Autore: Philip K. Dick
Titolo originale: The Crack in Space
Titolo alternativo: Cantata 140
Editore: Fanucci
Collana: Immaginario Dick
Pagine: 205
La storia editoriale di Svegliatevi, dormienti è interessante, e la spiega molto bene tale Umberto Rossi – nome curioso – incaricato di scrivere la postfazione del romanzo (caso raro: una postfazione scritta davvero bene, in modo chiaro e comprensibile, a differenza della moda editoriale che pare aver definitivamente contagiato anche il povero Carlo Pagetti). In breve. Dick scrive la prima parte – metà circa – del romanzo nel 1963, sotto il significativo titolo di Cantata 140. Con questo titolo il testo esce su una rivista di fantascienza come racconto lungo. L’anno dopo, inizio 1964, viene completata anche la seconda parte e tutto il romanzo viene sottoposto all’attenzione di una casa editrice, che lo accetta e lo pubblica, ma con un titolo meno colto e più abbordabile: The Crack in Space, letteralmente qualcosa come ‘lo squarcio nello spazio’, ‘la spaccatura nello spazio’. In Gran Bretagna, però, che notoriamente è un ambiente più colto, e un ambiente dove negli anni ’60 il rapporto con la fantascienza era migliore, il romanzo intero mantenne il titolo originale. Quando fu la volta dell’Italia, quelli di Urania decisero che persino ‘The Crack in Space’ non suonasse abbastanza bene, e decisero per la traduzione Vedere un altro orizzonte; che non c’entra niente, ma richiama uno dei temi principali dell’opera, a cui peraltro il titolo americano si riferiva. In occasione dell’edizione del venticinquesimo anniversario, la Fanucci ripubblica il romanzo ma con un altro titolo ancora, il qui presente Svegliatevi, dormienti. Ora, la cosa può suscitare qualche legittima perplessità. Perplessità destinate però a dissiparsi nel momento in cui, Wikipedia alla mano (ma in realtà a un certo punto è detto pure nel libro, durante una qualche linea di dialogo), scopriamo che la BWV 140, ossia la cantata di Bach numero 140 – Dick era un patito di musica classica, e di Bach in particolar modo – si intitola Wachet auf, ruft uns die Stimme. Ovverosia: ‘svegliatevi, ci chiama la voce’ (insomma, il titolo targato Fanucci, quindi, fa la buona scelta di coniugare un’espressione giustamente evocativa e vagamente epica con la citazione colta del titolo originale, un buon lavoro). E i dormienti che si dovrebbero svegliare sono i cento milioni di individui in animazione sospesa lasciati in cura dei numerosi centri dell’Assistenza Pubblica governativa.
L’anno del signore 2080 vive il costante aumento delle richieste di cadere in animazione sospesa. Coloro che fanno richiesta sono gli appartenenti ai ceti più bassi della società; sono coloro che hanno già capito benissimo, e si sono arresi al fatto, che non troveranno mai un lavoro, una possibilità di integrarsi nella società attuale, e pertanto vanno a farsi criogenizzare in attesa di tempi migliori. Sì, perché da un po’ di anni a questa parte, questa è stata la migliore trovata del governo per ovviare al problema della sovrappopolazione e della crescente disoccupazione: gestire a spese dello stato dei centri dove si mandano a nanna le persone, dando loro il miraggio di un risveglio quando le cose per loro si saranno messe meglio, ma col segreto e infantile desiderio che tutti si dimentichino di questa brutta faccenda e si vada avanti senza guardare al passato. Sono in pochi, infatti, coloro che ritengono davvero che verrà mai un giorno in cui quei cento milioni di persone si potranno scongelare e gettare di nuovo nel mondo. Negli ultimi decenni si sono condotti numerosi tentativi di colonizzazione e fertilizzazione di nuovi pianeti, ma nessuno di essi, nemmeno su sistemi solari remoti, è ancora andato a buon fine, e la sensazione dominante è che mai l’uomo riuscirà ad abbandonare il pianeta Terra. E senza la creazione di nuovi spazi, incrementare la popolazione è del tutto fuori discussione. Accanto a quello dell’animazione, l‘altro grande strumento governativo per combattere la sovrappopolazione è la diffusione della politica dell’aborto, a tal punto incentivato che il caso di bambini concepiti accidentalmente e poi lasciati comunque nascere è una vera rarità. E sopra questo pianeta alle prese con tutti i suoi problemi, ruota incessante, giorno dopo giorno, il satellite della Porta d’Oro del Piacere, un paradiso della promiscuità al di fuori della giurisdizione americana, dove migliaia di ragazze luccicanti permettono a ricchi manager, e a tutti coloro che se lo possono permettere, di evadere dallo stress della vita quotidiana. Su questo traffico di corpi incombe la spregiudicata entità proprietaria del satellite, i George Walt, due gemelli che, a causa di una strana mutazione, pur avendo corpi distinti si trovano a convivere in un’unica testa centrale.
