Autore: Philip K. Dick
Titolo originale: The Penultimate Truth
Titolo alternativo: In the Mold of Yancy
Editore: Fanucci
Collana: Immaginario Dick
Pagine: 283
C’è una ragione particolare per cui l’idea di una nuova grande guerra mondiale suscita molti fastidi. All’attuale stato dello sviluppo delle risorse belliche, dalle armi atomiche a quelle batteriologiche, la vita degli uomini in tempo di guerra diventerebbe pressoché impossibile. E infatti. Ne La penultima verità, il blocco americano e quello sovietico si sono risolti a venire alle mani, e per evitare l’estinzione causa distruzioni di massa e radiazioni letali, i comuni cittadini si sono rinchiusi in piccoli bunker sotterranei. Allestiti come delle città-fabbriche, queste colonie sotterranee dovevano permettere alla popolazione mondiale di sopravvivere fino al termine dei conflitti e contemporaneamente di collaborare allo sforzo bellico. E collaborare allo sforzo bellico significa provvedere alla costruzione e alla manutenzione dei plumbei, robot intelligenti impiegati nella guerra al posto dei soldati (prima transizione terminologica dai simulacri dei primi anni ’60 agli androidi degli ultimi anni). In superficie, esposti al costante rischio della morte, sono rimasti soltanto un pugno di uomini del governo e della classe dirigente, allo scopo di coordinare le attività produttive dei bunker e portare avanti la guerra. Si diceva che la guerra sarebbe durata pochi anni; tuttavia, ne sono passati ben tredici dall’ultima volta che la gente comune ha avuto il piacere di contemplare la luce del sole. Nelle fabbriche sotterranee, la vita è insostenibile. Minuscoli appartamenti con i bagni in comune sono condivisi da più famiglie, cibo e mezzi provenienti da fuori sono estremamente razionati, e le richieste di produzione imposte dall’alto sono sempre più esigenti. Né ci si può permettere di disattendere queste richieste, perché quella colonia sotterranea che per più mesi di fila non riuscisse a produrre il quantitativo di plumbei richiesti, verrebbe immediatamente mandata in superficie a combattere a fianco dei robot e a morire. E nessuno vorrebbe mai risalire in superficie, perché sanno bene cosa li attende (i media li hanno informati): il Morbo del Sacchetto, che ti fa gonfiare la testa fino a farla scoppiare come una busta di carta piena d’aria, oppure, ancora peggio, la Peste della Contrazione, che ti rimpicciolisce la testa e contrae i lineamenti fino alle dimensioni di una biglia; o lo sa Dio che altro!
L’unico collegamento tra il sottosuolo e la superficie è costituito dai Commissari, rappresentanti del governo che conducono nei bunker un lavoro di supervisione, e si incaricano di far passare messaggi dall’alto e di raccogliere richieste e dubbi dalla gente del posto. Ma la fonte principale d’informazioni, per la gente delle colonie sotterranee, è il grande teleschermo che quasi ogni sera trasmette i nuovi sviluppi della guerra. È durante queste trasmissioni che appare loro Talbot Yancy, il vecchio e saggio Presidente degli Stati Uniti – un uomo gentile, di cui ti puoi fidare, rammaricato degli esiti della guerra e comunque risoluto a non crollare il capo. Yancy è un padre e un leader per gli abitanti del sottosuolo, li ammansisce e li tranquillizza, ma anche li sprona a rendere il massimo per il bene della nazione. Già; non sanno, loro, che Talbot Yancy non esiste, o meglio che non è altro che un manichino computerizzato, che non fa altro che elaborare un’inflessione e un tono adatto per leggere discorsi interamente scritti da altri. Sono gli uomini-Yance, una classe di privilegiati che lavorano per mantenere in piedi l’illusione rappresentata dalla figura e dalle parole di Yancy. Né sanno, le persone di sotto, che non esiste nessuna guerra in superficie: o meglio, che c’è stata, ma che è durata pochissimi anni ed è ormai un lontano ricordo. Resisi conto che continuare il conflitto avrebbe solo reso le cose peggiori, e che in fondo, per mantenere l’ordine, era sufficiente fingere che il