Autore: Philip K. Dick
Titolo originale: The Man Whose Teeth Were All Exactly Alike
Editore: Fanucci
Collana: Immaginario Dick
Pagine: 331
Raramente, nei romanzi del grande realismo americano, è tematizzata la pochezza e la miseria di persone ai margini. Generalmente, e soprattutto nell’ultimo Novecento, due sono i soggetti tipici di questi scrittori mainstream. Da una parte, lo scrittore e il suo ambiente; e qui mi vengono in mente, sia praticamente qualsiasi romanzo di Paul Auster che Dio manda in terra sia una buona fetta dei libri dell’osannato Philip Roth (e in particolare, tutta la trilogia con epilogo che costituisce lo Zuckerman’s Bound, dove Nathan Zuckerman è, prevedibilmente, l’alter-ego dell’autore). Va da sé che l’ambiente rappresentato, con alcune varianti, è quello dell’intellettualismo progressista newyorkese o giù di lì, zeppo di artisti stravaganti e mercato della cultura (mostre d’arte, editori, agenti, …). Non mancano i personaggi stupidi, però è sempre quello stupido che conta, lo stupido importante che sta al centro degli eventi. Alexander Portnoy, direttamente dal romanzo di Roth di cui ci siamo occupati la volta scorsa, è un personaggio intelligente, eclettico ed esuberante, intelligentissimo, per quanto pieno di problemi. E persino l’Everyman di Roth, l’uomo assolutamente qualunque (ho recensito anche questo romanzo molto tempo fa), è comunque il newyorkese, intelligente e un po’ artista, che ha fatto carriera – insomma non si sfugge. Stesso discorso, anche se non si parla di scrittori, sono i famosi romanzi di Easton Ellis (l’autore di American Psycho): sempre di una qualche elite si parla, anche se è un’elite perversa. Anche molti romanzi della beat generation tipo On the road di Kerouac, per quanto mostrino ambienti più bassi, più rozzi, più ai margini, sono comunque impregnati (quantomeno per il fatto che lo scrittore parla di sé stesso e dei suoi conoscenti) di vene intellettuali e artistoidi. Poi ci sono invece i romanzi da ‘grande affresco di un’epoca Americana’, del tipo di qualsiasi romanzo di Don DeLillo – ma viene in mente l’immane e infinito Underworld, Cristo, avrà 800 pagine quel libro, manco fosse Dostoevskij – ma anche di molti di quei libri di Philip Roth che muovono dalla vita di un singolo individuo per parlare di tutte le tensioni di un dato periodo storico, sia esso il maccartismo anni ’50 o la guerra del Vietnam. In questo secondo filone ovviamente si sprecano i riferimenti a fatti e personaggi storicamente decisivi, e insomma, si è sempre al centro dei Grandi Avvenimenti.
Bisogna allora ascrivere un merito particolare a Philip K. Dick, i cui romanzi mainstream sono tutti una grande eccezione a questo sistema. Forse perché ha vissuto nell’ambiente relativamente più tranquillo della California (benché nella città universitaria di Berkeley), forse perché s’è sposato e divorziato a manetta per tutta la vita, probabilmente perché l’estabilishment letterario non se l’è mai cagato se non dopo morto, e quindi ha vissuto un’esistenza relativamente tranquilla e isolata dai grandi circoli intellettuali. Le sue storie sono sempre centrate su gente comune che vive in cittadine di provincia o persino in campagna, gente che fa il piccolo bottegaio, o l’imprenditore che pensa solo a far soldi e comprarsi l’impianto stereo, o che magari ha aneliti intellettuali o artistici destinati però a rimanere sempre frustrati ed ignorati da tutti (beh, dai: anche questo è autobiografismo). Ne L’Uomo dai denti tutti uguali, però, Dick si spinge dove nemmeno lui aveva ancora mai osato. Scritto nel 1960 assieme ad un altro romanzo mainstream mai edito in italiano, dal suggestivo titolo Humpty Dumpty in Oakland, il libro di cui ci occupiamo oggi riveste un ruolo molto particolare e importante nel corpus letterario dickiano. Ossia, costituisce la fine della carriera di Dick come autore non di fantascienza. Come ho già accennato parlando di Confessioni di un artista di merda, i primi anni del suo matrimonio con la poetessa Anne Rubinstein – l’aveva sposata nel ’58 – furono particolarmente carichi di tensione e di autosvalutazione del proprio lavoro. Poiché la moglie, uniformandosi al giudizio comune, riteneva la science fiction pura feccia, l’interesse di Dick per questo genere toccò i minimi storici. Per cui, salvo la revisione di un paio di vecchi romanzi sci-fi – Vulcano 3 e Il dottor Futuro – al solo scopo di raggranellare qualche quattrino sicuro, dopo Tempo fuor di sesto e fino al magnifico L’uomo nell’alto castello (abbastanza intellettuale da ottenere anche il plauso da parte di Anne) dedicò tutte le sue energie a scrivere rispettabili romanzi mainstream. Ma nessuno di questi romanzi venne pubblicato; e così, in totale, dall’inizio della sua carriera i romanzi rifiutati facevano undici. Undici! Si arrenderebbe chiunque; e infatti anche Dick si arrese.
