Autore: Philip K. Dick
Titolo originale: The Simulacra
Titolo alternativo: The First Lady of the Earth
Editore: Fanucci
Collana: Immaginario Dick
Pagine: 235
L’annessione di parte del Vecchio Mondo, e soprattutto della Germania, agli Stati Uniti nel XXI Secolo ha portato alla nascita degli USEA, United States of Europe and America, una nazione falsamente democratica e con sempre più marcate tendenze totalitaristiche. Il potere è distribuito e segretamente conteso tra il governo centrale, le forze della Polizia Nazionale e i grandi monopoli commerciali tedeschi, tra i quali si distinguono la Karp und Sohnen Werke, specializzata nella produzione di macchinari omeostatici, e la casa farmaceutica A.G. Chemie. I comuni cittadini vivono raccolti in giganteschi condomini autonomi, microsocietà isolate le une dalle altre che si radunano nelle riunioni settimanali obbligatorie di Tutte le Anime per discutere dei problemi della comunità. La proprietà di un appartamento è quanto di più importante ci sia per il singolo, ma per mantenerla deve dimostrare di esserne meritevole, mantenendo una condotta dignitosa e superando con successo i test di storia e politica saltuariamente sottoposti dal governo per valutare il grado di istruzione, di impegno e di integrazione. Ma soprattutto, quella prospettata da Dick è una società che prospera sulla malattia mentale. Nel corso degli ultimi decenni del ventesimo secolo, gli analisti politici si erano accorti che l’opinione pubblica era attratta, più che dalla figura del Presidente, dalla personalità affascinante e carismatica della First Lady. Le donne la prendevano a modello, gli uomini nutrivano per lei una strana commistione di desiderio sessuale e di timore reverenziale. Venendo incontro a queste tendenze, il potere politico cominciò ad accentrarsi sempre più nelle mani della First Lady: da semplice pezzo del pacchetto presidenziale, diventava una carica eterna, non più eleggibile, e dotata di diretto potere decisionale. La figura del Presidente, che dopo l’annessione della Germania assunse il nome di der Alte (letteralmente: "Il vecchio"), rimase una carica eletta dal popolo per mandati della durata di quattro anni – come di fatto accade nell’attuale Presidenza degli Stati Uniti – tuttavia si ridusse al ruolo subordinato di compagno e marito della First Lady, un uomo che tiene i discorsi politici ma a conti fatti non conta niente. E lei, la First Lady, la cui più recente incarnazione è la fresca, spigliata e bellissima ventenne Nicole Thibodeux, grazie alla trasmissione con cui intrattiene tutte le sere i suoi elettori, si impone sempre più all’attenzione di ogni cittadino come unico vero punto di riferimento, come cosmica Grande Madre, come unico significato dell’esistenza individuale. Essere considerati da Nicole, sognare che i suoi occhi si posino su di sé, è il più grande desiderio segreto di chiunque.
Ma per salvare le apparenze democratiche, il governo degli USEA ha dovuto celare al popolo il segreto più grande di tutti; ossia, che der Alte – e non soltanto questo der Alte, ma ciascuno dei der Alte che si sono succeduti al governo – è un simulacro costruito dalla Karp und Sohnen Werke, una macchina omeostatica priva di qualsiasi volontà, gestita come una marionetta da dietro le quinte dalla First Lady e dal suo staff. Né questo è l’unico dei segreti celati ai comuni mortali; perché di fatto, questa società del Ventunesimo Secolo si fonda sul concetto di segreto, di surrogato e di simulazione. La conoscenza dei segreti di Stato opera come marcatore sociale, distinguendo la classe dei Ge (dalla parola tedesca geheimnis, ‘segreto’), gli alti dirigenti, che hanno diritto a vivere in condomini di lusso, a svolgere un lavoro onorevole e ben pagato, e ad essere stimati come colti e capaci, dalla classe dei Be (dal composto tedesco befehaltrage, di difficile traduzione ma che significa la difficoltà di elevarsi ad una condizione superiore), che vivono nell’ignoranza e come ignoranti sono trattati. Il numero di segreti ai quali si è messe a parti è indicativo del gradino che si occupa nella gerarchia sociale, e tuttavia questo non è certo un sistema che premia il merito, perché di fatto è solo lo Stato, o comunque i poteri forti, a decidere arbitrariamente chi dovrà sapere e che cosa. Loro fanno la fortuna degli uomini, loro la tolgono. E di fronte a questa situazione apparentemente senza uscita, un Be incapace di sopportare la propria condizione sociale ha soltanto due possibilità per cambiare alle cose e per non cedere alla malattia mentale. La prima, consiste nel reinventarsi come artista e partecipare ai piccoli spettacoli tenuti da ogni condominio durante le riunioni di Tutte le Anime, sperando di avere successo, e che un talent scout della Casa Bianca sia lì a vederlo. Se infatti il talent scout dovesse selezionarlo, l’artista parteciperebbe al programma serale quotidiano trasmesso dalla Casa Bianca e si esibirebbe di fronte alla First Lady, ottenendo non soltanto una notorietà immediata di fronte al mondo, ma soprattutto la cosa fondamentale, la considerazione da parte di Nicole, l’essere notati, visti da lei. La seconda possibilità, meno legale ma più sicura, è quella di rintracciare uno di quei mercati mobili di astronavi, definiti ‘giungla di astronavi’, gestiti dal vecchio e scaltro magnate Lucky Luke, e abbandonare la Terra per Marte, nelle colonie ancora arretrate ma lontane dallo stressante controllo della vita negli USEA.
