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Il profumo è il profumo della vita. Un blog di recensioni letterarie e cinematografiche, riflessioni, e quando capita un po' d'autobiografismo.

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« Redenzione immoraleOcchio nel cielo »

Una vita da mormone

Post n°37 pubblicato il 28 Gennaio 2009 da Tapiroulant
 

A tutti piace l’idea di essere i prediletti di Dio. Il problema è che non sempre risulta facile convincere sé stessi e soprattutto gli altri di questa verità. Quando non sei una persona sola ma tutto un popolo, però, le cose cominciano a diventare più agevoli, ed ecco che cominciano a venir fuori stirpi elette da tutte le parti. Negli ultimi secoli del mondo occidentale, l’America è probabilmente lo stato che più ha pigiato il pulsante dell’autoesaltazione da riconoscimento divino, assumendo su di sé quell’eredità che era stata delle tribù di Israele prima, e della Chiesa apostolica romana poi. Ma visto che gli States sono un grande melting pot, le teorie attorno a quest’investitura sono numerose e contrastanti. Oggi ve ne racconto una particolarmente divertente. Un bel giorno Gesù Cristo, dopo aver fatto un po’ di cose, viene crocifisso, muore, epperò dopo tre giorni resuscita, va un po’ in giro, si fa vedere, quindi ascende ai cieli. E fin qui tutto okay. Tuttavia la storia continua, perché dopo un po’ Gesù torna di nuovo sulla terra e va a fare una visita di tre giorni ad un popolo di nativi americani del nord. Poi, passa un altro po’ di tempo, finché una mattina del 1820 non appare di nuovo, assieme a papà, a Joseph Smith che prega nel bosco. Joseph Smith era molto confuso, perché non sapeva se aderire alla dottrina dei battisti, dei metodisti o dei presbiteriani. Perciò Dio decide di trarlo d’impaccio spiegandogli che hanno tutti torto e che solo a lui, per la prima volta, sarà dato di comprendere la vera, vera, vera, vera, vera parola del Vangelo. Nasce così la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni – o, come loro preferiscono dire, la vera Chiesa è finalmente restaurata dopo secoli di oscurantismo. Come si può immaginare, i nuovi arrivati non ebbero vita facile in un ambiente dove c’erano già una decina di confessioni cristiane che si scannavano tra di loro, perciò il grosso del movimento cominciò a spostarsi dalle regioni del New England verso il profondo West. Furono forse i primi pionieri di quei territori ancora largamente disabitati. Fondarono città e città, si insediarono nel territorio, insomma, presero tutta per sé una bella fetta dell’America. Mmm, mi chiedo se questo abbia in qualche modo a che vedere col fatto che oggi la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni vanti 13 milioni di fedeli nel mondo e sia la quarta confessione più diffusa negli States. Forse sono però più conosciuti con il nome di mormoni – così chiamati perché la loro confessione adotta come testo sacro, accanto alla Bibbia, anche il Libro di Mormon profeta.
Fra i principi dottrinali del mormonismo, ce n’è uno particolarmente interessante: il cosiddetto matrimonio celeste, o matrimonio eterno. Si afferma in esso che il sacro vincolo che unisce due persone, laddove celebrato da un sacerdote della Chiesa di Gesù Cristo, non è limitato alla sfera della vita terrena, ma permane nell’eternità (insomma: la clausola “finché morte non vi separi” non è prevista). Questo, naturalmente, a patto che i due coniugi vivano nella rettitudine e nel rispetto dei comandamenti di Dio, vale a dire: niente alcool, niente fumo, niente droghe, niente caffè, insomma niente che possa fare male al tuo organismo (e naturalmente alla tua anima) e crei dipendenza; e poi ancora, niente masturbazione, niente rapporti al di fuori del matrimonio, niente rapporti omosessuali, niente desiderio sessuale al di fuori della vita coniugale (quindi niente pornografia o pensieri sessuali riferiti ad altri), niente fantasie sessuali spinte. La cosa più divertente di tutta questa storia è che se la moglie muore, dopo un po’ il marito può risposarsi, e questo significa che nell’aldilà sarà eternamente unito con tutte e due! Se ci pensate, il meccanismo è quello di un harem dell’aldilà: se un tipo ha la sfiga che continua a morirgli la moglie, e si sposa quattro volte, nell’aldilà sarà per sempre legato a quattro donne devote. Naturalmente, la donna invece non può mai contrarre più di un legame: se il marito le muore, non può più risposarsi. Niente di nuovo sotto il sole: storicamente tutte le religioni sono sempre state molto ostili con le donne, relegandole al ruolo di devote della famiglia e di angeli del focolare domestico. D’altronde, poteva anche andargli molto peggio. Nei primi tempi della Chiesa di Gesù Cristo, la poligamia – o meglio: la poliginia – era una pratica largamente accettata e incentivata nella vita di tutti i giorni, e non un lusso riservato all’aldilà (forse anche per farsi pubblicità e accrescere il consenso per il neonato movimento, forse per consolidare una grande famiglia unita nella dottrina, o forse semplicemente perché agli uomini ci piace la gnocca). Essa fu ufficialmente abolita solo nel 1890, quando il movimento era ormai diventato grande e potente: lo Stato cominciava a fare pressioni serie, non c’era più bisogno di espandersi in questo modo, e la Chiesa voleva cominciare a conquistarsi il favore e l’adesione di ceti borghesi che non vedevano di buon occhio la promiscuità mormonica, quindi era più ragionevole gettare via antichi costumi e proiettarli nell’assoluto della vita dopo la morte (per maggior informazioni, vedasi anche: ‘trasformismo’).
