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Il profumo è il profumo della vita. Un blog di recensioni letterarie e cinematografiche, riflessioni, e quando capita un po' d'autobiografismo.

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Tempo fuor di sesto

Post n°42 pubblicato il 07 Febbraio 2009 da Tapiroulant
 

Autore: Philip K. Dick
Titolo originale: Time Out of Joint
Titolo alternativo: Biography in Time
Editore: Fanucci
Collana: Immaginario Dick
Pagine: 221


“The time is out of joint; O cursed spite! / That ever I was born to set it right!”. Così recita Amleto nell’omonima tragedia shakespeariana, dopo che il fantasma del padre gli ha fatto visita e gli ha rivelato l’identità del suo assassino, il perfido nonché avido di potere zio Claudio. Amleto è sconvolto, poiché la manifestazione del padre è un evento soprannaturale che, in un attimo, cancella la sua concezione della realtà e l’ordine dell’universo, gettandolo nella confusione e nell’incertezza cosmica. Un tema che sa di dickiano? Ma naturalmente: e infatti con Time Out of Joint Dick ci fa su un romanzo. Ragle Gumm è un uomo di trent’anni (quindi: l’ennesimo alter-ego di Dick) che passa le sue giornate partecipando ad un quiz a puntate su di un quotidiano, intitolato Dove si trova l’omino verde? nel quale, data una grande griglia di caselle, bisogna individuare ogni giorno quella corretta, quella appunto dove si trova l'omino verde. Da oltre un anno Ragle è il massimo campione del gioco, e il solo fatto di giocare gli permette di mantenersi, dato che le sue costanti vittorie hanno innalzato il montepremi a livelli altissimi. L’enigma è corredato da una serie di versi misteriosi e allusivi, che dovrebbero implicare la soluzione; tuttavia non è grazie ad essi che lui riesce a risolverlo quotidianamente. Ragle ha la capacità innata di intuire un disegno dietro le cose, di cogliere le progressioni e le corrispondenze: accompagnando questo talento con lo studio della statistica, grafici e tabelle, è dunque in grado, con una certo margine di precisione, di predire la casella corretta del giorno sulla base delle posizioni precedenti e sull’intuizione di quelle successive. Ed è diventato a tal punto un simbolo, un campione, che la redazione del quotidiano da intavolare con i direttori del concorso un accordo sottobanco: per non rischiare di essere eliminato, tutte le volte che non è sicuro di aver risolto il problema del corso, può inviare fino a dieci soluzioni diverse insieme, secondo un grado di decrescente certezza. La sua vita, insomma, dipende dalle vincite quotidiane di questo concorso. Pur potendo in questo modo coprire tutti i costi del mantenimento, Ragle non vive da solo, ma sta a casa della sorella Margo, in un tranquillo quartiere residenziale della periferia. Con loro vive anche Victor, detto Vic, che lavora come direttore di un piccolo supermercato in città, e al loro figlioletto, che passa il tempo tentando di costruire una radio perfettamente funzionante. C’è anche una coppia di vicini insopportabili e invadenti, i Black: lui, Bill, è un tizio simpatico e un po’ spocchioso che lavora per la compagnia dell’acqua, lei, Liz, è una donna vanesia e sciocca, ma terribilmente fresca ed eccitante. Liz campeggia nei sogni di Ragle, che vorrebbe naturalmente farsela in barba al marito di lei, e nonostante i continui rimproveri in proposito da parte di Margo e Vic, sulla falsariga del: ‘puoi trovare di molto meglio’.
Il tutto, calato in una tranquilla realtà da piccolo centro di fine anni ’50, dove splende sempre il sole, nulla accade e tutti i giorni sono uguali. Dick dunque ambienta nuovamente la sua science fiction nel presente, come già accadeva in Occhio nel cielo? Non proprio. Perché in questa realtà apparentemente così ideale, c’è qualcosa che non va. Vic che entra in bagno per prendere delle medicine e fa per tirare la cordicella della luce, quand’ecco che scopre che non c’è mai stata una cordicella, ma un interruttore a parete. Oggetti e negozi che all’improvviso, di fronte agli occhi attoniti di Ragle, si incantano, perdono di consistenza, scompaiono e lasciano dietro di sé solamente un foglietto di carta con su scritto il nome di ciò che rappresentavano, come: ‘panchina’, o ‘chiosco dei gelati’. La radio, clandestinamente costruita dal figlio di Vic e Margo con l’aiuto di Ragle, che capta misteriosi dialoghi provenienti da sopra le loro teste. La scoperta, in un gruppo di vecchie rovine mai fatte abbattere dal comune, un vecchio elenco telefonico che copre città che non esistono nella realtà, e una serie di consunte riviste di spettacolo che parlano di personaggi e cose mai viste, tra i quali spicca una ‘certa’ Marylin Monroe. E l’ingombrante sensazione che attanaglia Ragle a volte, e gli fa pensare di essere il centro di un universo che si muove costantemente in sua sola funzione. Pur nel costante terrore di essere completamente impazziti, nasce in Ragle, Vic e Margo la lenta sensazione che davvero qualcosa non vada nella realtà: che il problema non sia nelle loro teste, ma fuori, nel mondo vero. E ad esse si aggiunge il crescente senso di inadeguatezza, di inutilità esistenziale e di infantilismo che assale e trascina giù Ragle giorno dopo giorno, al pensiero di star centrando tutta la propria vita su di uno stupido concorso di giornale, invece di fare come i grandi che si trovano un lavoro serio. Tali sono le basi di una quest che trascinerà i protagonisti in un gioco pericoloso con il mondo, e in un disperato tentativo di fuga.

