Autore: Philip K. Dick
Titolo originale: Dr. Bloodmoney, or How We Got Along After the Bomb
Titolo alternativo: In Earth's Diurnal Course
Editore: Fanucci
Collana: Immaginario Dick
Pagine: 293
Il dottor Bluthgeld (nome parlante come pochi: significa sangue-soldi) è un tipo strano e pericoloso. Fisico di fama internazionale e una delle menti più brillanti della sua generazione, nei suoi discorsi pubblici si era sempre fatta strada un’inquietante vena paranoide, sotto forma di odio radicale e senza compromessi nei confronti del nemico sovietico, delle spie e dei sabotatori che quanto a lui si annidavano ovunque. Disturbo ulteriormente aggravatosi dopo che, nel ’72, a causa di una serie di calcoli sbagliati di cui si era preso la responsabilità, un esperimento atomico si è tragicamente concluso con l’innalzamento di una nube radioattiva che ha contaminato per anni larghe distese del suolo americano, dando luogo a mutazioni, malattie, raccolti e acque inutilizzabili. La carriera di Bruno Bluthgeld non fu compromessa, perché la comunità scientifica giudicò che avesse fatto del suo meglio e che nessuno aveva previsto un disastro di tale entità; ciononostante, per larga parte dell’opinione pubblica lui divenne il capro espiatorio della situazione, il feticcio sul quale focalizzare la propria angoscia e il proprio odio. La paranoia di Bluthgeld trovava così terreno fertile sul quale prosperare. E prosperò: perché una decina d’anni dopo, al tempo in cui è ambientata la vicenda di questo nuovo romanzo di Philip K. Dick, Bluthgeld si è convinto di essere un veicolo del volere di Dio, la più alta manifestazione dell’inconscio collettivo junghiano nella sua epoca, e per questo il male che si annida negli uomini vorrebbe farlo fuori. Però non è felice, perché ovunque va si sente osservato, additato e maledetto dalla gente, che certamente vorrebbe morto e lo farebbe, se appena lui abbassasse le proprie difese mentali. Una sua cara amica, nonché una delle pochissime persone di cui si fidi, Bonny Keller, gli ha consigliato di visitare un’analista suo amico. Bonny una volta era un’assistente di Bluthgeld, ma dopo essersi sposata con George, un maestro delle elementari che da poco ha raggiunto la carica di preside di un istituto locale, ha abbandonato l’attività e si è dedicata alla vita della casalinga. Ora vive in una bella casa nelle sterminate campagne della Marin County, California (sì: il luogo dove Dick visse con la moglie Anne dal ’58 alla separazione, avvenuta nel ’64, e già ambientazione di Confessioni di un artista di merda e L’uomo dai denti tutti uguali), e conduce una vita vuota, banale e insoddisfacente che già più volte l’ha portata sull’orlo di una crisi di nervi.
