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    <title>Follaia</title>
    <subtitle>Il profumo è il profumo della vita. Un blog di recensioni letterarie e cinematografiche, riflessioni, e quando capita un po' d'autobiografismo.</subtitle>
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    <updated>2009-11-19T16:47:28+01:00</updated>
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        <title type="text">Blade Runner</title>
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        <published>2009-06-06T10:09:00+01:00</published>
        <updated>2009-06-06T10:09:00+01:00</updated>
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        <author>
            <name>Tapiroulant</name>
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        <summary type="text">Regia: Ridley ScottSceneggiatura: Hampton Fencher (prima versione), David Webb Peoples (seconda vers...</summary>
        <content type="html">&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;&lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://voyageronline.files.wordpress.com/2009/05/blade_runner2.jpg&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; src=&quot;http://voyageronline.files.wordpress.com/2009/05/blade_runner2.jpg&quot; style=&quot;margin: 2px 10px 10px 0px; float: left; width: 200px;&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Regia: &lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Ridley Scott&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Sceneggiatura: &lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Hampton Fencher (prima versione), David Webb Peoples (seconda versione)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Fotografia: &lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Jordan Cronenweth&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Interpreti: &lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Harrison Ford, Rugter Hauer, Sean Young, Daryl Hannah&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Anno: &lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;1982&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Durata: &lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;115 min. ca.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’ultima volta abbiamo parlato di quella figata di romanzo che è Ma gli androidi sognano pecore elettriche? A questo punto, direi che non posso proprio esimermi dall’istituire un parallelo con l’opera che assicurò il successo futuro del libro e del suo autore – &lt;em&gt;Blade Runner&lt;/em&gt;. Film, questo, che ad oggi è l’unica pellicola cinematografica mai tratta da un romanzo di Dick – molti invece, e di dubbia qualità in genere, sono stati ispirati dai suoi racconti, generalmente racconti minori tra l’altro – e che nel frattempo, già che c’era, è pure diventato un &lt;em&gt;cult&lt;/em&gt; della fantascienza e uno dei punti di riferimento di una generazione. Probabilmente di più di una generazione, se pensiamo alla popolarità e alla ricorrenza dell’espressione: &lt;em&gt;«Ne ho visto cose, che voi umani non potete neanche immaginare…»&lt;/em&gt; (generalmente detta a sproposito), e cose del genere. Ed è curioso che l’uscita di &lt;em&gt;Blade Runner&lt;/em&gt; nelle sale, nel 1982, avvenne pochi mesi dopo la morte dello stesso Dick, che fece in tempo a dare un’occhiata al progetto, ma mai a vederlo per intero – quasi come se questa uscita segnasse una nuova era nel lungo itinerario del suo successo come autore. L’idea di trarre un film dal romanzo, a dire il vero, Hollywood l’aveva sollevata già da parecchio tempo; fin dal 1968, lo stesso anno in cui il romanzo fu scritto e pubblicato. Fu un lungo calvario. Pare che fu Martin Scorsese, per primo, ad avere l’idea di un adattamento – solo che poi evidentemente gli uscì di mente, dato che non se ne fece nulla. Nel corso degli anni Settanta furono stesi un paio di tentativi di sceneggiatura, ma quando furono mostrati a Dick gli fecero talmente schifo che il progetto naufragò. È nel 1980 che entra in scena Ridley Scott, desideroso di mettere le mani su qualcosa di realizzabile in tempi rapidi e senza troppe angosce (era reduce da un tentativo di adattamento per il cinema di &lt;em&gt;Dune&lt;/em&gt;, quindi lo capiamo). Scott prende in mano l’ultima sceneggiatura che era stata preparata, decide che non gli piace e comincia a lavorarci sopra. Passano un paio d’anni, e il film piano piano sta venendo fuori. Quando Dick viene a sapere che stanno facendo tutto questo senza dirgli niente, si incazza a bestia e comincia a scagliare anatemi contro una Hollywood verso la quale già nutriva scarsa fiducia. Ma quando gli fecero pervenire la sceneggiatura riscritta da Scott, e poi lo invitarono a vedere alcuni spezzoni delle riprese appositamente preparati per lui, fu costretto a ricredersi. Per la prima volta era entusiasta: il mondo distopico creato per il film assomigliava esattamente a quello che lui aveva immaginato.&lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;http://www.giocattoleria.it/wp-content/uploads/star_wars-empire-at-war.jpg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; style=&quot;margin: 2px 0px 10px 10px; float: right; width: 200px;&quot; src=&quot;http://www.giocattoleria.it/wp-content/uploads/star_wars-empire-at-war.jpg&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Certo, per alcuni versi è meglio che Dick non sia rimasto vivo abbastanza a lungo da assistere agli incassi del film. Perché di incassi &lt;em&gt;Blade Runner&lt;/em&gt; non ne ha fatti. Ha fatto schifo, ma schifo proprio. Da una parte, il pubblico amante della fantascienza si era abituato alla roba tipo &lt;em&gt;Guerre Stellari&lt;/em&gt;, luminosa, allegra, piena di cose sceme tipo le spade laser e la Forza, quindi a trovarsi davanti uno scenario &lt;em&gt;cyberpunk&lt;/em&gt; cupo, sporco, pieno di tristezza e di angosce, gli veniva male. Dall’altra, i produttori erano dei deficienti, perché mandarono &lt;em&gt;Blade Runner&lt;/em&gt; nei cinema in contemporanea ad un mostro sacro della fantascienza per tutta la famiglia, &lt;em&gt;E.T. l’extraterrestre&lt;/em&gt; di Spielberg: insomma, non c’era chance. Ma come capita a volte – e un altro esempio notevole è il successo tardivo ma totale di &lt;em&gt;Evangelion&lt;/em&gt; – un film che inizialmente entra in punta di piedi sulla scena internazionale, e in punta di piedi sembra andarsene, in realtà continua a macinare negli anni un sotterraneo ma sempre più diffuso successo, grazie al solo, semplice passaparola. La ragione di questo tardivo sbocciare è probabilmente la stessa che determinò il suo iniziale insuccesso. Per comprenderla, è sufficiente che vi guardiate &lt;em&gt;Blade Runner&lt;/em&gt; subito dopo esservi visti il primo episodio (o &lt;em&gt;quarto&lt;/em&gt; episodio – dannata cronologia sballata) di &lt;em&gt;Star Wars&lt;/em&gt;, o viceversa. Confrontateli. Che impressioni avete? Che visto oggi, &lt;em&gt;Una nuova speranza&lt;/em&gt; è ridicolo, con le sue pretese avveniristiche, i suoi effetti speciali che allora facevano gridare al miracolo ma che oggi sono scrausi. Noi che siamo abituati ormai a combattimenti tipo &lt;em&gt;Matrix&lt;/em&gt;, che sono incredibili sinfonie visive, non riusciamo a credere che qualcuno potesse appassionarsi per davvero a quella cosa orrida che sembra un balletto di marionette drogate e che era invece il combattimento finale tra Darth Vader e il vecchio Obi Wan. Eppure a quei tempi il fatto che delle spade di luce cozzassero tra loro faceva venire gli orgasmi. In &lt;em&gt;Blade Runner&lt;/em&gt; si verifica il fenomeno inverso: la totale assenza di effetti speciali veri e propri (la scena iniziale, che si apre su una visione panoramica di una Los Angeles del futuro, piena di grandi pilastri-inceneritosi che emettono getti di fuoco periodici, fu realizzata a partire da una serie di riprese di un &lt;em&gt;vero&lt;/em&gt; inceneritore, sovrapposte poi al montaggio nella stessa inquadratura per dare l’idea di tanti inceneritori diversi), il suo puntare più sull’atmosfera – che essendo un’atmosfera da metropoli &lt;em&gt;underground&lt;/em&gt;, poteva essere realizzata in presa diretta – allontanarono in un primo tempo la gente, ma oggi rimangono ancora credibili e affascinanti, mentre il combattimento tra Vader e Obi Wan non lo si può salvare: rimane un relitto del passato.&lt;br /&gt;&lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://editionsballard.files.wordpress.com/2009/04/blade-runner-los-angeles-752153.jpg&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; src=&quot;http://editionsballard.files.wordpress.com/2009/04/blade-runner-los-angeles-752153.jpg&quot; style=&quot;margin: 2px 10px 10px 0px; float: left; width: 200px;&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Un’altra ragione per cui forse è meglio che Dick non sia vissuto abbastanza, è che in fondo l’opera di Ridley Scott si discosta di molto dal romanzo originale, e anche se lo scrittore rimase soddisfatto dell’atmosfera e della &lt;em&gt;clip&lt;/em&gt; di venti minuti montata appositamente per lui, non è detto che avrebbe gradito il prodotto finito. Certo, un film è quella cosa che, cascasse il mondo, non può permettersi di durare più di due ore, tre se ti chiami Peter Jackson, quindi &lt;em&gt;Blade Runner&lt;/em&gt; non poteva permettersi di riprodurre tutti quanti quegli elementi che facevano la ricchezza di &lt;em&gt;Ma gli androidi&lt;/em&gt;. Soprattutto, se è vero che tradurre un romanzo da una lingua all’altra è sempre un po’ tradire il testo, nel senso che il modo in cui è stato scritto non può essere riprodotto con esatta fedeltà, a maggior ragione sarà un tradimento la trasposizione da un formato all’altro. E per evitare che il film diventi soltanto la versione sintetizzata e immaginifica dell’opera originale, che però non vi aggiunge niente – un po’ come tutti i film di &lt;em&gt;Harry Potter&lt;/em&gt;, per capirci – si può approfittare di questo &lt;em&gt;gap&lt;/em&gt; per prendere una via differente, e produrre un lavoro altrettanto originale che il romanzo ispiratore. Tale è stata sempre la via intrapresa dalle trasposizioni cinematografiche più felici e di più lungo successo, come &lt;em&gt;Lolita&lt;/em&gt; o &lt;em&gt;Shining&lt;/em&gt; di Kubrick (lezione istruttiva: disgustato dalle libertà creative che si era preso Kubrick, Stephen King fece realizzare una nuova trasposizione del suo romanzo, supervisionandola affinché fosse assolutamente fedele; e il nuovo film fu, effettivamente, fedele. Ma se lo ricorda qualcuno?). E tale è la strada intrapresa da Ridley Scott. A partire dalla decisione, piuttosto comprensibile, di centrare il film sul canovaccio principale del romanzo, la caccia di Rick Deckard ai Nexus-06 fuggiti dalle colonie. Il che porta all’esclusione di tutti quegli elementi che facevano da cintura tematica del romanzo: il regolatore d’umore, la religione del Mercerianesimo, il concetto di &lt;em&gt;palta&lt;/em&gt;, l’estinzione degli animali autentici e quindi la supervalutazione dei sopravvissuti (non mancano in realtà alcuni piccoli riferimento a quest’ultimo fatto, come la presenza del gufo meccanico alla Tyrell Corporation, esplicito riferimento ad una scena del romanzo, o il fatto che uno degli androidi allevi dei serpenti, e che Deckard le chieda se si tratta di serpenti autentici o sintetici – ma si tratta appunto di piccoli spunti che rimandano al romanzo, che nulla aggiungono alla trama del film).&lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;http://www.filmsquish.com/guts/files/images/blade_runner.jpg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; style=&quot;margin: 2px 0px 10px 10px; float: right; width: 200px;&quot; src=&quot;http://www.filmsquish.com/guts/files/images/blade_runner.jpg&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Assente anche il personaggio di Jack Isidore, parzialmente sostituito – ma il suo ruolo rimane molto secondario, laddove nel romanzo era coprotagonista – da J. F. Sebastian, inventore &lt;em&gt;borderline&lt;/em&gt; che vive solo in una casa riempita di giocattoli parlanti che tengono compagnia, e afflitto da una malattia, la sindrome di Matusalemme, che accelera l’invecchiamento cellulare. I Nexus-06 che Deckard dovrà cacciare sono ridotti da sei di otto a quattro di sei, e anche il loro ruolo è rivisitato: ad esempio, la cantante d’opera Luba Luft diventa (lol) la spogliarellista che fa sesso coi serpenti Zhora, probabilmente non per maschilismo ma per meglio adeguarla all’atmosfera &lt;em&gt;underground&lt;/em&gt; e degradata del film. E se in &lt;em&gt;Ma gli androidi&lt;/em&gt; Dick privilegiava, tra tutti gli androidi fuggiaschi, il personaggio energico e seduttivo di Pris per via delle sue idiosincrasie sulle donne, Scott la marginalizza ed eleva al ruolo di antagonista principale un droide, Roy Batty, che nel libro aveva un ruolo non privo d’importanza, ma sicuramente più marginale; ovviamente per venire incontro all’esigenza hollywoodiana per cui in un film del genere ci dev’essere un ‘cattivo finale’ il cui confronto finale con il buono è rimandato fino agli ultimi minuti, esigenza che Dick non ha mai avvertito per un cazzo (specie nei romanzi della maturità). Sempre per questa ragione è data più importanza alle – pur poche – scene d’azione di combattimento contro gli androidi, opportunamente resi iperatletici laddove nel romanzo originale non avevano proprio nulla, sotto il profilo delle doti fisiche, di migliore rispetto alle dotazioni umane. Ringrazio però Ridley Scott per aver resistito alla tentazione di dargli dei poteri da superuomini, lasciandoli abbastanza umani da sentire dolore se gli arriva una sprangata addosso e da morire per un proiettile o due piazzati bene, li ha pur sempre resi iperatletici. E in ogni caso, le suddette scene d’azione sono incredibilmente sobrie e credibili, e generalmente brevi, pur trattandosi di un film d’azione; anche se, va detto, non mancano le cose discutibili, tipo lo scadere nelle frasi da combattimento più originali del mondo – si va dal raffinato ‘è ora di morire’ all’intramontabile ‘fammi vedere di che pasta sei fatto!’, o la tendenza degli androidi ad un comportamento idiota: stanno strangolando (con successo) Deckard, ma poi invece di finirlo cominciano a scappare o si staccano preparandosi a un nuovo assalto, finendo invece inevitabilmente uccise. Insomma, dei geni della tattica.&lt;br /&gt;&lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://www.ecosensual.net/drm/ideas/Blade%20Runner%20sky.jpg&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; src=&quot;http://www.ecosensual.net/drm/ideas/Blade%20Runner%20sky.jpg&quot; style=&quot;margin: 2px 10px 10px 0px; float: left; width: 200px;&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Altra modifica centrale e molto interessante è l’aspetto dato alla Terra del futuro: per quanto un’atmosfera globalmente cupa e sporca – piena di &lt;em&gt;palta&lt;/em&gt; – sia mantenuta anche nel film, anziché un mondo abbandonato, vuoto, deserto di vita, &lt;em&gt;Blade Runner&lt;/em&gt; ci mostra una Los Angeles suburbana che pullula di vita come un distretto di Hong Kong. Coloratissimo, pieno di baracchini con le luci al neon, fiumane di persone di varie etnie ed estrazioni sociali, negozi e locali dalle strane insegne e dagli ancora più strani interni. La contaminazione culturale è fortissima, tra cinesi, giapponesi, arabi, egiziani – ed è una scelta particolarmente felice, non solo visivamente ma anche a livello concettuale, perché in teoria in un mondo fantascientifico, finalmente globalizzato, popoli da tutto il mondo dovrebbero popolare le grandi città (soprattutto nei quartieri di estrazione sociale più bassa). Questa scelta scenografica è probabilmente dovuta a ragioni estetiche, ed è forse il più forte segno dell’inevitabile eredità lasciata al cinema di fantascienza da &lt;em&gt;Star Wars&lt;/em&gt;, dove la mescolanza di razze e il sovraffollamento urbano dominano. Ma la scelta estetica ne implica una tematica, e unitamente all’assenza di molti elementi del romanzo, porta all’esclusione dal film del problema della solitudine, dell’isolamento emotivo, quindi della lotta tra l’empatia centripeta e l’entropia centrifuga. In realtà in una qualche forma più tradizionale questo elemento passa, sotto forma di una incredibile freddezza dei rapporti, nella generale carenza di calore umano, nel fatto che, come la vita in una metropoli insegna, alla vicinanza fisica non corrisponde una vicinanza emotiva, anzi spesso le barriere tra gli individui si intensificano. Più che un mondo postatomico e abbandonato, sembra l’evoluzione naturale della società capitalistica. La scelta tematica più forte di Ridley Scott, però, scelta che si stacca nettamente da quella che era l’idea dell’opera dickiana, è quella di interrogarsi sull’&lt;em&gt;umanità dell’androide&lt;/em&gt;. In &lt;em&gt;Ma gli androidi&lt;/em&gt; essa non è questionata, perché gli androidi non possono provare empatia punto e basta, e sono invece gli uomini ad essere dotati del libero arbitrio, e quindi di poter scegliere se essere umani o comportarsi da androidi. Al contrario, in &lt;em&gt;Blade Runner&lt;/em&gt; il test Voigt-Kampff funziona non per una questione strutturale, ma perché gli androidi sono creature giovani, che vivono poco – e la durata della loro vita, appena accennata nel libro, diventa centrale – e che quindi non sanno ancora amare. Sono come dei bambini; ma questo significa che possono &lt;em&gt;imparare ad amare&lt;/em&gt;.&lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;http://controreazioni.files.wordpress.com/2008/06/blade.jpg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; style=&quot;margin: 2px 0px 10px 10px; float: right; width: 200px;&quot; src=&quot;http://controreazioni.files.wordpress.com/2008/06/blade.jpg&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Così Racheal, che nel libro di Dick era un creatura fredda e ingannatrice, che giocava con la psiche dei cacciatori di androidi, e non mancava di seri problemi mentali e occasionali raptus omicidi, diventa in &lt;em&gt;Blade Runner&lt;/em&gt; una creatura mite, resa debole e insicura dalla scoperta della sua natura, ma pronta ad abbandonarsi nelle braccia di un uomo forte, che la potrà rassicurare. Così Roy Batty, nel libro semplicemente un bastardo, diventa un uomo pieno di sentimento ed empatia, nei confronti dei suoi compagni morti e dello stesso Deckard, cui salva la vita dopo che si è reso chiaro chi sia il vincitore morale dello scontro fra loro. In un mondo dove gli uomini sono individualisti e gelidi, un mondo, il cui prodotto ultimo è un’umanità sola, complessata e prematuramente invecchiata (come si riflette nel personaggio di Sebastian), l’unico calore davvero umano viene dagli androidi. Idea ulteriormente accentuata nel &lt;em&gt;Director’s Cut&lt;/em&gt; del film, dove viene messo in luce da una serie di indizi che lo stesso Deckard – l’unico ‘essere umano’ umano del film – è un androide con innesti di memoria. Ora, nel complesso questa virata non è malvagia, anzi da una parte può essere veicolo di una riflessione sulla xenofobia e sul razzismo (gli androidi non sono davvero inferiori o diversi rispetto agli esseri umani, ma non hanno diritti), e dall’altra può dirci molto sulla natura della nostra società e del progresso, e può anche contenere dei germi di denuncia sociale. Ma naturalmente non può tenere il confronto con la complessità dei temi trattati in &lt;em&gt;Ma gli androidi&lt;/em&gt;, riuscendogli nettamente inferiore. In fondo è un messaggio abbastanza semplice e ovvio da lanciare, quello per cui anche degli androidi, ossia i &lt;em&gt;diversi&lt;/em&gt;, poiché pensano dunque sono, e dunque non sono affatto inferiori agli uomini, ma meritano altrettanto rispetto. E a ciò si aggiunge che, se il confronto finale con Roy Batty è effettivamente bello e molto ben riuscito – e soprattutto, geniale la trovata di farlo morire di vecchiaia, come un anziano savio oppure un martire della propria causa, invece che farlo ammazzare da Deckard in un regolare duello – la storia d’amore con Rachael è sdolcinata e trita, e sembra quasi abbracciare un modello di donna – dimessa, confusa, debole, da proteggere – da film &lt;em&gt;noir&lt;/em&gt; ipermaschilista dell’anteguerra. Molto più affascinante, dico io, la malata di mente egocentrica dickiana! (anche se personalmente non ci terrei a conoscerla, uhm). In definitiva, dunque: un bel film, ben riuscito, con ottimi spunti tanto estetici quanto di riflessione, ma un po’ sopravvalutato, e comunque inferiore di alcune tacche all’opera originale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Voto: &lt;/strong&gt;&lt;font class=&quot;ske02&quot;&gt;&lt;strong&gt;7 ½&lt;/strong&gt;&lt;/font&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;A chi può piacere:&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;- A chi cerchi una prospettiva diversa del tema di &lt;em&gt;Ma gli androidi&lt;/em&gt;.&lt;br /&gt;- A chi sia affascinato dal problema: ‘cos’è veramente l’uomo?’.&lt;br /&gt;- Ai cultori della fantascienza anni ’80.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;A chi può non piacere:&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;- A chi si aspetti una trasposizione fedele del libro originale.&lt;br /&gt;- Agli amanti delle grandiose scene d’azione e degli effettoni.&lt;br /&gt;- A chi ha subito innesti di memoria (certe cose è meglio non saperle).&lt;/p&gt;</content>
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        <title type="text">Ma gli androidi sognano pecore elettriche?</title>
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        <published>2009-06-04T10:25:36+01:00</published>
        <updated>2009-06-04T10:25:36+01:00</updated>
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            <name>Tapiroulant</name>
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        <summary type="text">Autore: Philip K. DickTitolo originale: Do Androids Dream of Electric Sheep?Titolo alternativo: The ...</summary>
        <content type="html">&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;&lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://www.fanucci.it/cover/ma-gli-androidi.gif&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; src=&quot;http://www.fanucci.it/cover/ma-gli-androidi.gif&quot; style=&quot;margin: 2px 10px 10px 0px; float: left;&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Autore: &lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Philip K. Dick&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Titolo originale: &lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Do Androids Dream of Electric Sheep?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Titolo alternativo: &lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;The Killers are Among Us! Cried Rick Deckard to the Special Man&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Editore: &lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Fanucci&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Collana: &lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Immaginario Dick&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Pagine: &lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;286&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bene: eccoci giunti alla recensione che tutti (forse) stavate aspettando. Perché se &lt;em&gt;L’uomo nell’alto castello&lt;/em&gt; è il romanzo di Dick che più di tutti sta sempre sulla bocca della critica, nell’immaginario del grande pubblico il nome di questo scrittore è soprattutto associato a &lt;em&gt;Ma gli androidi sognano pecore elettriche?