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Il profumo è il profumo della vita. Un blog di recensioni letterarie e cinematografiche, riflessioni, e quando capita un po' d'autobiografismo.

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L'uomo nell'alto castello

Post n°48 pubblicato il 19 Febbraio 2009 da Tapiroulant
 

Autore: Philip K. Dick
Titolo originale: The Man in the High Castle
Editore: Fanucci
Collana: Immaginario Dick
Pagine: 292


Quando si comincia a parlare di libri ‘grandi’, famosi, risaputi, che sono diventati il perno di decine e decine di studi e di tesi universitarie, che sono noti anche solo per sommi capi, anche solo per sentito dire, alla maggior parte della gente, il recensore, il curatore, insomma quello che ad un certo punto deve mettersi a parlare dell’opera in questione, va incontro ad un grosso rischio: quello di diventare improvvisamente verboso, complicato, circonvoluto, come se questi libri fossero il campo di prova per dimostrare tutta la propria intelligenza e cultura. Perché quando si parla di un libro piccolo, poco conosciuto, allora si può essere più confidenziali, dire il pettegolezzo, commentare le buone trovate dell’autore o magari rimproverargli qualcosa. Magari si pensa il proprio intervento anche come un invito all’acquisto, e quindi si cerca di costruirlo in modo tale da incuriosire ed appassionare il lettore. Al contrario, le grandi opere si danno come già lette da tutti, già arcinote, già assodate, e quindi, invece che limitarsi a parlare di quelle, si cominciano a costruire grandi edifici di senso la cui presenza francamente nessuno ha chiesto. Persino un tipo simpatico e generalmente piuttosto interessante come Carlo Pagetti, che ha curato e introdotto più o meno tutti i libri di Philip K. Dick usciti per la Fanucci, è riuscito a cadere clamorosamente nella trappola. Generalmente mi piaceva dare una scorsa veloce alle sue introduzioni prima di cominciare i libri, giusto per farmi un’idea generale di quel che avrei letto, per poi, una volta arrivato all’ultima pagina, rileggermela con più calma e verificare su cosa io e lui fossimo d’accordo, e su cosa no. Stavolta, però, non sono mai riuscito ad andare oltre le prime tre, quattro pagine: già non ce la facevo più, annaspavo nella marea di periodi lunghissimi e di scarso significato, per i riferimenti gettati qui e là, per quell’aria di erudizione che fa ribollire lo stomaco a chiunque provi ad aprire i buoni due terzi della saggistica oggi in circolazione. Con questo monito bene in mente, allora, cercherò di non fare altrettanto nel momento in cui mi accingo a recensire un’opera dickiana, seconda per notorietà forse solo a Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (le magie del cinema), ma sicuramente la più citata e idolatrata negli ambienti culturalmente ‘elevati’. Solo, chiedo perdono in anticipo per quello che è un intervento particolarmente lungo, probabilmente troppo; ché troppe erano le cose da dire, anche solo quelle essenziali a far capire se valga la pena di leggere o meno questo libro.
