Community
 
Tapiroulant
Video
Foto
   
 
 
Creato da Tapiroulant il 29/10/2008
Il profumo è il profumo della vita. Un blog di recensioni letterarie e cinematografiche, riflessioni, e quando capita un po' d'autobiografismo.

Area personale

 
 

Tag

 
 

Archivio messaggi

 
 
 << Febbraio 2012 >> 
 
LuMaMeGiVeSaDo
 
    1 2 3 4 5
6 7 8 9 10 11 12
13 14 15 16 17 18 19
20 21 22 23 24 25 26
27 28 29        
 
 

Ciclo Elias Canetti

 

Autodafé
La lingua salvata
Il frutto del fuoco
Il gioco degli occhi
Le voci di Marrakesh

 

Cerca in questo Blog

 
  Trova
 

FACEBOOK

 
 
 
Citazioni nei Blog Amici: 14
 

Ultime visite al Blog

 
rosadigianfilippoGiuliettina86PrajFrancescods83lele.scorpionmau_stonedlastanzadellefarinedzena0danielaoghamcosmoaailaxschiararusso86didomenicoroccocesaremarteantonio_solombrino
 

Ultimi commenti

 
la chiesa condivide molte critiche quì espresse.. i mormoni...
Inviato da: lele.scorpion
il 27/01/2012 alle 00:30
 
direi un commento riuscitissimo, il suo autore ha un ben...
Inviato da: edoardo
il 28/10/2011 alle 23:50
 
Ciao..volevo semplicemente farti i complimenti per le...
Inviato da: Simona
il 01/06/2011 alle 18:34
 
Davvero un bel libro Omaggio alla Catalogna! Un...
Inviato da: chiaracarboni90
il 23/05/2011 alle 16:15
 
"ma in fondo che cos’è una rinuncia definitiva...
Inviato da: Giulia
il 24/11/2010 alle 11:22
 
 

Chi può scrivere sul blog

 
Solo l'autore può pubblicare messaggi in questo Blog e tutti possono pubblicare commenti.
 
RSS (Really simple syndication) Feed Atom
 
 
 

 

 
« Come ci si sente ad esse...L'arte del romanzo »

Noi marziani

Post n°52 pubblicato il 27 Febbraio 2009 da Tapiroulant
 

Autore: Philip K. Dick
Titolo originale: Martian Time-Slip
Titolo alternativo: Goodmember Arnie Kott of Mars
Editore: Fanucci
Collana: Immaginario Dick
Pagine: 303


