Autore: Philip K. Dick
Titolo originale: Counter-Clock World
Titolo alternativo: The Dead Grow Young
Editore: Fanucci
Collana: Immaginario Dick
Pagine: 223
Questo mese di Maggio, lo chiudo con la recensione di quello che è uno dei più strani fra i lavori di Dick. In senso inverso narra di un mondo in cui il tempo ha cominciato a scorrere al contrario. Un bel giorno del 1986, l’universo è entrato in un bizzarro processo anti-entropico – la Fase Hobart, dal nome di Alex Hobart che la teorizzò – che riavvolge la realtà per tornare al punto zero dell’esistenza. Mentre alcuni componenti della reatà continuano a muoversi in avanti nel loro metodo tradizionale, come la coscienza e il pensiero degli individui, o i movimenti nello spazio, altre cose funzionano all’inverso: le sigarette si fumano a partire dai mozziconi, e si allungano man mano che vengono fumate; ci si saluta dicendo ‘addio’ e ci si congeda con un ‘ciao’; invece di mangiare, le persone a pranzo vomitano (e per questo è buona educazione che ognuno pranzi e ceni per conto suo), e assumono come unica bevanda l’enigmatico saté, che molto probabilmente è un concentrato di cacca e pipì. La potentissima organizzazione della Biblioteca è sorta allo scopo di distruggere progressivamente tutte le scoperte e i documenti prodotti dal genere umano, man mano che il tempo retrocedeva al momento della loro pubblicazione: prima vengono rintracciate e distrutte tutte le copie stampate, poi si convoca l’autore originale, affinché attenda al compito di cancellare, riga per riga, così come l’ha scritta, la copia manoscritta originale. Ma soprattutto, coloro che erano morti prima dell’innescarsi della Fase Hobart, ora, quando scocca il momento della loro morte, risorgono dalle loro tombe. I vecchi ringiovaniscono, i giovani tornano bambini, fino a che, quando sono dei neonati, vengono portati in appositi ospedali dove i medici si preoccupano di inserirli nel ventre di una donna bisognosa di maternità. E questa donna porterà dentro di sé il bambino per nove mesi, fino a che, arrivata all’attimo del concepimento, avvertirà un bisogno irrefrenabile di fare del sesso per restituire all’uomo gli spermatozoi che hanno dato origine al suddetto concepimento. Ad occuparsi della riesumazione dei rinati sono i vitarium, organizzazioni che funzionano secondo la logica del libero mercato capitalista e trattano i redivivi come delle merci, da piazzare per un prezzo ragionevole ai parenti in vita (o, in mancanza di parenti, alle apposite strutture pubbliche).
Per rendere possibile il meccanismo della libera concorrenza, è però vietato dalla legge che i vitarium riesumino i cadaveri prima che siano rinati; sicché, l’unico modo per tirarli fuori è aspettare che qualcuno – un passante, un poliziotto, o uno stesso agente del vitarium informato del fatto che qualcuno sarebbe resuscitato lì – sia presente nel momento in cui dalla bara giungono i primi lamenti. E quelli sono, per coloro che tornano alla vita, i momenti più strazianti, momenti che non dimenticheranno per lunghi anni a venire: la claustrofobia di una bara dalla quale non si può uscire, l’umidità, il freddo estremo, la sensazione di essere in trappola. Tutte queste cose le ricorda benissimo il quarantenne Sebastian Hermes (curioso il nome, che si richiama al dio greco che faceva da messaggero, e da spola, tra il mondo dei cieli e quello della terra), titolare del piccolo vitarium Fiasca a conduzione familiare. Con lui lavora un piccolo gruppo di vecchi impiegati: Bob Lindy, un ingegnere burbero e di poche parole, incaricato di riesumare e scoperchiare la bara, e riportarne l’ospite alla luce; il dottor Sign, il cui compito è di prestare le prime cure al redivivo; padre Faine, un prete incaricato di celebrare il Sacramento della Rinascita Miracolosa, in accordo con la religione del redivivo quale che fosse; Cheryl Vale, la segretaria, per sbrigare le pratiche burocratiche, e infine R.C. Buckley, il rappresentante della ditta, che registra l’ordine e si occupa di cercare un compratore per il redivivo. Con Sebastian lavora anche la moglie, la giovane Lotta, una ragazza poco più che adolescente, che era ancora viva quando si innescò la fase Hobart e ora sta lentamente regredendo alla prima giovinezza. Lotta è una persona debole, insicura, fragile, disposta ad assecondare in tutto il marito e ad essere ubbidiente, anche se talvolta ha paura o disprezza le cose che lui le chiede di fare: una donna del tutto opposta a quelle a cui Dick ci ha abituato. Il loro però non è un amore idilliaco: perché Sebastian si rende conto che, in fondo, Lotta sta con lui perché prima ancora che come un compagno lo vede come un potenziale padre, perché sa che tra una decina d’anni lei sarà una bambina delle elementari, e lui un trentenne che potrà prendersi cura di lei. Del tutto incapace di essere autosufficiente, Lotta si appoggia a Sebastian come la fonte della propria salvezza.
