Autore: Philip K. Dick
Titolo originale: Puttering About in a Small Land
Editore: Fanucci
Collana: Immaginario Dick
Pagine: 303
Nonostante il fallimento dei tentativi di pubblicazione dei suoi primi due romanzi, Il paradiso maoista e Voci dalla strada, e nonostante si fosse nel frattempo ormai affermato come autore di fantascienza, per tutti gli anni ’50 Philip K. Dick continuò a nutrire la speranza di sfondare al di fuori della letteratura di genere. Scrivere science fiction da una parte gli garantiva a malapena i soldi per vivere – e anche questo non è del tutto vero: nonostante gli assurdi ritmi di lavoro, per non morire di fame era continuamente costretto a contare sull’appoggio economico degli altri, fosse la moglie, degli amici, l’agente o persino l’editore di turno – dall’altra, gli impediva di ottenere notorietà o riconoscimento, perché il genere avrebbe cominciato ad essere nobilitato solo verso la fine degli anni ’60. Sicché egli vedeva nei suoi lavori fantascientifici una forma temporanea di sostentamento nell’attesa che qualcuno si accorgesse della sua ‘roba seria’. E di roba seria ne produsse veramente tanta: Mary e il gigante, The Broken Bubble, In terra ostile, Confessioni di un artista di merda, Humpty Dumpty in Oakland, L’uomo dai denti tutti uguali, solo per citarne alcuni, e tutti scritti nello spazio di sette anni, senza mai smettere nel frattempo di pubblicare romanzi e racconti sci-fi! Se ve lo state chiedendo, sì: era un grafomane. E tra gli altri, anche In questo piccolo mondo (il cui titolo originale, Puttering about in a small land, fortunatamente non è stato storpiato poi molto), di cui ci occuperemo quest’oggi. Scritto nel 1957, e cioè due anni dopo Redenzione immorale ed Occhio nel cielo e un anno prima del famoso Tempo fuor di sesto, In questo piccolo mondo sarà però ignorato come tutti gli altri. Perché, allora, tra i tanti ho scelto proprio questo? Tre ragioni. Primo: mi piaceva la copertina. Secondo: è uno dei libri mainstream di Dick più facilmente reperibili, visto che è stato pubblicato per la prima volta da Fanucci nella recentissima e ancora reperibile edizione del venticinquesimo anniversario. Terzo: è un’opera già appartenente ad un periodo maturo della produzione dickiana, e questo mi permette di valutare i passi avanti che l’autore ha compiuto dai tempi del Paradiso maoista. Tra la stesura del suo primo romanzo mainstream e questo sono passati infatti la bellezza di sette anni. Né bisogna pensare che questa sia solamente una digressione fine a sé stessa nel terreno dei suoi romanzi pubblicati postumi: In questo piccolo mondo occupa una posizione di rilievo all’interno del corpus letterario dickiano, ponendosi in continuità di tematiche tanto con Occhio nel cielo, il suo romanzo precedente (di cui ci siamo occupati, tra l’altro, la volta scorsa), quanto con Tempo fuor di sesto, il suo lavoro successivo nonché uno dei più ricordati dai fan e della critica.
E l’elemento che tiene uniti tutti questi romanzi è: vita coniugale nell’America degli anni ’50. Più precisamente, nell’America della costa occidentale, tra Los Angeles e San Francisco, quella terra che Dick conosceva così bene, dato che ci viveva. Roger Lindahl è un uomo di quarant’anni, proprietario e gestore di un piccolo negozio di elettrodomestici specializzato in televisori, che è la sua piccola fonte di gioia e di distrazioni dalla pesantezza dell’esistenza. Ha una moglie, Virginia: donna intelligente, pratica, efficiente, desiderosa e capace di pianificare la propria esistenza su basi solide. Virginia è però costretta a vivere tutte le contraddizioni del progressismo anni ’50: da una parte, le sue capacità gestionali la renderebbero capace di condurre un’attività propria e di avere successo nel mondo lavorativo; dall’altra, è pur sempre una donna, quindi dovrebbe (come fa) lasciare al marito tutti gli oneri pecuniari per incarnare il ruolo di angelo della casa, di madre attenta e di brava massaia. Roger e Virginia però sono ai ferri corti, e il loro matrimonio va avanti per inerzia, spinto più dall’abitudine consolidata e da ragioni pratiche piuttosto che per una sincera, reciproca passione. Lui è un sognatore, che sente di aver fallito nella propria esistenza e pensa che potrebbe avere una nuova occasione solo scappando, mollando la famiglia e facendosi una nuova vita altrove (tanto l’America è grande), lui e la sua fidata macchina soltanto, magari tornando nella sua terra d’infanzia, l’Arizona. Lei è di sani principi morali, una donna che esclude dal proprio campo visivo ogni fantasticheria inutile e che non è disposta a cedere al marito se questo deve significare un danno personale. Poiché dunque lui non può andarsene, la sua vita si riduce a lotte con la moglie, e quando lo stress è troppo, il rifugiarsi nel negozio (anche nel cuore della notte), unica cosa che possieda ad essere interamente sua, unico suo vero piacere nella vita. Ma i Lindahl hanno anche un figlio, Gregg, di otto anni. Ed è proprio lui ad avviare la vicenda che mette in moto il romanzo.
