Autore: Elias Canetti
Titolo originale: Die Blendung
Titolo alternativo: Kant prende fuoco
Editore: Adelphi
Collana: Gli Adelphi
Pagine: 548
L’autodafé, o sermo generalis, è quella cerimonia pubblica, istituita dalla Santa Inquisizione nel Medioevo e sopravvissuta fino al tardo Settecento, durante la quale il reo scontava la condanna prevista per i suoi peccati di fronte alla folla. Prendeva questo nome dal fatto che il condannato, prima che venisse eseguita la pena – fosse essa il rogo, la ruota, l’impiccagione o anche una semplice ammenda – doveva formulare una piena confessione delle proprie colpe e indicare gli eventuali complici. Si trattava di una pura formalità, giacché già in precedenza il reo aveva dovuto confessare, prima sotto tortura e poi in privato al giudice come conferma. Ciononostante, essa rivestiva grande valore, perché significava riconoscere i propri peccati di fronte al mondo e a Dio e il bisogno di espiazione. Ma al tempo stesso, con Autodafé si può intendere anche il rogo sulla pubblica piazza di libri messi all’indice. Entrambi questi significati, l’autodafé mantiene nell’omonimo romanzo di Elias Canetti, scrittore austriaco di origini bulgare e di grande fama internazionale. Di fatto, Autodafé è l’unica storia di fantasia da lui mai realizzata, dato che per il resto non scrisse altro che saggi, diari di viaggio, autobiografie. Canetti è soprattutto ricordato per il suo saggio di sociologia Massa e potere, forse la sua opera universalmente più conosciuta e più letta, e per la trilogia autobiografica composta da La lingua salvata, Il frutto del fuoco e Il gioco degli occhi, per la quale soprattutto ha vinto il premio Nobel per la letteratura nel 1981 e che di recente sta venendo ripubblicata interamente da Adelphi (i primi due libri sono già usciti). Ma è stato proprio il carattere di ‘opera unica’ di Autodafé, nonché la sua ragguardevole e degna di lode mole (lo ammetto: mi affascinano i libri enormi. Sì, sì, lo so che state pensando al pene), ad averla vinta sul mio gusto difficile. Scritto nel 1935, è anche l’opera prima dello scrittore – se vogliamo escludere un dramma e una commedia di scarso successo scritti nei due anni precedenti, Le nozze e La commedia delle vanità – e, altro fatto ragguardevole, dopo di questo Canetti non pubblicherà più nulla per i successivi venticinque anni (venticinque!). E veniamo alla trama.
Peter Kien è probabilmente riconosciuto come il più grande sinologo della sua epoca. La sua grandezza accademica, del resto, ha dovuto pagarla a caro prezzo: completo misantropo, del tutto inadatto alle incombenze della vita quotidiana e del tutto estraneo alla società, a quarant’anni non ha mai avuto una donna, e ha trascorso tutta la sua vita adulta segregato volontariamente in un appartamento viennese adibito a biblioteca. Dal padre ha ereditato una gran bella sommetta, ma l’ha quasi tutta spesa per procurarsi da tutto il mondo rarissimi e preziosissimi libri di sapienza antica. In effetti, si può dire che Kien viva per i libri, cui riconosce una dignità infinitamente superiore a quella di un qualsiasi essere umano, e coi quali intrattiene un rapporto a dir poco morboso. Le università fanno a gara per offrirgli un posto come docente, ma lui puntualmente rifiuta, per l’odio che nutre per gli uomini e per la perdita di tempo che ogni attività umana rappresenta, e per amore della tranquillità della sua alcova e della preziosità del suo lavoro. Dalla sua, ha una memoria semplicemente prodigiosa, che dopo una sola lettura gli permette di memorizzare parola per parola tutto quello che legge, e un rigore esemplare, che gli permette di lavorare tutti i giorni con la massima efficienza, riducendo al limite le distrazioni e il tempo da dedicare a funzioni secondarie e umilianti, ma purtroppo necessarie alla vita, come mangiare, cacare e dormire. Eh sì: Kien disprezza anche le funzioni corporali, riconosce nobiltà solo alle attività della mente, nella migliore tradizione razionalista. L’immediata conseguenza di questo è il suo aspetto fisico: talmente magro da sembrare uno scheletro, talmente alto da sembrare un fuscello, del tutto privo di una muscolatura, è assolutamente incapace di compiere qualsiasi attività fisica se non le più basilari. L’unico piacere che si conceda, è quella di uscire di casa di primo mattino, tra le sette e le otto, con la borsa carica di libri appositamente selezionati per creargli la giusta armonia, e di girare davanti alle vetrine di tutte le librerie per schernire gli spregevoli libelli popolari ivi esposti. Tuttavia, il corso tranquillo e costante della sua esistenza è destinato a spezzarsi, con l’irrompere nella sua vita del più vile e meschino essere che l’umanità abbia mai prodotto, e Kien si troverà improvvisamente gettato in un mondo che non può capire e nei confronti del quale sarà sempre il più debole.
