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Il profumo è il profumo della vita. Un blog di recensioni letterarie e cinematografiche, riflessioni, e quando capita un po' d'autobiografismo.

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L'androide Abramo Lincoln

Post n°50 pubblicato il 23 Febbraio 2009 da Tapiroulant
 

Autore: Philip K. Dick
Titolo originale: We Can Build You
Titolo alternativo: A. Lincoln, Simulacrum
Editore: Fanucci
Collana: Immaginario Dick
Pagine: 273


Nel vasto e poco equo mondo della letteratura, come per qualsiasi altro ambito culturale, c’è spazio per le grandi opere, consacrate ormai a tutti i livelli e consegnate alla storia, e per piccoli gioielli, libri cosiddetti ‘minori’, dotati di grande bellezza e tuttavia perlopiù sconosciuti. Credo che queste opere siano quelle che più di tutte meritino di essere recensite e portate sulla piazza, altrimenti finirebbero con lo scomparire completamente dai circuiti editoriali. È perciò con grande piacere che oggi mi voglio occupare proprio di uno di questi libri. Scritto nel 1962, L’androide Abramo Lincoln è come un vaso di coccio in mezzo a un gran bel paio di vasi di ferro del corpus letterario dickiano, L’uomo nell’alto castello dell’anno prima da una parte, e Noi marziani, composto nello stesso anno, dall’altra. Entrambe queste opere appena citate sono infatti riconosciute dalla critica come alcuni dei lavori migliori dello scrittore. A ciò si aggiungono ulteriori motivi di discredito del povero Androide Abramo Lincoln. Come avevo già accennato nello scorso intervento su Philip K. Dick, pur inserendosi nella scia del grande romanzo vincitore del premio Hugo, il libro continuò ad essere rifiutato dalle case editrici per dieci anni, fino a che nel 1972, quando ormai l’autore cominciava ad avere un certo successo di vendite e un inizio di rinomanza presso la critica, si cominciò a pensare che il suo solo nome sulla copertina potesse far vendere un prodotto altrimenti invendibile. E quale sarà mai la ragione di tale perplessità delle case editrici? Una sola risposta: “Non è fantascienza”. E in un certo senso, potrei aggiungere, non è nemmeno mainstream, almeno quello che siamo abituati a leggere. Lo stesso Dick se ne rendeva benissimo conto; ma ormai, visto il successo di critica ottenuto grazie alla nuova miscela di generi e stilemi ne L’uomo nell’alto castello, aveva deciso di istituire un nuovo filone letterario che unisse le intuizioni immaginifiche dello sci-fi con le alte pretese e la scrittura non piana della letteratura alta. Il risultato, è un libro veramente strano da leggere. E che taglia i ponti con il passato, perché non solo abbandona una volta per tutte lo stilema della distopia, la cui presenza, in varie forme, era rimasta sistematica fino al suo romanzo nazista compreso, ma non ci presenta nemmeno un mondo realmente futuristico.
La storia è ambientata negli anni ’80 del Nocevento, in un’America semplicemente capitalista e liberista, dove l’incidenza delle malattie mentali è talmente in aumento che circa una persona su quattro ne è affetta. Per far fronte all’emergenza psicosi, e al contempo nel tentativo di guarire o quantomeno di restituire ad una vita accettabile i malati, il governo ha fatto approvare una legge che obbliga gli adolescenti, quando ancora vanno alle superiori, a sottoporsi a dei test che determinino il loro stato mentale: il test dei proverbi Benjamin e il test dei blocchi Vigotsky-Luria. Tutti coloro che vengono identificati dal test come malati di mente, vengono immediatamente prelevati, rinchiusi in apposite cliniche e sottoposti a terapia psichiatrica. Nulla di allucinante come lobotomie o elettroshock vari comunque: i centri di Sanità Mentale del governo aiutano realmente molte persone, facendo sì che, anche qualora non guariscano completamente (il che è quanto accade di solito), possano tornare a vivere in società sottoponendosi ad una terapia esterna sotto la supervisione di un analista privato. In questo mondo che, tra tutti i futuri possibili presenti nelle opere dickiane, è quello che più avrebbe potuto effettivamente realizzarsi nella data in cui è ambientato, si muovono i due soci d’affari Maury Rock e Louis Rosen. Il padre di Rosen, un uomo incolto e bonario, vorace di filosofia e grande citazionista di Pascal e Spinoza, è proprietario di una piccola fabbrica specializzata nella produzione di strumenti musicali avveniristici che si collegano direttamente alle sinapsi cerebrali. Mentre Maury si dedica all’aspetto progettistico e amministrativo della loro attività commerciale, Louis è incaricato al contempo di gestire il traffico delle consegne degli articoli e di fare da tramite tra il collega e il padre. Tuttavia, negli anni in cui la storia è collocata, gli affari non vanno più tanto bene, a causa di una concorrenza spietata e di un costante avanzamento tecnologico al quale