Questo non significa però, come abbiamo già detto, che questi lavori non di genere, e soprattutto gli ultimi, non valessero. Gli stessi editori dovettero riconoscerlo, e negli ultimi anni della vita di Dick, una casa editoriale accettò di pubblicare L’uomo dai denti tutti uguali a patto che lui lo revisionasse. Philip decise che si sarebbe messo al lavoro sul romanzo appena terminata la sua ultima creatura, The Owl in Daylight. Peccato che morì prima, lasciando peraltro The Owl incompiuto. L’uomo dai denti tutti uguali fu comunque pubblicato, non revisionato, nello stesso anno della morte dell’autore, il 1982, rendendolo di fatto il suo primo romanzo edito postumo. Per capire le ragioni di tanto successo a fronte della sua iniziale incomprensione, non ci resta, al termine di un siffatto pomposo proemio, andare a vedere di cosa parla. Protagonisti della storia sono due famiglie provinciali vicine di casa, i Runcible e i Dombrosio; questa volta, però, niente adulteri né ambigui rapporti di amicizia a innescare la vicenda. Eh no: si cambia registro. Leo Runcible è un agente immobiliare di discreto successo, nonché di origini ebraiche. Arrivato in città solo da pochi anni con moglie e figlio, Runcible non si è però mai integrato del tutto nella comunità; anzi si è guadagnato l’antipatia di molti, da una parte perché, con la sua intraprendenza commerciale, ha convalidato il vecchio stereotipo razzista dell’ebreo arraffasoldi e profittatore, dall’altra perché, pur essendo un outsider, con la sua grande verve moralistica e la sua mania del controllo ha subito cominciato ad inserirsi nelle faccende comunali, promuovendo la riparazione delle strade piuttosto che la messa a norma degli edifici scolastici. Non meno problematico è il suo rapporto con la moglie Janet, una donna dal temperamento fragile e nevrotico, terrorizzata dalle responsabilità e grande odiatrice di sé stessa, che passa le giornate ad affogare le proprie angosce in alcol di pessima qualità. La sua vita è chiusa nelle quattro mura della casa nella quale da sola ha deciso di confinarsi per il terrore che ha del mondo, ma anche come casalinga si rende totalmente inaffidabile, perché inavvertitamente fa continuamente cadere cose, lascia il cibo sul fuoco, abbandona ogni cosa a metà. Il suo rapporto col marito è al contempo di sconfinata ammirazione, di totale sottomissione e di sincera paura per le sue capacità, mentre lui, al contrario, sopporta a malapena la sua completa ingestibilità. Il rapporto è più o meno invertito nella famiglia Dombrosio. Walt, uomo di umili origini italiane che lavora per una piccola compagnia pubblicitaria come designer di prodotti commerciali, è un’artista senza ambizioni, che si accontenta di vivere una vita pacifica e occasionalmente mettere la propria creatività al servizio di scherzi geniali ai danni della comunità. La moglie Sherry è una donna bellissima e aristocratica di ricca famiglia, dall’animo intraprendente e autoritario, che disprezza velatamente la pochezza del marito e sogna di affermarsi nella società. La temporanea perdita della patente da parte di Walt per guida in stato di ubriachezza, che la costringerà a portarlo lei stessa in macchina al lavoro tutti i giorni, diverrà per lei trampolino di lancio per rendersi indipendente dal marito e mostrarsi migliore di lui in tutto.