Scritto nel 1961 e pubblicato l’anno successivo, L’uomo nell’alto castello – meglio conosciuto qui da noi con il sensazionalistico titolo La svastica sul sole, il che è molto triste oltre che molto brutto – è infatti l’opera che lancia finalmente Dick nel firmamento dei grandi scrittori di fantascienza, pur lasciandolo, di fatto, chiuso nel ghetto della letteratura di genere fino alla ‘riscoperta’ degli anni ’70. La genesi del libro è curiosa: in un momento di particolare intolleranza nei confronti della moglie Anne, di cui abbiamo fatto la conoscenza nelle scorse puntate, Dick decise di allontanarsi da lei fingendo di scrivere un libro. “E le dissi: «Bene, sto scrivendo un libro molto importate». E per rendere convincente la mia menzogna, dovetti sul serio incominciare a scrivere a macchina! E non avevo nessun appunto, eccettuato in fatto che da anni avevo quell’idea, sul Giappone e la Germania che in realtà avevano sconfitto gli Stati Uniti. E senza alcun appunto, mi misi semplicemente a sedere alla macchina da scrivere e a battere”. In realtà, il suo interesse per il Terzo Reich e la mentalità nazista risaliva fino alla sua giovinezza, e lo aveva spinto, poco più che vent’enne, e forte della conoscenza della lingua tedesca, a studiarsi nella biblioteca cittadina i diari di alcuni gerarchi nazisti e diversi volumi sugli anni dell’ascesa e della caduta del regime socialdemocratico. La sua vasta conoscenza della materia contribuisce non poco alla credibilità dell’ucronia – ovverosia, universo alternativo – de L’uomo nell’alto castello: un mondo in cui le forze dell’Asse hanno vinto la terra e si sono equamente spartite in mondo. La Germania estende il proprio impero in tutta Europa – fatta eccezione per l’area mediterranea e i balcani, gentilmente concessi al Duce e a tutto il nostro simpatico popolo – in Medio Oriente e nel Canada, ha prosciugato il Mediterraneo per poi trasformarlo in un campo di coltura, e dopo aver conquistato tutta l’Africa, su consiglio e la direzione dell’eminente dottor Seyss-Inquart, ha trasformato il continente nero in un gigantesco campo di sterminio sistematico di tutte le popolazioni locali (rendendolo, di fatto, una distesa completamente deserta di campi di coltivazione). Dal caso suo, il Giappone si è preso tutta l’Asia centrale e occidentale, tutta l’Oceania e larga parte dell’America del Sud. L’Unione Sovietica è stata completamente spazzata via, e per quanto concerne gli Stati Uniti, sono stati equamente divisi tra i due conquistatori: l’East Coast ai crucchi, a fondare lo stato fantoccio degli Stati Uniti Orientali, e la costa occidentale ai giapponesi, che vi hanno istituito gli Stati Uniti del Pacifico. L’unico territorio americano libero e indipendente è quello degli Stati delle Montagne Rocciose – corrispondente all’attuale Midwest americano – paese cuscinetto creato per isolare le due superpotenze, ma povero e del tutto insignificante a livello di politica internazionale.
L’ucronia ideata da Dick, più che fare da base per un romanzo storico o fantapolitico, gli serve per tracciare un quadro della mentalità dei popoli, i dominatori come gli sconfitti, i tedeschi come i giapponesi come gli americani; lasciandosi andare, in questo suo tentativo, a delle affascinanti meditazioni filosofiche ed esistenziali. I nazisti appaiono come individui freddi e spigolosi come metallo, e metallico è il loro atteggiamento e il loro modo di pensare, come se nulla potesse scalfirli, come se le loro convinzioni, la loro visione del mondo fosse talmente radicata e assoluta che nulla potrebbe mai porla in dubbio nemmeno per un momento. In loro non è assente un sentimento; ma si tratta di un sentimento completamente devoto all’ideale nazista. Questo li rende spavaldi e aggressivi, privi di rispetto verso ogni altra cultura perché solo la propria è la più alta e la più vera, li rende costantemente proiettati verso il futuro, filosoficamente come tecnologicamente. “La loro visione è: cosmica. Non un uomo qua, un bambino là, ma un’astrazione: la razza, la terra” riflette uno dei personaggi. “È il loro senso dello spazio e del tempo essi vedono attraverso il ‘qui’ e ‘ora’, nell’enorme e nero abisso che c’è al di là, nell’immutabile. […] E io so perché. Vogliono essere gli agenti, non le vittime, della storia. Si identificano con la potenza di Dio e credono di