Il dottor Stockstill, l’analista da cui Bonny ha mandato Bruno, lavora in un piccolo studio a San Francisco. Stockstill è un uomo accorto, un attento osservatore dell’animo umano, e quando Bluthgeld gli si presenta in ufficio col nome falso di Jack Tree – da lui adottato per confondere e disorientare i Nemici che gli stanno dando la caccia – capisce di avere per le mani una brutta gatta da pelare. La situazione è resa peggiore dal fatto che di fronte all’entrata del suo studio, il suo onnipresente terrore si è risvegliato nel vedersi osservato intensamente da un nero. Il nero in questione è Stuart McConchie, cinico e pratico commesso del negozio di elettrodomestici e TV che sta proprio di fronte allo studio di Stockstill. Il suo superiore è il signor Fergesson, un uomo di indole severa ma buona, e soprattutto di nobili principi; talmente nobili, da aver deciso di assumere come tecnico un focomelico senza braccia né gambe di appena diciotto anni. Hoppy Harrington, questo il suo nome, è un tipo ancora più inquietante di Bluthgeld. Vittima di un gigantesco complesso di inferiorità causato dalle sue condizione, e reduce di una vita familiare e sociale che lo deprime e lo schiaccia, Hoppy ha deciso di abbandonare gli studi, che pure sembravano in apparenza l’unico possibile destino dignitoso per un focomelico, per dedicarsi all’attività manuale del riparatore e dimostrare così di non essere da meno della gente normale. Va in giro su un carretto a rotelle di bassa qualità fornito dal governo, che gli altri tecnici del negozio chiamano con disprezzo ‘focomobile’, munito di speciali estensori per le braccia che funzionano similmente a delle protesi. E questo è ancora il meno: perché Hoppy, forse a causa di una compensazione naturale per la sua mancanza di arti, sembra munito di misteriosi poteri extrasensoriali. Pare fornito di una qualche forma di telecinesi che gli consente di manipolare le cose a distanza, e della capacità di andare in trance e vedere il futuro, in un apparente regno dopo la morte, quando si ubriaca. Se a questo uniamo il suo carattere facile all’ira e desideroso di riscatto, si capisce che c’è più di un motivo per temere l’ego di quest’individuo. Stuart però non lo odia solo per il suo carattere: lo odia perché è un foco. Stuart non sopporta gli scherzi di natura e le malformazioni, e sogna un mondo dell’eugenetica dove a simili mostri non sia permesso di vivere e mischiarsi alla gente normale.
Il giorno in cui il dottor Bluthgeld incontra il dottor Stockstill, il giorno in cui Hoppy Harrington comincia il suo nuovo lavoro da Fergesson, è importante però anche per un’altra ragione: è il giorno nel quale è previsto il decollo del razzo che dovrà portare i primi due uomini della storia su Marte, Walter Dangerfield e sua moglie. Nel futuro immaginato da Dick, l’Unione Sovietica ha mantenuto fino a questo momento un pressoché totale monopolio delle imprese spaziali. Gli Stati Uniti sognano di riscattarsi inviando la coppia in una colonia su Marte dove dovranno trascorrere il resto della loro vita, aprendo la strada ad una serie di successivi viaggi che portino ad una massiccia colonizzazione del pianeta. Walt è un uomo carismatico, intelligente, spiritoso, che sa il fatto suo e sa ridere delle domande stupide dei giornalisti; è l’idolo di una nuova generazione di americani, che incollati allo schermo guardano il suo decollo. E il razzo decolla. Solo che non arriva su Marte: perché nel pomeriggio di quello stesso giorno, e mentre il razzo si trova in orbita attorno alla Terra, in attesa di iniziare l’ultima parte del suo viaggio – cadono le bombe. L’America è travolta da una pioggia di ordigni nucleari, e San Francisco viene completamente cancellata. Milioni i morti. Non soltanto: nel giro di pochissimo tempo, crollano tutte le principali vie di comunicazione, e ogni regione degli Stati Uniti precipita nel silenzio e nell’isolamento. Dopo i primi momenti di smarrimento, lentamente i sopravvissuti cominciano una nuova vita. E mente le rovine delle grandi città si trasformano in un coacervo di delinquenza e di disordini, nelle campagne, in tutte le piccole aree rurali, la gente comincia a rinchiudersi in solide cooperative, piccoli gruppi politici autosufficienti che intrattengono con tutti gli altri rapporti commerciali spesso saltuari. Ogni cooperativa fissa le proprie leggi e il proprio sistema di polizia, la giustizia è amministrata secondo regolari processi ma rimane abbastanza sommaria e brutale. L’economia ritorna al baratto, i mezzi di trasporto privilegiati cavalli che tirano carcasse di automobili. Il tuttofare – il tecnico, il riparatore – diventa il mestiere più importante di ogni comunità, perché in una situazione in cui diventa pressoché impossibile sostituire qualcosa che non funziona, è l’unico ad avere le competenze necessarie a ripararlo.
