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Il profumo è il profumo della vita. Un blog di recensioni letterarie e cinematografiche, riflessioni, e quando capita un po' d'autobiografismo.

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La lingua salvata: storia di una giovinezza

Post n°63 pubblicato il 21 Marzo 2009 da Tapiroulant
 

Autore: Elias Canetti
Titolo originale: Die gerettete Zunge. Geschichte einer Jugend
Editore: Adelphi
Collana: Gli Adelphi
Pagine: 362


Il primo ricordo di Elias quand’era bambino è ambientato in un pianerottolo. Ha due anni, e sta in braccio ad una bambinaia bulgara. Dall’appartamento di fronte a loro esce un uomo, l’amante segreto della bambinaia, e prima di rivolgere a lei le sue attenzioni, si avvicina al bambino. Gli chiede di tirare fuori la lingua, lui, intimorito, lo fa, poi l’uomo estrae un coltello a serramanico e dice: «Adesso gli tagliamo la lingua». Elias non ha il coraggio di ritirarla, la lama si fa ancora più vicina, sfiora la lingua – poi l’uomo mette via il coltello e dice: «Oggi no, domani». E la scena si ripete tutti giorni, ma ogni volta, all’ultimo secolo, la lingua è salvata. “Me la tengo per me e solo molto tempo dopo interrogo mia madre. […] Entrambi, la ragazza e il giovanotto, avevano l’abitudine di uscire il mattino molto presto, e devono essersi conosciuti in questo modo, così dev’essere cominciata tra loro. La minaccia di quel coltellino è stata efficace, il bambino ha taciuto la cosa per dieci anni”. Con questo breve episodio si apre la prima parte della monumentale autobiografia in tre libri scritta da Elias Canetti. La lingua salvata: storia di una giovinezza, è la storia dell’infanzia e della prima adolescenza dello scrittore, coprendo l’arco di tempo che va dalla sua nascita, nel 1905, al compimento del suo sedicesimo anno d’età, nel 1919. In linea di massima non sono un grande cultore delle biografie, e men che meno delle autobiografie, dato che sono dell’idea, non tanto sbagliata, che a meno di ricamarci sopra parecchio, la reale vita di una persona non possa essere significativa e concettualmente densa come un’opera di finzione. Il De profundis di Oscar Wilde è interessante e può creare un legame empatico tra il lettore e l’uomo, ma alla fine altro non è se non un grosso sfogo, una questione tutta individuale; e lo stesso discorso vale per Lettera al padre, aggiunge una dimensione a tutta l’opera di Kafka, ma di per sé non ha un gran valore. Divine invasioni, la grande biografia su Dick curata da Lawrence Sutin, esaurisce la sua utilità nel precisare il contesto (umano e ambientale) della sua opera letteraria, ma certo dignità letteraria, di per sé, non ne ha alcuna, né pretende di averla. La lingua salvata e i due libri successivi, però, aprono a Canetti le porte per il Nobel, cosa che neanche il suo strampalato romanzo Autodafé, da me già recensito questo stesso mese su queste stesse pagine, era riuscito a fare. Una domanda sorge dunque spontanea: cos’ha quest’autobiografia di così particolare, da meritare un posto così importante nel panorama letterario novecentesco?
Tante ragioni. La prima, che quella di Canetti è una vita che effettivamente merita di essere raccontata. Elias nasce a Rustschuk, un villaggio della Bulgaria sulle sponde del Danubio, e al confine con la Romania, da una famiglia di cosiddetti ebrei «spagnoli», ossia quei gruppi ebraici costituitisi in Spagna sotto la pacifica dominazione araba, e che erano stati costretti ad emigrare verso est dopo la riconquista cristiana della penisola iberica. Gli «spagnoli», che ancora ai tempi di Canetti si distinguevano per quello spagnolo arcaico che costituiva la loro prima lingua, godevano di una certa ricchezza, e la stessa famiglia di