GIOVANNI MAIOLO
DOV'è LA SINISTRA? ORMAI SOLO IN AMERICA LATINA. UN OCCHIO SUL CONTINENTE SUDAMERICANO E SUL MONDO
ELISEWIN - IL LIBRO DI GIOVANNI MAIOLO

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ELISEWIN
Dalla Locride all’America latina. Un viaggio interiore alla scoperta di sentimenti profondi e un viaggio fisico verso un continente “Altro”, alla ricerca della gioia che l’ignoto può dare a chi sta bene solo in movimento. Un racconto autobiografico che mescola giocosa ironia e pura disperazione, senso di perdita e un continuo peregrinare, da Rieti a Caracas, dall’adrenalina degli sport estremi alla tranquillità delle montagne dell’Aspromonte, dalle Madonie fino ad un salto che porta direttamente alle Ande peruviane. Riflessioni in movimento, spunti, pagine di diario, momenti fissati su carta e circondati dagli splendidi testi delle canzoni di Gianluca Bernardo in un mix sperimentale estremamente dinamico e interessante. Lo sconcerto di chi si trova per la prima volta sopraffatto dall’amore e il bisogno di fuga da se stessi e da una realtà opprimente. Il mondo rinchiuso nel cuore di un uomo che esplode e libera energie. E la strada, sempre la strada, che porta in un altrove lontano e allo stesso tempo fin troppo vicino.
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MUSEO DELLE MIGRAZIONI A LAMPEDUSA
Post n°4006 pubblicato il 19 Novembre 2009 da giovannimaiolo
La proposta del cantautore e presidente del circolo Arci “Askavusa” (Scalzi) di Lampedusa, in questi giorni a Riace, Giacomo Sferlazzi Facciamo il museo delle migrazioni
Premessa.
Credo sia inevitabile, la costruzione di un museo sul’immigrazione a Lampedusa, anzi sulle migrazioni, sui passaggi, visto che quest’isola si trova da tempo ad essere luogo di speranza, di riposo, di transito, non solo per gli uomini, ma per tante specie animali. Geograficamente predisposta ad essere una fondamentale tappa del viaggio dall’Africa all’Europa, storicamente ricca di significativi episodi che ci parlano di una Lampedusa sempre pronta a ricevere, a dare speranza, a dare sollievo. Da ricordare soprattutto la storia del santuario della Madonna di Porto Salvo, luogo in cui nell’antichità una lampada ad olio posta sotto i piedi della statua della Madonna di Porto Salvo rimaneva sempre accesa, alimentata sia da Cristiani che da Musulmani, i quali si trovavano a pregare nello stesso luogo (una grotta) con lo stesso sacerdote/imam, il quale officiava entrambi i riti. Quasi sempre chi passava dal santuario lasciava vestiti, cibo, acqua, utensili, per coloro che sarebbero passati dopo di loro, e chi era in difficoltà usava questi lasciti. La storia recente ci parla di una Lampedusa profondamente mutata, soprattutto dal profilo sociale/economico. L’isola che aveva vissuto di pesca fino alla fine degli anni ottanta si trova ad acquisire una fulminea notorietà dopo il lancio di due missili (1986) da parte del dittatore Libico Gheddafi, molti turisti cominciano ad arrivare sull’isola, grazie anche all’aeroporto (1968) voluto dal ministro dell’interno Taviani. Da allora Lampedusa conosce uno sviluppo economico e turistico veloce e travolgente, il quale non è trainato da uno sviluppo culturale e formativo. Sull’isola non vi è un museo, una biblioteca, un cinema, una sala congressi, una pinacoteca e la situazione scolastica è precaria, avendo edifici vecchissimi che rischiano anche alcuni cedimenti strutturali. Agli inizi degli anni novanta, cominciano i primi sbarchi sull’isola, i primi immigrati vengono soccorsi e aiutati dalla popolazione locale, molto spesso chi arriva è convinto di arrivare in Sicilia, tant’è che qualcuno domanda della stazione ferroviaria. Ma tutto si svolge con tranquillità, senza clamore, naturalmente. Con l’aumento degli sbarchi si decide di costruire il primo centro per immigrati a Lampedusa, un posto dove gli immigrati restano nei casi estremi, una decina di giorni, un posto che qualcuno ha definito albergo e altri lager, da ricordare l’inchiesta di Fabrizio Gatti che si finse immigrato e restò all’interno del centro per otto giorni, da sottolineare che era l’unico modo per entrare nel cpt, visto che a nessuno era dato il permesso di visitare il centro. Cominciano i primi malumori dei lampedusani nei confronti soprattutto della stampa e dei media che parlano ancora di