La loro unica fonte di gioia, il loro unico momento sacro è quello in cui, con l’ausilio di una radio a transistor, riescono a captare le onde trasmesse dal razzo-satellite orbitante di Walt Dangerfield, rimasto intrappolato nello spazio in seguito allo scoppio della guerra e destinato a rimanere esiliato nel suo piccolo involucro sino alla fine dei suoi giorni. Pur sotto il fuoco incrociato dei suoi crescenti malesseri fisici e dell’angoscia della propria condizione, Walt rappresenta per la gente di sotto l’unica possibile guida e consolazione, nonché l’unico possibile ponte di informazioni tra le varie parti del mondo, ormai chiuse le une alle altre. Grazie al suo spirito istrionico e sarcastico, nonché alla sua ampia collezione di brani musicali e di letture di grandi classici della letteratura, lo sfortunato astronauta allieta e alleggerisce le giornate della gente di sotto. Ed è in questo mutato scenario che si svolgono le vicende della piccola comunità di Marin County, dove i personaggi introdotti durante il prologo si trovano a convivere, a collaborare, a scontrarsi: Bonny Keller assieme alla figlia di sette anni Edie e al gemello mai nato Bill, concepiti il giorno dei bombardamenti in un momento di confusione emotiva con un piccolo commerciante che passava di lì per caso, Andrew Gill, il marito cornuto George, Stockstill, il dottor Bluthgeld, nei panni dimessi dell’allevatore Jack Tree, il tuttofare Hoppy, e tutta una serie di personaggi minori che ripropongono la meschina varietà di tipi umani delle periferie rurali, condite in salsa ‘sopravvivenza in condizioni estreme’. E di questo scenario, Bluthgeld si sente responsabile, perché nel suo delirio è arrivato a ritenere lo scoppio della guerra come un’azione di Dio votata a difenderlo, e si ritiene attualmente il demiurgo ordinatore della nuova realtà.
Generalmente sono molto scettico quando mi trovo davanti a romanzi o film di ambientazione post-apocalittica, perché riescono nel lodevole scopo di coniugare una spiccata povertà di idee – in genere ruotano attorno al tema delle difficoltà della sopravvivenza in un ambiente ormai ostile, della solitudine di un uomo o di un pugno di uomini, del cannibalismo (sociale ma anche fisico) tra uomini, e stop – con una totale mancanza di qualità, di stile. Posso a citare a mo’ d’esempio il recente Cell di Stephen King, talmente illeggibile da farmi pensare che si sia rivolto a dei ghost writers perché non c’aveva più voglia di lavorare (ho troppa stima di lui per ritenerlo capace di scrivere siffatti orrori), o il recente film Io sono leggenda, che pur con premesse buone deragliava in una tesi messianica e patriottica di rara bruttezza (del libro non parlo perché non l’ho letto, però dicono sia bello). E infatti, inizialmente, ero molto tentato di lasciar perdere questo Cronache del dopobomba – tant’è vero che fui poi costretto ad ordinarlo precipitosamente su IBS assieme a Noi marziali, dopo che già era uscito dalle librerie, e dopo aver letto tutta una serie di recensioni entusiastiche su di esso. Allo sgradevole ricordo delle mie passate esperienze col genere post-apocalittico, si intrecciava poi un’altra ragione valida per tenermi alla larga da quest’opera, vale a dire il suo titolo originale – Dr. Bloodmoney, or How We Got Along After the Bomb – chiara e triste scimmiottatura del bellissimo film satirico di Stanley Kubrick Dr. Strangelove, or How We Learned to Stop Worring and Love the Bomb. In realtà, come al solito, Dick non ha alcuna responsabilità di queste faccende burocratiche, visto e considerato che il suo libro col film di Kubrick non ha a che vedere se non per il fatto che scoppiano ordigni atomici. Il buon Philip aveva proposto un titolo assai più suggestivo, In Earth’s Diurnal Course, che come al solito gli editori gli cassarono. Dick scrisse questo libro nel 1963, l’anno dopo L’androide Abramo Lincoln e Noi Marziani, ma glielo pubblicarono soltanto nel ’65, ossia l’anno dopo l’uscita del film di Kubrick, che fece parlare moltissimo di sé. Ansiosi di cavalcare l’onda del successo mediatico, gli editori gli appiopparono questo bruttissimo titolo con il quale ancora oggi è conosciuto in America – e per una volta devo ringraziare gli editori italiani per averci risparmiato una traduzione fedele – sperando di vendere di più.
