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Il profumo è il profumo della vita. Un blog di recensioni letterarie e cinematografiche, riflessioni, e quando capita un po' d'autobiografismo.

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Confessioni di un artista di merda

Post n°44 pubblicato il 11 Febbraio 2009 da Tapiroulant
 

Autore: Philip K. Dick
Titolo originale: Confessions of a Crap Artist
Editore: Fanucci
Collana: Immaginario Dick
Pagine: 246


Nel 1959, Philip K. Dick sta vivendo un momento particolarmente difficile della sua vita. Giusto il tempo di divorziare ufficialmente dalla sua seconda moglie, Kleo Apostolides, e s’è già trovato una sostituta. Anne Rubinstein, che sposerà nello stesso anno, è però una donna molto diversa da quelle con cui aveva avuto a che fare fino a quel momento; una donna che non poteva limitarsi a fare da spalla e sostegno alle ambizioni del marito. È colta, è intelligente. Vedova di un poeta, si ritiene lei stessa una poetessa. Madre di tre figli, richiedeva un certo impegno economico e affettivo per mandare avanti la famiglia. Altera, dominatrice e un po’ morbosa nei suoi rapporti sentimentali, aveva bene in mente una chiara idea di quali cosa fosse arte e cosa non lo fosse. E la fantascienza non lo era. Tutt’al più, si trattava di uno sgradevole sacrificio per pagare le bollette. Un po’ perché già Dick non si sentiva pienamente realizzato all’interno del piccolo, ‘sporco’ e dimenticato mercato dello sci-fi, un po’ per le pressioni intellettuali prodotte dalla moglie, il suo interesse nei confronti del genere tocca in questi primi anni di matrimonio il suo punto più basso. Al contempo, il difficile rapporto con una donna così invadente, al contempo stimata per le sue qualità e odiata per il suo temperamento, gli farà passare alcuni tra i più soffocanti momenti della sua vita, fino a trascinarlo all’esaurimento nervoso. È da queste istanze che nasce il più autobiografico dei romanzi di Dick, e una delle sue più grandi opere non di genere (secondo alcuni, la più grande): Confessioni di un artista di merda. Beh, anche gli editori dovevano essere di questa opinione, perché per la prima volta presero seriamente in considerazione l’idea di pubblicargli un’opera mainstream. Ad una condizione, però: che riscrivesse l’ultimo terzo del libro, smussando l’asprezza dei personaggi, e in particolare della protagonista femminile. Ma Dick dichiarò di non essere in grado di farlo, di non poter più mettere mano al romanzo. Risultato: niente pubblicazione. Ancora una volta. In effetti Confessioni sarà poi finalmente pubblicato da una piccola casa editrice, sulla scia del crescente successo del suo autore, nel 1975, a testimonianza dell’effettivo valore dell’opera, e rendendola di fatto l’unico romanzo mainstream dickiano pubblicato con l’autore in vita. E noi oggi possiamo solo essere contenti della scelta di Dick, che ha lasciata quella crudezza e umana cattiveria che rappresenta una delle grandi forze del romanzo. Certo non lo fu lui all’epoca, dato che il rifiuto della grande occasione segnò l’inizio del grande attrito artistico tra lui e la moglie.
Romanzo fortemente autobiografico, dicevamo. A partire dal protagonista, l’artista di merda del titolo. Che esordisce in prima persona in questo incipit, talmente bello che non posso fare a meno di riportarlo: “Io sono fatto d’acqua. Non ve ne potete accorgere perché faccio in modo che non esca fuori. Anche i miei amici sono fatti d’acqua. Tutti quanti. Il nostro problema è che non solo dobbiamo andarcene in giro senza essere assorbiti dal terreno ma, anche, che dobbiamo guadagnarci da vivere. In realtà c’è un problema ancora più grosso. Dovunque andiamo non ci sentiamo a casa nostra. Perché? La risposta è: seconda guerra mondiale”. E poi si mette a parlare della guerra. Jack Isidore, questo il suo nome, è uno sbandato di trent’anni, un uomo totalmente alienato dalla realtà e dai rapporti umani, che quasi pare afflitto dalla sindrome di Asperger o da una qualche altra forma di autismo lieve. Abita in una stanza ammobiliata ai limiti del vivibile in un quartiere di San Francisco che definire degradato sarebbe un eufemismo, e lavora in nero in una piccola attività illegale come ricostruttore di pneumatici consumati per farli sembrare nuovi e rivenderli. Proprio questo lavoro è ciò che gli garantisce la qualifica di ‘artista’; ma un artista alienato e disumano, che nella sua volontà di identificarsi in macchina sembra anticipare la grande intuizione di Andy Warhol: “Uno