Essi putriano e putriano. E Marte è sempre stato uno dei più grandi topoi della fantascienza. L’inizio della fortuna del pianeta rosso risale probabilmente al lontano 1877, con la scoperta, da parte dell’astronomo nostrano Giovanni Schiaparelli, della presenza di una fitta rete di canali lungo la sua superficie. Nonostante non sia mancato da subito un certo scetticismo di fronte alla scoperta (scetticismo che poi è stato ben ripagato, dato che la scoperta si è poi rivelata falsa), e nonostante anche chi la accolse cercò di trovarvi da subito una spiegazione eminentemente fisica, l’idea che una mente intelligente, e chiaramente non terrestre, fosse all’origine di quei canali non ebbe difficoltà a diffondersi nella cultura popolare. Del resto l’idea trovava un terreno particolarmente favorevole verso la fine dell’Ottocento, l’epoca del pieno boom positivista anti-religioso e della destituzione definitiva dell’antropocentrismo cristiano grazie all’imporsi della darwiniana teoria dell’evoluzione. Se l’uomo non veniva realmente da una costola di Dio, e se Adamo non poteva vantare alcun primato ontologico sopra ogni altra specie vivente, allora l’esistenza di altri uomini su un altro pianeta, nati ed evolutisi indipendentemente, non solo andava a pennello ma rafforzava la mentalità dominante. Il fatto che Marte vantasse caratteristiche cosmiche simili a quelle della Terra significava che, come era nata sulla Terra, così la vita poteva essere nata anche lì, e in condizioni simili a quelle nostrane. Il che significa: umanoidi. E il fatto che Marte fosse così vicino alla Terra, permetteva di immaginare un possibile contatto futuro tra le due razze. La civiltà marziana era generalmente pensata come assai più evoluta di quella nostrana, e oscillava tra l'essere dotata di una saggezza infinita e buona, e l'essere semplicemente bellicosa e conquistatrice. Ray Bradbury compie una rivoluzione quando, con la sua famosissima raccolta di racconti Cronache marziane, ci parla della progressiva colonizzazione di Marte da parte dei terrestri, ormai sufficientemente evoluti, ribaltando di fatto le consuetudini del topos. I marziani non si curano, né si sono mai curati minimamente della Terra, e di fronte all’incedere dei terrestri e delle malattie che si portano dietro non possono evitare di essere immediatamente spazzati via ed estinguersi. Incuranti di ciò, i terrestri ereditano il pianeta e ci si installano. Ma allo scoppiare di una guerra atomica nella terra natia finiranno col lasciare abbandonata e inutile anche la nuova colonia. Di fatto, Bradbury mette in atto una nuova conquista dell’America, mostrandoci la dimensione meno eroica della colonizzazione.
Quando Philip K. Dick scrive Noi marziani, nel 1962 (lo stesso anno di L’androide Abramo Lincoln), è il modello di Cronache marziane quello che ha in mente. La Terra ha cominciato a colonizzare Marte. Il pianeta è arido e ostile, pertanto le colonie si radunano attorno alla rete di canali idrici anticamente costruita da una civiltà marziana ormai scomparsa. Dei marziani autoctoni sopravvissuti ci sono, è vero, ma si sono lasciati alle spalle da tempo il loro passato glorioso. I Bleekmen (così li hanno battezzati i colonizzatori terrestri) sono un piccolo e debolissimo popolo di nomadi cacciatori-raccoglitori, che celebrano un culto animista e ricordano da vicino gli aborigeni australiani. Il centro spirituale del loro culto e meta dei loro occasionali pellegrinaggi è il Cocuzzolo Bitorzoluto, una piccola e strana roccia naturale collocata in una catena montuosa che i coloni hanno ribattezzato ‘Montagne Franklin Delano Roosevelt’. Molti Bleekmen non disdegnano di mettersi al servizio dei terrestri come schiavi, preferendo la sottomissione e lo sfruttamento alla morte per disidratazione che coglie la maggior parte di loro durante l’attraversamento dei letali deserti marziani. Sotto la supervisione dell’ONU, tutti i Paesi terrestri che hanno potuto permetterselo hanno inviato una piccola rappresentanza del loro popolo sul pianeta rosso – sicché esiste una Nuova Israele, una colonia italiana, una polacca, una statunitense e così via – ed è cominciato un processo di bonifica dei deserti e di coltivazione dei cibi importati dal pianeta d’origine. Col tempo, però, la Terra ha cominciato a disinteressarsi di Marte, sicché il processo di colonizzazione sé arrestato e i coloni sono stati lasciati a loro stessi. La vita è dura: le risorse scarseggiano, e non ci si possono più permettere i lussi terrestri. Dato che l’intenzione dell’ONU è quella di rendere autosufficienti le colonie marziane, il traffico di merci è pesantemente limitato, e del tutto proibito per la maggior parte dei prodotti. E come capita sempre in tempi di proibizionismo, questi divieti hanno incentivato la nascita e la diffusione su Marte di un mercato nero che commercia di tutto, da pezzi di macchinari a caviale a vini d’annata per i più ricchi. Allo stesso tempo, la scarsità dei contatti con la Terra e la scarsa sorveglianza condotta dall’ONU hanno permesso lo sviluppo di mafie e lobby locali.
