GIORNI STRANI
Vita di comunità: mai come ora dobbiamo fare appello a ogni nostra singola cellula. E' giunto il momento di imprimere una violenta accelerazione all'intelligenza della nostra specie, come una frustata di tramontana: l'occhio non sarà occhio e la mano non sarà più mano, negli anni venturi.
Creato da sergioemmeuno il 22/04/2011Per chi entra in Giorni Strani: ogni blog è tutelato dalla legge 675 del 1996 sulla tutela della privacy e dalla sua estensione, avutasi con il Decreto Legislativo N° 196 del 30/06/2003, nonché dalle norme costituzionalmente garantite al nome, alla persona, all’immagine e all’onore. Pertanto i testi pubblicati in questo ambito non possono essere utilizzati senza il mio permesso, pena la denuncia alle autorità competenti. Direttiva 2001/29. Grazie.
Poll: Come tendenza generale, con quale fascia di età/sesso abbiamo una comunicazione più efficace e piacevole?
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Personaggi e fatti
Il nome e cognome dei personaggi appartenenti ai racconti e ai tag "frammenti di scrittori in erba" e "il mio romanzo", come pure i fatti narrati, sono frutto della mia fantasia.
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Arrivo a Torre Angela dal carrozziere, tutto sommato una persona non all’altezza della nomina della fauna di quella zona… Quando ripasso allora a prendere la C2?
Poi a bordo del bus 20, lungo Via Tor Bella Monaca, non proprio quartiere residenziale… Facce segnate e folate di fior d’ascella sul 20. In compenso c’è la classica donna – forse quarantenne – con capelli castani e lunghi che non è niente male, tratti del viso per tre quarti mediterranei e per un quarto esotici.
A sfilare: palazzi di cortina con cornicioni scrostati, grigi parallelepipedi verticali da dodici piani con loculi a posto dei balconi; giungla sulle piazzole e ai bordi della strada; la chiesa futurista. Ma l'Ottimista non patisce tale degrado e indica la strada: <<Si può ripartire da qui>>. Quindi si scorge un grande cubo con strisce di vetrate che danno sul verde acqua o giallino: è il noto complesso universitario di Tor Vergata. Scendo al capolinea e poi via di corsa sulla Metro A verso Termini e poi verso Rebibbia.
Adoro salire sulla Metro, forse perché non lo faccio spesso… C’è quella strana situazione forzata di anime che non si conoscono e non si conosceranno mai, ma che, in quei frangenti col sottofondo di bambagia del treno che perfora i sotterranei, sono più intimi e indiscreti di altre persone che si vedono tutti i giorni; e questo vale soprattutto per coloro che si fanno i cazzi degli altri, e scrutano, e sbirciano il libro o il giornale non loro, e provano il piacere di strusciarsi castamente alle carcasse altrui e inalare i loro odori… feticisti metropolitani!
E poi quella salita sul nastro mobile verso la luce che, più di una volta, titilla una mia follia… e sì eh… perché prima o poi lo farò: urlare in mezzo alla folla lobotomizzata che sale: <<Hop hop hop, forza su! Sveglia! Muovete le chiappe dai… panine birre cochi!>> Giusto per destarli dal torpore, ahaha… Abbiate pietas… la stanchezza c’è e si sente… Certo, l’immagine di quella folla che sale, in modo ordinato e passo cadenzato – col volto in avanti e verso l’alto –, su scale mobili e scale normali, mi dà l’idea di un’immensa squadra suburbana di nuoto sincronizzato…
Buenas noches che è meglio!
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Torturato dalla comunicazione a distanza fra due merli – incessanti fischi flautati –, Nero riemerge sudato dai flutti della memoria e tira su la serranda in direzione est, piacevolmente sferzato dai raggi morbidi mescolati al pulviscolo. Sarà perché il primo giorno è stato quello dell’ambientamento, tant’è che il Santa Teresa della mattina è uno spettacolo, col vasto giardino che s’interpone fra la struttura e il padiglione che ospita tutte le attività ricreative che serviranno a coloro che hanno deciso di affrancarsi dalle catene di un sesso malato. L’Istituto è decisamente all’avanguardia da decenni, e pazienti e familiari sono disposti a sborsare fior di quattrini. L’uomo si poggia sul davanzale con intenzioni chiare: si è messo l’anima in pace e approfitterà di queste due settimane per tirare il fiato, scollegarsi dalla vita convulsa, zeppa di sopralluoghi per le analisi di acque reflue e potabili nell’hinterland milanese, e di reti di contatti con intermediari e affaristi vari senza scrupoli e leader d’ogni sorta senza una patria. Del resto, una sua dote dominante è sempre stata questo riuscire ad adattarsi a qualsiasi circostanza; a tal punto che Eva – forse la sua donna più importante – lo etichettava affettuosamente “uno zingaro dell’anima”. Ai bordi del rettangolo verde, gli oleandri sotto il sole ostentano corolle bianche e di color albicocca. I tubi gialli e fucsia delle belle di notte – che hanno invaso anche gli spazi delle altre piante – ora sono chiusi; al calar del sole, le tiranne si apriranno diffondendo tutt’intorno quell’irriconoscibile fragranza di miele speziato, in modo da accogliere con voluttà le falene dalla lingua avida di nettare. Più in là, svettano orgogliosi ibischi screziati, delicate passiflore e buganvillee violacee. Lui non ha alcuna intenzione di radersi, si trova a suo agio con questa barba scura che sta avanzando su quel volto maschio, quasi a voler celare i pensieri più intimi, adesso che un nuovo e stravagante gioco – che impiega a règime neuroni e sollecita all’estremo i nervi – sembra sia iniziato. Vede una coppia sulla panchina lontana, sicché il pensiero, latente ma pronto sempre a manifestarsi al minimo dettaglio, ritorna di nuovo lì: la sua fatona Sabri.