pneumatico ricostruito da me non sembra per niente fatto a mano. Assomiglia esattamente a uno fatto a macchina, e per uno che ricostruisce pneumatici consumati, questa è la sensazione più gratificante che possa esistere”. Inquietato da un mondo esterno che non capisce e con alle spalle una famiglia insensibile nei suoi confronti, e allo stesso tempo animato da una incredibile passione per il fantastico scientificamente possibile – la leggenda del Mar dei Sargassi, la teoria della terra cava, Atlantide i misteriosi abissi delle scienze del paranormale – la sua reazione vuole essere quella dell’uomo razionale, dello scienziato che cerca di studiare la vita attraverso l’esperimento. Colleziona oggetti (o fatti, o profili personali), li raggruppa in categorie, li sottopone a stimoli di cui valuta le conseguenze, e infine deduce in modo rigoroso le sue conclusioni. Mirabile metodo; solo che funziona quando applicato ad oggetti fisici, e va un po’ meno bene quando si viene alla psicologia umana.
Ma quale occhio migliore, per studiare la normale e sana civiltà americana moderna, se non proprio quella dell’artista di merda? Ed è infatti proprio Jack Isidore ad introdurci gli altri protagonisti dell’opera. A cominciare dalla sorella Fay, donna forte, energica, autoritaria, impulsiva, intelligente e bellissima, un po’ una metamorfosi di Anne Rubinstein, un po’ una nuova incarnazione dell’ossessione femminile di Dick. Fay rappresenta l’unione tra il pragmatismo borghese della Virginia di In questo piccolo mondo e l’audacia sensuale e irresistibile della Liz del medesimo romanzo, rinunciando al contempo alla freddezza emotiva della prima e alla stupidità della seconda. Puro sesso e mente calcolatrice insieme, alta classe e parolacce da bettola fanno di lei uno dei più complessi e potenti personaggi femminili dell’universo dickiano. Parlando di lei, gli altri personaggi non possono che insistere sul suo carattere di inconsapevole manipolatrice, di bambina capricciosa e violenta, di divoratrice del prossimo incapace di comprendere gli altri. Le sue ambizioni, del resto, non la salvano dalla mediocrità: un marito di cui andare fiera, una bella casa in campagna, degli animali, dei figli, e tutto quanto potrebbe nobilitarla agli occhi della buona società. E infatti chi si va a sposare? Charley Hume, un ordinario uomo d’affari che non sembra avere pregi particolari al di fuori dei soldi e della rispettabilità della sua attività. Orizzonti ristretti, scarsissima cultura, grossolano nei modi e nei pensieri, Charley sembra vedere in Fay non soltanto una bellissima donna che lo onora volendo stare al suo fianco, ma anche una speranza per nobilitarsi, intellettualmente e socialmente. Si sottomette spontaneamente al giudizio e alle volontà della moglie perché la ritiene superiore, e tuttavia col tempo, con la convivenza, impara a conoscerla, a tastarne il marcio, e a maturare per lei un sotterraneo risentimento. Risentimento che, costantemente represso dal carattere autoritario di Fay, minaccia di esplodere all’improvviso in un’ondata di violenza o in un attacco cardiaco. La famiglia Hume comprende anche due figlie, due bambine piccole che, pur sempre presenti nelle parole, nei pensieri, e nei comportamenti dei personaggi, rimangono quasi sempre sullo sfondo, come oggetti utili alla narrazione, ma verso i quali l’autore non nutre alcun interesse (accentuando così il carattere di marginalità del figlio nei rapporti coniugali, rispetto a quanto accadeva ne In questo piccolo mondo). Esattamente come Dick al tempo della stesura del romanzo, gli Hume vivono in una bella casa nella campagna della Marin County, California, in un contesto di parziale isolamento dal mondo.
E proprio la casa rappresenta il fulcro dell’azione del romanzo, il setting privilegiato di Confessioni di un’artista di merda. Dopo aver visto le condizioni orribili nelle quali si trova a vivere il fratello, e nonostante lei lo disprezzi (ritenendolo ai limiti dell’umano e ben oltre quelli della sanità mentale), Fay infatti pretenderà che Jack venga a vivere con loro nella casa nella Marin County. Ed è sempre lì che gli Hume hanno occasione di conoscere l’altra coppia del romanzo, gli Antheil: Nathan e Gwen, due giovani sposini da poco trasferitisi in paese, la cui sola vista occasionale presso il supermercato locale subito conquista la morbosa attenzione di Fay. Gwen, però, è soltanto la pallida, dimessa, tranquilla ombra di Nathan, brilla solamente della sua luce riflessa. Nat invece è uno studente universitario