&lt;/em&gt;, grazie al successo del film di Ridley Scott che tale libro ispirò – &lt;em&gt;Blade Runner&lt;/em&gt;. Scritto nel 1966, nello stesso anno in cui comporrà un’altra delle sue opere più famose, il bizzarro &lt;em&gt;Ubik&lt;/em&gt;, e un anno dopo &lt;em&gt;In senso inverso&lt;/em&gt;, questo romanzo riprende e sviluppa l’atmosfera cupa e pesante che già aveva in più modi caratterizzato il precedente. La Terra del 1992 è un luogo desolato, e viverci non è divertente. La guerra atomica è finita, ma ha lasciato dietro di sé una cappa di polveri radioattive che ora sono depositate ovunque, nelle campagne e nelle città, che oscurano costantemente la luce del sole e bruciano il cervello alle persone (oltre a renderle impotenti). I primi a morire sono stati gli animali; prima gli uccelli, che ormai sono praticamente tutti estinti, poi a poco a poco anche i mammiferi. Nel mondo di &lt;em&gt;Ma gli androidi&lt;/em&gt;, possedere un animale è diventato uno &lt;em&gt;status symbol&lt;/em&gt;, e come una volta gli americani risparmiavano e si indebitavano per farsi la bella macchina e il televisore a quarantadue pollici, così adesso risparmiano e si indebitano per portarsi a casa un cavallo, oppure una pecora, o ancora, per i più poveri, un topo. La ricchezza e la posizione sociale di un individuo sono valutati in base agli animali che possiede, e una persona che ne fosse del tutto priva sarebbe estremamente mal giudicata, o forse compatita. Ma gli animali veri si ammalano facilmente, muoiono, e ricomprarli difficile, e comunque non tutti possono permetterselo. Per questo sono nate delle compagnie che, a basso prezzo, vendono animali elettrici, finti – ma abbastanza ben camuffati da ingannare amici e vicini (hanno anche dei meccanismi per simulare il mangiare e la digestione). Un animale elettrico non potrà mai compensare quello autentico nel cuore del suo possessore, ma quantomeno gli garantirà il rispetto e il riconoscimento sociale da parte delle altre persone. E d’altronde nessuno si azzarderebbe mai a chiedere ad un vicino se il suo animale è vero oppure elettrico – in questo mondo, è la cosa più indelicata, più sgradevole che si possa fare, e sarebbe sintomo di una vera mancanza di umanità domandarlo.&lt;br /&gt;&lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://weekinthenee.files.wordpress.com/2009/01/sheep1.jpg&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; src=&quot;http://weekinthenee.files.wordpress.com/2009/01/sheep1.jpg&quot; style=&quot;margin: 2px 0px 10px 10px; float: right; width: 200px;&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Gli animali però servono anche, più semplicemente, a tenere compagnia alle persone: perché la Terra del 1966 è praticamente deserta. Ogni giorno, nuovi individui decidono di non poterne più del nostro caro vecchio pianeta, e prendono il volo: diventano pionieri delle nuove colonie spaziali, dove il lavoro è duro, ma il Sole batte forte e c’è speranza per il futuro. Che cosa resta a coloro che rimangono sulla Terra? La solitudine. Le periferie sono completamente abbandonate, e pure nei centri delle grandi città, ogni condominio non conta più di una, due famiglie per piano. Le persone cercano di stare vicine, di tenersi compagnia con il loro reciproco calore, ma non si possono fare miracoli. Per combattere la depressione sono nati i regolatori di umore, degli apparecchi elettronici che possono indurre nel cervello della persona, digitando l’apposito codice di tre cifre, lo stato d’animo desiderato – e tanta è la varietà, che esistono pure i codici per gli umori autodistruttivi (disperazione, angoscia, senso di ineluttabilità), e c’è un codice che sviluppa il desiderio di formulare altri codici. Ma soprattutto, ha preso piede il culto del Mercerianesimo. La sua origine è incerta, ma è essenzialmente legata alla diffusione di un oggetto che è il più caro di ognuno degli abitanti della Terra: la scatola empatica. Stringendo forte le due maniglie della scatola, le persone perdono coscienza di sé come individui e si trovano incarnati nel corpo di Wilbur Mercer, un vecchio uomo che faticosamente scala una montagna brulla e ostile, in un paesaggio senza vita. Il vecchio è stanco, è distrutto, ma ciononostante continua a salire la montagna, come se raggiungerne la cima dovesse rappresentare per lui la liberazione. Ma di nascosto, alle sue spalle e ai lati del suo campo visivo, si nascondono gli &lt;em&gt;assassini&lt;/em&gt;, individui perfidi e ostili che gli tirano addosso delle pietre; e quando una pietra colpisce il corpo di Mercer, una ferita analoga si apre sul corpo degli utenti reali. Ciononostante, quella della scatola empatica è un’esperienza bellissima: perché tutti coloro che stanno usando la scatola in quel momento, tutti loro si trovano contemporaneamente in Mercer, e sperimentano la loro reciproca vicinanza, e comunanza di obiettivi, di desideri nel salire la montagna assieme col vecchio. La loro è una vera e propria fusione delle anime, e alla luce di questo anche la minaccia delle pietre, e il dolore, sono cose positive, perché anche questi sono condivisi, e perché per reazione al male si rafforza ulteriormente l’unità e la solidarietà delle persone che sono in Mercer.&lt;br /&gt;&lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://farm3.static.flickr.com/2007/2498143801_29a798072f.jpg?v=0&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; src=&quot;http://farm3.static.flickr.com/2007/2498143801_29a798072f.jpg?v=0&quot; style=&quot;margin: 2px 10px 10px 0px; float: left; width: 200px;&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Ma gli abitanti della Terra hanno anche altri problemi, più quotidiani, di cui preoccuparsi. Gli uomini devono girare continuamente con indosso delle mutande di piombo rinforzato per evitare che le polveri li rendano sterili. E soprattutto, pende costantemente su di loro la minaccia di diventare degli &lt;em&gt;speciali&lt;/em&gt; – espressione grottescamente &lt;em&gt;politically correct&lt;/em&gt; per definire coloro che colloquialmente sono chiamati &lt;em&gt;chickenhead&lt;/em&gt;, cervello di gallina, ossia coloro che si sono fottuti il cervello a causa delle radiazioni. Ce ne sono di diversi tipi e gradazioni, da quelli che hanno semplicemente i processi di ragionamento molto rallentati, ma possono comunque avere un lavoro e svolgere dei compiti, a quelli che stanno appena un gradino sopra il vegetale e si lasciano morire di fame se nessuno bada loro. Ma a prescindere dalle loro caratteristiche, i &lt;em&gt;chickenhead&lt;/em&gt; sono individui senza futuro e senza speranze: è proibita loro la possibilità che viene ventilata a tutti gli altri esseri umani, quella di partire per le colonie (non si vuole che il loro patrimonio genetico corrotto venga trasmesso alle future generazioni di pionieri), e sulla Terra vengono disprezzati ed emarginati dalle persone normali. La loro unica fonte di piacere è la fusione empatica in Mercer, perché durante questo processo gli altri non si accorgono che sei un cervello di gallina e non ti cacciano via, ma ti accolgono e ti mostrano affetto. Non che la vita sulle colonie sia tutta rose e fiori: anche laggiù è dura, e soprattutto anche laggiù si sente la solitudine, perché i pianeti colonizzati sono vasti, molto vasti, e la gente poca e distribuita. Per offrire ai coloni tanto un aiuto materiale, quanto un aiuto emotivo, dopo gli animali elettrici sono nati gli uomini elettrici: gli &lt;em&gt;androidi&lt;/em&gt;. Nel corpus letterario dickiano, il termine appare per la prima volta a sostituire quello di ‘simulacro’, di sfuggita, in &lt;em&gt;Mr. Lars, sognatore d’armi&lt;/em&gt;, ma è qui che finalmente viene tematizzato. Generazione dopo generazione, gli androidi sono diventati sempre più somiglianti agli esseri umani, sotto il profilo morfologico quanto sotto quello intellettuale, tanto che gli ultimi arrivati sul mercato, i Nexus-6 prodotti dall’Assocazione Rosen, sono del tutto indistinguibili a una prima occhiata dalle persone vere. Dico ‘a una prima occhiata’, perché in realtà tra gli esseri umani e gli androidi permane una differenza fondamentale: gli androidi sono del tutto privi di empatia; ossia, non riescono ad avvertire alcun senso di solidarietà, di immedesimazione, o anche solo di comunanza con gli altri individui (che siano uomini o androidi).&lt;br /&gt;&lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://www.clydecaldwell.com/jpgs/photos/sandiego01/time_machine2.jpg&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; src=&quot;http://www.clydecaldwell.com/jpgs/photos/sandiego01/time_machine2.jpg&quot; style=&quot;margin: 2px 0px 10px 10px; float: right; width: 200px;&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Gli androidi sono creature intelligenti e capaci, ma fredde, e totalmente egoiste; sono gli unici a non essere in grado di provare qualcosa quanto sperimentano la scatola empatica del Mercerianesimo. Per questo, e dato che la vita sulle colonie non gli piace, spesso e volentieri gli androidi tentano di fuggire sulla Terra e mimetizzarsi tra gli uomini, non di rado lasciandosi una scia di sangue e morte dietro di sé. Ma il vecchio pianeta non è il loro posto, e allo scopo di farglielo capire sono nati all’interno della polizia dei corpi altamente specializzati, i cacciatori di androidi. Il loro compito? Individuare il droide e terminarlo. E per scovarli, i cacciatori fanno leva proprio su quella caratteristica che li distingue dalle persone vere, ossia le capacità empatiche. Il test Voigt-Kampff, l’unico ancora oggi considerato valido, prevede l’uso di un microcomputer con un sensore puntato sulla pupilla del soggetto, per catturarne e trascrivere ogni minima reazione, e un questionario di domande volte a suscitare una reazione emotiva. Le domande ruotano generalmente attorno a due temi, le cose che danneggiano l’individuo, e la violenza a danni di esseri umani esterni al soggetto o soprattutto di animali (abbiamo già detto quanto siano emotivamente importanti gli animali in questo mondo): se il soggetto reagisce violentemente alle prime, ma poco o nulla alle seconde, allora evidentemente è un androide. Rick Deckard è un cacciatore di androidi. La sua non è una bella vita: ha una moglie che gli è scontrosa e ostile, ed è ormai completamente succube del regolatore d’umore e della scatola empatica del Mercerianesimo; la sua pecora un anno fa è morta di malattia, e lui ha dovuto comprare una pecora elettrica in tutto somigliante per non far sapere ai condomini della sua disgrazia, mentre il suo vicino ha un bellissimo puledro &lt;em&gt;percheron&lt;/em&gt;; per di più, al negozio di animali sono esposti alcuni esemplari bellissimi, ma troppo costosi per le sue tasche. È per questo che non può lasciarsi scappare l’occasione, prospettatagli dal suo capo al dipartimento, di catturare un gruppo di Nexus-6 da poco arrivati sulla Terra, che hanno già messo fuori gioco il più bravo di tutti i cacciatori di androidi in circolazione.&lt;br /&gt;&lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://areasanitaria.files.wordpress.com/2009/03/bladerunner_voigt-kampff_machine.jpg&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; src=&quot;http://areasanitaria.files.wordpress.com/2009/03/bladerunner_voigt-kampff_machine.jpg&quot; style=&quot;margin: 2px 10px 10px 0px; float: left; width: 200px;&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Per Rick Deckard, fedele al principio del Mercerianesimo secondo il quale non è legittimo uccidere nessuno, se non gli assassini, il suo lavoro non consiste nell’uccidere gli androidi: si tratta di &lt;em&gt;ritirarli&lt;/em&gt;, come della merce difettosa, che non ha fatto il suo dovere. Ma, prima di poterlo fare, deve recarsi all’Associazione Rosen per verificare, su di un campione di androidi da loro selezionati, se il test Voigt-Kampff sia ancora affidabile o se non ci sia il rischio di terminare per sbaglio un essere umano. Sarà così, che Deckard farà la conoscenza della scaltra e macchinale Racheal Rosen, una droide con falsi ricordi impiantati dal suo creatore, e all’attivo il segreto risultato di aver costretto innumerevoli cacciatori di androidi prima di lui al ritiro dall’attività. Parallelamente alla sua vicenda, &lt;em&gt;Ma gli androidi&lt;/em&gt; ci fa seguire anche la vita di Jack Isidore – reincarnazione del protagonista di &lt;em&gt;Confessioni di un artista di merda&lt;/em&gt; – un &lt;em&gt;chickenhead&lt;/em&gt; che vive in un gigantesco condominio deserto e lavora per un’officina che vende e ripara animali elettrici. Nel suo appartamento, dove Isidore combatte una battaglia quotidiana contro la &lt;em&gt;palta&lt;/em&gt; – &lt;em&gt;kipple &lt;/em&gt;nell’originale – ossia il processo entropico che porta al progressivo aumento del disordine e diminuzione del calore, la tv è sempre accesa, sintonizzata sul programma di intrattenimento di Buster Friendly, in onda ventiquattrore su ventiquattro. Buster Friendly è un personaggio strano, perché non soltanto riesce a condurre il suo programma costantemente, senza mai pause per mangiare e per dormire, ma anche perché non perde mai occasione di attaccare e svilire in Mercerianesimo, e da tempo ormai ha annunciato di avere in serbo una sorpresa per i telespettatori, a proposito di Wilbur Mercer. Ma la vita di Isidore, che si trascina tutti i giorni sempre uguale, è destinata a cambiare, perché nel suo condominio, un piano più sotto del suo appartamento, è per la prima volta arrivata una nuova persona, una ragazza. Il suo nome è Pris; e in lei rivive quel grandioso e perverso personaggio, Pris Frauenzimmer, che avevamo trovato in &lt;em&gt;L’androide Abramo Lincoln&lt;/em&gt;. È un androide, anche se lei non vuole che Isidore lo venga a sapere, e il suo interesse più grande è quello di ritrovare gli amici fuggiti con lei dalle colonie e radunarli da lei. Questo incontro tra un &lt;em&gt;chickenhead&lt;/em&gt; e un androide, allora, preannuncia l’incontro, prima o poi inevitabile, tra Jack Isidore e lo stesso Rick Deckard.