essere simili a dèi. Questa è la loro pazzia di fondo. Sono sopraffatti da qualche archetipo; il loro ego si è dilatato psicoticamente a tal punto che non sanno più dire dove cominciano loro e dove comincia la divinità”. Il romanzo però si tiene alla larga dai territori sotto il controllo dei nazisti e dal popolo germanico, forse anche perché il disgusto che Dick provava nei confronti di quella mentalità – quella che chiamava la pazzia nazista – gli impediva di parlarne se non attraverso lo schermo di altre culture. La maggior parte della vicenda si colloca invece a San Francisco, entro i confini di quegli Stati del Pacifico controllati dai giapponesi. Qui agli americani è concessa una relativa libertà, quella di conservare una proprietà e un lavoro a patto di lavorare per i nuovi dominatori. Diversamente dai tedeschi, però, i giapponesi hanno ereditato dalla loro cultura una forma quasi religiosa di rispetto reciproco, nei confronti di ogni forma di vita come di ogni popolo, cosa che li rende, essenzialmente, dei conquistatori umani. Il loro modo di esprimersi è sempre posato e gentile, quasi sussurrato, pieno di decoro e privo di ogni spigolosità; ogni loro gesto o parola è calcolato per essere minimale e non avere, in sé, nulla di superfluo, nulla di eccessivo. Tra loro è considerato sconveniente affermare una qualsiasi opinione con forza, perché ciò equivarrebbe a volerla imporre all’altro. Se anche la loro fede nelle proprie convinzioni è assoluta – e generalmente lo è – il loro codice morale gli impone di non lasciarla trapelare minimamente. Essi sono indecifrabili: è impossibile capire cosa pensino e come la pensino. Ogni loro gesto, ogni loro sguardo, si carica della più completa ambiguità, e i loro silenzi sono più densi di significato delle loro parole.
E mentre i nazisti marciano a passo spedito attraverso la strada della storia, i giapponesi guardano al passato, e fondano tutte le loro azioni, tutta la loro mentalità, sull’antica sapienza delle tradizioni. Tale atteggiamento si riflette innanzitutto nella loro osservanza dei cerimoniali, nella rigida codificazione dei comportamenti da tenere in ogni situazione, la cui infrazione può costare anche il posto di lavoro (come di fatto accadrà ad uno dei personaggi principali) e in una gerarchizzazione rigorosa delle classi sociali. Ancora, si riflette nella loro ricerca del proprio equilibrio mentale mediante i concetti tradizionali del buddismo zen, come il satori, risveglio spirituale durante il quale l’osservatore finisce col confondersi in un tutt’uno con il mondo percepito, o l’estetica del wabi, l’accettazione del carattere di imperfezione e transitorietà delle cose del mondo. Nel loro sincretismo, i giapponesi integrano al buddismo la filosofia cinese dell’I-Ching, o Libro dei Mutamenti, antichissimo testo sacro che racchiude in sé tutto l’universo e serve da strumento per praticare la divinazione. Nei momenti di difficoltà o di preoccupazione per il futuro, essi lanciano delle monete, o dispongono casualmente per terra dei bastonici di millefoglie, che vanno a comporre degli esagrammi ciascuno dei quali – opportunamente cercato sul libro, se non lo si conosce a memoria – offrirà una serie di responsi circa la situazione (presente e futura) dell’esecutore in relazione all’universo. L’I-Ching però non è solamente uno strumento, una palla di vetro utile all’occorrenza, ma la base solida della propria esistenza, la colonna portante del proprio mondo, una forma di fede. Il futuro non offre alcuna sicurezza per un popolo che sembra dare fiducia e significato solo al passato e alla storicità: e infatti, ritualità a parte, i giapponesi sono ossessionati dalle antichità, dai reperti storici, e innanzitutto da quelli americani, quel glorioso popolo da loro conquistato e arrestato nel suo sviluppo. Come tanti collezionisti di francobolli, tutti i giapponesi abbastanza ricchi da poterselo permettere trovano il loro massimo piacere nell’acquisire antichi oggetti della storia americana, come una vera pistola Colt 44 della guerra di secessione, piuttosto che la palla autografata di un famoso giocatore di baseball o un vecchio volantino di reclutamento nell’esercito americano. Per loro, l’unica arte possibile è l’arte impregnata di storicità, di un vissuto, un’arte che dice qualcosa perché testimonia di fatti realmente accaduti.
