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Il profumo è il profumo della vita. Un blog di recensioni letterarie e cinematografiche, riflessioni, e quando capita un po' d'autobiografismo.

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Illusione di potere

Post n°60 pubblicato il 15 Marzo 2009 da Tapiroulant
 

Autore: Philip K. Dick
Titolo originale: Now Wait for Last Year
Editore: Fanucci
Collana: Immaginario Dick
Pagine: 286


Quando ho cominciato questa rassegna dei romanzi di Philip K. Dick, e ormai sono un paio di mesi, l’unica traduzione italiana esistente di Illusione di potere era una vecchissima edizione Urania, uno di quei libri talmente introvabili, e in fondo talmente bruttini a livello estetico, che tanto valeva, se proprio non si stava nella pelle, tirarselo giù dall’amico Mulo. Tuttavia, già mentre mi occupavo delle prime recensioni – e, tra le altre, di quel Redenzione immorale che tuttora si può trovare solo come e-book, a meno di possedere l’Urania originale – avevo sentito dire che la Fanucci stava preparando una nuova edizione proprio per questo romanzo. “Oh, bene!” mi sono detto, pieno di gaudio. “Così già che ci sono cambiano anche quel titolo orrendo e ci mettono qualcosa che sia un poco più fedele a quello originale. Una volta tanto che lasciano quello pensato da Dick!”. Perché mi rendo conto che una traduzione letterale del titolo inglese – Now Wait for Last Year – non suoni troppo bene – 'Ora attendi l’anno passato' – ma esiste comunque un vasto oceano di ragionevoli vie di mezzo, tutte preferibili al pacchiano e assolutamente senza senso ‘Illusione di potere’ che gli italici editori ci hanno appioppato. Ora, l’aspetto positivo della faccenda è che l’edizione Fanucci del romanzo è apparsa nelle librerie in tempo per questa recensione, non più di due o tre settimane fa al massimo, in un massiccio numero di copie e con una copertina molto carina. L’aspetto negativo è che, come avrete intuito, il titolo è rimasto la ciofeca che era. Vabbé: se ancora si ostinano a chiamare ‘La svastica sul sole’ L’uomo nell’alto castello e ‘Blade Runner’ Ma gli aneroidi sognano pecore elettriche?, non vedo perché debba sorprendermi proprio per questo. Ciò che forse può sorprendere è che io mi sia risolto a comprare un libro dal titolo tanto brutto, un libro che, in linea generale, non è certo tra i più quotati di Dick, senza comunque essere nemmeno ritenuto un brutto romanzo. In realtà, quello stesso tizio che mi aveva già raccomandato Redenzione immorale e lo stesso I simulacri, sosteneva che questo Illusioni di potere fosse il suo preferito, quello che per lui era il migliore di Dick. Incuriosito da parole tanto elogiative, decisi di non lasciarmelo sfuggire. E in effetti bisogna dire che quest’opera, l’ultima da lui integralmente scritta nel 1963, meriterebbe sicuramente un posto nel canone delle sue opere maggiori – innanzitutto perché è l’opera dickiana che più compiutamente si occupa del tema della guerra. Ovviamente, trasfigurata in chiave fantascientifica.
Ci troviamo nel 2055, e ormai da una decina d’anni, o poco più, gli esploratori spaziali terrestri sono entrati in contatto con una civiltà aliena, gli stariani (che traggono il proprio nome da Lilistar, loro pianeta d’origine). Gli stariani sono delle forme di vita umanoidi in tutto e per tutto simili agli uomini, e questo perché – ma è solo un espediente utilizzato da Dick per rendere conto della cosa – anticamente le due razze facevano parte del medesimo ceppo evolutivo, anche se in tempi antichi, a causa di una guerra civile, i due popoli avevano perso i contatti l’uno dell’altro, fino a dimenticarsi completamente dell’esistenza dell’altro. Questo ha permesso immediatamente agli stariani, guidati dal gelido e asettico primo ministro Frenesky (altro nome parlante, che viene probabilmente da una parola molto cara a Dick: ebefrenia, una delle espressioni più radicali della schizofrenia), di coinvolgere i terrestri, nel nome della loro antica comunanza, nella guerra che da tempo immemore intrattengono con i reeg, un lontano popolo di insettoni con quattro braccia, la vita breve e uno strano sistema di comunicazione. Risale a poco tempo dopo il contatto fra terrestri e stariani, la firma dell’Accordo di Pace tra Frenesky e il Segretario delle Nazioni Unite che di fatto ha costretto la Terra ad entrare nel conflitto contro i reeg a fianco di Lilistar. Quella che però doveva essere una guerra breve e indolore si sta trasformando in un’infinita, sfiancante guerra di posizione, che anno dopo anno mina la ricchezza del pianeta e il morale