conflitto continuasse, senza prolungarlo realmente, i due blocchi mondiali hanno da tempo raggiunto un accordo di collaborazione e non belligeranza. La Terra della superficie si è ormai trasformata in un grande parco semidisabitato, il cui territorio è diviso tra gli uomini-Yance come grandi feudi medievali. Mano a mano che le zone colpite dagli ordigni atomici cessano di essere radioattive, gli uomini in carriera del mondo di sopra ne rivendicano la proprietà e cominciano a edificarci sopra. Ciascuno di loro, da vero signorotto medievale, possiede anche un esercito privato di plumbei, i robot che le masse del sottosuolo costruiscono e riparano, credendo di fabbricare soldati per la guerra. Gli uomini-Yance sono generalmente contenti di questo stato di cose, perché non soltanto sono divenuti dei privilegiati, ma eliminando le masse dalla superficie, hanno riportato il pianeta ad uno stadio di antica bellezza e prosperità naturale. Tuttavia, a causa del loro numero così basso, e della generalmente diffusa sterilità da radiazioni che impedisce loro di avere dei figli e una famiglia, gli uomini-Yance soffrono di un grave problema: di solitudine.
Così si sente Joseph Adams, uomo-Yance dal discreto successo che, come molti protagonisti dei romanzi di Dick, non sente alcuno scopo nella propria vita né alcuna ragione per darsi da fare e andare avanti. Come la maggior parte dei suoi pari, è incaricato di scrivere i discorsi di propaganda che Yancy dovrà poi leggere alla popolazione dei bunker, ma sente di non essere veramente ispirato, e che il suo talento creativo, se mai l’ha avuto, si sia ormai prosciugato. Questa vecchiaia e questa decadenza, del resto, non la percepisce solo in sé stesso, ma come costitutiva di tutto il mondo che lo circonda, di tutto il mondo che il grande inganno di Yancy ha allestito. È un mondo vecchio, regredito, dove non si produce più niente di nuovo, ma si continuano ad utilizzare le vecchie risorse del periodo pre-bellico. Il controllo effettivo della società moderna è nelle mani di Stanton Brose, un uomo vecchissimo e disumano, che sta dietro l’idea originale di Yancy e quindi a capo di tutta la gerarchia degli uomini-Yance. Tirannico e idiota, la vecchiaia e il terrore di morire l’hanno ormai sclerotizzato in un atteggiamento di egoismo totale e impenetrabile. Brose da solo tiene in piedi il sistema di menzogne del mondo di sopra a suo esclusivo beneficio, e nel disperato desiderio di vivere in eterno si è assicurato il monopolio completo sugli organi artificiali sopravvissuti alla guerra, sottraendoli a chiunque altro ne potesse avere bisogno. E proprio questa penuria di organi artificiali sarà la molla che farà scattare Nicholas St.James, leader della colonia sotterranea Tom Mix. Il capomeccanico del bunker Maury Souza sta morendo, e senza di lui la colonia non sarà in grado di produrre il quantitativo mensile richiesto dal governo: per salvare la situazione, Nicholas sarà costretto a salire di nascosto in superficie alla ricerca di un prezioso organo artificiale. Ma affacciandosi al mondo di sopra, Nicholas scoprirà l’amara verità. E mentre lui conduce la sua piccola quest privata, nel macrocosmo del mondo di Yancy si agitano le grandi potenze che sognano di strappare a Brose l’egemonia, ciascuna con la propria versione della verità: il grande magnate immobiliare Leo Runcible (nome e personaggio mutuato da L’uomo dai denti tutti uguali), che edifica grandi condomini-prigione per gli abitanti del mondo sotterraneo che in qualche modo riescono a salire in superficie, e attraverso di loro, in cambio di accettabili condizioni di vita, si costruisce una gigantesca forza lavoro ed un esercito privato; Webster Foote, lo scaltro leader della Webster Foote Ltd., compagnia dedita allo spionaggio che fa il doppiogioco e lavora contemporaneamente per Brose e per Runcible; e infine un individuo misterioso, che occasionalmente si inserisce nei circuiti televisivi delle colonie sotterranee per rivelare loro la verità sulla guerra.