Ora, questa caratterizzazione non è priva di difetti: da una parte, l’opinione di Dick sui nazisti (ovverossia: violento disgusto) spesso traspare così chiaramente da minare l’obiettività delle sue caratterizzazioni, e dall’altra, i giapponesi sono dipinti in maniera fin troppo idealizzata; e soprattutto rivela la scarsa conoscenza dell’autore nei confronti di quel popolo, dato che, storicamente, il nazionalismo diffusosi in Giappone a partire dagli anni precedenti la guerra e sopravvissuto in certe forme fino ad oggi, lo rese del tutto impermeabile a contaminazioni culturali forti come quelle presentate nel romanzo (specialmente da parte di una civiltà, quella cinese, che i giapponesi non esitavano a definire inferiore, nel senso razzista del termine). Ciononostante, questo non mina se non marginalmente la qualità del lavoro di Dick e le questioni ch’egli mette in gioco. Tre sono i grandi avvenimenti che mettono in moto la storia del romanzo. Innanzitutto, la diffusione, nel prestigioso giro d’affari del collezionismo, di falsi che, rivelando l’aleatorietà della ‘storicità’ degli oggetti, rischia di mettere in crisi da un giorno all’altro l’intero mercato americano, e di distruggere per sempre la fiducia del popolo giapponese nei confronti del popolo sconfitto. In secondo luogo, la morte improvvisa di Martin Bormann, l’ex segretario personale di Hitler divenuto successore del Grande Capo dopo che questi, al termine della Seconda Guerra Mondiale, era diventato del tutto demente ed era stato allontanato dal potere. La morte di Bormann, come succede sempre nelle società totalitarie, genera una situazione di grande tensione all’interno del Reich, preludio di una spietata lotta per la successione da parte dei grandi gerarchi sopravvissuti. In terzo luogo, infine, la diffusione clandestina, in tutto il globo, del romanzo La cavalletta non si alzerà più – titolo tratto, significativamente, da un passo dell’Ecclesiaste biblico – nel quale si racconta una storia alternativa in cui (toh!) le forze dell’Asse avrebbero perso, sconfitte dagli Stati Uniti e dagli inglesi. La circolazione del libro è stata naturalmente vietata con ferocia in tutti i territori sotto il controllo dei nazisti, e si dice che il suo misterioso autore, Hawthorne Abendsen, per il timore di rappresaglie ai suoi danni si sia barricato in un’altissima e iperprotetta fortezza militare – è lui l’uomo nell’alto castello del titolo – collocata nella sua città natale, Cheyenne, nel Wyoming. Un libro ‘blasfemo’ e letto da tutti, americani disperati alla ricerca di un briciolo di speranza, ebrei scettici, fascisti italiani e rancorosi gerarchi nazisti. Un libro anch’esso non privo di ambiguità: perché il mondo che rappresenta in realtà non è il nostro, ma un’altra storia ancora, nella quale la Germania nazista, prima di essere sconfitta, aveva già spazzato via l’Unione Sovietica. Un mondo in cui gli Stati Uniti e la Gran Bretagna si sono ormai spartiti il mondo intero, e ora si preparano alla battaglia finale, l’uno contro l’altro, per la conquista della supremazia assoluta.