Elias aveva messo su un’importante attività commerciale attiva da due generazioni. Di questa vita a Rustschuk, colpisce il suo carattere fortemente patriarcale, con un pater familias, nonno Canetti, che mette tutti i suoi figli (e auspica poi di mettere anche i nipoti e i nipoti di nipoti) a lavorare nella propria attività. Ma i genitori di Elias, che comunque si sono sottomessi al suo volere, la cosa non va tanto giù: loro sognano Vienna, dove tutti e due hanno passato la loro giovinezza, e il Burgtheater, il grande teatro viennese che aveva fatto aspirare ad entrambi di diventare attori. Rustschuk, città del tutto ai margini della cultura del tempo, gli sta stretta a loro; vorrebbero andare a vivere in ‘Europa’, così si chiama tutto ciò che sta ad ovest della Bulgaria, più su lungo il corso del Danubio. Così, non appena Elias raggiunge i sei anni di età, la sua famiglia riesce a liberarsi del giogo imposto dal nonno e ad emigrare a Manchester, Inghilterra, dove alcuni parenti hanno aperto un’attività. Non senza evitare che nonno Canetti, in un impeto di estrema violenza, rancore e angoscia nei confronti del figlio degenere, non faccia la cosa peggiore che un padre potrebbe mai fare, tale da lasciare per sempre un marchio indelebile su tutta la famiglia: maledirlo. Da allora in poi, la vita del piccolo Elias e di tutta la sua famiglia non sarà mai tranquilla. Una serie di avvenimenti farà sì che da Manchester emigrino di nuovo, per andare a vivere a Vienna, e poi ancora spostarsi, in Svizzera, a Zurigo, prima in una piccolo appartamento ammobiliato in affitto, poi in una casa più grande, infine Elias da solo, in una pensione femminile chiamata ‘Villa Yalta’. La giovinezza di Elias è stata segnata da spostamenti continui, attraverso alcuni di quelli che furono i maggiori centri della storia europea dell’epoca; epoca che poi è quella della Prima Guerra Mondiale, degli anni che la precedono e di quelli, dolorosissimi per i paesi di lingua tedesca, che li seguono.
E oltre che nel suo primo ricordo d’infanzia, le lingue sono state al centro della prima maturazione di Elias Canetti. Allo spagnolo arcaico della sua prima infanzia, cui si aggiungeva un bulgaro che non imparò mai sistematicamente, ma che assimilò dalla parlata delle ragazze del luogo, fecero seguito l’inglese, il francese (un po’ stentato) e soprattutto il tedesco, che sarebbe poi diventata la lingua per lui più importante. L’apprendimento del tedesco ebbe un’importanza centrale nella vita di Canetti anche per un’altra ragione: segna l’inizio del distacco dalla figura paterna, cui lui, nella sua infanzia, era particolarmente affezionato, e l’insorgere di un rapporto vagamente morboso, di completa sudditanza psicologica nei confronti della madre. Una madre esigente, che voleva crescere un figlio colto, intellettualmente capace, dotato di carattere e degno della grandezza della sua famiglia; una madre sicura di sé e dei suoi metodi oltre ogni misura, che non poteva tollerare un fallimento da parte di Elias e prendeva ogni suo successo come qualcosa di scontato, una madre impregnata di cultura romantica che riteneva degno di disprezzo ogni accostamento all’arte che non fosse puro, e privo di qualsiasi utilitarismo, di qualsiasi pragmatismo. Già per Elias i libri, la cultura letteraria, significavano molto, perché gli rappresentavano il padre: quel padre che a Rustschuk leggeva sempre con aria assorta un giornale che lui non riusciva a capire, quel padre che a Manchester cominciò a educare procurandogli Robinson Crusoe, I viaggi di Gulliver, il Guglielmo Tell, Simbad il Marinaio, e i resoconti delle grandi esplorazioni. Ma sotto l’insegna materna, Elias cominciò a confrontarsi con ciò che lei riteneva la massima forma dell’arte, la