Autore: Philip K. Dick
Titolo originale: Do Androids Dream of Electric Sheep?
Titolo alternativo: The Killers are Among Us! Cried Rick Deckard to the Special Man
Editore: Fanucci
Collana: Immaginario Dick
Pagine: 286
Bene: eccoci giunti alla recensione che tutti (forse) stavate aspettando. Perché se L’uomo nell’alto castello è il romanzo di Dick che più di tutti sta sempre sulla bocca della critica, nell’immaginario del grande pubblico il nome di questo scrittore è soprattutto associato a Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, grazie al successo del film di Ridley Scott che tale libro ispirò – Blade Runner. Scritto nel 1966, nello stesso anno in cui comporrà un’altra delle sue opere più famose, il bizzarro Ubik, e un anno dopo In senso inverso, questo romanzo riprende e sviluppa l’atmosfera cupa e pesante che già aveva in più modi caratterizzato il precedente. La Terra del 1992 è un luogo desolato, e viverci non è divertente. La guerra atomica è finita, ma ha lasciato dietro di sé una cappa di polveri radioattive che ora sono depositate ovunque, nelle campagne e nelle città, che oscurano costantemente la luce del sole e bruciano il cervello alle persone (oltre a renderle impotenti). I primi a morire sono stati gli animali; prima gli uccelli, che ormai sono praticamente tutti estinti, poi a poco a poco anche i mammiferi. Nel mondo di Ma gli androidi, possedere un animale è diventato uno status symbol, e come una volta gli americani risparmiavano e si indebitavano per farsi la bella macchina e il televisore a quarantadue pollici, così adesso risparmiano e si indebitano per portarsi a casa un cavallo, oppure una pecora, o ancora, per i più poveri, un topo. La ricchezza e la posizione sociale di un individuo sono valutati in base agli animali che possiede, e una persona che ne fosse del tutto priva sarebbe estremamente mal giudicata, o forse compatita. Ma gli animali veri si ammalano facilmente, muoiono, e ricomprarli difficile, e comunque non tutti possono permetterselo. Per questo sono nate delle compagnie che, a basso prezzo, vendono animali elettrici, finti – ma abbastanza ben camuffati da ingannare amici e vicini (hanno anche dei meccanismi per simulare il mangiare e la digestione). Un animale elettrico non potrà mai compensare quello autentico nel cuore del suo possessore, ma quantomeno gli garantirà il rispetto e il riconoscimento sociale da parte delle altre persone. E d’altronde nessuno si azzarderebbe mai a chiedere ad un vicino se il suo animale è vero oppure elettrico – in questo mondo, è la cosa più indelicata, più sgradevole che si possa fare, e sarebbe sintomo di una vera mancanza di umanità domandarlo.
Gli animali però servono anche, più semplicemente, a tenere compagnia alle persone: perché la Terra del 1966 è praticamente deserta. Ogni giorno, nuovi individui decidono di non poterne più del nostro caro vecchio pianeta, e prendono il volo: diventano pionieri delle nuove colonie spaziali, dove il lavoro è duro, ma il Sole batte forte e c’è speranza per il futuro. Che cosa resta a coloro che rimangono sulla Terra? La solitudine. Le periferie sono completamente abbandonate, e pure nei centri delle grandi città, ogni condominio non conta più di una, due famiglie per piano. Le persone cercano di stare vicine, di tenersi compagnia con il loro reciproco calore, ma non si possono fare miracoli. Per combattere la depressione sono nati i regolatori di umore, degli apparecchi elettronici che possono indurre nel cervello della persona, digitando l’apposito codice di tre cifre, lo stato d’animo desiderato – e tanta è la varietà, che esistono pure i codici per gli umori autodistruttivi (disperazione, angoscia, senso di ineluttabilità), e c’è un codice che sviluppa il desiderio di formulare altri codici. Ma soprattutto, ha preso piede il culto del Mercerianesimo. La sua origine è incerta, ma è essenzialmente legata alla diffusione di un oggetto che è il più caro di