Ma che questo libro si collochi anni luce rispetto all’opera media di tematica post-apocalittica lo si capisce subito, a partire dal prologo pre-bombardamento, che invece di concentrarsi semplicemente sullo scatenarsi del disastro, ci presenta una galleria di personaggi già strani di loro. L’ambiente rarefatto e ostile del dopoguerra atomico, per Dick, non è altro allora che uno scenario estremo utile alla messa in scena di personalità radicali, analogamente a quello che erano le asettiche e povere comunità di coloni in Noi marziani. La critica fa notare come la sua narrazione sia completamente disinteressata degli effetti reali di un olocausto nucleare. Ancora una volta, dunque, Dick prende un topos della fantascienza, lo svuota e lo usa come contenitore vuoto per riempirlo delle sue fissazioni e follie. E follia è la parola chiave, data, come già nei due romanzi precedenti, la preminenza di questa tematica all’interno del romanzo. Tuttavia, invece che attraverso la figura catalizzante di un unico personaggio borderline, come la Pris di L’androide Abramo Lincoln o il Manfred di Noi marziani, questa volta l’autore disperde il proprio interesse in una vasta galleria di personaggi indimenticabili. Il dottor Bluthgeld, paranoico all’ultimo stadio, l’ambiguo e disumano Hoppy, guidato dal suo delirio di onnipotenza, e Dangerfield, intrappolato nella sua crescente spirale di depressione e alienazione, sono figure veramente titaniche e affascinanti. E accanto ad essi, merita almeno una menzione d’onore il rapporto tra la piccola Edie e la ciste intrappolata nel suo corpo che dovrebbe essere il suo mai nato gemello Bill, che essendo intrappolato a metà tra il mondo dei vivi e quello della morte, pare essere in grado di vedere i morti, di comunicare con loro e di prestare loro la propria voce. Il carattere che accomuna tutti questi personaggi è il fatto di essere dei mostri, al tempo stesso vittime di una condizione che li ha costretti ad essere così, e carnefici (o potenziali carnefici) nei confronti di quel mondo che li ha fatti essere tali. E i responsabili, sono cose che Dick conosceva molto bene. La paranoia di Bluthgeld è frutto delle fobie collettive degli anni ’50 – ’60, e del bisogno collettivo di individuare dei capri espiatori nelle disgrazie; i gemelli Keller sono il risultato dell’olocausto nucleare, che più che mai era un pericolo reale nel 1963; per il personaggio di Hoppy, Dick non ha fatto altro che attingere ad un fenomeno realmente accaduto in quegli anni, ossia la vasta ondata di bambini focomelici nati in seguito all’assunzione di un nuovo farmaco tedesco (poi opportunamente ritirato dal mercato) da parte di donne incinte.