Therese è una donna orrenda di quasi sessant’anni, che va sempre in giro con un’improbabile sottana blu, talmente inamidata da sembrare viva, e con una sottoveste piena di merletti che per questa ragione lei crede molto costosa e quindi molto bella. È molto fiera del suo abbigliamento ed è convinta di non dimostrare più di trent’anni, pur avendone quasi il doppio (ma lei si è autoconvinta che comunque non ne ha più di quaranta). Per strada la gente si gira sempre a guardarla, ma lei sa perché: perché è bellissima, tutti gli uomini la desiderano e tutte le donne la invidiano. In effetti, Therese è dotata della capacità eccezionale di plasmare completamente la propria idea della realtà in modo tale da farla collimare perfettamente con i propri desideri. Le sue uniche preoccupazioni nella vita sono quelle di procurarsi una vita stabile, un vero uomo e soldi, quanti più soldi possibile. Therese però possiede un vocabolario ridottissimo e la completa incapacità di elaborare concetti astratti, perciò l’unico modo in cui lei riesce a pensare questo suo obiettivo è qualcosa come “essere poveri non è da persona per bene” e “a essere poveri sono capaci tutti”, mentre invece “avere soldi è da persona per bene”. In effetti, le sue limitate capacità mentali le permettono di esprimersi solamente attraverso frasi fatte e proverbi – opportunamente rielaborati per farle comodo. Fa la governante; e da otto anni è al servizio di Peter Kien e della sua immensa biblioteca di quattro stanze. Ma da un po’ di tempo a questa parte, a causa del fatto che per una piccolissima parte della sua giornata Kien si chiude a chiave nella biblioteca e non si sa cosa facci a, Therese si è autoconvinca che faccia cose orribili tipo nascondere cadaveri, e che insomma lui “non è una persona per bene” e non ha diritto ad avere tutte le cose che ha, mentre lei che si spezza la schiena tutti i giorni ed è una persona per bene non ha niente. Perciò, messasi il cuore in pace, e senza nemmeno rendersene del tutto conto, Therese comincerà un’operazione di progressivo svalutamento della figura di Kien e di intromissione nella sua vita privata; un sistematico impossessamento, pezzo per pezzo, di tutto ciò che gli appartiene, dalle stanze, ai libri che esse contengono, a tutti i suoi risparmi. Un processo che Kien, nella sua totale alienazione dalla vita sociale, non solo non sarà in grado di capire, ma nemmeno di fermare.
Lo scontro diretto tra queste due figure archetipiche occupa tutta la prima parte del romanzo, titolata Un mondo senza testa. La seconda parte, Una testa senza mondo, vede invece un Kien sulla via dell’alienazione completa, con una biblioteca virtuale infilata nella testa (perché non ha più a portata di mano quella vera), girare per le strade della sua città e fare la conoscenza di una serie di personaggi meschini. Su tutti, domina questa seconda parte il nano Fischerle, un farabutto assiduo frequentatore del Paradiso ideale, locale di pessima fama, nonché grandissimo giocatore di scacchi, che aspira, nella sua vita, ad andare negli Stati Uniti, battere e umiliare Capablanca e diventare il campione mondiale di scacchi. All’inizio, pensai che Fischerle (dove –le, in tedesco, è la desinenza del diminutivo) fosse un sagace riferimento al campione di scacchi Bobby Fischer; ma poi mi sono dovuto ricredere, dato che al tempo della pubblicazione di Autodafé Fischer non era nemmeno nato! Mah, le stranezze del destino. Ad ogni modo, privato della sicurezza del suo utero materno e gettato nel mondo, Kien si troverà a dover affrontare e subire una realtà fondata sul principio dell’homo homini lupus, dove il più debole e sprovveduto, per lo stesso fatto di essere debole e sprovveduto, sarà immediatamente sfruttato e umiliato da tutti quanti gli altri finché avrà vita. E a causa della sua completa inettitudine nelle questioni pratiche, Kien non troverà altro modo di difendersi che immaginando, e sovrapponendo a quello vero, un mondo di fantasia sempre maggiormente articolato, dove i libri sono l’unica cosa importante, il denaro non è un problema, e Therese è morta divorandosi le proprie viscere. Infine la terza parte, Il mondo nella testa, rappresenta un progressivo riannodamento dei fili spezzati dell’intreccio e un lento ritorno, da parte di Kien, alla sua vita normale. Figura centrale di questa parte è la figura del fratello Georg Kien, psichiatra di fama internazione e forse il più grande della sua epoca (toh!), spessissimo nominato nel corso del romanzo ma mai apparso sino a questo momento. E Georg, che all’opposto del fratello è bellissimo e padrone di sé, e conosce a fondo la psiche umana, agirà come una sorta di deus ex machina incaricato di risolvere il dramma e riportarlo alle sue condizioni iniziali. E tuttavia questo non sarà mai possibile – non dopo che Peter ha avuto un assaggio di com’è il mondo, il mondo vero, non dopo aver vissuto sulla propria pelle la meschinità di tutti gli uomini e, di riflesso, la propria umiliazione.