Prende lo smartphone che gli ha prestato Franco, e lascia alla sua azienda un messaggio in segreteria: starà fuori per almeno due settimane. Quindi, affare molto più serio, si mette in contatto con il suo fedele vice del Fronte Popolare. <<Goz, giorno, eh! Come stai.>> <<Io? Aha, gringo, ma tu che fine hai fatto… È da ieri che sto cercando in tutti i modi di…>> <<Ehi, bloc-ca-ti.>> <<… dirti che dobbiamo sollecitare i fratelli di Asunciòn…>> <<Goz caro, cribbio! Reset! Ci stai con la zucca?>> <<Cosa c’è…>> <<Ascoltami con attenzione. Sono ricoverato vicino Roma, ne avrò per due settimane, un vecchio guaio al ginocchio.>> Nel frattempo suonano alla porta della stanza. <<Non sapevo soffrissi alle ginocchia…>> sussurra esitante il compare. <<Goz, non sono un highlander. Apri le orecchie, per Dio.>> Pausa per raccogliere le idee. <<Telefona a Londra, segui tu il ferro e il bicarbonato, kappa?>> Un mugugno dall’altra parte della cornetta. <<Bene, chiamami solo per cose estreme>>, risuonano alla porta con ostinazione. <<Posso aver diritto anch’io a un break? Ora scappo. Bye.>> Il tempo di aprire ed Emanuele si trova di fronte un uomo mulatto non molto alto, ma dall’aspetto assai atletico e dalle spalle scolpite, con le treccine e con gli occhi alquanto eccitati. Mentre parla saltella, ondeggia e muove le braccia nello spazio come un cantante rep. Uno spasso. <<Piacere, sono Jean Pierre le Brux!>> La sua erre arrotata è marchio inequivocabile di origini coloniali francesi. <<Jean Pierre? Non mi è nuovo il tuo nome...>> Una risata sguaiata. <<Sono famoso, eh?! Forza su! Colazione al bar e poi vieni con me nella sala fitness, il gruppo A ci aspetta, ehe. Faremo grandi cose insieme.>> <<Olimpiadi in vista?>>
Cap 34: http://blog.libero.it/GIORNISTRANI/12098646.html
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Adesso la vede nitidamente in pieno volto, con quell’espressione corrucciata che parte dalla fronte e termina superba nelle labbra assottigliate e scomparse, tipica di quando è nella fase antecedente all’estasi, ossia è sul punto di rinvenire quella chiave di svolta che le consentirà poi di liberare, in pochissimo tempo, tutta l’energia del proprio pennello, esasperando la cosiddetta arte naif. Samara impara a utilizzare pochi ma accesi colori, vomitando non poco sarcasmo nei confronti dell’architettura industriale; dà rilievo a colline luminosissime, a sterminati viali alberati e ai fiumi lindi che squarciano verticalmente la tela. La consapevolezza dell’amor devoto per lei, ed ecco riemergere quel ricorrente senso di colpa: col padre non è riuscito mai a sciogliersi in una risata fragorosa; in un guancia contro guancia; in una confidenza sui propri amori in erba; in una passeggiata al grande mercato coperto di Budapest, il Nagy, scrutando i tanti pesci colorati del piano seminterrato e trangugiando salami e strudel. È sempre stato frenato con lui, e non si può certo dire che Gábor stesse spesso fuori di casa, né che fosse un uomo apatico, algido e privo di interessi: la verità è che l’uomo ha sempre puntato tutto sulla figlia maggiore, Greta, ed Emanuele negli anni si è lacerato in silenzio chiudendosi a riccio. E quelle poche volte che il ragazzo si avvicinava al padre, magari nel tempietto profano del calcio dell’Honvéd o della pallanuoto – nei tempi dell’adolescenza –, la donzella provvedeva alacre a rifarsi sotto e richiamare in toto l’attenzione paterna, esibendo i brillanti risultati scolastici, sciorinando carezze e lusinghe e confidenze a ripetizione, come un collaudatissimo protocollo di seduzione da femmina già pronta per il mondo e la vita. E altroché se avrebbe fatto strada nella vita, Greta, dall’ambito della famiglia al lavoro. Altroché. Nome fortemente voluto da lui, perdutamente perso per la divina Garbo, nonché amante delle operette di Erkel e delle melodie della tastiera di Liszt.