&lt;br /&gt;&lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://www.iffmh.de/en/Ueber_das_Festival/Archive/Filmfestival_2007_1/Filmprogramme/Internationale_Entdeckungen/Empathy/752Empathy_web_1.jpeg&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; src=&quot;http://www.iffmh.de/en/Ueber_das_Festival/Archive/Filmfestival_2007_1/Filmprogramme/Internationale_Entdeckungen/Empathy/752Empathy_web_1.jpeg&quot; style=&quot;margin: 2px 0px 10px 10px; float: right; width: 200px;&quot; /&gt;&lt;/a&gt;In questo romanzo densissimo di elementi e di intuizioni, uno è l’elemento centrale: l’umano bisogno di &lt;em&gt;amore&lt;/em&gt;. Dick ci descrive due processi, due grandi forze primordiali da sempre in lotta nell’universo. Da una parte, la palta, l’entropia: i palazzi abbandonati che, lasciati all’incuria, si sporcano e vanno in rovina, ma anche le relazioni umane, che si fanno fredde, individualistiche, reciprocamente ostili. Dall’altra la forza centripeta dell’empatia: il tentativo di pulire le cose sporche e rimettere in ordine le cose in disordine, ma anche il bisogno di stare insieme, di capirsi e riconoscersi l’uno nell’altro, si fondersi emotivamente l’uno nell’altro. Di tutte, la più geniale delle intuizioni di Dick è proprio quella di reinterpretare le relazioni umane e il mondo dei loro sentimenti alla luce di questi processi fisici, e primordiali. Isidore combatte una battaglia quotidiana contro la palta nel suo appartamento, e sa che l’intervento umano è l’unica cosa che possa opporre resistenza al crescente disordine – ma sa che ci vuole una costante spesa di energie per non lasciarsi trascinare noi stessi nell’entropia (cadere nella depressione, nell’apatia), e che in ogni caso alla fine sarà sempre la palta a trionfare, dopo la sua morte. Dall’altra parte stanno gli androidi, il cui freddo egoismo impedisce ogni possibilità di instaurare un legame empatico, e anzi distrugge quelli già esistenti (stupenda e anche estremamente dolorsa, per chi l’avesse letta, la scena in cui Pris e i due coniugi Baty tagliano una per una le zampe ad un ragnetto miracolosamente sopravvissuto per vedere se è in grado di sopravvivere anche senza). In mezzo tra loro sta Deckard. Deckard, che è un essere umano, ma sta recidendo i suoi legami empatici con il mondo. Freddo con la moglie – che tenta sbrigativamente di comandare e dirigere attraverso il regolatore d’umore – e spietato con gli androidi, nei confronti dei quali non riesce a provare nulla, il suo rischio, come quello degli altri cacciatori, è quelli di disumanizzarsi, e diventare uguale a coloro che caccia. L’incontro con Phil Resch, un cacciatore perverso la cui etica è quella di scopare gli androidi femmine prima di ucciderle e intascare i soldi, e con Luba Luft, una androide che ha l’ambizione di diventare una cantante operistica, potrebbero però cambiare la sua visione del mondo.&lt;br /&gt;&lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://www.lafeltrinelli.it/static/images-1/l/267/2593267.jpg&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; src=&quot;http://www.lafeltrinelli.it/static/images-1/l/267/2593267.jpg&quot; style=&quot;margin: 2px 10px 10px 0px; float: left;&quot; /&gt;&lt;/a&gt;E alla fine, forse, il messaggio etico che emerge è l’idea che gli androidi non possono amare, e che quindi da un punto prettamente intellettuale sarebbe lecito, legittimo odiarli e cacciarlo, ma che al contrario gli esseri umani amano, e quindi per loro anche uccidere un androide può essere doloroso. È una relazione univoca: un uomo può amare anche chi non lo ama, ed è il sentimento più umano, perché non è motivato dall’egoismo (che invece è il motore di ogni ragionamento androide). E così come si può amare un uomo elettrico perché non possiamo fare a meno di riversare anche su di lui la nostra empatia, forse si può amare anche un animale elettrico, e smetterla di distinguerlo dagli animali ‘veri’ – e sul discorso del rapporto tra gli autentici e i falsi, Dick si era già dilungato in alcuni brani bellissimi di &lt;em&gt;L’uomo nell’alto castello&lt;/em&gt;, &lt;em&gt;L’androide Abramo Lincoln&lt;/em&gt; e &lt;em&gt;Mr. Lars, sognatore d’armi&lt;/em&gt;. Un messaggio un po’ troppo da ‘porgi l’altra guancia’? Forse; ma scritto in un modo così dimesso, così poco pretenzioso, e così elegante, da sembrare un gran bel messaggio. Invece che lanciarsi nelle sue tipiche speculazioni gnoseologiche e teologiche, che caratterizzano alcuni dei suoi grandi romanzi, scritti prima e dopo di questo, Dick dedica questo &lt;em&gt;Ma gli androidi&lt;/em&gt; al regno dei sentimenti e dell’intima natura umana – e fa centro. Lo stile e la struttura del romanzo non sono sempre eleganti e perfettamente riusciti – debole è soprattutto il segmento centrale – ma tutto questo lo si perdona e lo si tralascia facilmente, di fronte a tanta ricchezza di significati. Oltre a questo, bisogna aggiungere che &lt;em&gt;Ma gli androidi sognano pecore elettriche?&lt;/em&gt; fu da subito uno dei più grandi successi commerciali nella carriera di Dick, cosa che tra l’altro spiega come mai fu da subito opzionato dal grande mercato hollywoodiano per un adattamento cinematografico. La ragione si cela nella struttura del romanzo, che pur non rinunciando ai tipici voli dickiani, è una delle più saldamente fantascientifiche. Tutta la trama è tenuta in piedi da un filo, che viene seguito dall’inizio alla fine: la serratissima caccia di Deckard agli androidi. La forte componente d’azione, del tutto insolita nel corpus letterario di Dick – anche se non particolarmente pronunciata, rispetto ai roboanti canoni del genere – l’unità di tempo e di luogo e ritratti psicologici convincenti ed acchiappanti, fanno la fortuna di questo romanzo anche aldilà delle intuizioni e dei messaggi. L’unico rimpianto che mi rimane, è per quella copertina orrenda della nuova edizione Fanucci, con su i faccion di Rutger Hauer e Harrison Ford e sopra la scritta ‘Blade Runner’ – una cosa che proprio non si può vedere.&lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;http://www.mentalfloss.com/wp-content/uploads/2007/04/monorail_cat_410.jpg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; style=&quot;margin: 2px 0px 10px 10px; float: right; width: 200px;&quot; src=&quot;http://www.mentalfloss.com/wp-content/uploads/2007/04/monorail_cat_410.jpg&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Anche a Dick questo romanzo piaceva tantissimo. Diceva: &lt;em&gt;«A me piace per un solo motivo: descrive una società in cui gli animali sono adorati e rari, e chi possiede una vera pecora è sul serio qualcuno… e nutre per la pecora un profondo sentimento empatico, d’amore. Willis, il mio gatto, passeggia in silenzio sulle pagine di questo libro, consapevole della propria importanza e con la coda dorata ondeggiante. “Spiega loro che gli animali sono davvero così importanti, già adesso”, mi dice. E dopo aver parlato si sbafa tutto il cibo che avevamo riscaldato per la nostra bambina. Certi gatti sono troppo sfacciati. Ci manca solo che decida di mettersi a scrivere romanzi di SF. Spero lo faccia. Non venderanno niente»&lt;/em&gt;. E scusate se il post è un po' lungo, non s'è fatto apposta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Voto: 10&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A chi può piacere:&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;- A chi ha bisogno di un po’ d’amore.&lt;br /&gt;- A chi cerchi un’ottima miscela di azione e sentimento.&lt;br /&gt;- Agli amanti degli animali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;A chi può non piacere:&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;- A chi soffre all’idea di sevizie e torture psicologiche.&lt;br /&gt;- A chi ha amato Blade Runner per le grandi scene d’azione.&lt;br /&gt;- Agli androidi dal cuore freddo, ecco.&lt;/p&gt;</content>
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        <title type="text">Non rimpiango la mia giovinezza</title>
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        <published>2009-06-02T08:57:34+01:00</published>
        <updated>2009-06-02T08:57:34+01:00</updated>
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            <name>Tapiroulant</name>
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        <content type="html">&lt;p style=&quot;text-align: left;&quot; class=&quot;MsoNormal&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/e/e9/Waga_seishun_ni_kuinashi_poster.jpg/200px-Waga_seishun_ni_kuinashi_poster.jpg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; style=&quot;margin: 2px 10px 10px 0px; float: left;&quot; src=&quot;http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/e/e9/Waga_seishun_ni_kuinashi_poster.jpg/200px-Waga_seishun_ni_kuinashi_poster.jpg&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Titolo originale: &lt;em&gt;&amp;#12431;&amp;#12364;&amp;#38738;&amp;#26149;&amp;#12395;&amp;#24724;&amp;#12394;&amp;#12375; (Waga seishun ni kuinashi)&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Regia: &lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Akira Kurosawa&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Sceneggiatura: &lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Eijiro Hisaita, Akira Kurosawa&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;Fotografia:&lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt; Asakazu Nakai&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Interpreti: &lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Setsuko Hara, Susumu Fujita, Takashi Shimura&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Anno: &lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;1946&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Durata: &lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;110 min. ca.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non c’è niente da fare: ci sono momenti, nella storia politica di un paese, che penalizzano e parecchio la libera espressione creativa. In questi momenti già è dura di per sé; e se per di più sei un regista, quindi una persona che è legata, per esprimersi, a tonnellate di denaro e all’autorizzazione del governo, allora le cose si mettono molto male. E se per di più sei anche un novizietto, uno che ha cominciato la propria carriera nei tempi duri, non c’è vero di scamparla: dovrai fare quel che ti dicono di fare. O al limite cercare di convincere i piani alti che le tue sceneggiature sarebbero ottimo materiale di propaganda. Akira Kurosawa dovette ingoiare l’amaro calice per quasi l’intero decennio d’esordio della sua carriera. E sarebbe troppo facile, del resto, dare la colpa all’ideologia fascista e belligerante che plagiava le menti del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale; perché l’indice verso e lo spettro della censura continuarono a pesare sul povero Kurosawa anche dopo la fine della guerra. Ora che i vecchi leader erano stati processati e i comitati socialisti erano al potere – ma con l’attenta supervisione degli occupanti americani; mica volevano che capitasse anche lì il disastro comunista che s’era scatenato in Cina! – bisognava fare film che condannavano la guerra senza mezzi termini, che proclamassero la dignità dell’uomo e del lavoratore. Kurosawa ricorda con sofferenza che, per non attirare su di sé il sospetto di simpatie fasciste, si trovò costretto a girare un episodio di un film collettivo – dal ‘sobrio’ titolo &lt;em&gt;I costruttori dell’avvenire&lt;/em&gt; – in cui un lavoratore scopre di essere sfruttato ingiustamente dai padroni borghesi, e indignato va alla sfilata del primo maggio, tra bandiere rosse e cori di protesta. Un filmone insomma. &lt;em&gt;Non rimpiango la mia giovinezza&lt;/em&gt; fu un prodotto di quella stessa epoca. Nonostante l’impressione di Kurosawa di essersi svenduto per fini propagandistici, va però riconosciuto che nel girare questo film riuscì ad ottenere una libertà maggiore di quella che gli era stata accordata negli anni della guerra, e che trovò, nel realizzarlo, una soluzione di compromesso che gli permise di ‘isolare’ e indebolire il suo contenuto di propaganda. Quindi tutto sommato &lt;em&gt;Non rimpiango la mia giovinezza&lt;/em&gt; è un bel film, molto meno ridicolo e più significativo de &lt;em&gt;Lo spirito più elevato&lt;/em&gt; – tant’è vero che pure il Morandini si piega a recensirlo.&lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;http://hemmingshousepictures.com/cms/uploaded_files/4MMM8MQYZA/51/images/seal_kyoto.png&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; style=&quot;margin: 2px 0px 10px 10px; float: right; width: 200px;&quot; src=&quot;http://hemmingshousepictures.com/cms/uploaded_files/4MMM8MQYZA/51/images/seal_kyoto.png&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Ambientazione della pellicola sono gli anni che vanno dallo scoppio dell’Incidente dell’Università di Kyoto, nel 1932, alla fine della guerra. Negli anni dell’ascesa del fascismo in Giappone, l’Università di Kyoto rappresentava il più grande polo intellettuale dell’opposizione alla guerra con la Cina e all’instaurarsi del regime autoritario. La reazione del governo fu quella di una progressiva limitazione delle libertà dell’accademia, che culminò con la sospensione dall’insegnamento, a mo’ di avvertimento per tutti gli altri, di Takigawa Yukitori, massimo esponente di questa opposizione entro l’Università. Seguono manifestazioni studentesche (sorprendentemente attive e vitali, se consideriamo l’immagine tradizionale che noi abbiamo del popolo giapponese; unico tratto distintivo: l’assoluta assenza di donne nei movimenti), slogan e striscioni appesi sui muri dell’Università, repressione più o meno violenta, incarceramento a manetta, eccetera. Insomma, il clima è quello tipico della contestazione. È in questo ambiente iniziale che vediamo muoversi i tre protagonisti della storia, due studenti del professor Yagihara (che rappresenterebbe Takigawa) e la di lui figlia, che rappresentano altrettanti modi di reagire al clima del tempo. Noge è un socialista rivoluzionario, attento al clima del tempo e alle logiche del potere e della guerra, che predica l’impegno e la coscienza sociale, ed è lui stesso a capo di un piccolo movimento studentesco. Itokawa, anche lui membro di quel movimento, ma più per accondiscendenza agli aneliti dei suoi compagni che per una reale convinzione, è invece un uomo remissivo, pacato, convinto che l’obbedienza nei confronti dell’autorità sia un comportamento più maturo della contestazione, che vede come una passione giovanile e nient’altro. Entrambi sono innamorati di Yukie, donna vanesia ed egocentrica, una romantica decadente, indifferente ai fermenti del tempo e interessata solamente alle cose belle. Ma mentre Itokawa è disposto ad inchinarsi a lei e a sottomettersi completamente alla sua volontà, Noge non riesce a sopportare il suo rifiuto della realtà sociale, anteponendo l’impegno civile all’amore nei suoi confronti. Le loro strade sono dunque destinate a dividersi: e il film ci racconta il seguito del loro rapporto e delle loro esistenze individuali, attraverso i momenti del progressivo imporsi della propaganda nazionalistica dell’impegno bellico e della lotta al disfattismo, fino agli anni della guerra e della liberazione americana.&lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;http://projectorhead.files.wordpress.com/2008/07/wonderful-sunday-pdvd_008.jpg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; style=&quot;margin: 2px 10px 10px 0px; float: left; width: 200px;&quot; src=&quot;http://projectorhead.files.wordpress.com/2008/07/wonderful-sunday-pdvd_008.jpg&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Se nella prima parte il film si manteneva equidistante da tutti e tre i personaggi, lasciando che le azioni di ognuno determinassero la propria linea d’azione, subito dopo il fulcro della narrazione si sposta sul personaggio di Yukie, il più ‘mobile’ dei tre. Attraverso il controverso amore per Noge, infatti, nella ragazza sboccerà progressivamente una coscienza civile e la convinzione della giustezza della sua battaglia rivoluzionaria. In questo modo, Yukie diventerà capace di una linea di pensiero e d’azione autonoma, che la farà uscire dall’involucro infantile e protetto della sua vita precedente, e di andare avanti nel perseguire le proprie convinzioni anche quando sarà sola e non potrà più contare su nessuno. Linea guida di questa ‘conversione all’impegno’ è l’ideale di vivere la propria vita in modo tale da non avere rimpianti; tale per cui, quando a un certo punto della propria vita ci si guarderà alle spalle, si potrà dire, con sincerità, ‘non ho rimpianti per la mia giovinezza’. E una vita senza rimpianti, è una vita vissuta dedicandola ad uno scopo autentico e importante, votato al benessere della collettività: l’impegno civile di chi si oppone alla guerra e all’ideologia fascista e combatte di nascosto per le generazioni future. Il &lt;em&gt;leit motiv&lt;/em&gt; di Noge è infatti: quello che sto facendo, sarà apprezzato tra dieci anni. &lt;em&gt;Non rimpiango la mia giovinezza&lt;/em&gt; è quindi, effettivamente, un film di propaganda, tanto per il fatto che il regista fu costretto ad inserire questo tipo di messaggio, tanto per la retorica con cui questo messaggio viene veicolato all’interno del film. E tuttavia Kurosawa è stato in grado di isolare questo stesso messaggio nella sfera a lui più cara e congeniale, quella dell’&lt;em&gt;io&lt;/em&gt; individuale, delle esperienze singolari, della crescita personale. Quello che sarebbe potuto diventare un’iperbole di lodi sperticate all’azione di spionaggio e sabotaggio sotto il regime diventa invece una protesta discreta perché legata all’ambiente intimo dei personaggi protagonisti. Anche gli incontri con il supino Itokawa – con l’eccezione dell’ultimo – sono narrati alla luce di questa delicatezza psicologica. Rimane comunque interessante notare come, anche in un film come questo in cui tanto spazio è dedicato ad una figura femminile, si rimarchi comunque il ruolo della donna come di un ruolo subalterno, che deve offrire assistenza – alla famiglia, al proprio uomo, etc. – ma non esporsi in prima linea sulla scena politica.&lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;http://2.bp.blogspot.com/_gRWMZ-x-wV0/SUwm6nCpBjI/AAAAAAAADOI/DBz_aGsI2Fo/s400/Regrets.JPG&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; style=&quot;margin: 2px 0px 10px 10px; float: right; width: 200px;&quot; src=&quot;http://2.bp.blogspot.com/_gRWMZ-x-wV0/SUwm6nCpBjI/AAAAAAAADOI/DBz_aGsI2Fo/s400/Regrets.JPG&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Di questo film che parla di non avere rimpianti, Kurosawa di rimpianti dichiarò di averne molti: il più grande, sicuramente fu dovuto al fatto che l’ultima parte della sceneggiatura, che lui aveva composto in collaborazione con il commediografo Eijiro Hisaita, fu cestinata dalla Toho, che lo costrinse a rimetterci mano. Adducendo una scusa plateale – ossia che un altro regista si stava occupando dello stesso soggetto cinematografico e stava pensando ad un finale analogo – i produttori pretesero un finale diverso, in cui il messaggio ideologico venisse messo più in evidenza. E difatti, a guardare la pellicola, si nota uno scarto violentissimo tra gli ultimi venti minuti e tutto il resto. Da un impianto a metà tra il neorealismo e il film intimista, &lt;em&gt;Non rimpiango la mia giovinezza&lt;/em&gt; assume la forma distaccata e serena di un documentario, nel descrivere l’arrivo di Yukie al villaggio dove vivono gli anziani genitori di Noge e la dura vita di campagna alla quale si convertirà, nel suo desiderio di assisterli. In questi passaggi vengono celebrate in modo sperticato il duro lavoro del contadino, la sua abnegazione, la sua capacità di sopportare non soltanto le difficoltà naturali ma pure le angherie della gente, l’importanza della cooperazione e del senso della collettività. Dovete immaginare la scena: Yukie va da ‘sti qua e gli dice, ‘vi prego, vi prego, fatemi lavorare con voi!’. Il capofamiglia, che è un vero uomo vecchio stampo – uno di quelli che non devono chiedere mai – se se sta zitto e non la caga; la moglie, madre di Noge, puntualizza: ‘ma tu sei una squinzia di città, le tue mani sono delicate, chetticredi?’. ‘Ce la farò, ce la posso fare’ ribatte acutamente la giovine, e fu così che cominciò a lavorare per loro. E deve sottoporsi a numerose fatiche, e al disprezzo e allo scherno degli altri abitanti del villaggio, che la additano come parte della famiglia del traditore (ché Noge è un traditore e una spia, logicamente!). E lei arranca e arranca, ma non si arrende, resiste, sopporta tutto, e alla fine – ce la fa. La sua convinzione è ferrea, il suo ideale indistruttibile. E alla fine anche l’indistruttibile capofamiglia, il vero uomo di cui sopra, si commuove. Perché grande è il potere del socialismo. Per carità, sono scene girate bene e tutto sommato con una loro poesia, ma il contrasto è pessimo (specialmente se considerato che non era nemmeno voluto, quindi non è imputabile ad una qualche scelta creativa), e il nuovo tono è ingenuo ed esagerato. Sembra &lt;em&gt;Fontamara &lt;/em&gt;con il lieto fine.&lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;http://tallskinnykiwi.typepad.com/tallskinnykiwi/censorship-small.jpg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; style=&quot;margin: 2px 10px 10px 0px; float: left; width: 120px;&quot; src=&quot;http://tallskinnykiwi.typepad.com/tallskinnykiwi/censorship-small.jpg&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Kurosawa fu quindi il primo a sorprendersi quando scoprì che il suo film era un successo. I primi ad entusiasmarsi furono i censori americani per i quali era stata preparata un’anteprima. Di fronte alla loro approvazione senza riserve, pure la Toho si trovò ad ammettere che le loro riserve erano state eccessive e non avrebbero dovuto obbligarlo a rivedere la sceneggiatura (e lui avrà pensato, mentre sorrideva compito: ‘Sì, sì, grazie al cazzo!’). Ma fu anche il successo di pubblico ad essere strepitoso, tanto che &lt;em&gt;Non rimpiango la mia giovinezza&lt;/em&gt; è considerata una delle pietre miliari nella formazione intellettuale e artistica delle generazioni successive di cineasti giapponesi. Addirittura, Kurosawa racconta che il suo film divenne talmente famoso che il suo titolo divenne un modo di dire popolare. &lt;em&gt;«Dopo l’uscita nelle sale, ci si imbatteva di frequente nella frase ‘non rimpiango la mia…’ sui giornali e gli altri media»&lt;/em&gt;. Certo, il successo del film rimase sempre circoscritto all’ambiente nipponico, e certo a noi questo film non rappresenta poi grosse attrattive (a meno di un interesse particolare per il Giappone stesso). Però è bello sapere che è possibile tirar fuori delle cose decenti pur sottostando ai &lt;em&gt;diktat&lt;/em&gt; dell’autorità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Voto: 7+&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A chi può piacere:&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;- A coloro che vogliano conoscere la situazione del Giappone negli anni del nazionalismo.&lt;br /&gt;- A chi voglia un assaggio di neorealismo giapponese.&lt;br /&gt;- A chi voglia vivere l’ebbrezza di vedere GIAPPONESI CHE MANIFESTANO!!! °O°O°O°O° chi l’avrebbe mai detto!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;A chi può non piacere:&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;- A chi sono sgraditi i messaggi retorici.&lt;br /&gt;- A coloro che non sopportano una forma e una struttura disomogenea.&lt;br /&gt;- A chi, il neorealismo nostrano gli basta e avanza.&lt;/p&gt;</content>
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        <title type="text">In senso inverso</title>
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        <published>2009-05-31T10:49:59+01:00</published>
        <updated>2009-05-31T10:49:59+01:00</updated>
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            <name>Tapiroulant</name>
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        <summary type="text">Autore: Philip K. DickTitolo originale: Counter-Clock WorldTitolo alternativo: The Dead Grow YoungEd...</summary>