Il povero Gregg sembra soffrire d’asma a causa dello smog cittadino, perciò Virginia decide di farlo iscrivere in una lontanissima scuola privata (nonché esclusiva) in alta montagna. Seguono litigi vari col marito, ripensamenti, riripensamenti, vita di coppia. Ma quello che ci importa è: che alla scuola i Lindahl conoscono i Bonner, Chic (assurdo diminutivo per Charles) e Liz, anche loro con figli. Chic è un corpulento e bonario uomo d’affari di mezza età, che dedica tutto il suo tempo e tutta la sua passione coltivando audaci progetti commerciali. È un personaggio abbastanza monodimensionale; non perché non sia fatto bene, ma perché, più che altro, non gli viene mai offerta l’occasione di emergere, rimanendo sempre piuttosto sullo sfondo. Molto più interessante è la personalità di Liz, donna bellissima, tette grosse, e una grandissima capacità di affascinare, insomma la pura donna-sesso. Al contempo, però, è vanesia, sciocca, del tutto incapace non soltanto di progettare il futuro, ma di avere anche solo una chiara visione d’insieme del presente. Viene paragonata continuamente a una bambina, più o meno da tutti, e non perché sia stupida (anzi: non è stupida), ma perché, come un infante, vive di sensazioni, di impressioni immediate, di ciò che le viene in mente al momento, e sembra che la parola ‘memoria a lungo termine’ le sia estranea. Ed è questo, di lei, ad attirare irresistibilmente Roger. Lui che non sopporta la propria vita statica e inutile, non sopporta la propria, castrante moglie, e ancora meno sopporta l’aristocratica suocera, e che al contempo sa di non potere scappare lontano, immagina di poter trovare in lei una via di fuga. Relazioni extraconiugali: l’ultima spiaggia per il marito che vuole liberarsi dell’oppressione familiare. I rapporti interpersonali all’interno del romanzo sono però numerosi e sfaccettati, e al rapporto tra Roger e Liz se ne sovrappongono altri: Chic che sogna di mettersi in affari con Roger ed espandere la sua attività commerciale, Virginia che si prende carico delle responsabilità lavorative del marito, la madre di Virginia che con calma e perizia sobilla la figlia contro il marito. E altri ancora, fino ad arrivare ad un finale allucinante e inaspettato.
La struttura narrativa di In questo piccolo mondo ricorda abbastanza da vicino quella del romanzo d’esordio mainstream di Dick, Il paradiso maoista. La prima metà del libro presenta poco alla volta tutti i personaggi della vicenda, focalizzandosi in particolare sulla vita di coppia di Roger e Virginia attraverso una serie di lunghi flashback che occupano interi capitoli. Nella seconda, si mettono in moto le dinamiche profonde dei personaggi, azionando una catena di conseguenze che accelererà sino al desolante finale. Ma molto più interessante è la distanza che si instaura tra questi due romanzi. Prima differenza essenziale tra le due opere è il cambio di setting. Se l’ambientazione de Il paradiso maoista era particolare e sopra le righe, In questo piccolo mondo ci getta in un mondo che più convenzionale e vicino all’esperienza dello scrittore non si potrebbe: l’America a cavallo tra gli anni della Seconda Guerra Mondiale e la ripresa economica e tecnologica degli anni ’50. Quando recensii Il paradiso, ne lodai l’originalità dell’ambientazione. Tuttavia, proprio quel carattere ne rappresentava anche il più grande limite: ossia la distanza da una situazione reale. Per quanto i personaggi agissero in modo spontaneo e credibile, le loro relazioni erano date dal carattere del tutto eccezionale della loro condizione di prigionia forzata, di esperimento sociale del tipo: ‘vediamo cosa succede se…’. Collocare i suoi drammi psicologici nella realtà di tutti i giorni, permette invece a Dick di affrescare la realtà sociale, e di parlarci esplicitamente di tutte le contraddizioni che agitano l’America dei suoi anni: l’utopia del sogno americano, la donna a metà tra l’emancipazione e la tradizione, il dovere morale di realizzare i propri sogni e l’impossibilità di questa realizzazione. Del resto, i suoi libri di fantascienza, come abbiamo visto, gli fornivano il terreno per compiere, anche meglio di prima, tutti gli esperimenti sociali che voleva; non aveva più bisogno di occuparsene nei romanzi mainstream. È questa una scelta che lo avvicina al realismo americano, quello stilema che imponeva allo scrittore di parlare del proprio vissuto, di esperienze che aveva sperimentato da vicino, dell’America vista attraverso i suoi occhi. Una narrazione che sta a tanto così dallo sfociare nell’autobiografia. E infatti fortemente autobiografico è tutto il romanzo: Dick è Roger, un uomo al suo secondo matrimonio, insoddisfatto della propria vita, schiacciato a metà tra i suoi doveri coniugali e la sua tensione verso l’infinito e l’immaginifico. Con questo romanzo, Dick vuole forse esorcizzare angosce che non gli davano pace.
