravità dell’infrazione morale e la conseguente punizione. Poiché la morale è nota a tutti, e tutti sono tenuti ad osservarla, tutti sono parimenti tenuti a partecipare all’inquisizione dei colpevoli: non soltanto il rappresentante del potere, ma tutti i condomini sono tenuti a partecipare attivamente al processo, facendo domande e stabilendo colpe. E la pena può variare dal minimo di una semplice reprimenda, al massimo di uno sfratto immediato dal proprio condominio. Questo può sembrare un deterrente ben misero, rispetto agli orrori delle segrete del Ministero dell’Amore di 1984, la distopia orwelliana che più si avvicina al romanzo di Dick. Ma l’atmosfera che si respira in tutto il libro, in effetti, è quella di un 1984 edulcorato, spogliato del carattere di perfezione quasi sovraumana del Socing di Orwell, e caricato invece di un’aura di mediocrità, di pettegolezzo di quartiere, di puritanesimo spicciolo. E infatti, alcune tra le colpe più duramente e spesso condannate, troviamo la fornicazione, gli atteggiamenti anche solo vagamente ‘promiscui’ con donne diverse dalla propria moglie, la bestemmia, l’irrisione del potere, la nullafacenza in ambito lavorativo o la trasgressione delle norme del buon vicinato. Al contempo, la società della Remor è una società di persone sole, perché pur nel comune rispetto della buona educazione e della gentilezza esteriore, l’ossessività del controllo raffredda tutti i rapporti sociali e rende le persone reciprocamente diffidenti. È una società dove non si può chiedere aiuto: perché una simile richiesta implica che chi la avanza abbia una mancanza, un’imperfezione morale, e getta quindi automaticamente in cattiva luce. Inoltre, chiedere aiuto costituisce un’azione egocentrica, la pretesa che la società si fermi e presti la propria mano ad un singolo componente malfunzionante. In una società tutta tesa al benessere collettivo, e convinta che ogni individuo abbia come scopo quello di fare la sua parte per la comunità, un comportamento egoistico come questo è inaccettabile, e moralmente condannabile. L’individualismo, in ogni ambito, è condannato.
E per la stessa ragione, è invece il lavoro ad essere posto come il momento essenziale nella vita di un uomo. Come notava il sociologo ed economista Max Weber nel suo libro più conosciuto, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, nell’ideologia protestante il lavoro assume un valore in sé, come occasione di crescita della comunità intera, e con ciò, del rigore morale del singolo. Il successo lavorativo implica solidità morale, adeguamento al sistema e servizio alla comunità. Nel mondo della Remor, ciò è simbolicamente rappresentato dalla vicinanza del proprio domicilio al cuore pulsante del mondo, il Centro del Comitato a Newer York. Gli abitanti delle fertili colonie spaziali, localizzate su lontane costellazioni come Sirio, Vega o Betelgeuse (in questo futuro la ricerca spaziale si è mossa parecchio, considerando che l’anno in cui la storia è ambientata è solo il 2114, mentre invece in Lotteria dello Spazio, ambientato cent’anni dopo, i terrestri non si erano espansi oltre l’orbita del nostro Plutone), sono posti agli ultimi gradini della scala sociale. La grande città che attraversa tutto il pianeta Terra è rappresentata come una grande seria di cerchi concentrici, ciascuno dei quali rappresenta una maggiore vicinanza al centro del potere. Generazione dopo generazione, servendo lo stato, le famiglie possono sperare di progredire sempre di più nella scala sociale, augurandosi che i loro figli possano ricoprire una posizione geografica migliore della loro. Il proprio domicilio è l’unico emblema e anche l’unica ricompensa del lavoro in questo mondo protestante, giacché un alto dirigente non guadagna molto di più, in termini di denaro, dell’ultimo degli impiegati. Si capisce anche, a questo punto, quanto possa essere terribile l’eventualità di essere sfrattati dal proprio condominio per cattiva condotta: significa una drastica recessione nella scala sociale. Per questa ragione, spesso le persone che vengono cacciati via, o che per altre ragioni che non ce la fanno più e che crollano, non potendo trovare sostegno in seno al loro mondo, si rivolgono alla Casa di Salute. Quest’associazione, che mantiene la sua indipendenza rispetto alla Remor, rappresenta una sorta di grande società psicanalitica, che accoglie presso di sé i malati di nervi per allontanarli dallo stress della vita quotidiana. La Casa di Salute è infatti proprietaria di una serie di pianeti coloniali, chiamati collettivamente l’Altro Mondo, che altro non sono che grandi centri-relax colmi di ogni comfort, dove andare a spasso nudi e fare sesso con chi capita è lecito e quasi incoraggiato. Coloro che vengono scacciati dal duro mondo della Remor possono trovare asilo, e spesso concludere la loro vita, in queste isole felici e libertarie. Ma poiché, così facendo, queste persone non solo si sottraggono alla scala gerarchica, ma fuggono dalle loro responsabilità morali, esse sono disprezzate come nessun’altro dagli abitanti della Remor, come degli emarginati e dei falliti.