Spesso un legame di coppia si logora come una piccola fenditura invisibile che si apre nei metalli: non si vede, ma – non è dato sapere quando – potete giurarci che prima o poi farà cadere a pezzetti l’intera struttura. Incomprensioni su sciocchezze, momenti di assenza alle parole dell’altro, mancanza di interesse, interessi diversi, frasi affilate e frasi abortite, promesse scadute come il latte nel frigorifero: tanti piccoli sintomi di cui se ne bea, da spettatore cinico e ruffiano del Tempo, il Re del quotidiano. Negli anni Nero ha elaborato una propria idea: la rottura dei suoi non è avvenuta giorno dopo giorno come nei metalli; si amavano alla follia, lei lo aveva sempre seguito fra Europa e Africa mediterranea nella carriera diplomatica; lui stesso la incoraggiava nell’attività artistica, organizzando in prima persona le mostre, e sfruttando le numerose conoscenze degli addetti ai lavori – critici, giornalisti, promoter, galleristi e cultori del genere –, per darle visibilità, per infonderle quell’autostima di cui era carente. Poi, a un certo punto, le consigliò di osare ancor di più nei suoi dipinti a olio, andare fuori dai canoni e dare alla luce una nuova tendenza: da lì a breve il successo – invero inaspettato – sarebbe arrivato, sotto l’enigmatico nome d’arte Samara, di cui nessuno ne ha mai capito l’origine. Curioso il giro di energia all’interno della famiglia: l’ambasciatore inoculava fiducia e indicava alcuni riferimenti di vita alla figlia e alla madre, che a sua volta trasmetteva il proprio amore, e una certa qual sensibilità e idealismo ad Emanuele. Ma ereditando il pacchetto materno completo, Nero si è ciucciato anche le insicurezze e quella smania di ambizioni e sfide forti, spesso oltre le proprie possibilità. Una vita da funamboli, la loro. Fra Orny e il Dottor G – così scherzosamente amavano soprannominarsi –, deve essere accaduto qualcosa all’improvviso, un episodio choc, di cui probabilmente non saprà mai nulla. Il pensiero di Greta era invece agli antipodi: la madre aveva desiderato staccarsi perché era stanca di essere un rimorchio della vita di lui; frequentare sempre le stesse persone conosciute grazie a lui – amministratori locali e diplomatici, musicisti eruditi, titolati enogastronomi; dopo tanto girare, vivere in un paese che non se lo era mai sentito sulla pelle, per quanto ci avesse provato a immergersi nella cultura magiara sullo sfondo delle danze di corteggiamento dell’incalzante cialda e delle sbronze di tokaj, delle operette e dei concerti, dei pomeriggi con le amiche fra i marmi e le sete della pasticceria Gerbaud; per ultimo, il dover imparare anche a cucinare i piatti locali nelle adunate dell’alta società, alla faccia del risotto allo zafferano e dell’ossobuco. Può darsi che la ragazza ne sapesse qualcosa di più del fratello. Quando dal giorno alla notte i due decisero di lasciarsi, nel ventre dei rampanti anni Ottanta, Emanuele seguì la madre nella sua città nativa, per l’appunto Milano; invece la sorella rimarrà ancora per un po’ a Budapest, che che già da un decennio e mezzo – assieme all'intero paese – stava timidamente aprendosi agli investitori occidentali.
Scorre la scena di quel giorno, adesso. È un giorno di maggio ventoso e piovoso, nella sala della loro sfarzosa residenza che domina da un colle il bel Danubio. <<Ragazzi, vi vogliamo un bene immenso>>, dice la madre. <<Vero… vado io, cara?>> aggiunge Gábor con tono basso. <<Che aria da chiesa, oggi! Che succede?>> ride impudente Greta. <<Ragazzi, io e mamma ci separiamo. L’affetto rimarrà sempre… ma prenderemo due strade diverse…>> misura le parole il signor G., cercando di arrivare subito al sodo. Un silenzio surreale, la zuppa di pesce con cipolle e paprica nel piatto sembra uno stagno di speranze e giornate di gioia che vanno in putrefazione, mentre fuori il rintocco della pioggia sulla pregiata finestra di rovere accelera e si sentono i rumori di lamiere che si accartocciano e i cani inveiscono e i motori di camioncini malandati scoppiettano: ogni rumore o immagine o parola attorno a loro due sono indeterminati, generano incredulità su spaesamento che sorvola l’ampia sala saturando l’aria. <<Ragazzi, così abbiamo deciso.>> Palmi delle mani di Gábor aperti. Una liturgia. Chissà cosa gli passa per la testa.
È l’unica volta che Greta si rifugia nella radura del petto del fratello, in preda alle convulsioni, e non lo farà mai più, nemmeno solo a parole; e Nero rivive sempre tutta la scena, frame per frame, ogni benedetta volta che incontra una famigliola spensierata al luna park o da Mc Donald’s. È proprio vero: quando la sventura si sovrappone alla fortuna che si è cristallizzata negli anni, e di cui ci si è dannatamente assuefatti, l’effetto è devastante. Ogni aspetto si moltiplica, il tintinnio beffardo dei bicchieri di cristallo di Boemia e delle posate d’argento sulle porcellane e l’inutilità di quei vasi e statuette Zsolnay e i fruscii immaginati dei tendaggi di seta; tutto in quella elegante sala. E ognuno ne uscirà fuori armato di tutta la propria solitudine. Perché anche la solitudine può essere forza. ------------------------------------------------------------------------------------------------ Parte 33: http://blog.libero.it/GIORNISTRANI/12093319.html
p.s. La tela raffigurata Lavori in campagna è di Cesare Marchesini, pittore naif di Monza.