Tutto questo, inserito in una narrazione assolutamente sopra le righe, che praticamente non ha eguali in tutta la letteratura sua contemporanea e successiva. Forse, i riferimenti più immediati di Autodafé sono a un certo tipo di romanzi dell’Ottocento, quelli dove la vita di un personaggio chiave è seguita dall’inizio alla fine delle proprie tragedie, come l’Anna Karenina di Tolstoj, piuttosto che il Papà Goriot di Balzac o, forse ancora di più, per via dei suoi deliri borghesi, la Madame Bovary di Flaubert. Da questi autori Canetti certamente recupera lo stilema del mostrare, attraverso le vicissitudini di un personaggio – che si muove costantemente tra l’essere la vittima e il vero responsabile delle disgrazie che gli toccano – della meschinità del tempo e di un certo tipo di umanità. Canetti però vi aggiunge un elemento ulteriore, uno sguardo dell’autore che non è più assente, ma solamente distaccato e sinceramente divertito. Ci viene descritto con la più completa nonchalance, e anzi con una punta di ilarità, come durante una rissa (nella quale Kien viene pestato senza pietà) un manipolo di poliziotti intervenga e decida che il vero responsabile del tafferuglio sia proprio Kien, perché è così scheletrico e così brutto che deve senz’altro nascondere qualcosa, perciò anche i poliziotti si mettono a riempirlo di botte. L’ironia di Canetti traspare dal suo entrare e uscire dalla psiche dei personaggi, e dal confronto del loro modo distorto e di comodo di interpretare la realtà rispetto a come essa è realmente. Così, vediamo nella mente dei poliziotti che loro vedono in Kien un tipo poco normale e probabilmente pericoloso, e decidono di picchiarlo e arrestarlo, poi usciamo dalla mente dei poliziotti e ci rendiamo conto che Kien è ridotto ad uno straccio per nulla in grado di intendere e di volere, del tutto in balia di un pazzo violento; e ciononostante, i poliziotti ritengono il pazzo violento – che è forte e incute timore – innocente mentre il Kien-straccetto colpevole, e mettono in pratica ciò che avevano pensato. Ecco: questo fa ridere; anche se è una risata amara, perché assomma una nuova, e totalmente ingiustificata ingiustizia, a tutte le altre. E la risata è finalizzata appunto a farci rendere conto del divario insanabile che le persone aprono tra la vita così com’è e la vita come loro vogliono che sia, in modo tale da rendersela un po’ più piacevole.
Così, Therese decide che Kien è un ladro assassino – e soprattutto non è un vero uomo – che le rende la vita d’inferno perché non le dà tutto quello che possiede, dato che lei è una persona per bene e dunque ha diritto ad avere tutto ciò che lui, persona non per bene, possiede. Così, il burbero portiere del condominio di Kien, l’ex poliziotto in pensione Benedict Pfaff, passa la sua vita a legittimare di fronte a sé stesso e agli altri il fatto di aver segregato moglie e figlia nelle loro stanze per tutta la vita, a servirlo e a fargli da mangiare, e il fatto di averle picchiate per divertimento e per abitudine per tutta la vita (perché il vero uomo è quello che picchia le donne, dice lui) finché le due poverette non gli sono morte di inedia e di percosse. Così Fischerle passa pagine e pagine, e giorni e notti, a dare forma ad una fantasia che legittimi il fatto che vuole derubare Kien di tutti i suoi averi, per poi andare in America e sconfiggere Capablanca e sposare una milionaria ed essere adorato da tutti e costruirsi il Castello della Scimmia dove vestirà sempre elegante e sfiderà sessanta giocatori di scacchi contemporaneamente usando persone vere al posto dei pezzi e vincendo sempre, ma senza umiliare i suoi avversari perché in fondo lui è il campione del mondo. Così la gente di Vienna, che va dal simulare competenza durante una rissa (decidendo arbitrariamente chi sono i colpevoli e chi le vittime) al darsi ai linciaggi di massa per noia ed euforia. Così i poliziotti, interessati più al proprio aspetto e a fare colpo su colleghi e superiori, piuttosto che a risolvere veramente i casi. Siamo sempre di fronte a ricreazioni arbitrarie della realtà. Mentre però nelle storie di Dick l’alterazione del mondo è sempre un processo doloroso e involontario, cagione di grandi turbamenti per l’animo del protagonista, in Autodafé tale meccanismo è volontariamente prodotto dalla gente in modo da soddisfare le proprie immediate esigenze e giustificare la discutibile moralità di ogni azione. La meschinità della gente è volutamente estremizzata e resa eccessiva dalla narrazione di Canetti, e tuttavia mette in luce quel reale meccanismo mediante il quale le persone legittimano le meschinità, sulla falsariga dell’apologo del lupo e dell’agnello.