dalle grandi ambizioni, un’aspirante intellettuale che lavora in una piccola ditta immobiliare solo per mantenersi agli studi e sogna una vita diversa, disprezzando al contempo gli squallidi e mediocri ideali medio borghesi (insomma: quelli che incarna Charles). E Fay non tarderà ad accorgersi che è lui, colui che la attrae, colui che lei vuole. Come ne In questo piccolo mondo, anche nell’Artista di merda è la possibilità dell’adulterio il centro ideale della narrazione, anche se visto in una declinazione molto diversa, e ad un livello di profondità decisamente maggiore. Presentendo che la sua stabilità coniugale con Charley, già incrinata da alcuni episodi, è sulla via della crisi, Fay sembra inconsciamente mettere le mani avanti immaginando un diverso futuro con Nathan, senza soffermarsi sul problema di doverlo sottrarre alla povera moglie. E Nat dal canto suo rivela tutta la fragilità psicologica di un giovane che gioca a fare l’adulto, ma che non può fare a meno di sentirsi attratto dalla potenza, dall’autorità femminile che Gwen non può dargli. Un giovane capace anche di gettare nel cesso i propri sogni tanto pomposamente declamati e scolpiti nel cuore, per potersi asservire ad una forza tanto affascinante.
Da un certo punto di vista, potremmo dire che questo romanzo recupera la forte complessità dei personaggi de Il paradiso maoista e il tenore da esperimento psicologico (con il suo setting circoscritto), e l’osservazione rigorosa del lato ‘oscuro’, contraddittorio e morboso della realtà americana e coniugale anni ’50 de In questo piccolo mondo. Con una cospicua novità tuttavia, alla quale avevo accennato a inizio recensione: l’introduzione, nuova per Dick, della narrazione in prima persona. E tuttavia, proprio in questo risiede quella che è forse la più grande pecca, e limite del romanzo: il punto di vista della narrazione non rimane costante, ma slitta, capitolo dopo capitolo, da un personaggio all’altro. Alcune parti del libro sono narrate in prima persona da Fay, ma queste non risultano altrettanto brillanti quanto quelle centrate su Isidore. Ovviamente, Dick adatta il proprio linguaggio secondo il parlante. Ma mentre quando parla l’artista di merda, singoli fatti della trama possono diventare punto di partenza per riflessioni stravaganti e universali di incredibile bellezza, il punto di vista di Fay appare affrettato, malsicuro, che comunica troppo poco di sé. Certo, questo è dovuto in parte al carattere del personaggio, improntato all’azione più che alla riflessione, ai giudizi secchi e affrettati piuttosto che alla scomposizione metodica; tuttavia si avverte l’idea che Dick non sia in grado (o forse, non si senta in grado) di penetrare nella testa di una donna, e di una donna come lei soprattutto, al modo in cui sa farlo con gli altri. La sua narrazione si mantiene più ad un livello di superficie. Ci sono poi le parti centrate su Charley e Nathan; tuttavia, per ragioni inspiegabili, a loro è negata la prima persona, e le loro azioni e pensieri sono raccontate dal più tradizionale angolo visuale del narratore esterno. Potrei capire che per Dick potrebbe essere sgradevole entrare nella testa di un personaggio intellettualmente mediocre come Hume, ma Nathan? Certo, alla fine ci si abitua in fretta a questa scelta poco chiara, e il lettore il romanzo se lo gode benissimo lo stesso – però una sorta di disagio rimane. L’architettura del libro funziona, nel complesso, ma lascia l’impressione di qualcosa di traballante, senza un piano.
Più chiara è invece la ragione del punto di vista non univoco: ci sono troppe vicende dell’intreccio di cui tener conto, e troppi problemi esistenziali legati ad un unico personaggio, perché un punto di vista unico possa tenerne conto. E il personaggio di Nathan è altrettanto importante di quello di Jack, se non altro perché i due rappresentano i due lati problematici dell’autore stesso. Se Isidore rappresenta quella parte di Dick che si identifica nell’artista di merda, nello stramboide che si estranea dalla società, che disconosce la realtà materiale e si protende oltre, alla disperata ricerca di un vero dietro il velo, Nathan è quella parte che invece vive il dramma coniugale, quella parte alla ricerca disperata di un posto nel mondo e di una figura di riferimento e sostegno (genitoriale?). Solo che allora intitolare il romanzo come Confessioni risulta improprio, dato che non tiene conto di tutta la complessità e multilateralità della narrazione. Anche perché il personaggio di Isidore, quando non costituisce il