ognuno degli abitanti della Terra: la scatola empatica. Stringendo forte le due maniglie della scatola, le persone perdono coscienza di sé come individui e si trovano incarnati nel corpo di Wilbur Mercer, un vecchio uomo che faticosamente scala una montagna brulla e ostile, in un paesaggio senza vita. Il vecchio è stanco, è distrutto, ma ciononostante continua a salire la montagna, come se raggiungerne la cima dovesse rappresentare per lui la liberazione. Ma di nascosto, alle sue spalle e ai lati del suo campo visivo, si nascondono gli assassini, individui perfidi e ostili che gli tirano addosso delle pietre; e quando una pietra colpisce il corpo di Mercer, una ferita analoga si apre sul corpo degli utenti reali. Ciononostante, quella della scatola empatica è un’esperienza bellissima: perché tutti coloro che stanno usando la scatola in quel momento, tutti loro si trovano contemporaneamente in Mercer, e sperimentano la loro reciproca vicinanza, e comunanza di obiettivi, di desideri nel salire la montagna assieme col vecchio. La loro è una vera e propria fusione delle anime, e alla luce di questo anche la minaccia delle pietre, e il dolore, sono cose positive, perché anche questi sono condivisi, e perché per reazione al male si rafforza ulteriormente l’unità e la solidarietà delle persone che sono in Mercer.
Ma gli abitanti della Terra hanno anche altri problemi, più quotidiani, di cui preoccuparsi. Gli uomini devono girare continuamente con indosso delle mutande di piombo rinforzato per evitare che le polveri li rendano sterili. E soprattutto, pende costantemente su di loro la minaccia di diventare degli speciali – espressione grottescamente politically correct per definire coloro che colloquialmente sono chiamati chickenhead, cervello di gallina, ossia coloro che si sono fottuti il cervello a causa delle radiazioni. Ce ne sono di diversi tipi e gradazioni, da quelli che hanno semplicemente i processi di ragionamento molto rallentati, ma possono comunque avere un lavoro e svolgere dei compiti, a quelli che stanno appena un gradino sopra il vegetale e si lasciano morire di fame se nessuno bada loro. Ma a prescindere dalle loro caratteristiche, i chickenhead sono individui senza futuro e senza speranze: è proibita loro la possibilità che viene ventilata a tutti gli altri esseri umani, quella di partire per le colonie (non si vuole che il loro patrimonio genetico corrotto venga trasmesso alle future generazioni di pionieri), e sulla Terra vengono disprezzati ed emarginati dalle persone normali. La loro unica fonte di piacere è la fusione empatica in Mercer, perché durante questo processo gli altri non si accorgono che sei un cervello di gallina e non ti cacciano via, ma ti accolgono e ti mostrano affetto. Non che la vita sulle colonie sia tutta rose e fiori: anche laggiù è dura, e soprattutto anche laggiù si sente la solitudine, perché i pianeti colonizzati sono vasti, molto vasti, e la gente poca e distribuita. Per offrire ai coloni tanto un aiuto materiale, quanto un aiuto emotivo, dopo gli animali elettrici sono nati gli uomini elettrici: gli androidi. Nel corpus letterario dickiano, il termine appare per la prima volta a sostituire quello di ‘simulacro’, di sfuggita, in Mr. Lars, sognatore d’armi, ma è qui che finalmente viene tematizzato. Generazione dopo generazione, gli androidi sono diventati sempre più somiglianti agli esseri umani, sotto il profilo morfologico quanto sotto quello intellettuale, tanto che gli ultimi arrivati sul mercato, i Nexus-6 prodotti dall’Assocazione Rosen, sono del tutto indistinguibili a una prima occhiata dalle persone vere. Dico ‘a una prima occhiata’, perché in realtà tra gli esseri umani e gli androidi permane una differenza fondamentale: gli androidi sono del tutto privi di empatia; ossia, non riescono ad avvertire alcun senso di solidarietà, di immedesimazione, o anche solo di comunanza con gli altri individui (che siano uomini o androidi).