Scritto nel 1958, e cioè un anno dopo In questo piccolo mondo, e a due anni di distanza dai suoi ultimi lavori di fantascienza, Redenzione immorale e Occhio nel cielo, Tempo fuor di sesto costituisce anche l’ultimo romanzo sci-fi realizzato da Dick negli anni ’50, prima del celeberrimo L’uomo nell’alto castello (qui in Italia meglio conosciuto con l’infelice titolo La svastica sul sole). Nello stesso anno, lavorò anche ad un'opera fantascientifica con contaminazioni mainstream oggi andata perduta, Nicholas and the Higs, di cui ci rimangono solamente una nota di rifiuto da parte della casa editrice e un commento sul senso del romanzo lasciato dall'autore, e un altro romanzo, prettamente non di genere, intitolato In terra ostile. Mamma mia, quanti corsivi che ho utilizzato nel giro di un paio di frasi. Comunque, dicevamo. Dopo Occhio nel cielo, questo lavoro costituisce il secondo tassello del lento passaggio da tematiche più propriamente distopiche e sociali ad altre più orientate sul dramma individuale, sulla sanità mentale, sulla crisi esistenziale, sul problema di non riconoscere più il mondo come reale. Tempo fuor di sesto è il romanzo della graduale e terribile scoperta che il mondo come lo conosciamo è solo un velo, un inganno calato su di noi per nasconderci qualcosa che potrebbe essere sgradevole. È il romanzo della lenta presa di posizione da parte di un uomo nei confronti della verità, e della ricerca di questa verità. Su tutte le altre, campeggia forse per la prima volta nella narrativa dickiana la domanda: che cos’è la realtà? Cosa distingue il mondo falso dal mondo vero? E anche una volta dipanato l’intreccio principale rimangono, pesanti, le questioni di fondo: cos’è preferibile, restare nell’inganno perché è piacevole e tranquillizzante, o affrontare di petto la realtà, pur con tutti i suoi orrori? Accanto a questo, emerge anche l'altro tema cui avevamo prima accennato, ossia il dramma psicanalitico interiore e individuale. Sentirsi seriamente al centro dell'universo non è mai un pensiero molto rassicurante, specialmente quando si è molto autocritici nei propri confronti. Di fronte ad una serie di indizi inquietanti ma mai probanti in modo definitivo, e ad una serie di persone che stan sempre a dirti “ma và, ma cosa vai a pensare, non è che sei un po' esaurito?”, il dubbio di essere effettivamente paranoici sorge, e non è un bel pensiero. Se sei assolutamente convinto che nel bagno ci dovesse essere la dannata cordicella e non un interruttore a parete, il problema può essere dentro la tua testa. Se dalla radio costruita da tuo figlio si captano strani dialoghi che sembrano avere te come oggetto, forse è frutto della tua interpretazione malata ed egocentrica, e in realtà stanno parlando di qualcosa di assolutamente normale e innocuo. E Ragle non potrà fare a meno di porsi la domanda: ma il problema, è fuori nel mondo o dentro la mia testa?
Tempo fuor di sesto inoltre rappresenta il primo sposalizio veramente fortunato, in Dick, tra i topoi, e il ritmo della fantascienza, con l'atmosfera e lo sfondo psicologistico della letteratura mainstream. Le scoperte e le indagini di Ragle Gumm e Vic si inseriscono all’interno delle normali occupazioni della vita quotidiana, così come non mancano, per il protagonista, tutta una serie di problemi assolutamente normali, come la sua tentazione di sedurre Liz mentre il marito è al lavoro, o la difficoltà di far accettare agli altri, e al proprio orgoglio, il suo insolito ‘lavoro’. Numerosissimi sono nel romanzo gli elementi