Comunque, è interessante notare come finanche una dottrina religiosa severa e conservatrice come quella mormonica, appaia, per certi versi, più aperta e liberale della nostra Chiesa cattolica (anche se con risultati a volte grotteschi). Per esempio, in conseguenza della grande importanza assegnata ai rapporti amorosi tra marito e moglie, il sesso è visto in un’ottica molto più positiva rispetto alle posizioni tradizionali. Invece che trattarsi di una tollerata e purtroppo necessaria reiterazione del Peccato Originario, un segno dell’impurità degli uomini a seguito della cacciata dal soave Giardino, l’atto sessuale è un gesto naturale e positivo, perché crea la vita e sancisce nuovi legami eterni (dei genitori coi figli) – purché, naturalmente, praticato in modo casto e responsabile. Il che significa che nella pratica non cambia quasi niente, ma almeno non si ingenerano quei paradossi che danno luogo a tante nevrosi tra la nostra gente. Ancora, il sesso omossessuale è ovviamente cosa orribile, dato che i sessi degli esseri umani sono predeterminati dalla nascita e i legami vanno stabiliti sempre e comunque tra un uomo e una donna. Però i mormoni accettano l’omosessualità come qualcosa di naturale e accettabile, il che significa che anche gay e lesbiche possono entrare a far parte della Chiesa; certo, a patto che si diano alla castità e accettino di non fare mai più sesso – né avere pensieri in merito – per il resto della propria vita (ma in fondo che cos’è una rinuncia definitiva all’orgasmo a confronto della grande possibilità di entrare nella grande famiglia della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni? Eh? Eh?). E ancora, l’aborto. L’aborto è sempre e comunque male e non si dovrebbe fare, però, a differenza di quanto prescrive il Papa, abortire è consentito, previo consenso da parte di riconosciute autorità ecclesiastiche, nei casi in cui: la gravidanza sia frutto di stupro o incesto, o metta in pericolo la vita della madre (della serie: meglio che niente). Infine, la Chiesa dei mormoni non grava obbligatoriamente i portafogli di tutti con il suo otto per mille, ma si ‘limita’ a chiedere una tassa del 10% del fatturato annuo – ma loro preferiscono chiamarla offerta – agli aderenti al culto. E questo non le ha impedito di diventare una delle più ricche organizzazioni religiose al mondo, secondo quanto afferma la rivista Time.
Ma se vi sto dicendo questo, non è – forse l’avrete intuito – per un improvviso afflato religioso unito ad un certo gusto per l’esotismo. No. La questione è: Stephenie Meyer è una mormone. E questo ha una sua importanza, se si vuole correttamente interpretare il suo corpus letterario ormai così famoso. Certo, la notizia non è quasi mai affermata in modo chiaro, né vi troverete una esplicita ammissione all’interno della sua biografia on-line. Un accenno alla cosa è scritto alla voce inglese di Wikipedia sull’autrice. Le sue biografie parlano della forte religiosità della sua famiglia d’origine (cui si aggiunge un elemento oggi più che mai distintivo delle famiglie ad alto tasso cristiano: molti figli), e lei stessa racconta della sua attività in chiesa fin da quando era molto piccola (e nell’attività religiosa della famiglia avrebbe conosciuto, fin da piccola, il suo futuro marito). Potrebbe anche darsi che il realtà la Meyer non sia lei stessa una praticante mormone. La cosa non farebbe comunque molta differenza, perché in ogni caso l’eredità culturale della famiglia permane in modo palpabile in lei. E ce ne accorgiamo immediatamente quando mettiamo mano alla serie di Twilight: la storia d’amore tra Bella e il vampiro Edward è un grandioso manifesto all’ideologia mormonica. A lungo mi ero scervellato chiedendomi perché mai una scrittrice di storie d’amore adolescenziali a cui nulla frega di vampiri (tanto da snaturarli completamente) avesse scelto proprio un simile archetipo dell’orrore per costruire la sua storia. Una ragione poteva essere la presa sul pubblico: il tipo del vampiro, si sa, fa molto colpo su di una larga fetta dell’immaginario dei gggiovani. Ma non mi sembrava una ragione sufficiente, a meno di riconoscere nella Meyer niente altro che una squallida operazione commerciale programmata a tavolino. Ma scoprendo del suo passato, ecco l’intuizione. Una love story tra vampiri immortali è la trasfigurazione perfetta, nella vita terrena, di quel matrimonio celeste che è pilastro di tutta la dottrina mormonica.