I ‘mostri’ generano solo altre mostruosità, e ne pagheremo le conseguenze, sembra forse dirci l’autore. E mostri, in un certo senso, e almeno sotto il profilo morale, è ciò che sono costretti a diventare gli stessi sopravvissuti per ritagliarsi uno spazio vitale, date le efferatezze di cui loro stessi si macchieranno. In virtù dello scenario da piccola comunità offerto dalla Marin County, Dick è in grado di riproporre e sviluppare in una direzione nuova i suoi interessi mainstream. Da una parte, nel personaggio di Bonny Keller – con il suo congenito egoismo vitalista e infantile, con la sua aggressività, con i suoi continui adulteri e manipolazioni – rivive quasi immutato lo spettacolare personaggio di Fay Hume di Confessioni di un artista di merda; e con essi, tutto il cuore di quel romanzo, la difficoltà dei rapporti coniugali e lo scontro tra impulsi razionali e irrazionali nelle questioni amorose. Dall’altra, nell’analisi dei rapporti sociali della comunità rurale e con la carrellata di personaggi secondari, dall’uomo degli occhiali, tendenzialmente buono, ma che la situazione presente costringe a diventare infido e traditore, all’esperto di funghi codardo, dalla centralinista autoritaria al vecchio maestro di scuola che sapeva troppo e quindi è tolto di mezzo, ritorna – in un quadro di reciproche crudeltà legittimate dalla condizione presente – lo spirito turpe de L’uomo dai denti tutti uguali. A differenza di Noi marziani, Dick questa volta non sembra interessato alle implicazioni metafisiche dello stadio della follia, al suo rapporto con la realtà sotto il velo, quanto al suo ruolo entro una società, e al suo modo di interagire con gli altri, e con altri borderline. Senza comunque dimenticare del tutto il rapporto tra follia e realtà, perché più di una volta saranno sollevati nel romanzo dubbi circa la condizione dei personaggi più estremi. Bluthgeld è soltanto un fissato, o realmente possiede poteri divini ed è colui che inconsciamente ha causato lo scoppio della guerra nucleare? Quella di Dangerfield è solo ipocondria dovuta al fatto che non ha più voglia di vivere, o veramente una malattia fisica si sta facendo largo nel suo organismo? Bill è la fantasia di una bambina che soffre di solitudine, oppure è una realtà?
Né mancano altri spunti tematici, come l’idea che solo il commercio e la piccola imprenditoria privata possano salvare e dare nuova aria ad una situazione ormai stagnante (grazie ai personaggi, fondamentalmente positivi, di Stuart McConchie e Andrew Gill). Questi elementi non fanno certo la parte del leone come nei rispettivi romanzi d’origine, e tuttavia si amalgamano alla perfezione con gli elementi più fantascientifici, scandendo il ritmo degli avvenimenti e incastonandosi nella serie di ‘stranezze’ che affliggono la vita della piccola comunità. Insomma, in Cronache del dopobomba possiamo trovare il primo vero e proprio sposalizio perfetto tra la corrente mainstream e quella sci-fi, perché nessuna delle due sacrifica mai veramente alle altre. Tutto questo contribuisce a farne un ottimo romanzo, profondo e intelligente, ma allo stesso tempo scorrevole e molto più facile da seguire della maggior parte delle opere dickiane, da Lotteria dello spazio a L’uomo nell’alto castello, allo stesso Noi marziani, sulle cui difficoltà interpretative ci eravamo già soffermati. Un romanzo per certi versi più convenzionale degli sperimentalismi dell’anno precedente, ma non per questo meno all’altezza. Si può forse osservare, come parziale limite di quest’opera, che se rispetto a Noi marziani, questo Cronache del dopobomba guadagna sicuramente quanto a costruzione architettonica della narrazione – di ottima fattura – quanto a stile – omogeneo, senza sbavature – quanto a gestione dei personaggi – con l’eccezione forse dello stesso Bluthgeld, che non ottiene lo spazio che merita e che rimane, alla fin fine, un nodo irrisolto dell’intreccio – e quanto a finale – pienamente soddisfacente, assolutamente imprevedibile, e per nulla moraleggiante o edificante – perde però sul profilo della profondità, dell’indagine accurata dell’idea fissa. Molti cultori dickiani vi hanno comunque individuato uno dei possibili punti di partenza ideali per l’aspirante lettore di Philip K. Dick. Aggiungo che, di per sé, questo rimane un romanzo estremamente valido.
Voto: 8 ½
A chi può piacere:
- A coloro che non hanno mai letto Dick e vorrebbero cominciare.
- Ai cultori delle personalità ‘potenti’ e titaniche.
- A chi cerchi una perfetta armonia tra mainstream e fantastico.
A chi può non piacere:
- Ai cultori delle narrazioni post-apocalittiche più tradizionali.
- A chi si aspetta di trovare una profonda indagine filosofica della realtà.
- A chi non sopporta le storie corali.
Inviato da: lele.scorpion
il 27/01/2012 alle 00:30
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