E probabilmente le cose, tra loro, sarebbero continuate ad essere semplicemente così, se una chiamata per una riesumazione in un piccolo cimitero dimenticato da Dio non porrà Sebastian di fronte alla consapevolezza che di lì a pochi giorni e all’insaputa di tutti, in quello stesso cimitero di periferia, sta per resuscitare uno dei più grandi uomini del secolo: l’Anarca Peak. Quand’era in vita, Thomas Peak era il leader del movimento religioso nero degli Uditi. Religione ufficiale della Libera Municipalità Negra, una nazione scissasi dagli Stati Uniti in seguito alla guerra civile, la setta degli Uditi crede che all’origine, prima dello spazio e del tempo, tutti gli individui facessero parte di un tutto unico e assoluto, e che quel tutto era Dio. Nel sacramento dell’Unificazione, o Udi, gli Uditi si radunano in grande numero e assumono una droga che permetta loro di provare di nuovo, per qualche momento, la beatitudine estrema dell’essere insieme in un’unica entità. Ora, con il riavvolgimento della Fase Hobart, essi proclamano il ritorno all’unità assoluta alla fine (o principio) dei tempi. Ma l’attuale leader degli Uditi, ora che l’Anarca è morto, è Raymond Roberts, secondo molti un pazzo fanatico, sicuramente un demagogo che ha fatto della sua religione uno strumento di lotta politica, un culto esclusivo per negri. E ora che il fondatore degli Uditi sembra stare per risorgere, e probabilmente riprendere le redini del comando, lui come la prende? Accetterà supinamente la cosa, oppure tenterà, temendo l’usurpazione, di disfarsi di lui, di fingere davanti al mondo intero che non sia mai risorto o che non ce l’abbia fatta a superare la prima notte? Decidendo di fare il ‘colpaccio’ e impossessarsi dell’Anarca Peak prima di tutti gli altri, Sebastian entra assieme alla moglie e ai suoi dipendenti in un gioco pericoloso. Perché gli Uditi non sono i soli che ambiscono a mettere le mani sull’Anarca: la Biblioteca vuole mettere le mani su di lui, per sopprimere il culto che ha originato e cancellare le sue visioni dell’aldilà, poiché esse – secondo la Biblioteca e il suo instancabile anelito nichilista – non sono fatte per il mondo dei vivi; e anche una misteriosa organizzazione che viene dalla Roma vaticana, i cui fini sono del tutto imperscrutabili. Ma non sono solamente i soldi ad attirare Sebastian in questa partita: soprattutto, è il desiderio di salvare Thomas Peak per ascoltare le sue rivelazioni, la sua visione di Dio e del mondo oltre la vita. Perché anche lui, Sebastian, soprattutto di notte, ha la sensazione di tornare a quei momenti nella bara, e vedere sprazzi dell’aldilà e dell’ingombrante, assoluta presenza dell’Altissimo – senza però riuscire a darne una forma perfettamente chiara.