Questo è il panorama generale che ci prospetta I simulacri, terza opera scritta da Dick nel 1963, pubblicata poi l’anno dopo. Sulla scia del successo delle grandi opere corali da lui realizzate in questi anni – L’uomo nell’alto castello, Noi marziani e Cronache del dopobomba – questo romanzo ripropone una serie frammentata di punti di vista, riconducibile a sette distinti blocchi narrativi che si intercalano l’uno all’altro. Un primo blocco è quello che pone al centro la vita di Ian Duncan, scialbo abitante del condominio Abramo Lincoln, un uomo dalla vita grigia, poco versato intellettualmente, che ripone la sua unica ragione di vita nel riuscire ad attirare l’attenzione di Nicole. La sola opportunità di realizzare il suo sogno è quella di ritrovare Al Miller, il suo vecchio compagno di performance, e mettere insieme con lui un duo di suonatori di anfora classica per partecipare alle selezioni condominiali e arrivare alla Casa Bianca. Il secondo blocco è quello rappresentato dal faticoso triangolo tra Vince Strikerock, un altro abitante dell’Abramo Lincoln, la moglie Julie, una creatura fredda ed egoista (in piena tradizione dickiana) dalla quale ha appena divorziato, e il di lui fratello Chic, uomo instabile e confuso, indeciso tra il tentativo di sfruttare la propria relazione con la donna per ricattarlo e ottenerne dei vantaggi materiali, e il desiderio imperante di liberarsi della propria sofferenza interiore fuggendo su Marte. E il loro scontro particolare si proietta sul piano generale, perché mentre Vince lavora per la grande Karp un Sohnen, Chic è il solo dipendente della piccola fabbrica di simulacri gestita da Maury Frauenzimmer (è incredibile la capacità di Dick di riciclare nomi e ruoli dei suoi personaggi). Nel momento in cui, a causa di una decisione presa dal governo centrale, la Karp e la Frauenzimmer Werke si troveranno l’una contro l’altra, il rapporto tra i due fratelli rischierà di precipitare definitivamente. Il terzo blocco vede al suo centro la messa fuorilegge della psicanalisi e di tutti gli analisi da parte della A.G. Chemie, che occupandosi di psicofarmaci vuole rendere completo il proprio monopolio sulla cura delle malattie mentali. Egon Superb, uno dei più grandi psicanalisti della sua epoca, sarebbe solamente uno dei tanti nuovi disoccupati, se non si mettesse in contatto con lui il capo della Polizia Nazionale in persona, il signor Pembroke, uomo infido dalle alte ambizioni politiche. Pembroke permetterà a Superb di continuare la sua attività – facendone di fatto l’unico psicanalista ancora operante al mondo – a patto che accetti tutti i nuovi pazienti che gli si presenteranno: questo accordo dai torbidi sottintesi starà alla base di un logorante tira e molla tra l’uno e l’altro.