Gli androidi sono creature intelligenti e capaci, ma fredde, e totalmente egoiste; sono gli unici a non essere in grado di provare qualcosa quanto sperimentano la scatola empatica del Mercerianesimo. Per questo, e dato che la vita sulle colonie non gli piace, spesso e volentieri gli androidi tentano di fuggire sulla Terra e mimetizzarsi tra gli uomini, non di rado lasciandosi una scia di sangue e morte dietro di sé. Ma il vecchio pianeta non è il loro posto, e allo scopo di farglielo capire sono nati all’interno della polizia dei corpi altamente specializzati, i cacciatori di androidi. Il loro compito? Individuare il droide e terminarlo. E per scovarli, i cacciatori fanno leva proprio su quella caratteristica che li distingue dalle persone vere, ossia le capacità empatiche. Il test Voigt-Kampff, l’unico ancora oggi considerato valido, prevede l’uso di un microcomputer con un sensore puntato sulla pupilla del soggetto, per catturarne e trascrivere ogni minima reazione, e un questionario di domande volte a suscitare una reazione emotiva. Le domande ruotano generalmente attorno a due temi, le cose che danneggiano l’individuo, e la violenza a danni di esseri umani esterni al soggetto o soprattutto di animali (abbiamo già detto quanto siano emotivamente importanti gli animali in questo mondo): se il soggetto reagisce violentemente alle prime, ma poco o nulla alle seconde, allora evidentemente è un androide. Rick Deckard è un cacciatore di androidi. La sua non è una bella vita: ha una moglie che gli è scontrosa e ostile, ed è ormai completamente succube del regolatore d’umore e della scatola empatica del Mercerianesimo; la sua pecora un anno fa è morta di malattia, e lui ha dovuto comprare una pecora elettrica in tutto somigliante per non far sapere ai condomini della sua disgrazia, mentre il suo vicino ha un bellissimo puledro percheron; per di più, al negozio di animali sono esposti alcuni esemplari bellissimi, ma troppo costosi per le sue tasche. È per questo che non può lasciarsi scappare l’occasione, prospettatagli dal suo capo al dipartimento, di catturare un gruppo di Nexus-6 da poco arrivati sulla Terra, che hanno già messo fuori gioco il più bravo di tutti i cacciatori di androidi in circolazione.
Per Rick Deckard, fedele al principio del Mercerianesimo secondo il quale non è legittimo uccidere nessuno, se non gli assassini, il suo lavoro non consiste nell’uccidere gli androidi: si tratta di ritirarli, come della merce difettosa, che non ha fatto il suo dovere. Ma, prima di poterlo fare, deve recarsi all’Associazione Rosen per verificare, su di un campione di androidi da loro selezionati, se il test Voigt-Kampff sia ancora affidabile o se non ci sia il rischio di terminare per sbaglio un essere umano. Sarà così, che Deckard farà la conoscenza della scaltra e macchinale Racheal Rosen, una droide con falsi ricordi impiantati dal suo creatore, e all’attivo il segreto risultato di aver costretto innumerevoli cacciatori di androidi prima di lui al ritiro dall’attività. Parallelamente alla sua vicenda, Ma gli androidi ci fa seguire anche la vita di Jack Isidore – reincarnazione del protagonista di Confessioni di un artista di merda – un chickenhead che vive in un gigantesco condominio deserto e lavora per un’officina che vende e ripara animali elettrici. Nel suo appartamento, dove Isidore combatte una battaglia quotidiana contro la palta – kipple nell’originale – ossia il processo entropico che porta al progressivo aumento del disordine e diminuzione del calore, la tv è sempre accesa, sintonizzata sul programma di intrattenimento di Buster Friendly, in onda ventiquattrore su ventiquattro. Buster Friendly è un personaggio strano, perché non soltanto riesce a condurre il suo programma costantemente, senza mai pause per mangiare e per dormire, ma anche perché non perde mai occasione di attaccare e svilire in Mercerianesimo, e da tempo ormai ha annunciato di avere in serbo una sorpresa per i telespettatori, a proposito di Wilbur Mercer. Ma la vita di Isidore, che si trascina tutti i giorni sempre uguale, è destinata a cambiare, perché nel suo condominio, un piano più sotto del suo appartamento, è per la prima volta arrivata una nuova persona, una ragazza. Il suo nome è Pris; e in lei rivive quel grandioso e perverso personaggio, Pris Frauenzimmer, che avevamo trovato in L’androide Abramo Lincoln. È un androide, anche se lei non vuole che Isidore lo venga a sapere, e il suo interesse più grande è quello di ritrovare gli amici fuggiti con lei dalle colonie e radunarli da lei. Questo incontro tra un chickenhead e un androide, allora, preannuncia l’incontro, prima o poi inevitabile, tra Jack Isidore e lo stesso Rick Deckard.