        <content type="html">&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://www.silmarillon.it/public/image/dick.gif&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; style=&quot;margin: 2px 10px 10px 0px; float: left;&quot; src=&quot;http://www.silmarillon.it/public/image/dick.gif&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Autore: &lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Philip K. Dick&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Titolo originale: &lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Counter-Clock World&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Titolo alternativo: &lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;The Dead Grow Young&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Editore: &lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Fanucci&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Collana: &lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Immaginario Dick&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Pagine: &lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;223&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormaltext-align: justify;&quot; style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;&lt;br /&gt;Questo mese di Maggio, lo chiudo con la recensione di quello che è uno dei più strani fra i lavori di Dick. &lt;em&gt;In senso inverso&lt;/em&gt; narra di un mondo in cui il tempo ha cominciato a scorrere al contrario. Un bel giorno del 1986, l’universo è entrato in un bizzarro processo anti-entropico – la Fase Hobart, dal nome di Alex Hobart che la teorizzò – che riavvolge la realtà per tornare al punto zero dell’esistenza. Mentre alcuni componenti della reatà continuano a muoversi in avanti nel loro metodo tradizionale, come la coscienza e il pensiero degli individui, o i movimenti nello spazio, altre cose funzionano all’inverso: le sigarette si fumano a partire dai mozziconi, e si allungano man mano che vengono fumate; ci si saluta dicendo ‘addio’ e ci si congeda con un ‘ciao’; invece di mangiare, le persone a pranzo vomitano (e per questo è buona educazione che ognuno pranzi e ceni per conto suo), e assumono come unica bevanda l’enigmatico saté, che molto probabilmente è un concentrato di cacca e pipì. La potentissima organizzazione della Biblioteca è sorta allo scopo di distruggere progressivamente tutte le scoperte e i documenti prodotti dal genere umano, man mano che il tempo retrocedeva al momento della loro pubblicazione: prima vengono rintracciate e distrutte tutte le copie stampate, poi si convoca l’autore originale, affinché attenda al compito di cancellare, riga per riga, così come l’ha scritta, la copia manoscritta originale. Ma soprattutto, coloro che erano morti prima dell’innescarsi della Fase Hobart, ora, quando scocca il momento della loro morte, risorgono dalle loro tombe. I vecchi ringiovaniscono, i giovani tornano bambini, fino a che, quando sono dei neonati, vengono portati in appositi ospedali dove i medici si preoccupano di inserirli nel ventre di una donna bisognosa di maternità. E questa donna porterà dentro di sé il bambino per nove mesi, fino a che, arrivata all’attimo del concepimento, avvertirà un bisogno irrefrenabile di fare del sesso per restituire all’uomo gli spermatozoi che hanno dato origine al suddetto concepimento. Ad occuparsi della riesumazione dei rinati sono i &lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;vitarium&lt;/span&gt;, organizzazioni che funzionano secondo la logica del libero mercato capitalista e trattano i redivivi come delle merci, da piazzare per un prezzo ragionevole ai parenti in vita (o, in mancanza di parenti, alle apposite strutture pubbliche).&lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;http://www.scary-terry.com/kitsinkcoffin/ksc4b.jpg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; style=&quot;margin: 2px 0px 10px 10px; float: right; width: 200px;&quot; src=&quot;http://www.scary-terry.com/kitsinkcoffin/ksc4b.jpg&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Per rendere possibile il meccanismo della libera concorrenza, è però vietato dalla legge che i vitarium riesumino i cadaveri prima che siano rinati; sicché,&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;l’unico modo per tirarli fuori è aspettare che qualcuno – un passante, un poliziotto, o uno stesso agente del vitarium informato del fatto che qualcuno sarebbe resuscitato lì – sia presente nel momento in cui dalla bara giungono i primi lamenti. E quelli sono, per coloro che tornano alla vita, i momenti più strazianti, momenti che non dimenticheranno per lunghi anni a venire: la claustrofobia di una bara dalla quale non si può uscire, l’umidità, il freddo estremo, la sensazione di essere in trappola. Tutte queste cose le ricorda benissimo il quarantenne Sebastian Hermes (curioso il nome, che si richiama al dio greco che faceva da messaggero, e da spola, tra il mondo dei cieli e quello della terra), titolare del piccolo vitarium Fiasca a conduzione familiare. Con lui lavora un piccolo gruppo di vecchi impiegati: Bob Lindy, un ingegnere burbero e di poche parole, incaricato di riesumare e scoperchiare la bara, e riportarne l’ospite alla luce; il dottor Sign, il cui compito è di prestare le prime cure al redivivo; padre Faine, un prete incaricato di celebrare il Sacramento della Rinascita Miracolosa, in accordo con la religione del redivivo quale che fosse; Cheryl Vale, la segretaria, per sbrigare le pratiche burocratiche, e infine R.C. Buckley, il rappresentante della ditta, che registra l’ordine e si occupa di cercare un compratore per il redivivo. Con Sebastian lavora anche la moglie, la giovane Lotta, una ragazza poco più che adolescente, che era ancora viva quando si innescò la fase Hobart e ora sta lentamente regredendo alla prima giovinezza. Lotta è una persona debole, insicura, fragile, disposta ad assecondare in tutto il marito e ad essere ubbidiente, anche se talvolta ha paura o disprezza le cose che lui le chiede di fare: una donna del tutto opposta a quelle a cui Dick ci ha abituato. Il loro però non è un amore idilliaco: perché Sebastian si rende conto che, in fondo, Lotta sta con lui perché prima ancora che come un compagno lo vede come un potenziale padre, perché sa che tra una decina d’anni lei sarà una bambina delle elementari, e lui un trentenne che potrà prendersi cura di lei. Del tutto incapace di essere autosufficiente, Lotta si appoggia a Sebastian come la fonte della propria salvezza.&lt;br /&gt;&lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://makeuseof.com/tech-fun/images/steve-jobs-ipod-grave.jpg&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; src=&quot;http://makeuseof.com/tech-fun/images/steve-jobs-ipod-grave.jpg&quot; style=&quot;margin: 2px 10px 10px 0px; float: left; width: 200px;&quot; /&gt;&lt;/a&gt;E probabilmente le cose, tra loro, sarebbero continuate ad essere semplicemente così, se una chiamata per una riesumazione in un piccolo cimitero dimenticato da Dio non porrà Sebastian di fronte alla consapevolezza che di lì a pochi giorni e all’insaputa di tutti, in quello stesso cimitero di periferia, sta per resuscitare uno dei più grandi uomini del secolo: l’Anarca Peak. Quand’era in vita, Thomas Peak era il leader del movimento religioso nero degli Uditi. Religione ufficiale della Libera Municipalità Negra, una nazione scissasi dagli Stati Uniti in seguito alla guerra civile, la setta degli Uditi crede che all’origine, prima dello spazio e del tempo, tutti gli individui facessero parte di un tutto unico e assoluto, e che quel tutto era Dio. Nel sacramento dell’Unificazione, o Udi, gli Uditi si radunano in grande numero e assumono una droga che permetta loro di provare di nuovo, per qualche momento, la beatitudine estrema dell’essere insieme in un’unica entità. Ora, con il riavvolgimento della Fase Hobart, essi proclamano il ritorno all’unità assoluta alla fine (o principio) dei tempi. Ma l’attuale leader degli Uditi, ora che l’Anarca è morto, è Raymond Roberts, secondo molti un pazzo fanatico, sicuramente un demagogo che ha fatto della sua religione uno strumento di lotta politica, un culto esclusivo per negri. E ora che il fondatore degli Uditi sembra stare per risorgere, e probabilmente riprendere le redini del comando, lui come la prende? Accetterà supinamente la cosa, oppure tenterà, temendo l’usurpazione, di disfarsi di lui, di fingere davanti al mondo intero che non sia mai risorto o che non ce l’abbia fatta a superare la prima notte? Decidendo di fare il ‘colpaccio’ e impossessarsi dell’Anarca Peak prima di tutti gli altri, Sebastian entra assieme alla moglie e ai suoi dipendenti in un gioco pericoloso. Perché gli Uditi non sono i soli che ambiscono a mettere le mani sull’Anarca: la Biblioteca vuole mettere le mani su di lui, per sopprimere il culto che ha originato e cancellare le sue visioni dell’aldilà, poiché esse – secondo la Biblioteca e il suo instancabile anelito nichilista –&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;non sono fatte per il mondo dei vivi; e anche una misteriosa organizzazione che viene dalla Roma vaticana, i cui fini sono del tutto imperscrutabili. Ma non sono solamente i soldi ad attirare Sebastian in questa partita: soprattutto, è il desiderio di salvare Thomas Peak per ascoltare le sue rivelazioni, la sua visione di Dio e del mondo oltre la vita. Perché anche lui, Sebastian, soprattutto di notte, ha la sensazione di tornare a quei momenti nella bara, e vedere sprazzi dell’aldilà e dell’ingombrante, assoluta presenza dell’Altissimo – senza però riuscire a darne una forma perfettamente chiara.&lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;http://tbn0.google.com/hosted/images/c?q=4fb48badf16f1ef6_large&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; style=&quot;margin: 2px 0px 10px 10px; float: right; width: 120px;&quot; src=&quot;http://tbn0.google.com/hosted/images/c?q=4fb48badf16f1ef6_large&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Le sue ambizioni metafisiche metteranno però in pericolo la sua vita e soprattutto il suo matrimonio con Lotta: prima, spezzando la sua fiducia, e dando così all’agente Joseph Tinbane, vecchio amico di famiglia segretamente innamorato di lei, l’occasione di portargliela via; poi, cadendo nelle trame di Ann Fisher, la vorace pescatrice d’uomini inviata dalla Biblioteca, nella quale rivive la figura della donna forte, indipendente e anche un po’ strafottente della tradizione dickiana. E da metafisico, il dramma diventa esistenziale e troppo umano. E queste sono infatti le due diverse tensioni che animano &lt;em&gt;In senso inverso&lt;/em&gt;, e tendenzialmente la vita stessa di Dick: da un lato l’anelito alla rivelazione, al disvelamento di un significato ontologico dell’esistenza umana; dall’altro, il semplice desiderio di essere amato, di poter vivere accanto ad una donna che ricambi i suoi sentimenti. Dick scrive questo romanzo per progressivi ampliamenti, a cavallo tra il 1965 e il 1966, dopo la separazione definitiva da Ann e dopo essersi trovato una nuova, giovanissima moglie, la poco più che maggiorenne Nancy (e lui di anni stava per farne quaranta…!). Sono questi, quelli che Dick definirà gli anni più infantili della sua vita, passati tra coccole, giochi, serate con gli amici, disinteresse per le questioni economiche – che pure erano pressanti – e un aumento massiccio nell’assunzione di droghe e psicofarmaci. In questi anni Dick fa la conoscenza, tra gli altri, di un personaggio che gli ispirerà non soltanto il personaggio dell’Anarca Peak, ma anche il vescovo Archer protagonista del suo ultimo romanzo, &lt;em&gt;La trasmigrazione di Timothy Archer&lt;/em&gt;: James Pike. Vescovo della Chiesa episcopale assolutamente sopra le righe, filosofo e assiduo analista della Bibbia, convinto di poter comunicare con i morti, faceva continuamente pellegrinaggi in Israele, diceva che se non fosse nato cristiano, sarebbe voluto essere ebreo oppure zoroastriano, e aveva una relazione torbida con una donna (tutti motivi per i quali sarà infine espulso dalla Chiesa, poco tempo prima di morire alla fine degli anni Sessanta). James Pike fu determinante per l’evoluzione delle idee religiose e metafisiche di Dick, da qui fino alle esperienze VALISiane del 2-3-74.