drammaturgia europea, e dunque Shakespeare, Schiller, Lessing. Una madre che leggeva assieme a lui i testi teatrali e poi li commentava, e pretendeva da lui comprensione, domande intelligenti, dibattito. Una madre che plasmò la sua visione del mondo, orientandola ad una idealizzazione delle passioni e dei valori, ad una valorizzazione delle sole cose culturalmente degne e del disprezzo del denaro e di una vita spesa a far soldi. Una madre che lo rese desideroso di conoscere tutto per poi apparire più intelligente e preparato di fronte a lei, e che allo stesso tempo gli impose un tabù sessuale talmente forte da renderlo completamente disinteressato al sesso e da fargli credere, fino alla veneranda età di vent’anni, che ‘l’amore’ fosse un’invenzione dei poeti priva di un effettivo riscontro nella realtà.
Della madre, Canetti ci dà un’immagine complessa, multisfaccettata, che per semplificazione io non ho potuto naturalmente fare altro che appiattire. Il loro è un rapporto complicato, che da dall’amore totale e senza riserve verso una Magna Mater impeccabile e totalizzante, ad una profonda gelosia al frapporsi tra loro di altre figure maschili, ai tentativi, più adolescenziali, di ritagliarsi uno spazio di indipendenza da lei, alla matura deplorazione dei suoi limiti, lei che inizialmente gli appariva così onnilaterale, agli scontri più feroci. Un rapporto che certamente farebbe grandissima gola a qualsiasi psicanalista, e che probabilmente avrebbe deliziato lo stesso Freud (che in vita sua tante opere e tante figure di artisti analizzò) se soltanto fosse stato ancora vivo. E a questo rapporto, che come già abbiamo detto fu il più formativo e determinante della forma mentis del Canetti adulto, l’autore dà un taglio preciso, collocandolo al centro della narrazione, come nucleo forte dell’opera attorno al quale ruotano tutti gli altri fatti satellite della sua vita. Proprio in questo sta un altro merito de La lingua salvata: non una semplice enumerazione cronologica degli avvenimenti significativi nella vita dell’autore, ma la selezione di un centro concettuale – lui e la madre – e la messa in relazione di una serie di fatti con questo centro. Praticamente tutta la narrazione è dominata dalle figure autoritarie, dalle figure rispetto alle quali Elias si sentiva subalterno: oltre alla madre, l’autore ci presenta le figure dei suoi familiari più incisivi, come il nonno Canetti o il freddo e odioso zio Salomon, le figure degli insegnanti (che per via degli spostamenti cambiò di continuo) e dei suoi compagni di scuola più maturi, e l’impatto che ebbero su di lui. Poco di tutto il resto trova un posto all’interno dell’autobiografia. Elias aveva due fratelli, Nissim e George, di pochi anni meno di lui – e tuttavia nella narrazione non compaiono quasi mai, se non come accessori, come presente, o finanche come fastidi. Sulla guerra in quanto tale, non si pronuncia quasi mai, se non rievocando alcune immagini brevissime cui assisté e che lo colpirono fortemente, in un senso o in un altro – il generale a riposo, padre di un suo amico a Vienna, che fa visitare loro i fortini, o la scena dell’incontro a Zurigo tra alcuni soldati feriti francesi e alcuni soldati feriti tedeschi. Ma quando è la madre a mettersi a parlare di guerra, oh, allora sì, pagine e pagine di disquisizioni sul suo punto di vista circa la guerra e sulle sue discussioni con altri.