punto di vista narrativo, rimane sempre piuttosto marginale all’interno dell’intreccio, e i suoi comportamenti raramente hanno un pesante risvolto pratico sulla storia: individuo che commenta e cataloga le azioni degli altri piuttosto che agire personalmente, e che, nella sua chiusura sociale e isolamento mentale, è tenuto ai margini della vita anche da tutti gli altri. La sua presenza è più qualcosa che fa da cornice del romanzo – occupandone l’inizio e la fine – piuttosto che il centro. Insomma, l’impressione è che Dick volesse inaugurare qualcosa di completamente diverso, forse una sorta di Diario di un pazzo, di un’analisi clinica del mondo americano dagli occhi di un’entità completamente dissociata e spersonalizzata come solo un artista-macchina con la sindrome di Asperger saprebbe essere; ma che alla fine non abbia saputo rinunciare alla sua ossessione per l’impersonale analisi dei rapporti di coppia (e dei rapporti umani) che caratterizzava la sua narrativa mainstream fin dai tempi del suo lavoro d’esordio. E infatti, nei romanzi successivi – e soprattutto nel suo capolavoro mainstream, che vedremo la prossima volta, L’uomo dai denti tutti uguali – abbandonerà questo tentativo incerto per tornare alla sua più sobria e classica narrazione in terza persona dei drammi sociali. Forse ha fatto bene: è proprio questo aspetto zoppicante a rendere Confessioni di un artista di merda un capolavoro mancato.
Il che però non significa che sia un brutto romanzo: al contrario, è un libro splendido, un’opera di rara bellezza e complessità concettuale. Un’opera che torna ad interrogarsi sui moventi che spingono insieme le persone, sul meccanismo dell’usarsi a vicenda, sulle illusioni del sogno americano e della bella vita borghese, e sull’infrazione di queste illusioni, viste però secondo nuove angolazioni (più interessanti) rispetto al passato. Ma anche un’opera che accenna a questioni mai presenti prima nelle sue opere mainstream, come il problema del diritto al dubbio di fronte ai fatti (anche quelli più improbabili, tipo il fatto che una razza di alieni-divinità causerà l’apocalisse sulla Terra entro pochi mesi per purificarla dai propri peccati, e salverà soltanto coloro che si saranno a loro consacrati), e la possibilità di esistenza di realtà alternative, di qualcosa esistente oltre la gretta materialità borghese. L’idea che forse dovremmo dare una possibilità di essere vera a qualsiasi dichiarazione, per quanto assurda, a qualsiasi visione del mondo, per quanto lontana dal nostro modo di pensare; altrimenti, se tireremo dritti come un bulldozer, schiacciando tutto e tutti sul nostro cammino, alla fine noi stessi non conosceremo che l’infelicità. Non manca nemmeno (anche se inserita un po’ in sordina) la questione letteraria e autobiografica del produrre arte di merda: la fantascienza appunto, quella che faceva Dick e che gli altri gli disprezzavano. E il tutto condito da qualcosa che ne In questo piccolo mondo mancava (e francamente se ne sentiva la mancanza): l’umorismo. Un po’ di sano umorismo, di liberatoria ridicolizzazione. È quella di Charley, che esasperato dalla propria situazione eromperà in attimi di vera e propria derisione amara di quello che sta succedendo. Ed è quella involontaria di Isidore, che volendo analizzare seriamente la realtà, finisce col trasformarla in una parodia, in qualcosa di grottesco e imbarazzante. Insomma: è un romanzo divertente! Davvero divertente! Che tiene incollati! Pensa: dice un sacco di cose interessanti, e non è neppure noioso! E secondo me, è anche un ottimo punto di partenza per cominciare a leggere Dick; o almeno un Dick, quello della letteratura non fantascientifica, quello che (forse) vorrebbe smettere di essere un artista di merda. “…e io capii che molto tempo prima Charley aveva avuto ragione a definirmi come mi aveva definito: ero proprio un artista di merda. Tutte le informazioni che avevo raccolto non erano altro che spazzatura. Seduto in quella poltrona, mi resi conti di essere un povero deficiente. Una cosa dura, da mandare giù”.


Voto: 8 ½

A chi può piacere:
- A chi si sente un artista di merda.
- A chi cerca una commedia tragicomica sugli abissi delle relazioni umane.
- A chi cerca una versione spigliata di In questo piccolo mondo.

A chi può non piacere:
- A coloro che non sopportano architetture narrative mal definite.
- A chi esclude il riso dalla dimensione drammatica.
- A chi non sopporta crudeltà gratuite, adulteri, e amenità varie.

 
 
 
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