recuperati dalla narrativa mainstream di Dick mai pubblicata di quegli anni, e in particolare – ve ne sarete già accorti – da In questo piccolo mondo. A partire dall'intreccio di vite coniugali collocato in un'atmosfera da tranquilla e conservatrice cittadina americana di provincia. Dell'opera di fantascienza, Tempo fuor di sesto recupera l'elemento mystery dell'indagine, piuttosto che la componente fortemente action o dichiaratamente politica della maggior parte degli altri suoi romanzi, da Lotteria dello spazio a Il mondo che Jones creò. I protagonisti sono tutta gente normale, non l'uomo giusto al momento giusto in stile Ted Benteley (o almeno, apparentemente... fuu fuu fuuuu). Il personaggio di Liz è preso di peso e trasportato, pressoché identico, da In questo piccolo mondo nel nuovo libro, con la differenza che le è riservato uno spazio molto minore e ne facciamo una conoscenza più superficiale, sicché è accentuato il lato stupido e infantile più che quello erotico. Anche Margo non è una creazione nuova, ma semplicemente una versione più positiva e meno castrante di Virginia. Il rapporto con il marito è migliore, in parte perché lei, pur rimanendo una donna pratica e improntata all’efficienza, si tiene più fuori dalle questioni che lo riguardano, in parte perché lui stesso è un personaggio meno problematico del Lindahl di In questo piccolo mondo. Il personaggio di Roger infatti non rinasce nelle spoglie di Vic ma piuttosto in quelle di Ragle, l’uomo straniato dai meccanismi della vita media americana (sta a casa tutto il giorno per via del concorso, come gli viene diverse volte rimproverato, e il suo lavoro è poco serio), che si sente inadeguato, e vorrebbe evadere. E tuttavia, poiché questa è fantascienza e non la vita vera, ci sono più speranze per gli animi eccentrici come lui, e forse dopotutto il problema non è in lui ma nel mondo. Più in generale, comunque, bisogna riconoscere che per la prima volta davvero la vita quotidiana e il sovrannaturale riescono a fondersi con vero equilibrio, senza dar luogo a quell’attrito e a quelle soluzioni affrettate che caratterizzavano invece lavori come Il mondo che Jones creò.
Non mancano però una serie di difetti che minano in parte l’originalità dell’intreccio e l’attenzione posta dei temi principali del romanzo. Proprio dal paragone con In questo piccolo mondo, infatti, l’elemento mainstream esce sconfitto. Essendo i tratti psicologici di base dei personaggi più o meno gli stessi, non si può fare a meno di notare come qui siano meno meno incisivi, e meno approfonditi i rapporti umani in generale. Un personaggio potente come Liz, seppure mantiene ancora una sua utilità ai fini della trama, rimane sempre sullo sfondo, non emerge mai, e rimane una figura di superficie un po' macchiettistica. Solamente i personaggi di Ragle e Vic, e in parte quello di Bill Black, appaiono realizzati a dovere e convincono. Il primo soprattutto, rappresenta una differente possibile evoluzione del sognatore insoddisfatto Roger, caricato in più dei dubbi e delle paranoie dettate dalla propria specialissima condizione di protagonista di un romanzo sci-fi. E, senza cadere nella brutta trappola degli spoiler, posso aggiungere che quanto si scoprirà su di lui nel finale aggiungerà alla sua caratterizzazione una incredibile profondità e un nuovo piano di riflessione psicologica. Proprio il finale però, senza addentrarci in particolari, ha più difetti che pregi. L’ambientazione e l'intreccio costituenti della realtà dietro al mondo di Ragle sono poco più