È in questo mondo che si muove il protagonista della nostra storia. Il trentenne Allen Purcell (ma che nome di merda però) è un giovane di belle speranze, che lavora come proprietario e direttore di un’Azienda creativa al servizio della Telemedia. Compito di questa società è quello di preparare copioni per spettacoli (televisivi, teatrali, radiofonici), che poi passeranno al vaglio della Telemedia e saranno eventualmente acquistati. La Telemedia, ovviamente, è un organo dello stato, e più propriamente quello addetto alla propaganda dei valori della Remor. È in questo senso che si muove anche lo spirito creativo di Allen. A differenza degli eroi tradizionali della distopia, dal Winston Smith di 1984 al Guy Montag di Fahrenheit 451, il protagonista di questo romanzo sembra accettare, seppure in modo tranquillo e critico, il sistema della propria società. E tuttavia, in lui si annida una grande contraddizione ideologica, destinata ad emergere e a trascinarlo via dalla strada perfetta che si era tracciato davanti. Da una parte, la sua irreprensibilità morale ne fa un esempio per i coinquilini del suo caseggiato alle riunioni di condominio, e le sue capacità artistiche e lavorative lo rendono interessante agli occhi della signora Sue Frost, Segretaria di Telemedia. Fin nella prima parte del romanzo, gli viene prospettata la possibilità di ascendere ai vertici della scala sociale prendendo il posto dell’ormai stanco Myver come amministratore di Telemedia. Dall’altra, il suo sotterraneo disprezzo e rifiuto per il fanatismo provinciale che anima il suo mondo si manifesta in modo più o meno cosciente nell’orrore che prova per la pratica accusatoria e morbosa delle riunioni di condominio settimanale, o nel suo saltuario incontrarsi con i sovversivi Gates e Sugermann nelle abbandonate rovine postbelliche dell’isola giapponese di Hokkaido, a riscoprire vecchi tesori immorali dell’Età dello Spreco – così è chiamato il periodo precedente all’instaurarsi del mondo della Morec – come i giornaletti porno, i pulp magazines e l’Ulisse di Joyce. Ma soprattutto, erompe inconsciamente quando, in momenti in cui non è più padrone di sé (ossia quando è ubriaco, o quando è addormentato), compie atti di vandalismo ai danni della statua del maggiore Streiter, la massima delle icone rappresentative della Morec. In Allen si anima l’impulso irrefrenabile di dissacrare tutto ciò che la società ha di più caro, di infangare ciò che l’ottusa serietà della morale protestante ritiene indegno di qualsiasi forma di umorismo. Ma proprio questa sua indole è ciò che lo spaventa, perché lo pone in conflitto con quello stesso mondo che professionalmente ha abbracciato. E nel disperato tentativo di guarire finirà col rivolgersi, attraverso il consiglio della misteriosa Gretchen Malparto, proprio a quella Casa della Salute disprezzata dalla sua società.