non riescono a tenere testa. E mentre Louis continua ad ancorarsi al passato e rifiuta di rinnovare il loro parco prodotti, Maury partorisce un’idea assurda e geniale, dettata al contempo da un sentimento patriottico e dalla sua brama di denaro: costruire degli androidi di personaggi storici della Guerra Civile, come appunto il presidente Abramo Lincoln, per farla ricombattere e restituire agli americani le emozioni e il secondo della più grande epopea americana mai esistita. In realtà, bisognerebbe dire che Dick non parla di androidi, ma di simulacri, giacché il termine ‘androide’ l’avrebbe coniato solo molto più tardi, quando scriverà Ma gli androidi sognano pecore elettriche?; e difatti il titolo originariamente pensato per quest’opera era A. Lincoln, Simulacrum. In questo senso, il titolo italiano è quanto mai filologicamente scorretto.
Si scoprirà abbastanza in fretta, però, che l’idea di costruire i simulacri non è stata affatto di Maury, ma di sua figlia, la diciottenne Pris Frauenzimmer. E qui sarebbe opportuno aprire una piccola parentesi sulla figura di questa gentile donzella, dato che la sua cartella clinica è quanto mai interessante. Fin da piccola, Pris aveva avuto forti tendenze asociali, e aveva perso in fetta un genuino senso dell’umorismo. Nel tempo, aveva manifestato una fissazione malsana per l’ordine, atteggiamenti ossessivo-compulsivi e momenti di totale e deliberata distruttività. Inutile dire che, una volta sottoposta ai test sulla sanità mentale, Pris era risultata non solamente malata, ma schizofrenica ad uno stadio talmente avanzato da essere difficilmente recuperabile. Ad ogni modo, schiaffata seduta stante nel centro di Igiene Mentale di Karenin, a Kansas City, ne era uscita dopo alcuni anni almeno parzialmente ripulita, e di nuovo capace di interagire col mondo. Ora, forse più di ogni altro personaggio mai realizzato da Dick, Pris incarna l’archetipo della black haired girl dalle tendenze psicotiche, ostili e completamente egocentriche. Pris è una donna fredda e tagliente come il metallo, onesta e diretta fino alla patologia, che guarda tutti dall’alto in basso e disprezza l’uomo medio. Il suo terrore è quello di rimanere schiacciata da un’esistenza dolorosa quanto inutile, e la sua ammirazione va tutta verso Sam K. Barrows, ricchissimo e famosissimo, nonché cinico e spregiudicato uomo d’affari che ha fondato un impero sulla speculazione edilizia, e punta ora ad essere il primo a fondare le prime colonie sulla Luna. Agli occhi di Pris, Barrows incarna l’archetipo della grandezza, del successo, dell’unica vita che valga la pena di essere vissuta. E se ha partorito l’idea di costruire i simulacri della Guerra Civile, è soltanto per avere l’opportunità di fare affari con lui ed essere ammessa nella sua sfera di infinito prestigio. E di simulacri ne verranno effettivamente realizzati due, il ministro della guerra di Lincoln, Edwin M. Stanton, prototipo di tutta la produzione successiva, e lo stesso Abramo Lincoln. E mente Stanton è un rigido burocrate dal pessimo carattere, dall’inscalfibilità ideologica e da una punta di gretto opportunismo, in Lincoln, che in vita era una persona fragile, emotivamente instabile e reduce da una forte depressione che lo aveva quasi portato alla morte durante la sua giovinezza, si spalancano le porte di una gentilezza e di un’umanità impensabile per una creatura artificiale.
I due simulacri diventano dunque un’occasione, per Dick, per porre la domanda, a lui cruciale, su cosa sia l’essere umano, e se l’umanità dipenda da ragioni meramente biologiche o non piuttosto dalla possibilità di provare emozioni e godere del libero arbitrio. D’altronde il tema dell’androide, come dimostrano anche i successivi romanzi dickiani sull’argomento e lo stesso Blade Runner, si prestano particolarmente bene alle indagini sulla natura dell’anima e dell’autocoscienza. Ne L’androide Abramo Lincoln però Dick si spinge oltre, ponendo accanto a dei simulacri fin troppo umani una creatura biologicamente umana ma del tutto capace di amare e di costruire un rapporto sano con gli altri. Personaggio chiave del romanzo, Pris incarna in sé il calore del sesso (Frauenzimmer in tedesco significa ‘puttana’) e il gelo della schizofrenia, e intrecciando con Louis Rosen un perverso rapporto di amore/odio, farà emergere a poco a poco anche i demoni sotterranei di lui. Lo stesso Dick ammetterà di essere rimasto particolarmente affascinato, nella stesura di questo romanzo, dal chiasma rappresentato da un androide dotato di reali qualità umane, e un’umana che è simile a un automa e a un freddo insetto. E accanto al tema dell’umanità, si accompagna per la prima volta un’altra problematica, quella della malattia mentale, che attraverserà più o meno tutti i romanzi dickiani dei primi anni ‘60 e raggiungerà il suo apice in Follie per sette clan, del 1964. Tema, questo, fortemente