Ne In questo piccolo mondo, i protagonisti vivevano in una città grande, priva di collante sociale, e in Confessioni di un artista di merda semplicemente il setting della storica era una località isolata. Al contrario, ne L’uomo dai denti tutti uguali l’azione si colloca nella piccola cittadina provinciale di Carquinez, ubicata in quella stessa Marin County, California già teatro dell’Artista di merda. Equamente divisa tra benestanti gentiluomini di campagna, poveri diseredati tenuti ai margini della comunità e grandi e ricchi proprietari terrieri, Carquinez è una città costruita sul sito di un antico insediamento indiano, cosa di cui ciascun abitante si gloria ospitando nella propria casa quanti più cimeli antichi possiede, si tratti di punte di freccia, frammenti d’osso o altro. E la comunità può vantare un maestro delle elementari che, nel tempo libero, si diletta di archeologia e di studio delle antiche civiltà indiane che abitavano questi luoghi. Completa il quadro la città vecchia di Carquinez, un luogo ormai dimenticato ad una certa distanza dalla città nuova, abitata solamente da vecchi, sporchi e analfabeti pescatori isolati dal mondo intero. Se dunque, nei romanzi precedenti, le tensioni familiari erano da Dick collocate in uno stato di totale separazione dall’esterno, qui i problemi di coppia sono fomentati, e di nuovo si riflettono, nelle relazioni sociali di tutta la comunità. Un episodio di razzismo che manda in fumo un affare di Leo sta alla base, all’inizio del romanzo, della rottura fra i Runcible e i Dombrosio. E segna anche l’inizio di una serie di reciproci odi e di piccole ripicche che culmineranno nell’episodio centrale della scoperta, nel terreno di proprietà di Runcible, a qualche metro di profondità, di una cripta indiana contenendo il teschio di un uomo di Neanderthal – l’uomo dai denti tutti uguali del titolo. Cosa invero piuttosto strana e carica di mistero, poiché il Neanderthal, come è noto, dovrebbe essere esistito solamente in Europa e nell’Asia mediorientale. Il rinvenimento di quel teschio su suolo americano rappresenterebbe allora una delle più grandi scoperte archeologiche del ventesimo secolo, assicurando un successo eterno a colui che lo portò alla luce.
Differentemente dai precedenti tentativi mainstream dell’autore, questo è un romanzo in cui prevalgono i toni cupi e angoscianti, in cui viene alla luce tutto il torbido, tutto il marcio delle relazioni umane. L’odio e la disistima all’interno delle due coppie, come tra le due famiglie, viene da Dick eletta a paradigma di un certo tipo di umanità; l’umanità meschina, rancorosa, spregevole che può annidarsi nelle piccole cittadine di provincia, ma potenzialmente in ogni angolo del mondo. Da una parte, campeggiano ancora una volta, come in Confessioni di un artista di merda, i temi dell’incomprensione e incomunicabilità all’interno della vita coniugale, e il dramma del posto che la donna dovrebbe assumere nella società e nella famiglia di fine anni ’50. Questi, però, sono presentati sotto una luce più impietosa e radicalmente crudele. Dall’altra, Dick ci parla di quanto gli uomini sono capaci di farsi del male per sentire di aver conseguito sull’altro anche solo un piccolissimo vantaggio, o per recuperare l’orgoglio perduto. Emerge in Carquinez tutta quella trama di piccole invidie, opportunismi, tiri mancini, che fondano il senso comunitario delle piccole cittadine pettegole. Razzismo, ipocrisie, sessismo, egoismo, orgoglio insensato, esplosioni di rabbia, follia: questo e molto altro! Un uomo che, avendo per un atto d’orgoglio perso il lavoro, decide di rovinare la vita ad un altro uomo, che odia, solo per tirarsi su il morale. Un altro uomo che vorrebbe condannare tutta la comunità ad esporsi a gravissimi rischi sanitari perché altrimenti danneggerebbe i propri affari. Una donna fredda e anaffettiva, che considera malati e anormali tutti coloro che non rientrano nella sua definizione di normalità, e che pertanto nega, anche con una punta di sadico autocompiacimento, il benché minimo conforto e comprensione al frustratissimo marito. Un’altra donna, capace di piegare completamente il senso della realtà in modo da renderla per lei confortante. Il tutto, con una precisione psicologica che ha dell’incredibile. Giusto per non sembrare che stia sviolinando a casaccio, faccio un piccolo esempio. In una scena, una Janet ubriaca e in piena crisi che, sola in casa, si lancia in uno sfrenato monologo di autocommiserazione, riesce, nel giro di poche pagine, a passare dalla disperazione per la propria inadeguatezza alla rassicurante certezza che sono tutti gli altri ad essere nel torto, e lei soltanto è in grado di comportarsi come ogni brava donna e moglie dovrebbe. E sullo sfondo di tutto questo, il tema del mostro, dell’uomo primordiale e brutale – il Neanderthal – come grande allegoria di ciò che anche l’uomo moderno (o quantomeno: di un certo tipo di uomo, o di un certo tipo di atteggiamenti umani) è.