Dicevamo però che questo non è un romanzo politico: e infatti la Storia, con la esse maiuscola, rimane essenzialmente sullo sfondo. Ampi passaggi sono dedicati alla descrizione nel dettaglio dei nuovi candidati alla successione nel comando del Reich, e della politica che la Germania nazista starebbe segretamente portando avanti, e tuttavia questi sono solamente lo schermo sul quale si stagliano le vicende di pochi, normalissimi individui. Robert Childan, un cinico e disilluso mercante di reperti americani, che tenta di far carriera ingraziandosi mellifluamente i conquistatori grazie alla fama del suo negozio a San Francisco. Childan è combattuto tra la ricerca della consolazione dal suo stato di ‘sconfitto’, disprezzando coloro che serve e credendo ciecamente nella superiorità della stirpe ariana sugli spregevoli musi gialli, e il tentativo di farsi accettare nell’elitaria e chiusa società di quegli stessi giapponesi. Nobusuke Tagomi, ambasciatore giapponese a San Francisco dal carattere severo e cortese, autoritario ma disponibile, perfetta incarnazione dell’austerità giapponese e della fede nei poteri divinatori dell’I-Ching. La sua vita relativamente tranquilla e il suo equilibrio interiore saranno rotti tragicamente dall’incontro diplomatico con il signor Baynes, svedese di razza ariana purissima ma estremamente critico nei confronti della dottrina politica, apparentemente incaricato di rappresentare una ditta produttrice di un nuovo tipo di plastica, ma in realtà mosso da ben altri scopi. Frank Fink, ebreo in incognito (ha cambiato il suo cognome in ‘Frink’ per evitare la persecuzione nazista) che, licenziato dal suo impiego in un’officina manifatturiera, mette in piedi con un collega un’attività di produzione di gioielli che incarnino lo spirito di una nuova arte americana. La risoluzione di Frank è però legata ad un responso dell’I-Ching, un esagramma terribile e paradossale, perché dichiara al contempo il successo senza precedenti cui lui è destinato, e la disfatta totale, la distruzione apocalittica, che coinvolgerà lui, o forse l’universo intero. E Julian, l’ex moglie di Frank da anni trasferitasi in una cittadina degli Stati delle Montagne Rocciose, una creatura immediata e irrazionale, che come la Liz di In questo piccolo mondo (ma in un modo più maturo di questa) incarna la vita stessa nella sua impulsività e sensualità. Il suo incontro casuale con un ex fascista italiano, camionista di mestiere, sarà per lei il preludio di un viaggio rocambolesco avente come fine l’incontro con nientemeno che il leggendario scrittore Abendsen nel suo alto castello.
Si vede subito che in quest’opera Dick compie una vera e propria rivoluzione, non solo della propria poetica, ma di tutta la letteratura di genere. La vecchia tematica distopica è ancora una volta recuperata, ma piegata stavolta ad uno scopo completamente nuovo: quello di raccontare non un’azione, un intreccio, ma piuttosto una serie di possibilità umane. Estranei e del tutto impotenti di fronte ai grandi modi politici e storici, i personaggi del romanzo vivono ciascuno la propria vita e i propri problemi, senza incontrarsi se non raramente, e collidendo l’uno con l’altro in modo sempre molto labile (anche se non indifferente). Ciascuna vicenda ci racconta un aspetto differente dell’esistenza. E nel loro svilupparsi indipendente, e nei leggeri ma decisivi intrecci che queste storie instaurano l’una con l’altra, si struttura con quella capacità che ha Dick per l’edificazione di architetture narrative – e che ha maturato soprattutto nel corso degli ultimi romanzi – la trama complessissima e densissima de L’uomo nell’alto castello. Dick se ne serve per indagare temi filosofici a lui cari, da cosa significhi la realtà e se ci sia una realtà vera, attraverso il romanzo nel romanzo di Abendsen, alla possibilità umana di individuare un senso nell’universo e venire a pace con esso, con le peripezie indipendenti ma correlate di Tagomi e Frank, alla riflessione sulla storia di Baynes, e alla ricerca di un futuro per la propria gente con Childan. Soprattutto, Dick