della popolazione. E la Terra è quella che paga lo scotto più alto all’interno del conflitto; non soltanto in quanto è stata coinvolta in una guerra che, di fatto, non la riguardava, e nei confronti della quale non nutre alcun interesse, ma anche perché, mentre Lilistar consiste di un vero e proprio Impero Galattico esteso su numerosi sistemi solari, pieno di uomini e risorse, decimillenario e tecnologicamente avanzatissimo, i terrestri possono contare su un solo pianeta e qualche sparuta colonia sulla Luna e su Marte. Fin dall’inizio del conflitto, la Terra ha assunto il ruolo di fanalino di coda dell’Impero, e gli arroganti stariani ne hanno approfittato per estendere progressivamente il loro controllo, la loro autorità sul pianeta, cosa che allo stato attuale impedisce ai terrestri qualsiasi possibilità di revoca degli impegni bellici assunti.
Questo stato di cose, di fatto, è alla base del malcontento generale, e del rancore popolare nei confronti del Segretario delle Nazioni Unite, colui che ha firmato l’Accordo con Lilistar e tuttora governa su tutta la Terra dalla sua sede a Cheyenne, Wyoming: il piemontese Gino Molinari. Molinari è un dittatore, lo era già da prima della guerra; attraverso mille intrighi e accorte strategie politiche, era riuscito a salire da svariati anni al ruolo di Segretario, ad estromettere dal Parlamento mondiale gli avversari politici e a protrarre più o meno all’infinito la propria carica. Quando era ancora all’inizio del suo mandato, quando ancora Lilistar e la guerra non facevano parte della realtà terrestre, egli era un uomo forte e pragmatico, dalla risata facile e dall’efferatezza pronta, capace di pronunciare dal suo balcone roboanti discorsi che infiammavano il popolo. Ma oggi, fiaccato da dieci anni di conflitto, Molinari è diventato un uomo molle, lamentoso, ipocondriaco, pieno di acciacchi e malanni, che a soli cinquant’anni ne dimostra dieci di più, che ha attacchi di cuore o collassi di organi vari durante le riunioni ufficiali con gli stariani, e che la gente ora chiama confidenzialmente, e non senza un certo sdegno, The Mole, ‘la talpa’, facendo un gioco d’assonanza col suo cognome (in italiano la cosa è stata resa, a mio avviso efficacemente, con la traduzione milanesizzante e altrettanto derisoria Il Moli). Lui assume su di sé tutte le responsabilità dell’entrata in guerra, del dolore e del rancore dei terrestri, e tanto il suo corpo quanto il suo spirito ne risentono. Non è dunque casuale che gli stessi personaggi del romanzo identifichino in lui uno strano sincretismo tra Mussolini e Cristo; tra la dittatura tronfia, la spregiudicatezza pragmatica, la politica dell’azione più che della teoria, e la volontà al sacrificio, l’assunzione su di sé di tutti i mali del mondo. E nonostante tutto questo, è incredibile come egli conservi abbastanza forze da essere in grado non soltanto di tener testa alle difficoltà della politica estera e al malcontento generale nei suoi confronti e nei confronti della guerra, ma anche alle pressanti richieste della sua vastissima famiglia, che accampando pretese nepotistiche gli si è installata a palazzo ed è in costante caccia di favori, e ai tentativi di destituirlo operati per vie traverse dagli stariani. Certo non potrebbe farcela senza avere il supporto dei grandi monopoli industriali, e soprattutto del primo produttore di armi belliche del pianeta, la Tijuana Fur&Dye, multinazionale in mano all’arzillo centotrentenne Virgil Ackerman e al suo vasto clan familiare.
Questo scenario ha fatto propendere molti critici per un’interpretazione allegorica di quest’opera. Illusione di potere consisterebbe di una nuova messa in scena della Seconda Guerra Mondiale, con la Terra, guidata da una sorta di imbarazzante Mussolini, trasfigurazione di un’Italia disastrosa alleata bellica di una Germania aggressiva e imperialistica. Certo ci sono ottime ragioni per avanzare un’ipotesi del genere: l’arroganza morale e intellettuale degli stariani, una questione razziale alla base del gioco di alleanze (“noi due, in quanto umanoidi, siamo comandati a fare forza comune contro quella spregevole, e nettamente inferiore, razza di insetti”), la volontà dei terrestri di tradire gli alleati e mettersi a fianco dei reeg. Tuttavia si cade in errore nel momento in cui si crede che questo costituisca il cuore del romanzo – cosa che lo declasserebbe a brutta copia de L’uomo nell’alto castello. Piuttosto, su questa base interpretativa, Dick costruisce una storia incredibilmente più complessa, che ancora una volta si concentra sull’individuo, e sull’impatto che su