Uno dei pazienti più importanti di Superb è il sovietico Richard Kongrosian, il più grande pianista psicocinetico vivente. Kongrosian, che costituisce il fulcro del quarto blocco, è un uomo dotato di terribili poteri mentali, ma al contempo è un uomo malato all’ultimo stadio, l’esemplificazione di una società malata fin nel midollo. La sua schizofrenia paranoide, che gli fa pensare ora di emanare un odore terribile, ora di essere completamente invisibile, lo spinge all’isolamento più completo e al rifiuto della realtà. E quanto più il mondo esterno si interessa a lui, perché partecipi agli eventi serali alla Casa Bianca o anche solo perché si faccia curare, tanto più Kongrosian cerca di evadere, perdendosi nelle proprie fantasie deliranti o elaborando progetti di fuga su Marte. Soprattutto, Kongrosian è inconsapevole di essere destinato ad avere un ruolo chiave nell’immediato futuro della stabilità politica del governo USEA. Alcuni ritengono che le sue turbe psichiche derivino dallo stato in cui versa il figlio Plautus, nascosto in una vecchia casa diroccata assieme con la moglie di Kongrosian, nel cuore di una foresta pluviale nata sul confine tra la California e il Nevada in seguito alle radiazioni della guerra. Alla scoperta della famiglia di Kongrosian sono destinati i protagonisti del quinto blocco: Nat Flieger, impiegato della Electronical Music Enterprise incaricato dal suo superiore di raggiungere il grande pianista per ottenere da lui delle nuove registrazioni della sua musica, e i suoi compagni di viaggio, il capotecnico Jim Planck e Molly Dondoldo, la figlia del superiore. Spostandoci ora verso il vertice del potere, possiamo individuare un sesto blocco nei faticosi tentativi di Nicole Thibodeux di mantenere saldo nelle proprie mani l’autorità politica, nel momento in cui il governo centrale è minacciato dalle ingerenze dei monopoli industriali. Nel frattempo, Nicole deve anche tenere testa al progetto, organizzato in concerto tra il primo ministro di Israele Emil Stark e le alte gerarchie militari degli USEA, di sottrarre alla sua epoca e trasportare nel presente il gerarca nazista Hermann Goring, per firmare con lui un accordo politico e riscrivere l’esito della Seconda Guerra Mondiale. Nel futuro di Dick, infatti, il governo centrale detiene il controllo esclusivo di uno speciale dispositivo, la cintura di Von Lessinger, che permette di viaggiare avanti e indietro nel tempo. Infine, un ultimo blocco narrativo è costituito dall’ambigua figura di Bertold Goltz, grande demagogo e leader del movimento popolare neonazista dei Figli di Giobbe. Figura ambigua che certo nasconde molti segreti, perché lui stesso accusa i leader del governo centrale di essere dei nazisti, e possiede a sua volta un apparecchio Von Lessinger.
Tutte queste storie diverse e indipendenti trovano modo di intrecciarsi da loro attraverso i due centri narrativi, rappresentati da Egon Superb – che, essendo l’ultimo analista sopravvissuto, attirerà su di sé l’attenzione e le richieste di tutti gli infelici e i maniaco-depressivi d’America – e dalla Grande Madre, Nicole Thibodeux. I simulacri fonde elementi tratti da molti dei suoi romanzi precedenti, dalla città oppressiva fondata sul controllo, e dalla strutturazione in condomini autoregolamentati di Redenzione immorale, alle riflessioni sulla mentalità e il destino storico del nazismo de L’uomo nell’alto castello, all’utilizzo del simulacro di L’androide Abramo Lincoln, alla concettualizzazione della malattia mentale di Noi marziani. Tutte queste cose però vengono proiettate in una nuova dimensione, che affranca completamente quest’opera da quanto Dick ha fatto in precedenza. Per la prima volta le nevrosi e le psicosi non sono considerate nel loro rapporto con il singolo individuo, ma nella loro funzione come meccanismi sociali. La stabilità sociale degli USEA si fonda sull’induzione di un gigantesco e sistematico complesso di Edipo, che porta i Be ad autosvalutarsi sistematicamente agli occhi assoluti della Grande Madre, e al contempo a dare tutto sé stessi per ottenere la sua divina approvazione. In questo senso è geniale il titolo originariamente previsto da Dick per il romanzo, The First Lady of the Earth, che gioca con il doppio senso della parola ‘First Lady’ (la prima donna della Terra, nel senso di una divinità femminile primordiale e archetipica, in piena tradizione junghiana, ma anche la First Lady che domina sulla Terra). In ogni caso anche il titolo divenuto poi quello ufficiale, The Simulacra, bene esprime questa atmosfera fatta di finzioni su finzioni, di inganni, dove il simulacro non è solo quello di der Alte ma, metaforicamente, tutto l’apparato sociale. E Dick ci mostra come questa stabilità sociale sia solo apparente. Quella che sembra una distopia vecchia maniera, alla Redenzione immorale, di fatto non è una distopia, dato che la sua forza autoritaria, il suo carattere verticistico, sono solo delle finzioni, dei paraventi per mascherare crepe sul muro che ogni giorno di più si allungano: una società fondata sulla malattia mentale e sui segreti è qualcosa che non ha un futuro. E se l’umanità moderna non può fare a meno che istituire basi così malferme, allora è questa stessa umanità a non avere un futuro.