Ma l’America di Svegliatevi, dormienti si trova a dover fare i conti anche con un incipiente razzismo. Poiché infatti la ricchezza del pianeta è rigidamente ripartita secondo l’etnia di appartenenza – e sono veramente pochi coloro che riescono a sottrarsi a questa regola – i poveri costretti a ricorrere all’animazione sospesa non sono quasi mai bianchi, ma generalmente neri, ispanici, est-europei. Il crescente ricorso alla criogenia diventa dunque un momento di forti distinzioni razziali e di ghettizzazione. Questa latente discriminazione razziale è destinata ad emergere più che mai non appena Jim Briskin, un nero che faceva il deficiente alla televisione, si candida alle elezioni presidenziali per il partito repubblicano-liberale (lol?), in lotta con la ricandidatura dell’attuale presidente in carica, il democratico-conservatore (lol!) Bill Schwarz. Un odio che affluisce e sfocia nella martellante politica di diffamazione adottata dal movimento razzista CLEAN, perfettamente riassunta dal suo slogan: “Manteniamo bianca la Casa Bianca. Manteniamo pulita l’America”. Un odio sul quale vorrebbero fare leva anche i George Walt per stroncare sul nascere la campagna di Briskin, dato che il candidato nero propone, tra i punti del suo programma di governo, la chiusura dell’immorale Porta d’Oro del Piacere. Non che, del resto, le forze ostili a Briskin debbano fare più di tanto per minare le sue possibilità di successo, dato che fin d’ora la sua campagna è stata molto fiacca. Il suo problema principale, è quello di essere talmente legato all’onestà morale, e a degli ideali puritani, da aver perso completamente di vista le logiche della realpolitik. Briskin vuole la chiusura della Porta, vuole sostenere una politica di fertilizzazione dei pianeti ostili da tempo caduta in discredito presso l’opinione pubblica, e si rifiuta di ricorrere a tutta la serie di trucchetti elettorali e piccole calunnie dirette agli avversari da sempre determinanti per le elezioni presidenziali americane. Per questo, è la costante disperazione del direttore della sua campagna elettorale, il cinico e disilluso Salisbury Heim, l’altro vero protagonista del romanzo. Lui stesso assiduo frequentatore del satellite dei George Walt, Sal si sente destinato a rimanere la spalla inascoltata di Briskin, e ondeggia costantemente tra il tentativo di rimanergli fedele e la forte tentazione di rassegnare le dimissioni e lasciarlo nel suo brodo.