I fatti storici della sua epoca, dunque, entrano in queste pagine soltanto in relazione all’impatto che esse ebbero direttamente sulla vita del giovane Elias e sulla visione del mondo delle figure adulte che lo circondavano. Lungi dal lanciarsi negli sproloqui di rievocazione storica alla Don DeLillo o Philip Roth, l’autobiografia di Canetti si ripiega tutta su sé stessa e sul privato, il privato di una giovinezza molto particolare e molto suggestiva. Ma c’è anche un’altra grande differenza tra quest’opera e quelle di un Roth, che va ad ascriversi come ultimo vero merito e particolarità de La lingua salvata. Il realismo americano ci ha abituato ad un modo ben preciso di fare romanzi autobiografici o pseudo-autobiografici, che consiste nella stesura di pochi, giganteschi capitoli-raccoglitori (ma talvolta la narrazione è addirittura continua, senza capitoli, come in Everyman) all’interno dei quali l’autore si esprime in un lunghissimo fluire di fatti. Si può anche saltare di palo in frasca, lasciare un argomento o un ricordo per un altro per poi ritornare a quello iniziale, scivolare in lunghe digressioni e muoversi avanti e indietro nel tempo: la prosa rimane comunque unitaria, continua, come se qualcuno vi stesse parlando e raccontando. L’approccio di Canetti è completamente diverso, e del tutto libresco. Il romanzo è diviso in cinque parti, cinque grossi blocchi narrativi, ciascuno dei quali rappresenta uno dei luoghi della vita del giovane Elias: la prima parte a Rustschuk, la seconda a Manchester, la terza a Vienna, la quarta a Zurigo con la famiglia, la quinta a Zurigo al collegio di Villa Yalta. All’interno di questi grossi blocchi, l’autore apre tutta una serie di piccoli paragrafi, o capitoletti, tra loro consequenziali ma con una certa indipendenza l’uno dall’altro. Un paragrafo è dedicato a parlare dei libri che suo padre gli regalava a Manchester, un paragrafo è incentrato sulla mamma che parla di guerra, un paragrafo (più riflessivo) sul rapporto tra Elias e i divieti, un paragrafo sul suo attaccamento agli animali e un paragrafo su una visita a Zurigo dello zio Salomon. È una narrazione a compartimenti stagni, che però invece di suonare artificiosa e rallentare la lettura, sembra quasi invogliarla. Poiché i paragrafi sono piuttosto brevi – si va dalle due, alle dieci pagine al massimo – e ciascuno di essi ha un titolo esplicativo dell’argomento di cui si parla, il lettore ne comincia uno dicendo: ‘Uh! La malattia della mamma. Chissà che cosa succede’, lo legge, lo finisce in fretta, ed ecco già quello successivo, e così via. O almeno, io l'ho vissuta così; poi, può pure darsi che a voi non piaccia come approccio.
La lingua salvata
si conclude con la cacciata dal paradiso, dall’isola di pace e bene che Zurigo e tutta la Svizzera rappresentavano per Canetti, per riprecipitarlo, con l’apertura de Il frutto del fuoco, negli incubi dell’inflazione e del disagio sociale dei grandi Imperi Centrali sconfitti, l’Austria e la Germania della Repubblica di Weimar. La lingua salvata costituisce dunque in sé un tutto concluso, che lascia dei nodi irrisolti e delle aspettative per il futuro dell’autore-protagonista, ma che nel frattempo appaga. Augurandomi di riuscire a portare a termine in fretta la lettura di tutta la trilogia (Il gioco degli occhi, l’ultima delle tre parti, a quanto mi risulta dev’essere ancora ristampato da Adelphi, quindi ora come ora non lo posso ancora leggere), posso intanto assicurarvi che questa Storia di una giovinezza è una grandissima opera mitteleuropea, piacevole, abbastanza scorrevole, e molto densa.


Voto: 8 ½

A chi può piacere:
- A coloro che amano spiare nel privato dei loro autori preferiti.
- A chi voglia rivivere com’è guardare il mondo con gli occhi di un bambino.
- A chi sia curioso sapere com’è vivere con una mamma così.

A chi può non piacere:
- A coloro che preferiscono la finzione dichiarata all’autobiografia.
- A chi predilige le narrazioni unitarie e continue.
- A chi disprezza la cultura libraria e l’erudizione romantica.

 
 
 
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