L’amore tra Bella ed Edward è connotato, sin nelle sue premesse, come qualcosa che deve durare in eterno: in primo luogo come amore talmente forte da non poter mai stancare l’uno o l’altro partner (dunque un amore casto); in secondo luogo, come amore che non sarà frenato neanche dalla morte, perché i due amanti vivranno per sempre. È per questo che tra l’amore razionale, tenero ma ‘normale’ con Jacob, e quello assoluto, bellissimo ma idealizzato con Edward, vince quest’ultimo. Un amore fondato su interessi condivisi, sul piacere del tempo passato insieme, è un amore che, in quanto semplicemente umano, potrebbe anche finire prima o poi: perché gli interessi cambiano, o perché non si sta più bene insieme, o lo sa Dio perché. Un amore fomentato da forze inspiegabili, irrazionali ed ultraterrene, come la bellezza innaturale di Edward o la peculiarità quasi metafisica di Bella, ha invece le carte in regola per durare in eterno, immutabile. È un amore che ha il sapore della predeterminazione divina, cosa che lo colloca in una sfera più elevata rispetto al magma delle mutevoli relazioni umane. Ma oltre alla castità e all’eternità, dicevamo che un legame, presso i mormoni, deve godere di una terza caratteristica: l’essere ufficialmente sancito nel sacro vincolo del matrimonio. Ed è proprio in questo aspetto che la Meyer scopre le sue intenzioni. Non c’è alcuna ragione plausibile perché i protagonisti non possano fare sesso prima del matrimonio, perciò l’autrice inventa a tavolino che, per un non meglio precisato attaccamento alla tradizione, Edward non voglia uscire dal solco dell’iter tradizionale. Non è d’altronde casuale che la ragionevolezza e la tradizione sia qui rappresentata dal Cullen: nell’immaginario meyeriano, il vampiro è più vecchio (quindi più saggio), ma soprattutto è più vicino alla dimensione dell’eterno di quanto non sia il comune mortale, e quindi è più in grado di fare le scelte giuste. Come già aveva accennato Kitsu nelle sue recensioni, il vampiro della Meyer non ha nulla a che vedere con la figura archetipica, che ne fa un reietto della creazione divina, un figlio di Caino, un impuro, un diavolo. Lei rende Edward il portavoce della morale, capace di frenare con la propria esperienza l’avventatezza della giovane e inesperta Bella.
Questo non significa comunque che nell’operato della Meyer io legga un intento programmatico di indottrinamento dei giovani, o una qualche forma di propaganda pro-mormonismo. Lungi da me aderire a strambe teorie del complotto. Non bisogna dimenticare che Twilight nasce come libro autonomo, non come primo capitolo di una serie di successo, destinato a plasmare le menti di una generazione di adolescenti. Quando la Meyer comincia a lavorare alla sua opera, non può nemmeno subodorare la risonanza che è destinata ad avere. Semplicemente, l’opera non può fare a meno di rispecchiare la mentalità della sua autrice. Ciò trova conferma in una serie di clamorose omissioni o prese di posizione, su tutte quelle questioni alle quali la Meyer è sensibile. Bene o male in questo libro si parla di giovani, di tardo-adolescenti alle loro prime, diciamo, esperienze di vita adulta: possibile che non ci sia mai, non dico un personaggio che fuma o beva, o si faccia di coca, ma almeno qualche accenno anche molto laterale a party a base di alcolici, o cose del genere? E invece è proprio così. Si tratta di cancellare con un gesto qualcosa che in qualche modo fa parte della vita dell’adolescente medio (tipo psicologico e sociale che la Meyer vorrebbe appunto riprodurre nel personaggio di Bella). Il fatto stesso che la protagonista rimanga subito incinta alle prime esperienze sessuali, significano un doppio pronunciamento: contro l’uso degli anticoncezionali, e a favore di un rapporto sessuale casto e buono come di quel rapporto che crea nuova vita e un nuovo eterno legame. E strettamente collegato a questo, il tema dell’aborto, il più evidente di tutti. Bella potrebbe abortire, in ciò otterrebbe solo vantaggio a fronte di un parto che promette solo cose brutte – ancora non si sa che Renesmee sarà un angioletto – tuttavia il suo istinto materno e il suo desiderio di dare la vita la vince su ogni ragionamento razionale: comportamento, questo, estremamente caro ai cristiani convinti, e caratteristico di ogni buona ‘madre’. È interessante comunque notare come in questo caso non vengano, come invece nel caso di fumo e alcool, tacciato il contraltare alla scelta di Bella, l’aborto appunto; anzi, gli altri personaggi insistono a lungo per praticarlo. Anche questo però trova, come abbiamo visto, una spiegazione alla luce della maggior flessibilità dei mormoni sul tema, rispetto a come siamo abituati noi. In questo modo, il messaggio che la Meyer fa filtrare, in piena sintonia con la sua tradizione religiosa, è: l’aborto sarebbe anche accettabile, ma portare a termine la gravidanza è in ogni caso preferibile, anche se ciò significa che Bella esplode.

 
 
 
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