In questo romanzo densissimo di elementi e di intuizioni, uno è l’elemento centrale: l’umano bisogno di amore. Dick ci descrive due processi, due grandi forze primordiali da sempre in lotta nell’universo. Da una parte, la palta, l’entropia: i palazzi abbandonati che, lasciati all’incuria, si sporcano e vanno in rovina, ma anche le relazioni umane, che si fanno fredde, individualistiche, reciprocamente ostili. Dall’altra la forza centripeta dell’empatia: il tentativo di pulire le cose sporche e rimettere in ordine le cose in disordine, ma anche il bisogno di stare insieme, di capirsi e riconoscersi l’uno nell’altro, si fondersi emotivamente l’uno nell’altro. Di tutte, la più geniale delle intuizioni di Dick è proprio quella di reinterpretare le relazioni umane e il mondo dei loro sentimenti alla luce di questi processi fisici, e primordiali. Isidore combatte una battaglia quotidiana contro la palta nel suo appartamento, e sa che l’intervento umano è l’unica cosa che possa opporre resistenza al crescente disordine – ma sa che ci vuole una costante spesa di energie per non lasciarsi trascinare noi stessi nell’entropia (cadere nella depressione, nell’apatia), e che in ogni caso alla fine sarà sempre la palta a trionfare, dopo la sua morte. Dall’altra parte stanno gli androidi, il cui freddo egoismo impedisce ogni possibilità di instaurare un legame empatico, e anzi distrugge quelli già esistenti (stupenda e anche estremamente dolorsa, per chi l’avesse letta, la scena in cui Pris e i due coniugi Baty tagliano una per una le zampe ad un ragnetto miracolosamente sopravvissuto per vedere se è in grado di sopravvivere anche senza). In mezzo tra loro sta Deckard. Deckard, che è un essere umano, ma sta recidendo i suoi legami empatici con il mondo. Freddo con la moglie – che tenta sbrigativamente di comandare e dirigere attraverso il regolatore d’umore – e spietato con gli androidi, nei confronti dei quali non riesce a provare nulla, il suo rischio, come quello degli altri cacciatori, è quelli di disumanizzarsi, e diventare uguale a coloro che caccia. L’incontro con Phil Resch, un cacciatore perverso la cui etica è quella di scopare gli androidi femmine prima di ucciderle e intascare i soldi, e con Luba Luft, una androide che ha l’ambizione di diventare una cantante operistica, potrebbero però cambiare la sua visione del mondo.