Le sue ambizioni metafisiche metteranno però in pericolo la sua vita e soprattutto il suo matrimonio con Lotta: prima, spezzando la sua fiducia, e dando così all’agente Joseph Tinbane, vecchio amico di famiglia segretamente innamorato di lei, l’occasione di portargliela via; poi, cadendo nelle trame di Ann Fisher, la vorace pescatrice d’uomini inviata dalla Biblioteca, nella quale rivive la figura della donna forte, indipendente e anche un po’ strafottente della tradizione dickiana. E da metafisico, il dramma diventa esistenziale e troppo umano. E queste sono infatti le due diverse tensioni che animano In senso inverso, e tendenzialmente la vita stessa di Dick: da un lato l’anelito alla rivelazione, al disvelamento di un significato ontologico dell’esistenza umana; dall’altro, il semplice desiderio di essere amato, di poter vivere accanto ad una donna che ricambi i suoi sentimenti. Dick scrive questo romanzo per progressivi ampliamenti, a cavallo tra il 1965 e il 1966, dopo la separazione definitiva da Ann e dopo essersi trovato una nuova, giovanissima moglie, la poco più che maggiorenne Nancy (e lui di anni stava per farne quaranta…!). Sono questi, quelli che Dick definirà gli anni più infantili della sua vita, passati tra coccole, giochi, serate con gli amici, disinteresse per le questioni economiche – che pure erano pressanti – e un aumento massiccio nell’assunzione di droghe e psicofarmaci. In questi anni Dick fa la conoscenza, tra gli altri, di un personaggio che gli ispirerà non soltanto il personaggio dell’Anarca Peak, ma anche il vescovo Archer protagonista del suo ultimo romanzo, La trasmigrazione di Timothy Archer: James Pike. Vescovo della Chiesa episcopale assolutamente sopra le righe, filosofo e assiduo analista della Bibbia, convinto di poter comunicare con i morti, faceva continuamente pellegrinaggi in Israele, diceva che se non fosse nato cristiano, sarebbe voluto essere ebreo oppure zoroastriano, e aveva una relazione torbida con una donna (tutti motivi per i quali sarà infine espulso dalla Chiesa, poco tempo prima di morire alla fine degli anni Sessanta). James Pike fu determinante per l’evoluzione delle idee religiose e metafisiche di Dick, da qui fino alle esperienze VALISiane del 2-3-74.
James Pike e Nancy rappresentano dunque i poli opposti tra i quali si destreggia il romanzo. Sul primo versante troviamo il tentativo di un redivivo, che ha visto la morte e ha visto Dio, di comprendere i misteri dell’assoluto e il ruolo dell’uomo nella creazione, e i tentativi di un altro redivivo di comunicarglieli. Ma si parla più del tentativo di ottenere questa rivelazione, che del suo contenuto effettivo. A corroborare questa sensazione sono le citazioni con cui inizia ogni capitolo, e che sono tratte dalle opere delle grandi figure della Patristica e della Scolastica medievale: Sant’Agostino, Boezio, Scoto Eriugena, Bonaventura da Bagnoregio, Tommaso d’Aquino. Queste citazioni convergono su pochi temi: la natura dell’uomo, il rapporto tra l’uomo e Dio, e la inconoscibile natura di Dio. Con qualche occasionale eccezione, di Dio si può dire solamente ciò che non è, e le citazioni contengono famosi esempi di teologia negativa. Ma soprattutto è a causa degli uomini, delle loro mire politiche e ideologiche su Peak, degli scontri fra le diverse fazioni, se le rivelazioni sono destinate a non giungere in porto e a restare nient’altro che allusioni e frammenti. Platone – che del resto Dick conosceva bene – affermava che l’anima, quand’è intrappolata nell’involucro del corpo, è troppo legata alle cose terrene per poter comprendere e accogliere in sé i misteri divini. Una simile sensazione rivive in questo romanzo, dove alla fine sembra davvero più importante la corsa alla salma, la contrattazione, il ricatto, che non la rivelazione che tutti attendono. L’unico spunto genuinamente metafisico e religioso, l’unica idea del senso della vita, è lasciata nella forma di una congettura, e sembra una prima formulazione di quell’idea dell’empatia che tornerà nei suoi romanzi successivi: un’idea secondo la quale dobbiamo autolimitarci nella nostra corsa all’individualismo, e imparare a saper essere ‘piccoli’, a occupare poco spazio perché altrimenti non ce n’è per tutti. Né si indaga mai realmente sul perché il mondo si muova al contrario, che d’altronde man mano che si procede nel romanzo perde sempre più d’importanza e finisce con l’apparire poco più che un pretesto letterario per giustificare e dare dei motivi all’indagine metafisica. La Fase Hobart non è coerente né comprensibile, perché non si capisce come mai alcune cose si riavvolgano e altre procedano ancora in avanti, e molte delle sue implicazioni rimangono poco chiare. A Dick queste cose non sembrano interessare granché.