sbarchi, che in realtà sono finiti, e non di soccorsi in mare, che quotidianamente accendono su Lampedusa i riflettori dipingendola come un’isola invasa, un’isola quasi pericolosa da visitare. Gli stessi media non si interessano dei gravi problemi che l’isola si trascina da anni, e delle sue meraviglie naturali. Dopo qualche anno si inaugura il nuovo centro in via Imbriacola, con le proteste di molti Lampedusani, che vedono un ulteriore danno per l’isola. Neanche in questo centro ci sarà l’opportunità di incontrare chi arriva dall’Africa, intanto Lampedusa continua nella sua crescita economica/turistica ed ha ormai ridotto notevolmente la sue attività legate alla pesca, cresce il disagio nei confronti del fenomeno immigrazione, e di come questo viene affrontato, i continui voli di stato usati per trasferire in altri centri gli immigrati, il continuo costruire caserme e cpt, l’uso continuo di vedette che ormai occupano una intera parte del porto, viene confrontato dai lampedusani con la mancanza di strutture scolastiche, con la precarietà del sistema sanitario, con la precarietà dei trasporti, con i carburanti più cari d’Italia ed altre mille emergenze che l’isola vive. Così si arriva agli ultimi fatti, alla decisione di costruire su Lampedusa un CIE (centro di identificazione ed espulsione) dove gli immigrati dovranno restare per più di sei mesi, con una militarizzazione ancora più massiccia, ma la popolazione si oppone a questa costruzione, dopo molti scioperi e proteste, la situazione attuale è il blocco momentaneo dei lavori e la decisione di una politica dei respingimenti. Questi fatti hanno portato una parte dei Lampedusani a prendere coscienza sulla centralità di Lampedusa nei processi migratori, non tanto per una questione di quantità, visto che gli immigrati che passano da Lampedusa sono una piccolissima percentuale del totale, ma quanto per risonanza mediatica e per posizione geografica e per la potenzialità di scambi (culturali, materiali, politici) che Lampedusa può avere nel mediterraneo, e la rilevanza che questa può ottenere sul piano dei rapporti euro mediterranei e nella discussione sul diritto internazionale. Il museo delle migrazioni sarebbe un primo tassello per portare lo sviluppo dell’isola di Lampedusa su un percorso voluto e non casuale, su un percorso che può essere un esempio per il mondo intero, su un percorso che vede nell’integrazione una risorsa non solo giusta ma inevitabile, visto il processo multiculturale che l’Italia sta vivendo e che io credo si risolverà nell’arco di un trentennio, avremo allora i figli, i nipoti, i fratelli e le sorelle di chi oggi è ritenuto clandestino a pieno titolo cittadini italiani, europei. Abbiamo il dovere di conservare le testimonianze di questi movimenti migratori, che altrimenti rischiano di cadere nel dimenticatoio, abbiamo il dovere di salvare almeno le barche, i corani e le bibbie, i vestiti, le scarpe, i documenti e gli altri piccoli oggetti che il mare ci ha restituito e che parlano e parleranno ai posteri di queste tragedie, di queste speranze, di questi sogni che spesso soffocano nei fondali del mediterraneo.
Una base filosofica La base filosofica da cui partire è che l’oggetto non è asettico, non è insensibile, direi non è privo di vita, anzi,trattiene e rilascia energia, oltre che essere testimonianza visiva e soprattutto testimonianza energetica. L’idea è quella di consegnare ad artisti di fama internazionale il materiale che dovrà essere raccolto nella discarica di Lampedusa, materiale che andrebbe al macero e che verrà utilizzato dagli artisti per comporre opere d’arte, di qualsiasi tipo, installazioni o foto o quadri materici. Dunque trasformare un fatto di morte tramite l’atto artistico, in vita nuova, pulsante, che racconta, testimonianza del grande dolore e della grande ingiustizia che il mondo vive quotidianamente, ma anche bellezza cruda, immagine liberatoria, segno indelebile della NOSTRA storia. Inoltre dedicare altre sezioni del museo ai passaggi di esseri viventi che migrano facendo scalo a Lampedusa, dagli uccelli alle balene, alle tartarughe. Dimostrando che per sua natura Lampedusa è un posto di riposo e recupero di energie per chi è in viaggio (di qualsiasi tipo).
Giacomo Sferlazzo Circolo Arci Askavusa
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