La prosa, naturalmente, non è curata tanto quanto in Confessioni di un artista di merda: manca di quel ritmo incalzante, di quell’umorismo deviato e sottile che faceva la fortuna della sua opera precedente. Certo, l’unica ragione di ciò non sta nel fatto che Dick non poté rivederlo prima della pubblicazione. Lo stile sobrio e crudo, che si avvicina più alla prosa di In questo piccolo mondo, meglio si adatta alla miseria e alla mediocrità del mondo e dei personaggi de L’uomo dai denti tutti uguali. Se grazie al punto di vista asettico di Jack Isidore e a quello esasperato e semisterico di Charley Hume, nell’Artista di merda dominava il lato comico della miseria borghese-provinciale, lo sguardo cinico e distaccato di questo romanzo ne fa prevalere la faccia cupa e drammatica. Ma rimangono le due facce della stessa medaglia. Piuttosto, il problema più grave di questo romanzo, che molto probabilmente sarebbe stato corretto se Dick avesse potuto rivederlo prima di morire, è un altro: gli inutili dilungamenti ai quali ogni tanto si lascia andare, soprattutto nella seconda parte. Troppo spazio è lasciato all’introduzione di personaggi così marginali come il veterinario o il giornalista; troppo anche ad alcune situazioni apparentemente insignificanti, come la presentazione iniziale della città vecchia. Di conseguenza, in certi punti la narrazione langue e la voglia di andare avanti rischia di venire meno. Ma comunque si tratta di piccole macchie che non dovrebbero minare la bellezza del disegno d’insieme. L’architettura del romanzo, del resto, è assolutamente perfetta. Dick introduce, quasi di soppiatto, tutta una serie di piccoli elementi apparentemente inutili o di contorno, che tuttavia al momento giusto si inseriscono nella trama principale e fanno la loro parte, senza apparire mai forzate. Il piccolo cimitero abbandonato, le infiltrazioni nei tubi dell’acqua, i problemi alle fosse biologiche, la digressione sugli scherzi organizzati da Dombrosio, il racconto della storia dei Neanderthal: tutte cose che inizialmente sembrano messe lì a caso, tanto per fare numero, e invece si rivelano funzionali all’intreccio tanto quanto la famosa pistola che viene mostrata nell’atto primo e spara nell’atto terzo. The Man Whose Teeth Were All Exactly Alike (che una traduzione migliore avrebbe reso, fedelmente, con il più poetico: “L’uomo i cui denti erano tutti esattamente uguali”; ma vabbé, non si può avere tutto dalla vita) riesce dunque dove proprio il precedente romanzo mainstream aveva fallito, e cioè nella costruzione perfetta, nell’architettura ineccepibile in cui ogni cosa torna al proprio posto.
Insomma, pur non essendo il più leggero né, forse, il più abbordabile, questo romanzo di commiato dal mainstream rappresenta anche l’apice mai toccato da Dick nel filone. Ma è anche un’opera che non esaurisce il proprio interesse nell’essere una tappa del percorso letterario dell’autore, e che a mio avviso merita di essere letta di per sé, a prescindere. Un’opera che, anche senza presentare le arguzie stilistiche di un Roth o di un Auster o di un DeLillo, è sicuramente più densa, e più interessante di parecchi dei loro romanzi.
Voto: 8/9
A chi può piacere:
- A chi voglia sondare gli abissi della crudeltà umana.
- A chi è stanco di scrittori che parlano di scrittori.
- All’uomo di Piltdown.
A chi può non piacere:
- A coloro che cercano il grande affresco dell’America.
- A chi non apprezza stili narrativi ordinari e poco incalzanti.
- A chi continua a preferire il Dick fantascientifico.
Inviato da: lele.scorpion
il 27/01/2012 alle 00:30
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il 28/10/2011 alle 23:50
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il 23/05/2011 alle 16:15
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