di lui avrà un evento collettivo e unificante come quello della guerra. Coloro che sono abbastanza ricchi da poterselo permettere, fanno costruire su Marte delle città fasulle, imitazioni delle città della loro infanzia, quando ancora le cose brutte come la guerra erano lontane e tutto era avvolto nell’aura dorata degli anni della fanciullezza (tema, questo, che recupera in modo più maturo un’idea centrale di Tempo fuor di sesto). Sul suolo marziano, Virgil Ackerman ha fatto erigere Wash-35, ossia una perfetta riproduzione di com’era Washington nel 1935, così da potervi evadere ogni volta che la pressione del mondo reale sulla Terra si fa insostenibile. E chi ha meno mezzi a sua disposizione, trova modo di evadere dalla realtà in altri modi: come la cugina dell’amante di Molinari, che sogna una carriera di modella delle pubblicità, o Plautus, uno spacciatore che ha dedicato la sua vita a sperimentare le droghe più strane ed esclusive. Ma Illusione di potere non è un romanzo corale, non ci sono cinquemila storie che si intersecano. Ed è tempo, allora, che ne introduciamo il protagonista assoluto, il medico Eric Sweetscent (‘dolceprofumo’. Lol).
In qualità di uno dei maggiori chirurgi specializzati nel trapianto di organi artificiali al mondo, Eric è stato assunto dalla Tijuana Fur&Dye come medico privato di Virgil Ackerman. È a lui che il vecchio Virgil deve il fatto di essere ancora in vita, e in piene forze, alla sua veneranda età, dato che il sistematico trapianto di organi nuovi fiammanti permette di incrementare a livelli inauditi la longevità degli individui. Nonostante possa vantare un ufficio tutto suo e un tenore di vita dignitoso, tuttavia, Eric non è felice. E non è felice perché – rullo di tamburi – il suo matrimonio lo sta uccidendo. Kathy, sua moglie, è la summa della donna malvagia dickiana: arrogante, manipolatrice ed egocentrica come la Fay Hume di Confessioni di un artista di merda e la Bonny Keller di Cronache del dopobomba, gelida e disumana come la Pris Frauenzimmer di L’androide Abramo Lincoln, è una donna che ha perso persino il fascino erotico della dominatrice, per rimanere solamente qualcosa di profondamente, irrimediabilmente marcio. Kathy è la più grande antiquaria specializzata nei reperti dell’America del 1935 al mondo, e come tale è stata assunta da Virgil Ackerman alla Tijuana Fur&Dye per l’edificazione della sua Wash-35. Il suo stipendio e la sua posizione all’interno dell’azienda sono ancora più alti di quelli del marito, cosa che le consente non soltanto una completa indipendenza economica, ma anche la possibilità di guardare costantemente Eric dall’alto in basso. Cosa che non manca mai di fare, perché Kathy, ormai completamente intrappolata nelle sue psicosi distruttive, ha votato la sua intera vita ad un solo scopo: quella di restare attaccata ad Eric per poterlo distruggere fino alla morte (non male come base per una sana relazione di coppia, eh?). La sua psicosi si alimenta poi di un piccolo vizietto, il modo personale di Kathy di evadere dalla realtà della guerra e dai suoi problemi personali: la sperimentazione di droghe. Proprio questa sua inclinazione la porterà tuttavia ad assumere, in modo apparentemente incidentale, la terribile JJ-180, una nuova droga sintetica destinata a scopi bellici, che causa da subito una fortissima dipendenza, nonché violenti danni al cervello. Una droga dotata, oltretutto, di un bizzarro effetto collaterale: la possibilità – non è chiaro se allucinatoria o reale – di viaggiare avanti indietro nel tempo e attraverso dimensioni alternative della realtà. Ed Eric, cui un incontro personale con Gino Molinari offrirà la possibilità di sganciarsi dalla moglie ed uscire dalla propria impasse esistenziale, dovrà fare i conti tanto con la crescente malattia mentale della moglie, quanto con la propria inabilità a compiere delle scelte definitive, quanto con gli effetti stessi della mefitica droga.