A parte la campagna presidenziale, l’opinione pubblica di questi giorni è interessata anche ad un altro grande avvenimento, la drammatica lotta per il divorzio tra due tra le massime autorità mediche del mondo contemporaneo: il dottor Lurton Sands, uno dei massimi specialisti in trapianti, con numerosissime vite salvate alle spalle, e la dottoressa Myra Sands, un’importante consulente abortista. Al centro del disastro matrimoniale vi sarebbe la giovane amante del dottor Sands, Cally Vale, ora misteriosamente dissolta nel nulla. E per vendicarsi dell’oltraggio, Myra vorrebbe portare alla luce, con l’aiuto dell’investigatore privato Tito Cravelli, la misteriosa origine, si suppone illegale, del traffico di organi gestito da Sands. Nel frattempo, Lurton ha consegnato all’anonima officina di un piccolo proprietario, Darius Pethel, il proprio lampobolide – ingombranti aggeggi privati a forma di tubo che servono a trasportare istantaneamente le persone da un luogo all’altro, alla maniera del teletrasporto – per una revisione. La cosa è comprensibile, perché fin da quando è stata messa sul mercato, questo tipo di tecnologia ha manifestato molti difetti e problemi di utilizzo. Si racconta di come un tempo un impiegato della Terran Development – la grande multinazionale che sta dietro la costruzione dei lampobolidi – avesse accidentalmente individuato una breccia nel proprio bolide che l’aveva trasportato nel passato e l’aveva reso l’autore della Sacra Bibbia. Solo che bolide di Sands non sembra avere nulla che non va. Sino a quando il tecnico Rick Erickson non scopre la presenza di una breccia all’interno del lampobolide, una breccia che mette la Terra in comunicazione con un’altra dimensione. E il mondo di là del tubo è un luogo abitabile, non ostile, apparentemente disabitato: una vastissima terra vergine buona per la colonizzazione istantanea. L’altra Terra rappresenta una grande possibilità, quella di risvegliare i dormienti che gravano sulle spese dello Stato e restituirli alla vita in un mondo nuovo, l’unica via d’uscita apparente dall’impasse della società moderna. Ma, al contempo, potrebbe costituire il potenziale teatro di un nuovo scontro di civiltà e di una nuova ondata di genocidi, perché così come l’America del Cinquecento, così questo mondo nuovo potrebbe già essere abitato. Certo è che le politiche dei candidati alla presidenza, appena saputa la notizia, cercheranno sicuramente di gettarvisi a pesce per essere i primi a godere dell’esclusiva del risveglio dei dormienti, ed accaparrarsi così la vittoria alle elezioni.
Oltre ai volti che abbiamo fino ad ora presentato, in quest’opera si muovono, come nella migliore tradizione corale dickiana, decine e decine di personaggi differenti, ciascuno con le proprie mire e ideali – dal razzista Lackmore che a tutti i costi vuole fermare l’ascesa di Briskin a Stuart Hadley, il commesso che non riesce più a trovare una ragione per andare avanti e vorrebbe solamente emigrare lontano, dal vecchio e arrogante proprietario della Terran Development, Leon Turpin, che dalla scoperta della breccia vorrebbe ricavare il massimo profitto possibile e d’altro non si preoccupa, all’investigatore Tito Cravelli, che ha contatti in tutti i punti chiave del potere americano e sogna un futuro da Procuratore Generale. Tuttavia in Svegliatevi, dormienti Dick compie un ulteriore passo in avanti, portando il genere del romanzo corale alle sue estreme conseguenze. Ciò che interessa non sono più i singoli personaggi, e le loro vicende private, ma l’intreccio generale, e le idee che vi stanno dietro. Il che significa che la vastissima galleria di personaggi che si stagliano sullo sfondo della narrazione, è destinata a rimanere una figura di secondo piano. Ciascuno di loro, una volta svolta la propria parte, scompare – di loro non si sa più nulla, perché non sono più importanti per l’intreccio. E anche i personaggi principali, quelli che come Briskin rimangono dall’inizio alla fine del romanzo dei punti di riferimento per il lettore, hanno importanza solamente in quanto al centro della vicenda, e solamente in quanto le loro azioni e i loro pensieri sono determinanti per lo sviluppo della stessa. Due, mi sembra, sono i nodi concettuali forti che la vicenda porta alla luce, e che in essa si intrecciano. Uno è la xenofobia, la paura del diverso, che può essere rivolta tanto nei confronti di una differenze pigmentazione della pelle, tanto nei confronti di uno scherzo della natura come i George Walt, quanto nei confronti di una popolazione di esseri subumani differenziatisi dall’evoluzione dell’Homo sapiens già da parecchi milioni di anni (e in questo si legge il ritorno di Dick alla tematica della razza umana alternativa, del falso mostro, che nasceva in L’uomo dai denti tutti uguali e riviveva già ne I simulacri). Senza scivolare in banali moralismi sull’uguaglianza, Dick tematizza l’impossibilità dell’uomo di accettare e tollerare la presenza dell’altro, di ciò che in un certo senso gli somiglia, ma che proprio per questo tanto di più suscita repulsione, perché non si riesce a considerarlo uguale a sé.
