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Creato da giovannimaiolo il 31/08/2005

GIOVANNI MAIOLO

DOV'è LA SINISTRA? ORMAI SOLO IN AMERICA LATINA. UN OCCHIO SUL CONTINENTE SUDAMERICANO E SUL MONDO

 

CAMBIO!

Post n°4722 pubblicato il 17 Maggio 2011 da giovannimaiolo

CON ENORME PIACERE VI COMUNICO CHE è PRONTO IL NUOVO SITO!

VI ASPETTO SU WWW.DURITO.IT

 
 
 

IL NUOVO SITO!!!

Post n°4721 pubblicato il 10 Maggio 2011 da giovannimaiolo

E' ANCORA IN FASE DI COSTRUZIONE MA STO GIà PUBBLICANDO LE PRIMA NEWS... MI SONO TRASFERITO A WWW.DURITO.IT

 
 
 

I MIGRANTI DI ROSARNO IL 5 MAGGIO A ROMA - CARTA.ORG

Post n°4720 pubblicato il 30 Aprile 2011 da giovannimaiolo

Benvenuta dignità

[Appello campagna Welcome] A poche settimane dalle rivolte del Nord Africa e dall’inizio della guerra in Libia, centinaia di profughi sbarcano sulle coste italiane dopo aver affrontato un viaggio che ha messo in pericolo la loro vita. Ventimila persone diventano un problema di grave ordine pubblico (laddove al confine tra Libia e Tunisia ne abbiamo viste transitare a oggi quasi 300.000), in un contesto di emergenza creato ad arte dal governo, che ha trasformato Lampedusa in una prigione a cielo aperto. Di ciò che rimaneva del diritto d’asilo e del dovere all’accoglienza, in altre parole, nessuna traccia.

Emergenza dunque, ma in senso “democratico”, con il confinamento arbitrario di migliaia di persone e la deportazione sommaria di centinaia di altre, con disposizioni che trasformano lo stato di diritto nella legge dei due pesi e delle due misure ai danni di migliaia di persone solo perché di nazionalità diversa. La condizione dei migranti nel territorio nazionale, ma anche nell’Europa fortezza, è ormai fortemente discriminata da leggi e politiche ingiuste e razziste. Ultimo esempio: le clausole di Sarkozy, ovvero la messa in discussione persino di Schengen.

Ma in queste settimane e in questi ultimi anni gli spazi di resistenza e tutela, ma soprattutto di autorganizzazione meticcia delle lotte, si sono moltiplicati divenendo pratica di massa. Da Rosarno a Brescia, da Lampedusa a Civitavecchia, da Roma a Castelvolturno e Santa Maria Capua a Vetere, da Manduria a Ventimiglia, dal sud al nord di questo paese, tantissimi migranti e attivisti hanno difeso con forza la libertà di circolazione e il diritto a scegliere dove vivere, mettendo seriamente in crisi il sistema di ordine e controllo.

A pochi giorni dallo sciopero generale e generalizzato, vogliamo che queste resistenze si incontrino per dare vita, a Roma, alla piazza della dignità. Saremo al centro di Roma, assieme ai lavoratori venuti dalle campagne del sud, dove la rivolta di Rosarno è stata solo l’inizio di un percorso di lotta, ai somali e agli afgani, tristemente testimoni dell’assoluta indisponibilità all’accoglienza delle istituzioni che governano la città, ai Rom che ci hanno insegnato ancora una volta, dentro e fuori la Basilica di San Paolo che per i propri diritti bisogna lottare. Con dignità e determinazione.

Il ricatto della clandestinità e dello sfruttamento lavorativo è la conseguenza più eclatante della Bossi-Fini e del Pacchetto Sicurezza – un ricatto divenuto insopportabile nel tempo della crisi. Crediamo infatti siano fondamentali i momenti di incontro e convergenza delle mobilitazioni, per costruire nuove possibilità di regolarizzazione per chi arriva in Italia per affermare il diritto al proprio futuro, un diritto che la nostra generazione, studentesca, migrante, meticcia, precaria, su entrambe le sponde del Mediterraneo vuole conquistare, qui e ora.