A distinguere questo romanzo da Il paradiso maoista è però anche lo stile narrativo. Nel suo lavoro d’esordio, avevamo visto che l’incertezza esistenziale dei tre protagonisti si rifletteva nell’arzigogolio dei loro dialoghi, pieni di ripetizioni, reiterazioni, ingarbugliamenti, ossessività. In questo piccolo mondo ci mostra invece dialoghi brevi e quasi schematici, che vengono subito al dunque. Quando un discorso smette di essere strettamente rilevante, solitamente Dick cessa di riportarlo e manda avanti veloce, ricorrendo al discorso indiretto (della serie: e passarono altri venti minuti a parlare, ma a noi che ce frega?) oppure saltando direttamente alla scena successiva. Cosicché, quelle rare volte in cui le parole di un personaggio ci vengono mostrate in tutta la loro estensione e prolissità, esse emergono per netto contrasto rispetto a tutte le altre. E il mutato stile dialogico non fa che esprimere una mutata atmosfera. Se il giovane Dick de Il paradiso maoista descriveva un mondo emotivo fragile, ma pieno di speranze e sogni per il futuro, il Dick di sette anni dopo ci schiaffa davanti la realtà in tutta la sua aridità e tristezza. L’inutile vuotezza della vita dei personaggi principali si riflette in uno stile descrittivo sobrio, tradizionale, che deprime il lettore. E il contrasto si fa ancora più forte se apriamo un paragone tra questo romanzo e i lavori di fantascienza degli stessi anni. Se nello sci-fi uno degli elementi più importanti è il ritmo, che necessita di essere sempre coinvolgente e ricco di colpi di scena, qui il ritmo disarma più che avvincere, e non accade praticamente mai nulla che il lettore non avesse già presagito. Se nello sci-fi a dominare sono i grandi avvenimenti e le forti emozioni, qui campeggia lo squallore di esistenze normali che fanno cose normali, soffrono tormenti normali e normalmente si consumano. Se nello sci-fi ci si può permettere uno sguardo ottimistico al futuro (anche se mai Dick esprime un pronunciamento definitivo su come andranno a finire i suoi personaggi), e i problemi coniugali di Jack e Marsha possono risolversi grazie a un incidente che coinvolge un bevatrone e realtà alternative, il più maturo target della letteratura mainstream richiede un cinico e disincantato realismo: se un matrimonio va a rotoli, continuerà ad andare a rotoli.
Ed è questo, probabilmente, il nocciolo della distanza che si apre tra la fantascienza dickiana di questo periodo, e i romanzi non di genere: l’ambito mainstream è ciò che permette a Dick di affrontare questioni adulte, in modo adulto. Ritratti psicologici vividi e convincenti, approfonditi a dovere, si affiancano alla costruzione di rapporti umani di una crudezza tale che uno si aspetterebbe di trovarne nella vita reale piuttosto che nella letteratura. L’autore è capace allora di parlarci della fine dei sogni di un Roger Lindahl o del soffocante pragmatismo quotidiano della moglie Virginia senza lasciarsi andare ad alcun lirismo, ad alcuna poesia spicciola, dimostrandosi fine psicologo piuttosto che facile retore. Nessuna simpatia o solidarietà per il povero, un po’ squallido protagonista, né alcuna presa di posizione: Dick si limita a presentarci una serie di fatti che parlano da soli. Ognuno si costruisca, poi, la propria morale e le proprie conclusioni. Insomma: è un romanzo molto interessante, che in qualche modo coinvolge. Inoltre, tematizzando l’impossibilità di felici rapporti coniugali e la desolazione del vivere nell’America di quegli anni, In questo piccolo mondo pone inoltre le basi di quelli che saranno i più grandi romanzi mainstream dell’autore, Confessioni di un artista di merda e L’uomo dai denti tutti uguali. Non temete: a suo tempo, parlerò anche di quelli.
Voto: 7 ½
A chi può piacere:
- A cinici e disincantati che vogliono un appoggio per la loro tesi.
- A chi è in cerca di una critica priva di retorica al sogno americano.
- A chi è in cerca del grande romanzo americano, in dimensioni ridotte.
A chi può non piacere:
- A chi era abituato ai suoi romanzi fantascientifici.
- A coloro che detestano i ritmi lenti.
- A chi crede che questo romanzo parli di un vortice di tradimenti e vendette.
Inviato da: lele.scorpion
il 27/01/2012 alle 00:30
Inviato da: edoardo
il 28/10/2011 alle 23:50
Inviato da: Simona
il 01/06/2011 alle 18:34
Inviato da: chiaracarboni90
il 23/05/2011 alle 16:15
Inviato da: Giulia
il 24/11/2010 alle 11:22