&lt;br /&gt;&lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://byfiles.storage.live.com/y1p83IhKWv6r0sHNqgdcMVMGqpgYYyc0zFDCNmyDMT6Uw1loNwGVbB4Fh2rf3BA4X5G&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; src=&quot;http://byfiles.storage.live.com/y1p83IhKWv6r0sHNqgdcMVMGqpgYYyc0zFDCNmyDMT6Uw1loNwGVbB4Fh2rf3BA4X5G&quot; style=&quot;margin: 2px 10px 10px 0px; float: left; width: 200px;&quot; /&gt;&lt;/a&gt;James Pike e Nancy rappresentano dunque i poli opposti tra i quali si destreggia il romanzo. Sul primo versante troviamo il tentativo di un redivivo, che ha visto la morte e ha visto Dio, di comprendere i misteri dell’assoluto e il ruolo dell’uomo nella creazione, e i tentativi di un altro redivivo di comunicarglieli. Ma si parla più del tentativo di ottenere questa rivelazione, che del suo contenuto effettivo. A corroborare questa sensazione sono le citazioni con cui inizia ogni capitolo, e che sono tratte dalle opere delle grandi figure della Patristica e della Scolastica medievale: Sant’Agostino, Boezio, Scoto Eriugena, Bonaventura da Bagnoregio, Tommaso d’Aquino. Queste citazioni convergono su pochi temi: la natura dell’uomo, il rapporto tra l’uomo e Dio, e la inconoscibile natura di Dio. Con qualche occasionale eccezione, di Dio si può dire solamente ciò che non è, e le citazioni contengono famosi esempi di teologia negativa. Ma soprattutto è a causa degli uomini, delle loro mire politiche e ideologiche su Peak, degli scontri fra le diverse fazioni, se le rivelazioni sono destinate a non giungere in porto e a restare nient’altro che allusioni e frammenti. Platone – che del resto Dick conosceva bene – affermava che l’anima, quand’è intrappolata nell’involucro del corpo, è troppo legata alle cose terrene per poter comprendere e accogliere in sé i misteri divini. Una simile sensazione rivive in questo romanzo, dove alla fine sembra davvero più importante la corsa alla salma, la contrattazione, il ricatto, che non la rivelazione che tutti attendono. L’unico spunto genuinamente metafisico e religioso, l’unica idea del senso della vita, è lasciata nella forma di una congettura, e sembra una prima formulazione di quell’idea dell’empatia che tornerà nei suoi romanzi successivi: un’idea secondo la quale dobbiamo autolimitarci nella nostra corsa all’individualismo, e imparare a saper essere ‘piccoli’, a occupare poco spazio perché altrimenti non ce n’è per tutti. Né si indaga mai realmente sul perché il mondo si muova al contrario, che d’altronde man mano che si procede nel romanzo perde sempre più d’importanza e finisce con l’apparire poco più che un pretesto letterario per giustificare e dare dei motivi all’indagine metafisica. La Fase Hobart non è coerente né comprensibile, perché non si capisce come mai alcune cose si riavvolgano e altre procedano ancora in avanti, e molte delle sue implicazioni rimangono poco chiare. A Dick queste cose non sembrano interessare granché.&lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;http://www.philipkdick.com/images_photos-xxxyyy/pkd-nan-isa.jpg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; style=&quot;margin: 2px 0px 10px 10px; float: right; width: 200px;&quot; src=&quot;http://www.philipkdick.com/images_photos-xxxyyy/pkd-nan-isa.jpg&quot; /&gt;&lt;/a&gt;D’altronde man mano che si va avanti e si entra nella seconda metà del libro, il piatto della bilancia pende sempre più verso l’altro polo, quello esistenziale, nella corsa di Sebastian dall’una all’altra delle figure femminili del romanzo. Sono fin troppo evidenti i motivi autobiografici che danno corpo alla storia, e Lotta e Ann Fisher incarnano chiaramente Nancy, la nuova, timida, bisognosa moglie, e Ann, la sua ex. Il conflitto centrale di &lt;em&gt;In senso inverso&lt;/em&gt; è forse proprio quello tra le due donne per il possesso di Sebastian – conflitto che avrà un esito comunque sorprendente, per chi volesse tentare un’indagine psicologica dell’autore. Sebastian desidera Lotta e l’amore remissivo che lei gli può offrire, e però non sopporta che lei faccia totale affidamento su di lui, perché questo implica che non può farlo lui su di lei; Ann al contrario appare come una grande e fiera madre alla quale abbandonarsi, e tuttavia, come tutte le grandi madri dickiane, è anche una donna fredda, egocentrica, che è davvero indipendente perché (apparentemente) impermeabile a qualsiasi relazione umana. La critica più grande che si può fare a questo romanzo è di non essere esso stesso del tutto autosufficiente, ma irrimediabilmente legato ai problemi personali di Dick; è un romanzo talmente autobiografico, in certi passaggi, da sembrare quasi più un diario intimo che non un’opera autonoma. L’impressione è quella di un potenziale capolavoro abortito, in cui tanti spunti, tante intuizioni vengono sollevate, ma nessuna condotta fino in fondo perché alla fine altro è quel che interessa all’autore in quel momento. Ci sono molte scene suggestive – su tutte la discussione teologica che segna il passaggio dalla prima alla seconda metà del libro – e un vasto assortimento di idee geniali, che però alla fin fine non si amalgamano in un tutto complesso, restano allo stadio di idea, e alla fine sono lasciate cadere. Si perde tanto, troppo tempo nella complicata e dopotutto secondaria rete dei complotti e delle alleanze, e solo nel finale (comunque buono) si tentano di recuperare i motivi iniziali e di dare un senso esistenziale complessivo alla vicenda. Il risultato è un romanzo bene o male interessante, ma buono più per segnare una ‘tappa’ del percorso letterario dell’autore, che come opera di per sé rappresentativa. Peccato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Voto: 7 ½&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A chi può piacere:&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;- A chi sia affascinato dal mistero della resurrezione.&lt;br /&gt;- Agli appassionati di scolastica medievale.&lt;br /&gt;- A chi voglia approfondire le beghe sentimentali di Dick.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;A chi può non piacere:&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;- A coloro che si attendono un pieno sviluppo del tema del ‘tempo che si riavvolge’.&lt;br /&gt;- A coloro che si aspettano un grande romanzo teologico.&lt;br /&gt;- A chi si domandi cosa c’entra ‘sta roba con la fantascienza.&lt;/p&gt;</content>
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        <title type="text">Lo spirito più elevato</title>
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        <published>2009-05-29T09:55:41+01:00</published>
        <updated>2009-05-29T09:55:41+01:00</updated>
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            <name>Tapiroulant</name>
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        <content type="html">&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;&lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://www.filmscoop.it/locandine/lospiritopiuelevato.jpg&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; src=&quot;http://www.filmscoop.it/locandine/lospiritopiuelevato.jpg&quot; style=&quot;margin: 2px 10px 10px 0px; float: left; width: 120px;&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Titolo originale: &lt;em&gt;&amp;#19968;&amp;#30058;&amp;#32654;&amp;#12375;&amp;#12367; (Ichiban utsukushiku&lt;/em&gt;&lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Regia: &lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Akira Kurosawa&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Sceneggiatura: &lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Akira Kurosawa&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Fotografia: &lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Joji Ohara&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Interpreti: &lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Takashi Shimura, Toshiko Hattori, Takako Irie&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Anno: &lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;1944&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Durata: &lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;90 min. ca.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sarà perché Kitsu mi manda quasi quotidianamente news sulla sua vita in Giappone, sarà perché grazie ai miei studi accademici sta nascendo in me un interesse antropologico verso le persone strane – ma in questi giorni ho proprio una voglia matta di giapponesi. E dopo la cocente delusione rappresentata per me da &lt;em&gt;Tokyo Drift&lt;/em&gt;, sentivo proprio il bisogno di rifarmi gli occhi con qualcosa di un po’ più ortodosso. Sicché mi son detto: “Beh, hanno inventato Akira Kurosawa apposta!”, e ho deciso di guardarmi un film di Kurosawa. Che almeno, quanto a fedeltà alla tradizione e allo stile di vita nipponico, non lascia adito a dubbi. Invece però che andare sull’ovvio, e prendermi uno di quei pluripremiati capitoli della sua lunghissima carriera artistica, tipo &lt;em&gt;Rashomon&lt;/em&gt;, o &lt;em&gt;I sette samurai&lt;/em&gt;, o &lt;em&gt;Dersu Uzala&lt;/em&gt;, ho fatto una scelta che forse una persona più ragionevole ci avrebbe pensato più volte – e mi sono guardato questo film che si chiama &lt;em&gt;Lo spirito più elevato&lt;/em&gt;. Ora, dovete sapere che &lt;em&gt;Lo spirito più elevato&lt;/em&gt; è una pellicola talmente scrausa, ma talmente scrausa, che nemmeno un dizionario del cinema serio come quello del Morandini si degna di recensirlo (e dire che &lt;em&gt;The Hitcher 2&lt;/em&gt; lo recensisce…!). E qualcuno, incuriosito, potrebbe domandarsi cos’ha mai fatto di male questo film per meritarsi un destino tanto crudele. La colpa non è di Kurosawa, poverino, che per girarlo aveva fatto del suo meglio: la colpa è della censura, e della propaganda bellica. Ebbene sì: perché &lt;em&gt;Lo spirito più elevato&lt;/em&gt;, seconda opera della carriera del regista, viene girata e distribuita nel 1944, cioè in piena Seconda Guerra Mondiale, e in un periodo tra l’altro tutt’altro che roseo per l’impero del Sol Levante. Gli anni ’40, è il caso di dirlo, erano un bruttissimo periodo per cominciare la propria carriera cinematografica. Già in condizioni normali i giapponesi sono degli stacanovisti che passano la vita ad ammalarsi per il superlavoro; figuriamoci poi in un momento di generale sconforto nazionale come quelli degli ultimi anni della guerra, quando ormai era chiaro che si perdeva e restava solamente da definire quando, e quanto ignominiosamente. Di conseguenza, il governo pretende propaganda a tutto spiano. Al povero regista che non s’è ancora fatto un nome e quindi non può rivendicare diritti né tantomeno una qualche supposta licenza poetica o libertà creativa, non resta che chinare il capo e cominciare a girare film su commissione dal contenuto massicciamente reazionario al ritmo di due all’anno. Per di più a basso budget (ma con elevate pretese), perché le guerre costano.&lt;br /&gt;&lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://i36.tinypic.com/5ma59j.jpg&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; src=&quot;http://i36.tinypic.com/5ma59j.jpg&quot; style=&quot;margin: 2px 0px 10px 10px; float: right; width: 200px;&quot; /&gt;&lt;/a&gt;La storia dietro la realizzazione de &lt;em&gt;Lo spirito più elevato&lt;/em&gt;, poi, è particolarmente divertente. &lt;em&gt;«Prima di cominciare a lavorare a questo film»&lt;/em&gt; racconta Kurosawa, &lt;em&gt;«avevo ricevuto una proposta dal servizio informazioni della marina. Mi chiesero se volevo realizzare un grosso film d’azione servendomi dei caccia Zero. So che gli americani chiamavano gli Zero ‘mostri neri’ e che ne erano terrorizzati, e dunque è probabile che la marina pensasse a un film di propaganda per infiammare lo spirito guerriero giapponese»&lt;/em&gt;. Kurosawa probabilmente avrebbe preferito suicidarsi piuttosto che ritrovarsi a dover gestire un film del genere; ma comunque gli andò bene, perché la situazione bellica giapponese peggiorò al punto che il governo non poté più rinunciare ad alcun caccia Zero per metterlo a disposizione del film. Il progetto iniziale fu dunque sostituito con uno nuovo, meno ambizioso: la storia di un gruppo di operaie di una fabbrica di lenti che, grazie all’eroica dedizione e ad uno sconfinato amor di patria, riuscirà a produrre il quantitativo di merce richiesta dallo sforzo bellico. E il rapporto con la guerra è diretto, perché le lenti prodotte dalla fabbrica andranno direttamente a installarsi nelle armi utilizzate dai valorosi soldati nipponici. Sì; sembra quasi una celebrazione del gagliardo spirito sovietico, e invece è propaganda fascistoide. Toh, le coincidenze della storia! Il film si apre sulla notizia, annunciata dal direttore della fabbrica, che a causa dell’intensificarsi della guerra la produzione della fabbrica dovrà aumentare: del 100% in più nel distaccamento maschile, e del 50% in più in quello femminile (le donne, si sa, sono fragiline). Al che le donne cominciano a lamentarsi. “Eh, mi rendo conto che per voi è dura” osserva l’alta dirigenza, “ma d’altronde in un momento come questo un sacrificio è inevitabile”. E le donne: “Ma no, che avete capito? Noi ci lamentiamo perché ci avete aumentato il carico di lavoro di troppo poco! Possiamo produrre almeno il 70, il 75% di più! Dateci questa opportunità, vi prego!”