che abbozzati, elaborando su di una specie di sfondo cyberpunk-distopico qualche idea linguistica e comportamentale interessante che anticipa Anthony Burgess (grande autore britannico di sci-fi, è la mente dietro ad Arancia Meccanica, ne avrete sentito parlare) ma suona al contempo un po' fine a sé stessa, comunque mai approfondita quanto meriterebbe. E la soluzione del mistero che domina tutto il romanzo arriva prevedibile nelle sue parti essenziali, e mal scritta e insoddisfacente nei dettagli. L’idea è buona; ma sviluppata male, con troppa fretta. Si dedicano troppe poche pagine per la chiusura di un intreccio che ha occupato le precedenti 200, e al lettore le rivelazioni decisive arrivano come la soluzione in fondo alla Settimana Enigmistica piuttosto che come momenti di grande drammaticità. Da una parte, il lettore è bombardato di troppe informazioni tutte insieme, dall’altra, tutta una serie di questioni, di temi, di elementi anche interessanti, sono gettati lì a casaccio e risolti nel giro di qualche pagina. Va bene che il fulcro del romanzo stava prima, nel mondo di Ragle, e tutte le altre sono considerazioni funzionali ma accessorie, tuttavia, a raccontarle così, si faceva forse meglio a chiudere il romanzo prima e a lasciare un finale aperto, senza il mistero risolto. Forse che Dick era a rischio di non rispettare le scadenze e aveva paura di morir di fame?
Questi problemi indeboliscono Tempo fuor di luogo e lo rendono di fatto un capolavoro mancato. Ed è un vero peccato, considerando la forza d'impatto dell'idea di base. Il topos della realtà fasulla avrebbe poi riscosso un grandissimo successo nel genere fantascientifico, e se ci pensate, è l'idea che sta alla base di grandissime opere contemporanee di contaminazione fantascientifica quali Matrix e soprattutto The Truman Show. Mentre però il film con Jim Carrey, che è del 1998, è centrato sul tema dello spettacolo – nella stupenda fusione di soap opera e reality show – l’attenzione di Dick si concentra ancora sul tema della guerra, del dramma militare, e sul terrore degli olocausti nucleari. Comprensibilmente: nel ’58 le tensioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica erano praticamente all’apice, e il terrore del terzo conflitto mondiale sempre sveglio nel popolo americano. Rimane, comunque, il miglior romanzo fantascientifico di Dick degli anni ’50, e più in generale un'opera sci-fi sopra la media. Tanto l'indagine quanto il dramma esistenziale coinvolgono, e forse più anche che negli altri romanzi, al lettore viene continuamente voglia di andare avanti, di scoprire cosa c'è dopo e poter finalmente dipanare il mistero. Il tutto condito da uno stile sobrio, non particolarmente elaborato ma adatto alla materia raccontata, che non risparmia qualche punta di umorismo (anche se siamo lontani dall'uso pesante e sistematico del jape proprio dei due romanzi sci-fi precedenti). E poi, questo romanzo è anche un trampolino di lancio essenziale per entrare nella mentalità e nei grandi temi che domineranno la sua produzione successiva.


Voto: 7+

A chi può piacere:

- A coloro che adorano la realtà che si sfalda e l’anello che non tiene.
- A chi ama le commistioni tra sci-fi e romanzo investigativo.
- A chi vorrebbe conoscere ciò che sta all’origine di Matrix.

A chi può non piacere:
- A chi fosse in cerca di una forte componente action.
- A chi preferisse l’intrigo politico al dramma di una persona.
- A chi non prende sul serio i concorsi a premi.

 
 
 
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