L’altro tema è la dicotomia tra ciò che è utile e ciò che è inutile. Inutili sono i dormienti, che proprio in quanto inutili, e per essere utili un giorno, hanno fatto sospendere la propria vita, ma che tuttora, dato che non producono un profitto, pesano sulle casse dello stato e nient’altro. E viene da domandarsi se allora sia poi così sbagliato servirsi di loro – seppure illegalmente – nell’unico modo in cui potrebbero servire a qualcosa, come fa il dottor Sands. Inutili sono le persone qualunque come Stu Hadley, facilmente rimpiazzabili, per nulla irrinunciabili, e che per questo, per il senso della propria inadeguatezza e della mancanza di significato e di scopo della propria vita, provano il male di vivere (quello che Dick stesso conosceva molto bene). Inutili sono anche gli scrupoli di Donald Stanley, assistente amministrativo di Leon Turpin, di gestire con cautela e ponderazione la faccenda della breccia nel lampobolide: gli affari sono gli affari, ed esitare solo perché qualcosa potrebbe andare storto rischia di far perdere miliardi e miliardi di profitto. Inutile è la sincerità di Briskin, perché non è con l’integrità morale, ma con una strategia accorta e spregiudicata che si vincono le elezioni. Utile invece è il razzismo, quando può mettere fuorigioco un candidato sgradito, utili sono i potenti, quando riesci a tirarli dalla tua parte, utili sono anche i genocidi, quando si tratta della soluzione più economica e vantaggiosa per il futuro del proprio Paese. E Briskin queste cose dovrà impararle. Perché, lungi dal rimanere una figura stereotipata e sempre uguale a sé stessa, come molti ingenuamente hanno affermato, il candidato nero dovrà imparare, a poco a poco, a scendere a compromessi con il torbido, ad accettare che il fine giustifica i mezzi, per cui, se anche i suoi intenti sono nobili, e rimarranno nobili, per raggiungerli ci si può (e spesso si deve) sporcare le mani. La storia individuale di Briskin, dunque, assume la forma di un insolito Bildungsroman nel quale il protagonista dovrà imparare a scendere dalle alte sfere ed accogliere il principio di realtà, sino ad un finale che, per quanto non negativo e non chiuso alle grandi speranze per il futuro, non manca di essere aspro e abbastanza scettico. Il genere letterario, di grande successo in America, del romanzo presidenziale, viene dunque qui piegato da Dick, e mescolato con alcune – ma non poi tante – istanze fantascientifiche per raccontare una storia e delle riflessioni tutte rivolte alla dimensione sociale, alla logica della politica e delle masse, accantonando per una volta, almeno in larga parte, i risvolti intimi e più strettamente personali.