D’altronde man mano che si va avanti e si entra nella seconda metà del libro, il piatto della bilancia pende sempre più verso l’altro polo, quello esistenziale, nella corsa di Sebastian dall’una all’altra delle figure femminili del romanzo. Sono fin troppo evidenti i motivi autobiografici che danno corpo alla storia, e Lotta e Ann Fisher incarnano chiaramente Nancy, la nuova, timida, bisognosa moglie, e Ann, la sua ex. Il conflitto centrale di In senso inverso è forse proprio quello tra le due donne per il possesso di Sebastian – conflitto che avrà un esito comunque sorprendente, per chi volesse tentare un’indagine psicologica dell’autore. Sebastian desidera Lotta e l’amore remissivo che lei gli può offrire, e però non sopporta che lei faccia totale affidamento su di lui, perché questo implica che non può farlo lui su di lei; Ann al contrario appare come una grande e fiera madre alla quale abbandonarsi, e tuttavia, come tutte le grandi madri dickiane, è anche una donna fredda, egocentrica, che è davvero indipendente perché (apparentemente) impermeabile a qualsiasi relazione umana. La critica più grande che si può fare a questo romanzo è di non essere esso stesso del tutto autosufficiente, ma irrimediabilmente legato ai problemi personali di Dick; è un romanzo talmente autobiografico, in certi passaggi, da sembrare quasi più un diario intimo che non un’opera autonoma. L’impressione è quella di un potenziale capolavoro abortito, in cui tanti spunti, tante intuizioni vengono sollevate, ma nessuna condotta fino in fondo perché alla fine altro è quel che interessa all’autore in quel momento. Ci sono molte scene suggestive – su tutte la discussione teologica che segna il passaggio dalla prima alla seconda metà del libro – e un vasto assortimento di idee geniali, che però alla fin fine non si amalgamano in un tutto complesso, restano allo stadio di idea, e alla fine sono lasciate cadere. Si perde tanto, troppo tempo nella complicata e dopotutto secondaria rete dei complotti e delle alleanze, e solo nel finale (comunque buono) si tentano di recuperare i motivi iniziali e di dare un senso esistenziale complessivo alla vicenda. Il risultato è un romanzo bene o male interessante, ma buono più per segnare una ‘tappa’ del percorso letterario dell’autore, che come opera di per sé rappresentativa. Peccato.
Voto: 7 ½
A chi può piacere:
- A chi sia affascinato dal mistero della resurrezione.
- Agli appassionati di scolastica medievale.
- A chi voglia approfondire le beghe sentimentali di Dick.
A chi può non piacere:
- A coloro che si attendono un pieno sviluppo del tema del ‘tempo che si riavvolge’.
- A coloro che si aspettano un grande romanzo teologico.
- A chi si domandi cosa c’entra ‘sta roba con la fantascienza.
Inviato da: lele.scorpion
il 27/01/2012 alle 00:30
Inviato da: edoardo
il 28/10/2011 alle 23:50
Inviato da: Simona
il 01/06/2011 alle 18:34
Inviato da: chiaracarboni90
il 23/05/2011 alle 16:15
Inviato da: Giulia
il 24/11/2010 alle 11:22