si interroga sulla civiltà americana, che nel suo mondo distopico è arrivata alla propria fine: sconfitta, ha arrestato il proprio progresso, ha rinunciato alla propria cultura e si è ritirata nella sterile ricerca ossessiva del proprio passato sepolto attraverso il mercato del collezionismo. È possibile per una società arrivata al capolinea, trovare il modo per reinserirsi nei binari della storia e dell’esistenza e, se non contare qualcosa sul piano politico, almeno sviluppare una cultura nuova – che poi è la cosa che interessa a Dick – e con essa un futuro, e non soltanto un passato? Sicuramente, il fascino di quest’opera e dei problemi che solleva, tra le altre cose, è dovuto anche al fatto di mancare di una interpretazione definitiva e sicura, al contrario di quanto accadeva nelle opere precedenti. E la ragione di questa è davvero bizzarra: per scriverla, Dick che non aveva preso appunti, si affidò, lui stessi, realmente all’I-Ching, affidandogli soprattutto quelle decisioni che poi appaiono anche nel romanzo sotto forma di responso. Certo, la formazione del romanzo non è del tutto casuale, poiché, come del resto si fa poi anche nella divinazione autentica, si cerca bene o male di piegare i vaticini alle proprie interpretazioni e ai propri progetti. Tuttavia, questo significa che alcuni punti oscuri si prestano a delle spiegazioni estranee persino alle intenzioni dell’autore – dato che sono state dettate da un mezzo estranee alla sua volontà – e spiegano l’ambiguità mai risolta del finale dell’opera, che neanche Dick riuscì mai a capire bene (!!) e infatti, anche se non condivido, si guadagnò le critiche di molti recensori.
L’uomo nell’alto castello è anche una rivoluzione della fantascienza, dato che a tutti propone pochissimi degli elementi di quel genere, e di esso rimangono, soprattutto, proprio le domande filosofiche. Storicamente, il libro fu inizialmente riconosciuto, per l’appunto, come un’opera non di fantascienza. Anche se non ottenne grande successo di vendite, a pubblicarlo fu una casa editrice mainstream, e i recensori ne parlarono come di un eccezionale thriller fantapolitico. Ciò che per anni Dick aveva tentato di ottenere con le sue opere più realistiche, era riuscito a realizzarlo in una maniera del tutto inaspettato. Di colpo, realizzò le possibilità di una nuova narrativa, che fondesse le incredibili possibilità immaginative della science fiction con la dignità filosofica e intellettuale della letteratura canonica, e sull’onda di questa scoperta realizzò due romanzi che si fanno forti di questo doppio carattere come mai era successo prima: L’androide Abramo Lincoln e Noi marziani. E tuttavia, il suo entusiasmo era destinato a finire. Il primo romanzo fu rifiutato e ottenne pubblicazione solo molti anni dopo; il secondo fu pubblicato subito, ma ancora una volta, da una casa editrice di fantascienza che gli mise in copertina qualche immagine scema da pulp magazine sci-fi. Vale a dire: le porte d’accesso alla grande narrativa ufficiale rimasero chiuse per lui, e il sogno s’infranse. Ne seguì grande disperazione. E tuttavia, nel ’63, l’anno dopo l’uscita, L’uomo nell’alto castello vinse il premio Hugo – l’unico nella carriera dello scrittore – il più alto riconoscimento di tutta la letteratura fantascientifica. Se il mondo della critica continuava a ignorarlo, il fandom dello sci-fi lo considerava ormai un dio. E Dick si rese conto che poteva bastargli: se la sua fantascienza non arrivava al mainstream, allora avrebbe portato il mainstream dentro la fantascienza. La sua carriera letteraria era ad una svolta.


Voto: 9

A chi può piacere:
- A chi si chieda come potrebbe essere il mondo se l’Asse avesse vinto la guerra.
- A chi cercasse un grande romanzo filosofico sull’anima dei popoli.
- A chi crede nel potere del tao di tracciare i nostri destini.

A chi può non piacere:
- A coloro che prediligono l’azione alla riflessione.
- A chi non sopporta le narrazioni di troppo ampio respiro.
- A Himmler (questa la capite leggendolo).

 
 
 
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