Assieme a Mr. Lars, sognatore d’armi, scritto in contemporanea, La penultima verità rappresenta il punto finale di un momento della vita, e della produzione letteraria di Dick: la convivenza con la sua terza moglie Ann. Dopo aver scritto queste opere, i due si separeranno in maniera netta e definitiva, e per lo sbandato scrittore californiano comincerà uno dei periodi più rilassati e in qualche modo piacevoli della sua vita. Un periodo in cui vivrà a stretto contatto, quasi quotidiano, con molti altri scrittori di genere che condividevano la sua situazione di precarietà – tra i quali anche alcuni volti particolarmente noti, come Marion Zimmer Bradley – e avvierà le sue prime e ultime collaborazioni letterarie: Deus Irae, scritto con la collaborazione di Roger Zelazny, e The Ganimede Takeover (in Italia tradotto come L’ora dei grandi vermi, per una qualche ragione), progetto iniziato con lo stesso Zelazny ma proseguito poi con la partecipazione di Ray Nelson. Ma Mr. Lars e La penultima verità hanno qualcos’altro in comune oltre alla cronologia: un’affinità tematica particolarmente forte, che fa di loro un vero e proprio dittico sul tema della verità e dell’inganno. Il mondo basato sull’inganno e la finzione degli uomini-Yance è un mondo sterile, perché si impegna solamente nella produzione di falsità e ha perso la capacità di creare cose autentiche (gli unici organi artificiali sono quelli sopravvissuti alla guerra, e non soltanto nessuno è più in grado di fabbricarli, ma nemmeno ci si pone il problema – la possibilità di un progresso delle conoscenze non è neanche pensabile). E allo stesso tempo non è più in grado di proporsi dei valori autentici: quella degli uomini-Yance, come testimonia quell’irresoluto, quell’indeciso cronico di Joseph Adams, è una generazione di sbandati, di nichilisti, che non sanno in cosa credere e non sono sicuri neanche del proprio valore. L’idea fondamentale di Dick è che soltanto la produzione di cose e risultati autentici, reali, può darti sicurezza, autostima, coscienza di servire a qualcosa e di avere uno scopo – come gli abitanti del Tom Mix, che vivono in condizioni pessime, sono frustrati e stressati, e tuttavia sentono un fortissimo attaccamento alla vita, e hanno una determinazione a raggiungere i propri obiettivi che gli uomini-Yance gli invidierebbero. E in questo, forse, c’è un forte motivo autobiografico: lo stesso Dick, che aveva costruito la sua carriera di uomo adulto sulla fabbricazione di finzioni letterarie prive di riconoscimento sociale e di una qualche tangibilità reale (la fantascienza), era costantemente sull’orlo del tracollo emotivo e psicologico. Sentiva di essere inutile e inadeguato, e di stare buttando via la propria vita.