Proprio l’ironia ha una parte fondamentale all’interno del romanzo: a partire dal titolo originale, The man who japed, che potremmo tradurre con ‘L’uomo che irrise’, o ‘L’uomo che dissacrò’. Il verbo ‘jape’ parrebbe essere un termine molto arcaico per indicare l’atto di parodizzare, ridicolizzare, fare satira su qualcosa. Il titolo del libro, dunque, allude all’idea dell’uomo che ha il coraggio di mettere in ridicolo il potere, di scherzare su ciò su cui nessuno scherza. Per quanto anche ‘Redenzione immorale’ abbia un suo senso umoristico – come capovolgimento della Redenzione Morale di Streiter – e per quanto non faccia che riproporre una battuta proferita da Gates all’interno del romanzo, un po’ dell’idea iniziale purtroppo si perde. Idea che, come al solito per quanto concerne il modus operandi dickiano, si rispecchia nello stile narrativo. Per la prima volta, nei toni dell’autore emergono toni ironici, e momenti di aperta derisione nei confronti della materia trattata. Quando finalmente il protagonista, riuscito a liberarsi dal peso dei propri sensi di colpa, accetterà la risata e lo scherzo come una parte di sé e preparerà la derisione finale al Morec, Dick appare addirittura compiaciuto. E il ricorso all’ironia ritornerà poi, ulteriormente enfatizzato, nel coevo Occhio nel cielo. Ma più in generale, la prosa di Redenzione immorale è semplice, leggera, lontana dai toni spesso enfatici, nella loro drammatizzazione, dei similari romanzi di Orwell o Bradbury. La drammatica serietà del romanzo distopico sembra ridimensionata assieme alla moralità del mondo di Streiter, che appare mediocre piuttosto che ‘terribile’, intrappolato com’è nella sua moralità da vecchie portinaie Wasp. Come al solito, alcuni passaggi del romanzo appaiono un po’ troppo affrettati, e tutta la parte (assolutamente superflua) ambientata nelle colonie spaziali è abbastanza mal gestita; ma in questo, c’era forse l’intenzione di venire incontro alle esigenze del mercato della fantascienza senza al contempo perdere troppo tempo in elementi secondari. Non bisogna dimenticare che, nelle opere di fantascienza degli anni ’50, Dick non metteva ancora la stessa cura e lo stesso amore che riservava ai suoi pezzi mainstream. Redenzione immorale si ritaglia comunque, pur nel panorama in cui si inserisce, uno spazio originale, che valga la pena leggere. Per quanto il romanzo recuperi la lezione sia di Orwell che di Bradbury riguardo la riflessione sulla manipolazione dei media per creare il consenso e soggiogare le menti delle masse, sia per i temi trattati che per i toni forse il suo parente stretto è Il mondo nuovo di Huxley (e noi sappiamo che Dick leggeva Huxley, perché lo cita apertamente ne Il paradiso maoista, pur riferendosi ad un altro dei suoi romanzi, Punto e contropunto). E tuttavia, il romanzo di Dick trova la forza per distinguersi anche da questo, anche presentando un personaggio che, per la prima volta, ha forse qualche possibilità in più di opporsi in maniera efficace al sistema. L’unica difficoltà sta, forse, nel riuscire ad ambientarsi, nel corso delle prime pagine, nel mondo che Dick ha costruito, e nell'accettare uno stile e un ritmo narrativo non sempre all'altezza.
Voto: 7
A chi può piacere:
- Agli amanti del genere distopico.
- A coloro che ritenevano troppo enfatico lo stile di 1984.
- A coloro che disprezzano la seriosità e il rigido moralismo da Wasp.
A chi può non piacere:
- A chi predilige storie dai connotati più fortemente sci-fi.
- A coloro che preferiscono i toni drammatici a quelli umoristici.
- Ai perbenisti.
Inviato da: lele.scorpion
il 27/01/2012 alle 00:30
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il 28/10/2011 alle 23:50
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