Tra queste, la più florida e potente è quella del Sindacato degli Idraulici, colonia dal carattere autoritario governata dall’autocrate Arnie Kott. Arnie è un uomo gretto e pragmatico, sbrigativo e irascibile con tutti i suoi sottoposti, accorto nei suoi affari, e ama fare sfoggio del proprio potere e della propria ricchezza. Il suo orizzonte mentale non va oltre le questioni pratiche e il vantaggio personale. Il suo individualismo sfrenato lo porta a considerare le altre persone solamente nella misura in cui possono essergli utili, e a regolare in base a questo le sue amicizie e le sue inimicizie. Quasi tutti i suoi lussi e le sue scorte di cibo raffinato, li deve al proficuo commercio con una piccola ma capillare attività di contrabbando gestita dal tedesco Norbert Steiner. Norbert però non è una persona felice, perché si sente solo e vuoto. A casa ha una moglie gelida e schizoide che non lo ama, e quattro bambine da sfamare che gli lasciano sul gobbo un fardello che non è in grado di sopportare. Ma soprattutto, al centro Ben Gurion, una clinica costruita a Nuova Israele che raccoglie tutti i bambini marziani con malformazioni genetiche o disturbi mentali, ha un figlio di dieci anni, il piccolo Manfred. Manfred è autistico: incapace di comunicare o anche solo di accorgersi della presenza di altri, vive in un mondo tutto suo, un mondo di disperazione e desolazione. Si muove sempre in punta di piedi, come se percepisse la realtà esterna come una cosa cattiva e piena di spigoli con la quale avere meno contatti possibile. Non sa parlare, eccezion fatta per una parola che ripete ossessivamente e che sembra riassumere in sé tutto ciò che Manfred percepisce del mondo: “Putrìo” (nell’originale, gubble). Del dolore derivatogli dalla mancanza d’affetto di Manfred, Steiner può parlarne solo con Anne Esterhazy, una signora che gestisce un negozio a Nuova Israele e che, anche lei, ha un figlio anomalo al Ben Gurion. Anne è un’attivista politica caparbia e sicura di sé, che gode di una certa autorità su Marte e ha degli agganci sulla Terra. È anche l’ex moglie di Arnie, ma pur avendo divorziato da lui continua ad intrattenerci rapporti d’affari abbastanza proficui con una certa regolarità.
Ma il vero protagonista del romanzo è Jack Bohlen, trentenne apatico e insoddisfatto che lavora per una ditta di riparazioni. Il mestiere di riparatore è uno dei più importanti su Marte, dove le condizioni climatiche accelerano il deperimento dei macchinari e la scarsità della merce rende più economico aggiustare un aggeggio che non funziona piuttosto che ricomprarlo. Jack Bohlen, poi, è particolarmente bravo. Venendo su Marte s’è rifatto una vita, confidando nella riposante tranquillità bucoliche delle piccole colonie. La sovrappopolazione e il ritmo frenetico della vita sulla Terra aveva infatti risvegliato dalle profondità del suo animo uno sgradevole demone – la schizofrenia. Di fronte alla sua malattia, gli uomini avevano rivelato la loro vera natura di macchine e ingranaggi, il mondo civile si era putrefatto e il tempo si era disgregato. Perché i sintomi della sua malattia comprendono la dissociazione dalla realtà, le allucinazioni, lo smarrimento e le amnesie selettive. Per non impazzire completamente, era dovuto fuggire su Marte, dove ritiene di essere finalmente guarito. Si è anche trovato una moglie, Silvia, e ci ha fatto un figlio, il piccolo David. Dei suoi vecchi problemi è però rimasta un’ombra d’apatia in tutte le cose che fa, e una predisposizione agli attacchi di panico quando sotto pressione. Oltretutto, il suo matrimonio si trova in una situazione critica: da una parte, perché la paura della moglie nei confronti della sua malattia ha eretto una barriera fra loro, dall’altra perché, stando lui lontano da casa per quasi tutta la settimana a causa del suo ingombrante lavoro, l’attaccamento di Silvia nei suoi confronti perde giorno dopo giorno di energia. A completare il quadro dei personaggi che popolano questo setting marziano, troviamo poi il dottor Milton Glaub, uno psichiatra mellifluo e arrivista uscito dai prestigiosi centri ricerche di psicologia della Svizzera; Doreen Anderton, una bella, intelligente e flemmatica donna dell’harem di Arnie, che a causa della schizofrenia del fratello ha sviluppato una certa empatia nei confronti dei malati di mente; Otto Zitte, dipendente di Steiner che prova un giusto rancore nei confronti della mafia che ha fatto fallire la sua precedente attività commerciale; Eliogabalo, il cinico e impietoso Bleekman che serve come tuttofare e maggiordomo alle dirette dipendenze di Arnie, anche se talvolta resta poco chiaro chi sia a comandare chi; infine, Leo Bohlen, padre di Jack, un capitalista della vecchia guardia, bonario speculatore che conta di fare su Marte l’affare del secolo.