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Quarto Piano, il livello degli ospiti. Appena un livello sopra si trova la guglia dove alloggia Lucrezia Delle Rucole. Emanuele inserisce la carta magnetica nella fessura del box della sua camera, si toglie gli abiti da dosso, si dà una sciacquata alla faccia sotto l’acqua non fresca del rubinetto, presumibilmente acqua con tracce di arsenico; finalmente prova ad accendere il sofisticato climatizzatore della Daikin, che però non da alcun segno di vita; quindi spalanca la finestra lasciando la serranda impolverata abbassata, riprova a riavviare il Daikin bianco che si ostina a non ricevere alcun comando: dentro il telecomando non ci sono le pile: l’impeto di frantumarlo contro il pavimento è troppo forte, sicché lo scaraventa sul letto. Poi un sordo tonfo e il vortice del mondo dei sogni.
Ci sono tantissimi corridoi larghi non più di un metro, con almeno un palmo di acqua scura ai piedi sulle cui piante si appiccica la melma del fondo, e ricoperti da arbusti di color rame. Una fittissima rete, sui cui lati vi sono diverse porte che Nero inizia ad aprire una dopo l’altra. Quasi due decenni, che sono stati consumati come il pasto frugale del pendolare che azzanna un paio di panini alla stazione. Vede Eva, la sua prima donna con cui convisse a Milano per ben cinque anni, in un attico che dava sul Parco delle Cave, quando lui aveva iniziato a lavorare in un’azienda dopo essersi laureato in biologia alla caotica Università Statale. La Milano da bere ha lasciato campo alla Milano massacrata dall’ondata di tangentopoli e poi alle spinte federaliste delle emergenti forze della Lega Nord, di cui lei era tesserata; ma nonostante ciò Emanuele non cambierebbe mai con le altre questa città, che mantiene una propria identità e vitalità anche nei continui cambiamenti: per ultimo, il tempo incerto e fosco del post-terziario. Scorge Eva mentre sta leggendo un voluminoso libro della Modignani, sullo sfondo c’è una pesante tenda rossa e ai lati un’ordinatissima scaffalatura in acciaio. Lei era tremendamente intelligente – una commercialista assai attiva –, che condivideva con lui diversi interessi, ma come le donne impegnate su mille fronti, assai intransigente e pressante su molte cose: in primis la pulizia della casa, dalla cura maniacale dei bagni a ogni oggetto assegnato al proprio posto; e poi la vita stessa era tutta programmata senza varianti sul tema: delle ferie estive si sapeva già ogni dettaglio e itinerario il mese di gennaio… Il fatto curioso è che quel ventennio in più di lei, che sulle prime era stato una potente sorgente di amore – probabilmente un colmare la lacuna materna, in lui, e un riempire la mancata maternità, per lei –, nello scivolare degli anni si sarebbe rivelato un boomerang: troppa gelosia da parte della donna, che non tollerava i successi di Emanuele nei rapporti variegati col mondo femminile; troppa prudenza e rigore, per quanto legittimi, che la portava a non accettare la sua attività-ombra fatta di contatti e telefonate e quella valigia nervosa pronta a decollare per Londra, Budapest o Sofia. Forse, chissà, in quegli affari tutt’altro che chiari e leciti, c’era anche la paura spropositata di perderlo. Non è stato un legame privo di gemme, tutt'altro. Adesso Eva posa con grazia il romanzo, e inizia a condire e infornare il solito pollo alle mandorle il cui semplice odore, oramai, lo spedisce nel limbo dell’abitudine e di un disgusto appena accennato: due massicce ruote dentellate che cigolano e girano viepiù a fatica.
Accosta la porta, mentre Eva giocherella dolcemente con una frezza scura, e ne riapre subito un’altra. Indaffarata in un caotico atelier, così diafana nella carnagione e curva fra vasi, statuine e piccoli oggetti etnici che lavora, riappare Marta l’ “alternativa”, vegetariana dell’ultima ora e amante del mare dell’inverno. La conobbe nel quartiere di Brera, a un mercatino, dove lei maneggiava fra borsette contraffatte di Prada e Louis Vuitton; contraffatte solo nella firma, perché per il resto erano del tutto uguali alle sorelle maggiori. Lui l’aveva invitata a prendere un Negroni sbagliato e da lì era scoccata la scintilla, sicché in quattro e quattr’otto andò a convivere in un piccolo appartamento a Brera che lei aveva fortunatamente ereditato da una zia. Una convivenza di tre anni, una donna agli antipodi della prima, e un’altra fumata bianca: Marta era nient’altro che la naturale e inevitabile scelta compensativa al rapporto strutturato e rigoroso con Eva; ma come nella prima liaison, anche stavolta c’era stato un lasciarsi senza zuffe e litigi, quasi indolore. E anche stavolta, Emanuele si era riparato codardamente per un fine settimana nel quartiere di Isola, fra le anse morbide e riparate dell’amica di sempre: Lory.