Nonostante l’impianto chiaramente fantascientifico, questo romanzo è chiaramente, tra tutti quelli precedenti all’ultimissimo periodo dickiano, il più orientato a tematiche mainstream, nonché a una situazione prettamente autobiografica dell’autore (ricordiamo che Illusione di potere è scritto nell’ultimissimo periodo del matrimonio di Dick con Anne, qualche anno prima del divorzio). È un romanzo che, nonostante si concentri su un’unica trama principale, getta moltissima carne al fuoco e può lasciare inizialmente molto spaesati. Tuttavia – e questo lo chiarisce molto bene il capitolo finale, che in modo davvero ben riuscito ripercorre tutte le questioni del romanzo e ne trae le conseguenze – mi sembra che si possano riunire tutte le tematiche e le vicende dell’intreccio sotto un’unica chiave interpretativa, quella della responsabilità individuale. Da un lato, la retorica della guerra è qualcosa che annulla l’individuo, che rende insignificanti le paturnie private ed esalta come importante solamente l’impegno civile, l’impegno veramente patriottico; dall’altro, proprio la guerra, che costringe all’azione, e ad uscire dal proprio privato, garantisce una possibilità di scampo dall’autodistruzione familiare. Eric si autodefinisce un mollusco, un inabile a vivere, costantemente oppresso dal senso di colpa, dall’imporsi di sua moglie su di lui, e dalla paralisi nelle scelte importanti della vita. Ma tutte le esperienze di cui potrà fare esperienza nel corso delle innumerevoli peripezie della guerra – che, cosa insolita per il Dick degli anni ’60, concedono anche qualche soddisfazione agli amanti dei momenti di azione – gli daranno un occasione per maturare, per diventare finalmente consapevole e, finalmente, per imparare a compiere una scelta, incondizionata. La malattia mentale non è più, come era abbozzato in Noi marziani e in I giocatori di Titano, una porta per accedere alla realtà oltre il velo, ma più semplicemente una prigione che uccide, e dalla quale bisogna evadere, imparando innanzitutto a riconoscerla. In questo senso, Illusione di potere ha molto del Bildungsroman, del romanzo di formazione, che grida al protagonista, all’autore e, eventualmente, anche al lettore che se ne senta coinvolto, il messaggio: ‘assumiti le tue responsabilità!’. Un messaggio di cui Dick sentiva di aver molto bisogno in quel momento, anche se poi, di fatto, rimanendo lui di fatto un immaturo emotivo, non riuscirà a metterlo in pratica.
Il tutto coronato da una serie di idee originali e straordinarie, da una teoria sul Cristo moderno, ad una strategia per eternizzare sé stesso, all’utilizzo del viaggio nel tempo come terapia matrimoniale. Solo nel momento in cui, come al solito, si tenta di interpretare gli avvenimenti particolari entro categorie generali, il romanzo diventa significativa. A prenderli semplicemente per quello che sono, tutta la rapida serie di vicissitudini che dominano la seconda parte del romanzo sarebbero solamente un’accozzaglia di peripezie, talvolta fin troppo improbabili e affrettate. Anche gli assurdi balzi nei presenti e nei futuri alternativi – peraltro completamente insensati, da un punto di vista strettamente narrativo – acquistano un senso se interpretati in questo modo, e Illusione di potere acquisisce una dignità pari almeno a quella de L’uomo nell’alto castello (anche se la cosa è meno immediata). Inoltre, e con questa prometto che chiudo, questo romanzo introduce una nuova declinazione della malattia mentale che ritornerà in alcuni dei maggiori romanzi successivi, come Le tre stimmate di Palmer Eldritch, Labirinto di morte, e soprattutto Un oscuro scrutare: quella suscitata dalla droga. Ed è una malattia tanto più feroce, perché non si può arrestare soltanto con la terapia psicanalitica, e trasforma chi ne è dipendente in delle specie di zombie che venderebbero la madre per la dose. Dick conosceva molte persone completamente rovinate dalla droga, e lui stesso – che già negli anni ’60 ci dava dentro di anfetamine e psicofarmaci – negli anni ’70 finirà in una clinica per tossicodipendenti.


Voto: 8+

A chi può piacere:
- A chi cerchi un romanzo che coniuga drammi sociali con disagi individuali.
- A chi cerchi una via d’uscita da un matrimonio angosciante.
- A chi sia curioso di sapere cosa fa Mussolini + Gesù Cristo.

A chi può non piacere:
- A coloro che quando si parla di guerra e sci-fi pensano ad Heinlein.
- A chi voglia godersi la storia per la storia, e non per ciò che simbolicamente rappresenta.
- A chi è stufo dei drammi matrimoniali dickiani.


Poscritto. A conferma delle difficoltà interpretative di Dick se non si presta la dovuta attenzione. Ripensando, in questi giorni, a Cronache del dopobomba, mi sono reso conto di un tema molto forte che avevo completamente trascurato, e che darebbe in parte una prospettiva nuova al romanzo. Così, mosso da un afflato morale, ho deciso di ‘correggere’, diciamo, la mia precedente recensione, e di conseguenza (anche se non poi tanto) il voto. Se vi dovesse mai interessare (ma perché mai dovrebbe?), ecco qui il link alla recensione riveduta e corretta. I paragrafi modificati sono solamente gli ultimi tre (e neanche poi troppo):

Cronache del dopobomba

 
 
 
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