Questo cast ricchissimo e assolutamente polimorfo costituisce la base di una grande storia corale che compendia tutti gli interessi del Dick anni ’60 e getta le basi per una visione del futuro, o forse della pura e semplice realtà, assolutamente inquietante. Questa volta la paranoia dickiana trova il suo centro nella figura del piccolo Manfred e del suo putrìo. Una nuova teoria arrivata direttamente dalla Svizzera avanza l’idea che la condizione di autismo non è altro in realtà che una percezione del tempo fortemente accelerata, sì da gettare il bambino in uno stato di terrore costante e da rendergli impossibile la comprensione del mondo. L’autistico è come costantemente proiettato nel futuro, e data la sua distorta percezione del presente, anch’esso gli apparirà distorto nella maniera più orrenda (da cui il titolo originale, Martian Time-Slip). Arnie, credendo di vedere in questa capacità una facoltà precognitiva che gli sarebbe estremamente utile in un periodo particolarmente decisivo per i suoi affari, cercherà di farla fruttare a suo vantaggio. Il padre Norbert, leggendo nel suo silenzio indifferente il rifiuto, troverà una ragione in più per spingersi al suicidio. La follia latente in Manfred rischierà di risvegliare quella di Jack e di isolarlo definitivamente dal mondo dei sani e da tutto ciò che ama. Perché Manfred non si limita a subire la propria orrenda visione del mondo; la sua sola presenza contamina gli ambienti, sconvolge il senso del tempo, radicalizza i sentimenti d’odio, d’angoscia e confusione, e corrompe la psiche degli altri uomini. E onnipresente resterà nell’aria la domanda: ma è solo il suo modo malato di vedere le cose? O forse proprio nella malattia mentale più radicale – come talvolta pensava lo stesso Dick – è possibile cogliere la vera essenza della realtà, scorgere le travi dell’universo? E se così fosse, potremmo mai accettare, sopportare questa realtà? Perché quanto più ci si perde nella malattia, tanto più diventa impossibile tornare alla propria vita e alla propria moglie. Accanto a questa, poi, Dick sviluppa tutta una serie di questioni collaterali, più strettamente legate all’ambientazione di una Marte arida e in sfacelo, teatro di piccole angherie e del disinteresse delle grandi potenze mondiali: la meschinità della speculazione capitalistica, il sogno eugenetico per salvare le apparenze, l’ingiustizia de facto dei promotori della giustizia a parole, i matrimoni in crisi e la possibilità di salvarli, la stupidità del nozionismo astratto, la necessità dell’adattamento, la redenzione, la percezione soggettiva del tempo. Insomma, un calderone di temi condensati e affrontati persino con una certa eleganza.
Certo, come opera Noi marziani è di difficile interpretazione, molto più di un altro mostro sacro come L’uomo nell’alto castello. Poiché la maggior parte dei nodi chiave concettuali è allusa e mai resa del tutto esplicita, si può arrivare alla fine del libro con un senso di insoddisfazione, di qualcosa che non va. È un’opera che richiede attenzione e molta pazienza. Non credo che in questo vi sia un difetto. Tuttavia, ed ecco la nota dolente, di difetti dichiarati il romanzo non manca. A cominciare dallo stile. La prosa di Dick, s’è capito, non è mai particolarmente elegante – anche se ne L’uomo nell’alto castello supera sé stessa, e ne L’androide Abramo Lincoln il suo parossismo è tutto funzionale e ben gradito – ma qui eccede proprio. La molteplicità non soltanto dei punti di vista, ma dei piani della realtà – il mondo reale e lucido, il mondo di Manfred, ilmondo della percezione di Manfred del momento presente, i mondi deglislittamenti avanti e indietro nel tempo – spesso intercalati l’uno all’altro alternando i caratteri in corsivo con quelli normali, suona troppo stonata, e anche se idealmente poteva funzionare, nella pratica non ci fa una bella figura. Si capisce, leggendo questi passaggi bruschi e ineleganti, che Dick ha scritto molto di getto, piuttosto che secondo un disegno ragionato e progettato con cura. Il che, inutile dirlo, è un peccato: perché impedisce a Noi marziani un olimpo che per le sue idee meritava. Altrettanto grave poi è che mentre l’espressione dei temi in Noi marziani è particolarmente potente e suggestiva (anche dal punto di vista immaginifico), l’intreccio soffre di essere trattato in modo troppo sbrigativo. Succedono tantissime cose, e soprattutto nel finale – altro punto dolente della letteratura di Dick, anche se qui comunque il senso di fretta è meno accentuato – la narrazione accelera troppo, impedendo al lettore di assimilare i fatti e di goderseli. Ad alcuni personaggi secondari, come Anne o il dottor Glaub, è dedicato inizialmente, e senza una chiara ragione, fin troppo spazio, per poi scomparire in modo insoddisfacente dalla storia (della serie: che me ne hai parlato fin’ora come se dovessero fare grandi cose, e poi me li fai uscire di scena in due secondi e mezzo?). Di altri, il loro scopo eminentemente strumentale allo sviluppo dell’intreccio è troppo sfacciato. Lo stesso Dick dovette ammettere, a proposito di questo romanzo: “L’ho trovato debole dal punto di vista drammatico (debole nella trama), ma straordinario per le sue idee”.
Posso comunque appoggiare la tendenza, tanto dei critici quanto dei fan, di individuare in Noi marziani uno di quei nove o dieci must del corpus letterario di Philip K. Dick: un libro da leggere a tutti i costi, anche solo per farsi un’idea. E poi, si può dire che questo è il primo dei suoi romanzi dove, veramente, le famose travi comincino ad affiorare…


Voto: 7 ½

A chi può piacere:
- A coloro che putriano.
- A putrìo putrìo putrìo.
- Putrìo.

Putrìo putrìo putrìo:
- Putrimi, putrimi, putrimi ancora.
- Putria il tuo putrìo nel mio putrìo, tu Putriarca!
- Tutto era putrìo, ovunque guardasse.

 
 
 
Vai alla Home Page del blog