Esce e ritorna a sguazzare nel labirinto con i piedi nudi nell’acqua fangosa, e dischiude con pudore un’altra porta: c’è l’architetto Lory, in tutta quella maestosità espressa orgogliosamente da spalle massicce e seno abbondante che, schiacciandosi sul mastodontico tavolo da disegno, sgocciola liquidi pungenti come nei tempi migliori. E poi quei riccioloni scuri, a volte disordinati, che non le sono affatto disdicevoli e sono in linea col carattere operaio del suo quartiere. Conosciuta ai tempi dell’Università, i due si sono sempre voluti bene e cercati con costanza, a dispetto delle donne di lui e degli uomini di lei; negli anni si sono confessati su tutto, a volte con un certo pudore; quando l’uno era in una fase depressiva, l’altro era sempre pronto a ospitarlo e consolarlo, come un distributore automatico di affetto a gettoni. Un’”amicizia amorosa”, l’ha battezzata a un certo punto Nero. E forse il segreto di tutto sta proprio in questo non voler mai condividere lo stesso tetto, con la certezza saputa ma sempre taciuta che la convivenza altererebbe il meraviglioso gioco a elastico di un simile rapporto. Viene anestetizzato dalle folate di mandorla e vaniglia del suo Heliotrope, adesso, che colonizzano le sue narici infondendogli entusiasmo: come quando, nei pomeriggi anonimi e uggiosi, si rintanano al cinema Don Bosco in via Gioia sparandosi due film di seguito, ordinano i kabab iraniani, sorseggiano il dough e poi fanno all’amore in tutti i modi per tutta la notte. Lei sì che capisce, come nessun altra, i suoi ardori e voli pindarici per coordinare e finanziare la conquista dell’autonomia delle comunità minori, che lo portano, non di rado, a situazioni ad elevato rischio.
Quindi accede in un’altra stanza e si trova di fronte, dopo molto tempo, colei che gli ha donato la vita e da cui, una volta maggiorenne, ha deciso di ereditare il cognome: Ornella, immersa nei colori delle sue tele naif e nell’esalazione dell’acquaragia e dei colori a olio. Si faceva chiamare Samara… -------------------------------------------------------------------------------------------------------- Parte 32: http://blog.libero.it/GIORNISTRANI/12081350.html
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Post n°836 pubblicato il 09 Maggio 2013 da sergioemmeuno
Giorno a tutti. Oggi vorrei rifare due chiacchiere con gli uomini, che, notoriamente, sono riluttanti ad affrontare argomenti sull’intimità, i sentimenti e la sessualità. Vorrei dire la mia su un flagello che imperversa sul pianeta-uomo: l’eiaculazione precoce. E sì, grande spauracchio, alzi la mano chi non lo ha subito almeno una volta, se non di più, nella vita; ne stavo parlando proprio giorni fa con alcuni uomini. Da anni di ricerche, è emerso che, mentre all’inizio la donna si mostra comprensiva, col passare del tempo la pazienza viene sostituita dalla frustrazione e dell’aggressività. Si entra così in un vortice senza fine: i continui rapporti infelici generano stress da prestazioni, e, per l’uomo, dover godere di un qualcosa di meravigliosamente piacevole diventa un globo sulle spalle.
È opinione diffusa che l’uomo, con l’esperienza e gli anni, riesca a sapersi gestire nell’eiaculazione e quindi ad “aspettare” la propria compagna sulla soglia del piacere. All’atto pratico, però, escono fuori tutti i ritmi convulsi della società attuale, in cui stress, traffico, cattiva alimentazione, ansia e mille attività la fanno da padroni; si aggiunga poi il lavoro e il tempo dedicato ai figli. Insomma, l’uomo col passare degli anni diventa sempre più un “centometrista dell’amore”. Innanzitutto bisogna subito sfatare un luogo comune: il criterio della definizione dell’eiaculatio praecox non può tenere conto del tempo né delle spinte coitali né del raggiungimento del piacere del nostro partner (nel senso che questi sono solo gli effetti), piuttosto deve basarsi sull’incapacità di controllare in modo volontario il riflesso eiaculatorio dopo che si abbia raggiunto il livello di eccitamento nel plateau (fase di “rialzo” dal normale).
Ora, tralasciamo la tipologia primaria e concentriamoci su quella di tipo secondario, ossia quando la disfunzione è subentrata in un secondo tempo del nostro arco di vita. Scartando quei casi in cui si rende necessario un approfondimento medico, in quanto potrebbero esserci cause organiche (urologiche, neurologiche o per assunzione di farmaci), bisogna comprendere gli aspetti mentali, perché sono questi a incidere nel 90 % dei casi. Chi studia la eiaculatio praecox sa benissimo che anche la dimensione della sessualità maschile non è così semplicistica da rappresentare. Macchina complicatella, il corpo umano… Alla base della psicologia dell’eiaculazione precoce, c’è il tentativo dell’uomo di difendersi dalle intense sensazioni erotiche legate all’orgasmo. Quindi gli uomini riescono comunque a partecipare alle fasi preliminari dell’amore, ma poi, nel rapporto stesso, non riescono a controllare il proprio piacere. Problemi dell’infanzia, conflitti col sesso femminile o addirittura con la propria compagna, e la già citata ansia di prestazione ridondante: sono tante le concause di tipo mentale che agiscono subdole.