. E dall’alto della sua magnanimità, l’alta dirigenza accetta. Il film procede più o meno su questo tenore: diamo tutte noi stesse per il bene della nostra patria! Cosa potrebbe esserci di più bello?&lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;http://download.kataweb.it/mediaweb/image/brand_repnapoli/2008/05/15/1210864711456_021.jpg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; style=&quot;margin: 2px 10px 10px 0px; float: left; width: 200px;&quot; src=&quot;http://download.kataweb.it/mediaweb/image/brand_repnapoli/2008/05/15/1210864711456_021.jpg&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Ma la Toho (la compagnia cinematografica per la quale Kurosawa lavora) si rende ovviamente conto che un film, per scaldare gli animi, deve prima di tutto emozionare, e che quindi non si può girare una pellicola semplicemente celebrativa. Sicché, sul percorso delle intrepide operaie si frapporranno numerosi ostacoli e momenti bui, che faranno fremere lo spettatore sulla poltrona, e pensare: “Tutto è perduto!”. Alla più brava e solerte operaia del gruppo viene la febbre, e il padre preoccupato se la riprende a casa, strappandola all’intimità della fabbrica. Un’altra è deficiente e cade dal tetto, sfasciandosi qualche arto. Il gruppo ne esce molto demotivato! Il disegno animato di un grafico della produzione segna tutte le tappe di questo difficile cammino. E man mano che i mesi passano la situazione peggiora, perché le operaie sono sempre più stanche e frustrate – al punto che nasceranno fra loro, udite udite, dei litigi! Ebbene sì, rancore e invidia serpeggiano tra i banchi di lavoro. Il grafico della produttività scende, e l’alta dirigenza è preoccupata – non per ragioni egoistiche naturalmente, anzi è l’altruismo a muoverli! Temono infatti che se le donne non riusciranno a raggiungere la quota che loro stesse hanno voluto fissare, ne usciranno affrante e deluse, e non avranno più stima in sé stesse. Ma ci pensa la caporeparto, la leader di tutte loro, la giovane e ligia Watanabe, a salvare la situazione, appellandosi al buonsenso e alla ragionevolezza, chiarendo i malintesi (che alla fine è sempre colpa dei malintesi!) e facendo riscoprire alle sue fedeli sottoposte il valore della collaborazione. Fino al momento del sacrificio finale, tanto gratuito quanto – almeno nella mentalità nipponica – grandioso: a causa della stanchezza, Watanabe ha messo per sbaglio una lente difettosa insieme a tutte le altre. Resasi conto dell’errore, è corsa a riferire l’accaduto all’alta dirigenza, che prontamente, dall’alto della sua magnanimità, l’ha tranquillizzata: “Guardi, signorina, che comunque tutte le lenti vengono ricontrollate più e più volte prima di essere installate nelle armi! Non c’è pericolo per i nostri soldati”. “Ma no… ma no…” lamenta però la stolida operaia, “non posso sopportare l’idea che a causa di un mio stupido errore, i nostri soldati corrano un pericolo! No! Glielo devo, loro che combattono per noi!”.&lt;br /&gt;&lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://amighi.diinoweb.com/files/fin/ani-f-att-010107-291208.jpg&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; src=&quot;http://amighi.diinoweb.com/files/fin/ani-f-att-010107-291208.jpg&quot; style=&quot;margin: 2px 0px 10px 10px; float: right; width: 200px;&quot; /&gt;&lt;/a&gt;E su queste note, va a passare tutta la notte a ricontrollare una per una le lenti alla ricerca di quella difettosa. E quando finalmente, alle quattro di notte passate, la lente incriminata è finalmente ritrovata e lei, separatala dalle altre, può interrompere il lavoro e andare a dormire, chi ti incontra sulla soglia della sala di lavoro? I dirigenti, che per l’angoscia e la preoccupazione gonfi nei loro cuori, erano rimasti alzati in piedi ad aspettarla; e adesso le cingono le spalle con una giacca – ché fuori fa freddo – e salutano il suo eroico gesto con parole del tipo: “Bisogna spingersi fino allo stremo delle forze, per conoscere i propri limiti”. E aggiunge: “Adesso vada a dormire, signorina Watanabe, che domani deve alzarsi presto…!”. Eh! Eh! E se credete che sia finita, vi sbagliate di grosso. Perché non appena Watanabe ritorna al dormitorio, trova tutte le altre ragazze in piedi alzate che la aspettavano, per celebrarla e gioire della sua abnegazione. Insomma, facendo un bilancio del fatti: questa qui, per un servizio completamente inutile e non richiesto, fa stare in piedi praticamente tutta la fabbrica, quando due o tre ore più tardi dovranno di nuovo essere sveglie, belle toniche e pimpanti per cominciare una nuova giornata di lavoro. Cioè, un genio. Ma il film sorvola su quest’aspetto secondario, mettendo in rilievo solamente quello spirito di sacrificio che è il (meritatissimo) vanto dei lavoratori giapponesi. Né questo è l’unico momento involontariamente esilarante della pellicola. In un altro passaggio, una ragazza fa di tutto per nascondere a Watanabe di avere la febbre; e quanto questa lo scopre, lei si getta in ginocchio e in pianto, scongiurandola di non dire niente, perché se si venisse a sapere, lei verrebbe – ORRORE SUPREMO! – esentata dal lavoro fino a che non si fosse ristabilita! Ma lei non vuole essere una parassita! Lei vuole aiutare tutte le altre a raggiungere la quota!! Che pathos! Il film è più o meno tutto così (dunque le riserve del Morandini sono in qualche modo giustificato).&lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;http://img81.imageshack.us/img81/2898/manchukuo011gl6.jpg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; style=&quot;margin: 2px 10px 10px 0px; float: left; width: 200px;&quot; src=&quot;http://img81.imageshack.us/img81/2898/manchukuo011gl6.jpg&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Aldilà dell’indubbio divertimento che ogni sano film di propaganda dei bei tempi quando Hitler calcava ancora questa terra e Hirohito era ancora un figlio di Dio procura, devo però ammettere che &lt;em&gt;Lo spirito più elevato&lt;/em&gt; offre anche l’occasione per riflettere sulle caratteristiche peculiari della società giapponese. Di questo film si è detto – ebbene sì, qualcuno ne ha parlato! – che è il più giapponese di Kurosawa, e che per questo può risultare incomprensibile ad un occidentale. Ora, se sia il suo ‘più giapponese’ io non lo so; posso però dire che, pure a qualcuno abituato alla logica dei film propagandistici, questa pellicola potrà apparire a più riprese fin troppo esagerata, fino a scadere nell’improbabile: troppa è la loro abnegazione, troppo il loro entusiasta annullamento individuale nel lavoro e nel sentimento collettivo. E tuttavia nulla di quanto accade nel film dev’essere parso improbabile al pubblico di quegli anni. I due ideali complementari dello spingersi sino allo stremo delle proprie possibilità per realizzare il proprio sogno, e della coincidenza di questo sogno con il benessere della propria comunità (tutti sintetizzati nel gesto finale della Kawabata), li ritroviamo riproposti identici ancora oggi nella letteratura di matrice nipponica, e pure in quella più &lt;em&gt;pop&lt;/em&gt; e giovanile, da &lt;em&gt;Dragon Ball&lt;/em&gt; (in modo più pecoreccio) a &lt;em&gt;Naruto&lt;/em&gt; (in modo più serioso). Altro motivo d’interesse è il ruolo fortemente secondario della donna in Giappone. Quando all’inizio del film le operaie chiedono di poter produrre il 75% invece che il 50%, per non essere da meno degli uomini, specificano però di non osare chiedere un aumento superiore perché, spiegano: “Non osiamo pensare di saper fare bene &lt;em&gt;quanto&lt;/em&gt; gli uomini”. Questo le porrebbe infatti su un piano di parità rispetto al sesso maschile, il che è comunque inaccettabile. Ancora più interessante è scoprire che per il Giappone in guerra, la famiglia e il volere del proprio padre viene comunque prima del lavoro e dell’impegno sociale: la ragazza ammalata deve accettare di tornare al proprio villaggio nonostante vorrebbe restare in fabbrica, per non contravvenire all’autorità paterna. E quando le operaie decideranno di riprendersela, non potranno far altro che tentare di convincere il padre che lasciarla lavorare per il bene comune è la migliore cosa possibile.&lt;br /&gt;&lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://www-cgsc.army.mil/carl/resources/csi/drea2/images/001.jpg&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; src=&quot;http://www-cgsc.army.mil/carl/resources/csi/drea2/images/001.jpg&quot; style=&quot;margin: 2px 0px 10px 10px; float: right; width: 200px;&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Il motivo della terra e delle origini è molto sentito nel film, e serviva probabilmente a suscitare l’empatia di tutte quelle ragazze di campagna che, nella vita vera, erano venute alle città (o erano &lt;em&gt;state fatte venire&lt;/em&gt;, chi lo sa) per collaborare allo sforzo bellico. Tutte le operaie del film vengono da paesini sperduti, e il loro rapporto con la casa natale è simboleggiato dal fatto che ciascuna di loro si è portata da casa una zolla di terra. Le zolle di terra sono state ammonticchiate in un giardino fuori dalla fabbrica, cosicché qualora lo desiderino, le ragazze possono andarci e sentirsi di nuovo a casa – cosa che verrà effettivamente fatta per dirimere un alterco in un momento chiave del film. Le zolle di terra segnano il legame tra la vita nella fabbrica a cui la guerra costringe e la vita abituale nel proprio linguaggio, spiegando allo spettatore l’importanza che il lavoro sociale ha non soltanto per il governo, ma per tutte le genti del Giappone. Ma dicevamo che a Kurosawa, in fondo, era andata bene a poter girare un film così invece che uno sui caccia Zero. Questa ambientazione permette infatti al regista di soffermarsi su ciò che gli interessava di più, ossia la vena psicologica dei personaggi, la loro intimità. Il fatto poi che protagoniste della storia siano delle donne permette a Kurosawa più libertà in questo senso, perché si sa che le femmine sono più emotive e volubili (difficilmente la Toho avrebbe accettato senza proteste un pari sentimentalismo con un cast maschile). Spicca tra tutte la già citata scena finale in cui Kawabata si mette nel cuore della notte a ricontrollare, una per una, tutte le lenti della giornata. Ricorrendo a una sequenza di primi piani sul viso disfatto dalla stanchezza e dalla fatica della donna – una tecnica che avrebbe riutilizzato poi in molti altri film – Kurosawa riesce a rendere alla perfezione il suo stato emotivo, tanto che persino io per un momento ho scordato la ridicolaggine di fondo di tutta la situazione. Non è un film che in tutta onestà mi sentirei di consigliare; ma, in qualche maniera un po’ strana, può anche essere interessante.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Voto: 6 ½ &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A chi può piacere:&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;- A chi si esalta con i film di propaganda.&lt;br /&gt;- A chi pensa che i giapponesi la guerra meritavano di vincerla.&lt;br /&gt;- A chi sia incuriosito dallo spirito di abnegazione giapponese.&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;A chi può non piacere:&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;- A chi si aspetta di trovarci una libera espressione delle idee di Kurosawa.&lt;br /&gt;- A chi guarda i film per la sostanza e non solo per la forma.&lt;br /&gt;- Ai liberali.&lt;/p&gt;</content>
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