autobiografico, perché lo stesso Dick sentiva di essere affetto fin dalla sua infanzia da una qualche forma di schizofrenia (il che potrebbe anche essere vero). Possiamo vedere in Louis Rosen un alter-ego dell’autore, un uomo apparentemente sano e perfettamente integrato nella società, che a poco a poco scoprirà in sé stesso forze perverse, insensate e irrazionali. Aspetto, questo, accentuato dalla narrazione integralmente in prima persona dal punto di vista di Louis – cosa quanto mai rara nei romanzi dickiani, lo abbiamo visto – e dal fatto che, seppur inizialmente un personaggio marginale, che perlopiù osserva ciò che fanno gli altri personaggi, con l’insorgere della malattia prenderà sempre più piede come protagonista assoluto. E la spirale di follia crescerà sino a livelli parossistici e alienanti, fino all’affascinante finale in calando.
Non soltanto, dunque, L’androide Abramo Lincoln abbandona i grandi avvenimenti e i personaggi che possono cambiare il mondo – tematica che, dai due titanici antagonisti de Il mondo che Jones creò, finanche alla paranoia giustificata di Ragle Gumm in Tempo fuor di sesto e allo studio delle mentalità dei popoli in L’uomo nel grande castello – per rivolgersi a vicende quotidiane qualsiasi, vissute da personaggi mediocri e che vivono la loro malattia proprio nel fatto di essere condannati a questa mediocrità, cosa che avvicina il romanzo alle sue opere mainstream piuttosto che a quelle fantascientifiche. Non soltanto ogni tentativo di grandezza, di epica, viene stroncato sul nascere, dai fallimenti che costellano le loro iniziative commerciali e la trasformazione di nobili ideali in nient’altro che una lotta piccolo-borghese per chi si conquista le più ampie fette di mercato. Non soltanto gli elementi dello sci-fi sono ridotti al minimo (gli strumenti musicali che si suonano col cervello, la colonizzazione lunare, i simulacri), e rivestono un ruolo meramente funzionale nei confronti di temi che di fantascientifico nulla hanno. Ma soprattutto, ciò che rese e rende ancora difficile la lettura de L’androide Abramo Lincoln è la sua struttura sconclusionata, priva di un vero centro e dalla progressione sempre inaspettata. Più della maggior parte dei suoi romanzi, questa è un’opera realmente sperimentale e imprevedibile, che Dick si sarebbe deciso a realizzare forse proprio dopo lo successo di critica de L’uomo nell’alto castello. Che questo non sia un romanzo immediatamente accessibile devono averlo intuito anche gli uomini della Fanucci, dato che hanno messo come postfazione al libro un intervento dello stesso Dick scritto nel ’72 per una conferenza a Vancouver, nell’anno in cui finalmente il suo libro fu pubblicato. Le parole dell’autore sono effettivamente chiarificatrici sulla struttura dell’opera, e spiegano tutte le tappe della sua realizzazione, quindi ben vengano. Inoltre, tracciano un interessante parallelo tra la malattia mentale e i centri di Igiene Mentale de L’androide Abramo Lincoln, e il tema della droga e dei centri di disintossicazione affrontato nel romanzo al quale Dick stava lavorando nel ’72, Un oscuro scrutare. La segregazione nelle cliniche non è certo una bella cosa, ma dobbiamo realmente vederla come una cosa negativa? Un drogato in stadio avanzato non sarà mai in grado di riprendersi senza un aiuto adeguato, e così uno psicotico. Dovremmo lasciare questi individui a loro stessi, lasciare che si consumino fino a tagliare definitivamente i ponti con il mondo? O non è forse meglio farli seguire da terapisti in gamba, anche a costo di privarli della loro libertà e di umiliarli di fronte alla società? Porre una domanda così scottante e di non facile soluzione non fa che accrescere la bellezza di questo romanzo.
Certo, dei difetti nella costruzione non mancano. Lo stesso Dick si rende conto che, ammaliato dalla complessità e della potenza del personaggio di Pris, ha messo un po’ troppo da parte i due simulacri, mentre inizialmente aveva intenzione di dedicare loro molto più spazio. La trama rischia a volte di diventare un po’ troppo dispersiva, e come al solito il finale lascia aperte delle lacune difficilmente giustificabili. L’androide Abramo Lincoln rimane comunque un grande romanzo, estremamente interessante, il cui carattere strambo gli ha impedito di ottenere il riconoscimento critico che meritava, ma che proprio per quello meriterebbe oggi di essere rivalutato. Val la pena di leggerselo, decisamente.


Voto: 8

A chi può piacere:
- A chi fosse in cerca di una strana commistione di sci-fi e mainstream.
- A chi sente vicino il problema delle malattie mentali.
- A chi volesse leggere l’antecedente di Ma gli androidi sognano pecore elettriche?

A chi può non piacere:
- A coloro che preferiscono i grandi sconvolgimenti politici.
- A chi si aspetta una storia dall’intreccio convenzionale.
- A Lincoln.

 
 
 
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