Ordunque, ai punti che affrontai nel vecchio post di maggio 2012 (evidentemente il mese è propizio), frutto anche di esperienze personali, ne ho aggiunto un sesto, dopo aver seguito un programma tv di medicina:
1) Ci sono molti rimedi naturali di buona efficacia, che in sostanza vanno ad agire sul livello di serotonina: la rodiola e la pappa reale. Una citazione poi al rinomato ginseng, che oltre a essere vasodilatatore è anche un rinvigorente, e può risultare molto utile pure a voi donne, in quanto, combattendo lo stress, riduce e manco poco il calo della libido. 2) Bisogna essere in sintonia col proprio partner, al bando competizioni, rancori e sciabolate: un buon rapporto sessuale, paradossalmente, inizia al di fuori delle lenzuola… 3) Amoreggiare con regolarità… se lo si fa una volta al mese o ancor più di rado, noi maschietti rischiamo di divenire tutti dei Bugs Bunny. E, mi sia consentita la battuta sdrammatizzante, ehi! non voglio essere un cartone animato, miei signori. 4) Occhio alle apnee notturne, che possono essere rilevate con l'apposito esame della polisonnografia. Possono incidere non poco sulla disfunzione e perfino sull'impotenza.
E ora occhio ai punti 5 e 6, da tenere a mente:
5) Durante un rapporto intimo, un tipico errore di noi uomini è il concentrarsi solo sul nostro strumento. Invece, nell’atto amoroso dobbiamo acquistare la percezione dell'intero corpo, ossia far lavorare tutti i nostri muscoli e nervi, coinvolgendoli in una lotta con la nostra compagna. Sfruttare le braccia e le spalle, cambiare posizione, fermarsi col bacino per poi modulare le nostre spinte, ovviamente, il tutto in sintonia con l’Altro. Ne saremo felici noi e naturalmente… un largo sorriso plasmerà la bocca della nostra compagna. Si obietterà che si trasforma l’atto del’amore in pura ginnastica, ma ciò, a mio avviso, può divenire un valore aggiunto, beninteso, se c’è sentimento e/o passione. 6) Infine, c’è un importantissimo e facile esercizio che noi maschietti possiamo fare quando andiamo a fare i bisognini. Mettendoci seduti sul trono – così neanche ci facciamo il mazzo dopo a pulire –, faremo così: cediamo all’impulso di esplicare la funzione fisiologica per circa cinque secondi, e poi la interrompiamo per altri cinque secondi. Il tutto rinforzerà i tessuti molli fibro-muscolari del nostro perineo con non pochi benefici. Provare per credere.
Attendendo interventi dei miei colleghi maschi – non dobbiamo avere timore di parlare di certe cose – e delle compagne, vi urlo:
Buenos dias a todos!
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In modo enfatico, Franco inizia a leggere ora con tono gracchiante ora con tono flautato un passaggio di quelle pagine segnate dalla sofferenza indicibile di Irina, una sarta assai conosciuta a Rostov e che, fra l’altro, aveva la nomina nell’intero oblast di possedere molteplici capacità divinatorie.
Che possa il mio strazio d’amore ergersi contro il cielo e soggiogare le fibre delle nubi e inaridire le sacche delle vostre terre, e alfine seminare il morbo sacro nel seno della vostra progenie di falchi e di sciacalli!
Sino a quando un cerchio verrà alla luce con cinque uomini sulle creste, che tutti incrociarono la stessa via a un tempo di non più di quattro lustri, e tutti allevati dalla Città dei papi e di Paolo.
E giungerà senza squilli di trombe né il rintrono di cortei uno spirito giusto, ragione nel cuore e cuore nella ragione, che presiederà il centro: una colomba sul palmo sinistro e una sciabola ricurva nel pugno destro, in strenua difesa delle libertà e delle lingue delle genti umili.
Un uomo sbocciato nel grembo del Danubio, seme della Madre Russia e uovo della Terra di Leonardo e di Galileo. <<Uomo del Danubio>> costui avrà marchiato – a luce e a fiamma viva – sulla fronte riverberante pietà, orgoglio e verità.
E alfine, sull’ara della giustizia, un uomo del cerchio per il mio amore rubato arderà e arderà per tre ottave: e solo allora la vostra piaga si placherà.
Era delirio puro o c’era un fondo di verità, per quanto declamata da quei toni solenni?
<<Che ne pensi?>> <<Che dovete cambiare spacciatore.>>
E con questa replica caustica, Nero sentenzia la conclusione della prima notte – la notte bianca – all’interno dell’Istituto dello Sviluppo Armonico della Sessualità, arroccato su un colle non molto lontano dal raccordo anulare. ------------------------------------------------------------------------------------------------------------ |
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Post n°834 pubblicato il 06 Maggio 2013 da sergioemmeuno
Giorno a tutti, amici della Città-stato del virtuale! Oggi mi allontano momentaneamente dal romanzo in tempo reale di Nero e Sabri, che peraltro mi sta prendendo e manco poco (se avete dubbi sulla trama chiedete senza remore, eh), per ritornare a quei meravigliosi anni Settanta, da cui, non c’è un caxxo da fa’, non mi staccherò mai.
Questa foto che ho postato è la palazzina di quattro piani, in cortina e col tetto salutare in eternit, che mi ospitò dai tre agli undici anni. Siamo a Civitavecchia, cittadina sull’Alto Tirreno, precisamente in Via Arno XXA.
In quelle fessure del secondo piano, sul balcone dove ora c’è quella caldaia bianca con piccola finestrella al centro – miei signori –, un bimbo ricciolino infilava con perizia i suoi dentini da latte fra le fessure delle stuccature del mattoncino rosso di cortina.