A questa riflessione se ne accompagna un’altra essenziale, quella secondo cui il singolo individuo, per quanto possa occupare una posizione gerarchica elevata, per quanto possa essere vicino ai centri del potere, di fatto non conti nulla, e non possa, da sola, determinare i movimenti della storia. Dick si muove quindi verso l’orientamento del materialismo storico, secondo il quale non le grandi personalità, non un semplice programma politico, ma le tendenze economiche e l’impalcatura politica generale delle nazioni determinino il futuro storico dell’uomo. In questo senso, dunque, I simulacri si spinge persino oltre le riflessioni sui popoli e sulle mentalità de L’uomo nell’alto castello, l’opera che tematicamente e stilisticamente le è più vicina, dove l’autore finiva col restare un po’ impelagato in uno psicologismo delle masse (anche se, comunque, Dick manterrà le convinzioni sul nazismo lì formulate per tutta la vita). A chiarire questo punto, soprattutto, è destinata tutta la digressione sul destino politico del Terzo Reich e sull’accordo con Hermann Goring, che altrimenti suonerebbe un po’ fuori luogo, un po’ troppo decentrata rispetto alla trama principale. Del resto, in questo romanzo come in molte altre delle opere dickiane, una interpretazione allegorica, secondo simboli e idee generali, del materiale narrato, risulta necessaria per dare un significato ad un intreccio narrativo altrimenti piuttosto povero, non particolarmente sviluppato – com’è inevitabile in un’opera corale, con meno di 300 pagine e così tante storie parallele da gestire. Nessuna delle vicende individuali infatti è particolarmente sviluppata, anzi in molti tratti rimane curata in modo piuttosto superficiale, e soprattutto non viene seguita fino alla fine, ma solamente finché è utile per l’idea che vuole trasmettere. Il finale, soprattutto, ha ottenuto generalmente molte critiche e molto disappunto, anche tra giudici autorevoli del corpus dickiano, per il suo carattere ‘fumoso’, in dissolvenza, che lascia la vicenda un po’ in sospeso. Si può avere l’impressione che Dick si sia tirato indietro all’ultimo, non abbia concluso. Ma quest’impressione, il lettore può averla solo nel momento in cui fraintende l’intento stilistico dell’autore.
Punti di potenziale debolezza come questi, dunque, si tramutano in un elemento di forza nel momento in cui si considera ciascun caso singolo, ciascun blocco narrativo, come esemplificazione delle idee portanti del romanzo, e tutto l’intreccio generale come espressione di concetti. Approccio troppo idealista, troppo assoluteggiamente, troppo filosofico? Questa è un’obiezione ragionevole. Tuttavia, vista la tendenza dominante di tutta la tradizione letteraria del Novecento, e soprattutto della narrativa americana – l’affresco, il realismo narrativo – un approccio più orientato verso l’idea e il simbolo, come quello dickiano, non può che essere accolto come una piacevole ventata di nuovo. E poi, se volete continuare a seguire le evoluzioni di questo scrittore, non potete fare a meno di accettare questo carattere della sua prosa – perché andando avanti, tale elemento tenderà ad accentuarsi sempre maggiormente, sino ad arrivare agli apici della teoresi, di quei romanzi, quasi ‘filosofici’, che costituiscono la cosiddetta trilogia di Valis. I simulacri è un’opera perfettamente riuscita, anche se di difficile lettura; un progetto ambizioso, che prende alcune delle migliori intuizioni dickiane e le spinge in una direzione nuova. Un libro che vale la pena di leggere. Non è nemmeno tanto lungo. Chiude l'opera una breve quanto irritante postfazione scritta dal rinomato filosofo francese Jean Baudrillard; un paroliere in libertà che non è che non abbia cose interessanti da dire - solo che le dice male.
Voto: 9-
A chi può piacere:
- A coloro che hanno amato L’uomo nell’alto castello.
- A chi si interroga sull’utilizzo politico-sociale della malattia mentale.
- A chi apprezza i drammi corali di uomini comuni.
A chi può non piacere:
- A coloro che cercano l’intreccio valido e autonomo di per sé.
- A chi inorridisce all’idea di sette storie che procedono indipendentemente.
- Ai simpatizzanti di Hermann Goring.
Inviato da: lele.scorpion
il 27/01/2012 alle 00:30
Inviato da: edoardo
il 28/10/2011 alle 23:50
Inviato da: Simona
il 01/06/2011 alle 18:34
Inviato da: chiaracarboni90
il 23/05/2011 alle 16:15
Inviato da: Giulia
il 24/11/2010 alle 11:22