Proprio il lupo e l’agnello offrono l’immagine ideale del mondo di Autodafé, un mondo in cui vige la legge del più forte, e dove la moralità e l’azione giusta si identifica con l’azione dell’uomo dai pugni più grandi o dalle capacità oratorie più persuasive, mentre l’inetto, lo scheletro, l’individuo sgradevole è sempre il colpevole, è sempre l’assassino, è sempre l’uomo degno di ogni disprezzo e di ogni colpa. Kien del resto non è risparmiato dal processo che coinvolge tutti gli altri, anzi lui più di tutti si perde in fantasticherie senza senso, che viaggiano attraverso le epoche storiche e fanno parlare i libri e diventare di pietra le persone. L’unica differenza è che mentre le fantasie degli altri sono funzionali ad avere a che fare col mondo reale e sociale, perché essi stessi sono integrati nella società e sanno come essa funzioni, il mondo immaginario di Kien è inutile e controproducente, perché lui non capisce niente della realtà. Kien entra perciò in un circolo vizioso, perché vittima delle crudeltà del reale, invece di rispondere ad esse si rifugia un po’ di più nel suo mondo, e questo a sua volta alimenta le crudeltà del reale e quindi la sua evasione. In tutta la seconda parte del libro egli appare come la caricatura moderna di un Don Chisciotte, nobilitato dalla nobile crociata di difendere i libri dal maiale che al monte dei pegni li cucina e li divora come il Don Chisciotte ‘storico’ si lanciava contro i draghi che in realtà erano mulini a vento. Lui non è migliore degli altri, è soltanto la vittima di tutti, e per questa sola ragione può ottenere un po’ di solidarietà dai lettori. E di solidarietà ce ne vuole, per arrivare fino in fondo a questo romanzo che ha, sì, ‘solo’ 500 pagine abbondanti, ma 500 pagine scritte in corpo 10, vale a dire che, equiparandolo ad altri libri, raggiunge probabilmente le 700 pagine di mole ideale. Ebbene sì, è un libro davvero gigantesco, davvero lungo – e di una lunghezza non sempre giustificabile. Le idee dell’autore e la logica del romanzo sono ripetute e dilatate continuamente, e se in linea generale questo procedimento non sarebbe sbagliato, perché dà coerenza e unità concettuale al tutto, bisogna riconoscere che certe volte Canetti esagera e si lascia trascinare un po’ troppo dagli eventi. Dedicare quaranta pagine alla scena dell’interrogatorio nel commissariato, dove vengono nel dettaglio delineate tutti i vari momenti della deposizione di Kien e assistiamo, per ciascuno di essi, a tutta la serie di impressioni che ne traggono i vari poliziotti-casi umani presenti, è veramente un’esagerazione. L’idea è buona, vero, ma non tiene conto della capacità di sopportazione del lettore.
Un romanzo, dunque, estremamente divertente e pieno di intuizioni geniali, ma di fruizione non facile, e capace di mettere a dura prova la sopportazione del lettore medio. Soprattutto, è un romanzo strano, che prende spunti un po’ qua un po’ là, ma veramente non assomiglia a nulla che io abbia mai letto, e sicuramente nulla ha in comune con gli stilemi tradizionali della letteratura del Novecento. Autodafé è difficile e straordinario: siete avvertiti. E per la gioia dei curiosi, la nuova edizione Adelphi è pure corredata da una postfazione dell’autore che parla della genesi del romanzo.
Voto: 9
A chi può piacere:
- A chi voglia vivere la tragica epopea di un alienato moderno.
- A coloro che hanno amato il Don Chisciotte e Anna Karenina.
- A chi voglia ridere degli uomini.
A chi può non piacere:
- A chi è abituato a impianti narrativi novecenteschi.
- A chi non sopporti l’idea di leggere un romanzo lunghissimo e ossessivo.
- A chi non tollera le fiere delle crudeltà.
Inviato da: lele.scorpion
il 27/01/2012 alle 00:30
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