Nel giardino sottostante (non visibile), ora asfaltato, ci trastullavamo con le biglie di vetro e con le partitelle col Supertele; mentre sulla viuzza esterna, scorazzavamo con le biciclette da cross in voga all’epoca. Ricordo che la mia Chiorda rossa fu pagata settantamila lire… una cifra non da poco nel 1977.
Su quel balcone, collegato a un’ampia cucina quadrata, dove eravamo soliti allestire il presepe su un mobile lungo circa tre metri (sicché i re Magi arrivavano a destinazione alquanto sfiancati…), orbene, d’estate c’incollavamo davanti la tv in bianco e nero. E fra tutti i programmi che seguivamo in modo maniacale, come pure per molte altre famiglie, spiccava l’insuperabile, l’ultrafrizzante, lo spassosissimo Jeux sans frontieres, ossia Giochi senza frontiere. Così bello che c’eravamo affezionati anche a quegli stronzi di arbitri svizzeri… fra un bicchiere di sciroppo d’amarena o tamarindo e l’altro.
Sarà stata l’età; sarà stato lo spirito disincantato del decennio, a volte pure ingenuo – vedasi le “scimmiette di mare” e quelle migliaia di vincite annunciate per le gomme Brooklyn –, e quell’atmosfera che ci rendeva tutti un pochino hippy, sempre con la sacca e il poncho e il tavolo bianco-verde da picnic pronti, con quella spontaneità che ci faceva stare in mezzo alla gente; tant’è che oggigiorno dovremmo riflettere, e guardare quella società con riverenza… beninteso, mio parere personale.
Ma ora basta con i fazzolettini e passiamo all’indovinello! Dunque…
La vedete la foto della palazzina? Avrete notato sull’ala destra (con intonaco grigio) quattro finestre con le serrande del tutto abbassate, a differenza delle altre. Qual è la spiegazione effettiva? Forza su!
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P. s. Ci saranno 10.000 pacchetti di gomme Brooklyn in palio…
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Ore 1.00 a.m. Dopo una lunga pausa, Nero si accende una kim; è l’unico uomo della terra che ancora le inali. Quindi Franco gli consiglia la massima prudenza e amplificare la propria capacità di percezione, in quanto lui è l’hub, l’uomo che può attaccare qualsiasi vertice del pentagono, può confrontarsi e allearsi con tutti, oltre che conoscere i loro obiettivi; di contro, però, può essere lavorato ai fianchi dagli altri cinque antagonisti. Il CTL inizia in modo convulso a fare zapping col telecomando, fino a quando decide di fermarsi su Rai storia, dove stanno trasmettendo un datato documentario sul Fascismo.
Ore 3.00 a.m. Tra le nubi evanescenti del “sonno da salotto” dei due, sputa una frase inaspettata. <<Ti aspettavamo Emanuele, da molti anni… e sinceramente credo che il Legislatore debba considerarsi soddisfatto. Desiderava una persona cazzuta per il coronamento del suo capolavoro visionario, e così è stato. E noi tutti non vedevamo l’ora di iniziare, credimi.>> Se mai ci fosse davvero un Legislatore, si potrebbe azzardare che abbia calcolato pesi, storie personali e ruoli con cognizione di causa, con rigore maniacale: Nero, il leader del Fronte Popolare delle repubbliche Autonome, ha tutte le carte in regola per reggere una simile pressione. Non a caso, una volta, uscì vittorioso da un serrato incontro di trentasei ore col presidente della federazione russa, convincendolo a non usare la forza contro i separatisti che avevano preso in ostaggio decine e decine di persone, nella metropolitana di Mosca. E addirittura qualcuno del Consiglio Europeo lo contattò, sempre in via informale, per chiedere se fosse stato disponibile a una generica collaborazione nei rapporti con l’Europa dell’Est.
Emanuele si alza dalla poltrona come iniziasse la giornata adesso e cambia tono, forse si è irritato per quel “noi tutti” pronunciato dall’uomo. <<Bene, c’è anche un Legislatore, come ogni società civile che si rispetti. Franco, terrò la bocca cucita per tutto ciò che ci siamo detti…>> <<Lo sapevo che potevo fidarmi di te, hidalgo, lo sapevo!>> esclama l’uomo sorridendo alla sua maniera buffa, con gli occhi che si sporgono ancor di più e quella pelle a nocciolo di pesca che compare sul suo mento. Il suo entusiasmo è a dir poco nauseante. <<Però attenzione: non sarò il vostro pupazzo da intrattenimento>>, puntualizza con intenzioni tutt’altro che pacifiche. <<Ma… cosa… cosa centra ora?>> replica turbato l’altro. <<Non c’è un uomo, un solo uomo, che mi abbia finora fottuto. Se sono rimasto qui è solo per rivedere Sabrina>>, sbatte rumorosamente una mano sul palmo dell’altra, <<o la va o la spacca.>> <<Ti avverto: è un’impresa da supereroi la tua… le voglio un bene dell’anima, ma è un disastro la Piccola…>> un ghigno, alludendo alle sue tumultuose relazioni seriali, forse per comprendere sino a che altezza è disposto a salire per la sua compagna d'infanzia. <<Manager, sono cazzi miei>>, ormai gli ha voltato le spalle.