Certo, le sue fissazioni non vengono eliminate del tutto, e la sua attenzione ai rapporti matrimoniali fallimentari sopravvive nel rapporto tra i coniugi Sands. In Lurton, poi, Dick torna alla malattia mentale, facendo rivivere in lui il personaggio dell’alienato con tendenze paranoiche alla Bluthgeld, mentre in Myra ritorna la donna bellissima, intelligente, potente, ma al contempo snob, fredda e crudele che ha nella Kathy Sweetscent di Illusione di potere il suo antecedente più simile. Solo che questi elementi hanno un peso estremamente marginale all’interno del romanzo, le cui attenzioni principali vanno invece a questioni largamente nuove per l’autore. La maggior parte della critica si schiera compatta contro a questo romanzo, ritenendolo uno scivolone, un passo indietro paragonabile solo a I giocatori di Titano. Lawrence Sutin, il massimo biografo dickiano, lo liquida con un giudizio di 2/10, definendolo ‘un libro davvero noioso’, altri individuano il suo difetto principale nella moltiplicazione sregolata dei punti di vista. In realtà, penso che l’ostilità dei critici sia dovuta in parte alla difficile catalogazione di quest’opera nel corpus dickiano, alla sua struttura e ai suoi argomenti un po’ insoliti, e in parte alla mancanza di approfondimento psicologico di alcuni personaggi, cosa che invece in genere Dick faceva. In realtà, credo che si possano ascrivere solo due veri difetti a Svegliatevi, dormienti. Il primo è senza dubbio una debolezza architettonica di fondo. Si avverte parecchio il distacco tra la prima parte del romanzo, quella dedicata prettamente alle difficoltà e ai rischi della campagna di Briskin e, secondariamente, dall’affaire Sands, e la seconda parte, incentrata perlopiù sul destino dei dormienti e l’esplorazione dell’altra-Terra. Alcuni personaggi, per quanto diano un po’ di colore al romanzo, sono francamente inutili ai fini dell’intreccio e risultano un po’ fuori luogo, come la stessa Myra Sands. Diverse situazioni, e in special modo quelle riguardanti gli scontri con i George Walt, vengono sbrigate con troppa semplicità, con troppa poca cura rispetto al peso che esse anno all’interno dell’intreccio. E nonostante tutte queste cose non intacchino granché il nucleo concettuale del romanzo, che poi è la cosa che più interessava a Dick, dedicare più attenzione alla struttura architettonica e donare così una maggior credibilità e compiutezza alla trama avrebbe potuto fare solo che bene. L’altro difetto è l’accento un po’ moralistico al quale l’autore indulge talvolta a proposito di questioni che gli stavano a cuore particolarmente, come l’aborto o la crudeltà efficiente della società moderna. Non che Dick non lo faccia mai – ma in Svegliatevi, dormienti, la cosa si nota di più, ed è sgradevole.
La legittimità dell’aborto è liquidata molto rapidamente nel giudizio della stessa abortista del libro, Myra Sands, non appena scopre che questa via non sia più necessaria per tenere la popolazione sotto controllo: “Ma se non altro quella notte poté andare a letto con la coscienza pulita. Forse per la prima volta da anni”. Bleah. Tirando le somme, questo romanzo non è affatto un fallimento come in molti li dipingono, ma al contrario un’opera piuttosto valida, e un esperimento interessante all’interno del corpus dickiano, ben distante da quel disastro di I giocatori di Titano. Rimane un’opera minore, tra le tante scritte da Dick, ma comunque un’opera di un certo pregio. Da provare, anche solo per andare contro l’opinione tradizionale.
Voto: 7 ½
A chi può piacere:
- A chi voglia sperimentare un romanzo presidenziale in salsa Dick.
- A chi voglia vivere un grande scontro di civiltà.
- A chi è affascinato da cose tipo gemelli con una testa sola.
A chi può non piacere:
- A coloro che detestano i romanzi troppo dispersivi.
- Ai cultori dell’introspezione individuale.
- A chi non gradisce strutture narrative traballanti.
Inviato da: lele.scorpion
il 27/01/2012 alle 00:30
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