E alla fine, forse, il messaggio etico che emerge è l’idea che gli androidi non possono amare, e che quindi da un punto prettamente intellettuale sarebbe lecito, legittimo odiarli e cacciarlo, ma che al contrario gli esseri umani amano, e quindi per loro anche uccidere un androide può essere doloroso. È una relazione univoca: un uomo può amare anche chi non lo ama, ed è il sentimento più umano, perché non è motivato dall’egoismo (che invece è il motore di ogni ragionamento androide). E così come si può amare un uomo elettrico perché non possiamo fare a meno di riversare anche su di lui la nostra empatia, forse si può amare anche un animale elettrico, e smetterla di distinguerlo dagli animali ‘veri’ – e sul discorso del rapporto tra gli autentici e i falsi, Dick si era già dilungato in alcuni brani bellissimi di L’uomo nell’alto castello, L’androide Abramo Lincoln e Mr. Lars, sognatore d’armi. Un messaggio un po’ troppo da ‘porgi l’altra guancia’? Forse; ma scritto in un modo così dimesso, così poco pretenzioso, e così elegante, da sembrare un gran bel messaggio. Invece che lanciarsi nelle sue tipiche speculazioni gnoseologiche e teologiche, che caratterizzano alcuni dei suoi grandi romanzi, scritti prima e dopo di questo, Dick dedica questo Ma gli androidi al regno dei sentimenti e dell’intima natura umana – e fa centro. Lo stile e la struttura del romanzo non sono sempre eleganti e perfettamente riusciti – debole è soprattutto il segmento centrale – ma tutto questo lo si perdona e lo si tralascia facilmente, di fronte a tanta ricchezza di significati. Oltre a questo, bisogna aggiungere che Ma gli androidi sognano pecore elettriche? fu da subito uno dei più grandi successi commerciali nella carriera di Dick, cosa che tra l’altro spiega come mai fu da subito opzionato dal grande mercato hollywoodiano per un adattamento cinematografico. La ragione si cela nella struttura del romanzo, che pur non rinunciando ai tipici voli dickiani, è una delle più saldamente fantascientifiche. Tutta la trama è tenuta in piedi da un filo, che viene seguito dall’inizio alla fine: la serratissima caccia di Deckard agli androidi. La forte componente d’azione, del tutto insolita nel corpus letterario di Dick – anche se non particolarmente pronunciata, rispetto ai roboanti canoni del genere – l’unità di tempo e di luogo e ritratti psicologici convincenti ed acchiappanti, fanno la fortuna di questo romanzo anche aldilà delle intuizioni e dei messaggi. L’unico rimpianto che mi rimane, è per quella copertina orrenda della nuova edizione Fanucci, con su i faccion di Rutger Hauer e Harrison Ford e sopra la scritta ‘Blade Runner’ – una cosa che proprio non si può vedere.
Anche a Dick questo romanzo piaceva tantissimo. Diceva: «A me piace per un solo motivo: descrive una società in cui gli animali sono adorati e rari, e chi possiede una vera pecora è sul serio qualcuno… e nutre per la pecora un profondo sentimento empatico, d’amore. Willis, il mio gatto, passeggia in silenzio sulle pagine di questo libro, consapevole della propria importanza e con la coda dorata ondeggiante. “Spiega loro che gli animali sono davvero così importanti, già adesso”, mi dice. E dopo aver parlato si sbafa tutto il cibo che avevamo riscaldato per la nostra bambina. Certi gatti sono troppo sfacciati. Ci manca solo che decida di mettersi a scrivere romanzi di SF. Spero lo faccia. Non venderanno niente». E scusate se il post è un po' lungo, non s'è fatto apposta.
Voto: 10
A chi può piacere:
- A chi ha bisogno di un po’ d’amore.
- A chi cerchi un’ottima miscela di azione e sentimento.
- Agli amanti degli animali.
A chi può non piacere:
- A chi soffre all’idea di sevizie e torture psicologiche.
- A chi ha amato Blade Runner per le grandi scene d’azione.
- Agli androidi dal cuore freddo, ecco.
Inviato da: lele.scorpion
il 27/01/2012 alle 00:30
Inviato da: edoardo
il 28/10/2011 alle 23:50
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il 01/06/2011 alle 18:34
Inviato da: chiaracarboni90
il 23/05/2011 alle 16:15
Inviato da: Giulia
il 24/11/2010 alle 11:22