Quindi Sgamma gli bisbiglia con voce querula di attendere cinque minuti, scongiurandolo con uno sguardo insolitamente sottomesso quanto languido. E tira fuori frenetico un’agenda tascabile con la copertina color rosso vermiglio. ----------------------------------------------------------------------------------- Parte 30: http://blog.libero.it/GIORNISTRANI/12075313.html
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<<Precetto numero uno: possiamo parlare degli aspetti e delle strategie del Giro solo con l’hub, il sesto player. Eventualmente è consentita anche l’alleanza. Ma solo con lui. Precetto due: non è lecito essere a conoscenza degli obiettivi altrui.>> <<Bene, si naviga nella nebbia…>> <<Precetto tre: non è lecito diffondere informazioni sugli altri attori, in primis, su dove si trovano in un dato momento.>> <<Ah, la legge sulla privacy… Ecco quindi perché nessuno sa dirmi dov’è Sabrina…>> Un sorriso compiaciuto del CTL, che poi riprende a illustrare i punti cardine: <<Precetto quattro: si deve colpire il nostro obiettivo senza impiegare forme di violenza fisica o minacce.>> <<Impareremo a sviluppare il lato oscuro del nostro cervello…>> <<Emanuele, non ti al-lar-ga-re>>, scandisce le parole seccato. <<E se un cristiano si rifiuta di partecipare a una simile pagliacciata?>> <<Hai appena accennato la regola Zero>>, una risata improvvisa e sonora, <<Chi è stato scelto non può tirarsi indietro. In alcuni passaggi del diario della Signora, si legge che “sono previste sanzioni pesanti a chi non rispetta le regole, nonché una sanzione esemplare per chi si ritira dal Giro”…>> <<Tutto ‘sto casino per rimpinguare le finanze di questa gabbia?>> Un respiro pesante di Franco: <<Non ti rendi conto della somma che è in ballo, dei progetti ambiziosi dell’Istituto nel campo neurologico?>> Momento di tregua. <<E poi, per chi riuscirà a fottere la propria vittima in carne ed ossa, ci saranno cinque milioni di euro… ti fanno schifo, cocco?>> Emanuele gli chiede chi sono i cinque vertex della figura e il sesto nome. Il CTL ci pensa un attimo e gli svela tutti i player del Giro: <<Io, Sabrina, l’amica Carla, Maurizio, la strizzacervelli Laura e tu, carissimo.>> <<Sono senza parole… una bella comitiva!>> si lascia cadere all’indietro con forza, come un sacco di patate. <<Troppe cose non quadrano.>> <<Prego, uomo di mondo.>> <<Come fai a essere sicuro dei nomi? Avete partecipato a una riunione? Chi coordina e vigila sulla Paranoia?>> <<Ehi, no no no e poi no! basta con questa “paranoia”… si chiama Giro del Don o Giro, OK, hidalgo?>> si raccomanda con tono solenne. <<Questa è l’ultima volta che ti correggo.>> <<Kappa, però ora rispondi.>> <<Riunione? Secondo te cosa può partorire la mente di un uomo deviato e potente?>> Scuote la testa vistosamente con la bocca rattrappita. <<Abbiamo tutti l’unghia dell’indice nera…eccola, la vedi ora?>> Era il segno distintivo di chi, da lì a breve, si sarebbe scannato.
È plausibile che, in questo gioco a cono rovesciato o scatole cinesi o paesaggio di anime incatenate le une con le altre, tutti gli attori sanno un qualcosa dell’intrigo, magari con sfumature differenti, e sanno che anche gli altri sono a conoscenza di qualcosa. Come è altresì lampante che sarà fondamentale possedere nervi d’acciaio e sensi sviluppati all’ennesima potenza; saper cambiare strategie a seconda delle dinamiche in gioco, puntando sull'attore giusto; e, dulcis in fundo, munirsi di una faccia di plastica modellabile.
<<Se mi aiuti ad affossare Laura, facciamo un bel colpaccio, credimi…>> gli sussurra porgendo la mano per sancire il patto di ferro. <<Punto su di te.>> Quindi gli spiega che tutti e cinque si conoscevano già dalla gioventù. La Phau è la sua sorellastra ed è cresciuta con lui nello stesso quartiere di Sabrina, il Ludovisi. Un tempo c’era un rapporto idilliaco con lei, poi iniziò a incrinarsi, da quando decise di sacrificare la propria vita sull’altare della ricerca e della medicina. Inoltre Sabri e l’Avvocato De Giorgi, suo cugino carnale, si conobbero grazie a lui. Lei era poco più che quindicenne e frequentava ancora il Liceo quando, in una festa di compleanno dello storico compagno di classe Franco, venne folgorata dalla brillantezza e disinvoltura di un alto giovanotto bruno, nato a Civitavecchia, tranquilla cittadina marina al confine col Viterbese; un giovanotto sempre con la battuta pronta e che frequentava il terzo anno di Giurisprudenza alla Sapienza, un borghese amante delle imbarcazioni e delle serate in discoteca. <<Donna complessa, la tua sorellastra…>> <<E già. L’unico uomo di cui si era innamorata ha scelto la via del convento.>> Emanuele inizia seriamente a dubitare di essere il soggetto più stravagante fra quelle mura. <<È una donna felice?>> <<Oggi come oggi, c’è qualcuno che possa considerarsi tale? Progresso e felicità non vanno d’accordo, sai. E comunque stanne lontano, se puoi...>>
Parte 29: http://blog.libero.it/GIORNISTRANI/12073362.html
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