Ma oltre alla questione esistenziale attorno al binomio autentico/fasullo, che comunque permane molto forte per tutto il romanzo, se ne affianca un’altra di ordine sociologico. Ossia, come già aveva sottolineato Orwell con l’intramontabile 1984: il controllo della verità è il più potente strumento di controllo sociale. In La penultima verità è del tutto assente la tensione metafisica di una ricerca della verità totale; essa è degradata semplicemente a mezzo di coercizione, attorno al quale le classi sociali si scagliano per la supremazia. Il mondo si regge su una menzogna, e tuttavia coloro che la combattono si schierano altrettanto dalla parte di altrettante mezze verità, ciascuna confacente al tipo di società che desidera per il futuro; tutti parlano attraverso la bocca della grande illusione, il manichino di Talbot Yancy. E attorno a questa lotta per l’imposizione della propria verità, si dispiegano complicati intrecci e complotti, di fronte ai quali i personaggi ‘positivi’ del romanzo non potranno far altro che ritirarsi, impotenti, sperando in tempi migliori. Perché in questo carosello delle verità una costante rimane: che la massa è dominata dalle elite, da coloro che impongono la propria visione del mondo. Anche se scende in campo un individuo che si pone a benefattore, a protettore della gente comune, egli continua comunque ad agire e a comportarsi da ‘potente’, rimane lontano dagli uomini, e completamente impermeabile a un confronto con loro, assolutamente sicuro nelle proprie convinzioni. Dick piazza questo stato di cose nel futuro immaginario della fantascienza, e tuttavia sottolinea come questa evenienza sia non solamente attuale, ma già attualmente verificantesi, istituendo una serie di collegamenti tra il sistema degli uomini-Yance e un’operazione di massiccio revisionismo storico della Seconda Guerra Mondiale. Il controllo delle informazioni, la reinterpretazione tendenziosa di fatti storici, e la produzione di veri e propri falsi, sono tutti mezzi di cui il potere si serve per creare attorno a sé un consenso supino e privo di memoria storica: di questo Dick si serve, avendo in mente tutta una lunga serie di precedenti storici, da McCarthy a Eisenhower, che lui considerava (a ragione) un Presidente fantoccio, una facciata buona per far populismo. Il finale de La penultima verità lascia aperte delle speranze, la convinzione che le masse avranno almeno una possibilità di riscattarsi, e Dick non abbandonò mai questa speranza; ma, appunto, essa rimane sotto forma di possibilità astratta, teorica, ancora di là da realizzarsi.
La penultima verità è un buon romanzo, con alcune idee forti alla base e uno sviluppo bene o male interessante, per quanto tendente, come al solito nella narrativa dickiana, ad arrotolarsi su sé stesso e a perdersi un po’ per strada. Come al solito si può rimproverare a Dick di perdere troppo tempo in aspetti secondari che poi non vengono sviluppati, e di una cattiva gestione della struttura complessiva del romanzo. Certo, bisogna riconoscergli una coerenza narrativa decisamente più solida rispetto a quella di trame terribilmente fumose (per quanti interessanti), come quelle di Follia per sette clan, Illusioni di potere o Noi marziani. Tuttavia è anche un romanzo che non decolla in modo straordinario, e a fine lettura non lascia un grande senso di pienezza nel lettore. Lo stile è uniforme e abbastanza tranquillo, lontano dalle esplosioni iperboliche ed esilaranti di Follia per sette clan, quanto dagli sperimentalismi di L’androide Abramo Lincoln o Le tre stimmate di Palmer Eldritch. La qualità della trama, dell’intreccio, dei personaggi, non tiene testa ai momenti speculativi e ai temi di fondo del libro; e del resto, la questione centrale del rapporto tra falso e autentico era già stata trattata con raffinatezza maggiore in L’uomo nell’alto castello. Mr. Lars, sognatore d’armi – di cui parleremo la prossima volta – è un’opera molto più riuscita, tanto dal punto di vista stilistico quanto da quello tematico, e dato che gli argomenti trattati bene o male sono affini, se io dovessi consigliare una delle due opere, mi sbilancerei certamente a favore della seconda. Lo svantaggio di questo giudizio è che Mr. Lars non è più edito da moltissimo tempo e tocca leggerselo come e-book, mentre La penultima verità è stato pubblicato di recente da Fanucci; ma le cose potrebbero cambiare in futuro.
Voto: 7 ½
A chi può piacere:
- Agli amanti delle teorie del complotto.
- A chi sia interessato a un’indagine sociologica sulla verità.
- Ai detrattori della gerontocrazia.
A chi può non piacere:
- A chi cerchi l’esuberanza stilistica di Follia per sette clan.
- A chi si aspetta altri deliri teologico-metafisici.
- Agli amanti della gerontocrazia.
Inviato da: lele.scorpion
il 27/01/2012 alle 00:30
Inviato da: edoardo
il 28/10/2011 alle 23:50
Inviato da: Simona
il 01/06/2011 alle 18:34
Inviato da: chiaracarboni90
il 23/05/2011 alle 16:15
Inviato da: Giulia
il 24/11/2010 alle 11:22