Il 5 maggio costruiamo insieme la Piazza della Dignità, verso lo sciopero generalizzato

Dalle 18 Piazza  Campo de’ Fiori

Campagna Welcome – Roma

 
 
 

L'EUROPA RESPINGE MARONI - CARTA.ORG

Post n°4719 pubblicato il 30 Aprile 2011 da giovannimaiolo

L’Europa respinge Maroni

[da MELTING POT.ORG] La Corte di giustizia UE ha stabilito che la direttiva 2008/115/CE sul rimpatrio dei migranti irregolari “osta ad una normativa nazionale che punisce con la reclusione il cittadino di un paese terzo in soggiorno irregolare che non si sia conformato ad un ordine di lasciare il territorio nazionale. Una sanzione penale quale quella prevista dalla legislazione italiana può compromettere la realizzazione dell’obiettivo di instaurare una politica efficace di allontanamento e di rimpatrio nel rispetto dei diritti fondamentali”. In altri termini la “cattiveria” di Maroni, con l’inasprimento di tutte le sanzioni penali introdotto dai diversi “pacchetti sicurezza”, e la criminalizzazione di qualunque ipotesi di irregolarità, hanno solo prodotto clandestinità e non sono servite, oltre alle vittorie elettorali, ad assicurare una efficace politica dei rimpatri. Adesso lo dice anche l’Unione Europea.

La pronuncia della Corte di Lussemburgo prevale sulla normativa interna, ed i giudici che dovranno occuparsi nei prossimi giorni di convalide di respingimenti, espulsioni e misure di trattenimento dovranno tenere conto dei principi affermati dai giudici europei. Infatti, secondo la Corte, il giudice nazionale, incaricato di applicare le disposizioni del diritto dell’Unione e di assicurarne la piena efficacia, dovrà quindi disapplicare ogni disposizione nazionale contraria al risultato della direttiva (segnatamente, la disposizione che prevede la pena della reclusione da uno a quattro anni) e tenere conto del principio dell’applicazione retroattiva della pena più mite, il quale fa parte delle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri.

La decisione della Corte di Giustizia costituisce una condanna irreversibile delle politiche repressive e demagogiche adottate negli ultimi anni dai diversi governi in materia di immigrazione irregolare, senza che il breve periodo di Prodi e Amato fosse riuscito a modificare l’impianto della legge Bossi-Fini, successivamente aggravato dal pacchetto sicurezza introdotto dalla legge 94 del 2009. Si afferma per la prima volta il principio che la sanzione penale non può costituire lo strumento per governare fenomeni complessi che richiedono un giusto equilibrio tra l’efficacia degli interventi ed il rispetto dei principi fondamentali della persona umana, principi da riconoscere senza deroga alcuna anche agli immigrati irregolari.

Secondo la Corte ” … gli stati membri non possono introdurre, al fine di ovviare all’insuccesso delle misure coercitive adottate per procedere all’allontanamento coattivo…. una pena detentiva, come quella prevista dall’art. 14, comma 5 ter del d.lgs 286/98, solo perchè un cittadino di un paese terzo, dopo che gli stato notificato un ordine di lasciare il territorio di uno stato membro e che il termine impartito con tale ordine è scaduto, permane in maniera irregolare nel territorio nazionale”. Appare al riguardo particolarmente importante l’affermazione secondo la quale “… se è vero che la legislazione penale e le norme di procedura penale rientrano, in linea di principio, nella competenza degli stati membri, su tale ambito giuridico può nondimeno incidere il diritto dell’Unione” .

In base alla direttiva comunitaria sui rimpatri, che vieta qualunque automatismo nella sanzione penale e nelle misure limitative della libertà personale, indicando la necessità del preventivo esperimento del rimpatrio volontario, salvo casi indicati tassativamente, “… tale privazione della libertà deve avere durata quanto più breve possibile e protrarsi solo per il tempo necessario all’espletamento diligente delle modalità di rimpatrio”.

La sentenza non tocca, per ora, il reato contravvenzionale di clandestinità introdotto nel 2009 con l’art. 10 bis, ma anche su questa norma pende un giudizio di rinvio davanti alla Corte di Lussemburgo, e se la Corte non adotterà valutazioni di bilanciamento politico, ma resterà coerente con i principi enunciati nella sentenza di ieri, anche questo reato, nella sua attuale formulazione, dovrà essere dichiarato in contrasto con la Direttiva 2008/115/CE sui rimpatri.

La decisione dei giudici di Lussemburgo ha infatti una portata molto ampia. La Corte ricorda che: “… al giudice del rinvio… spetterà disapplicare ogni disposizione del D.Lgs 286/98 contraria al risultato della direttiva 2008/115, segnatamente l’art. 14, comma 5 ter…”. Anche la materia dei trattenimenti nei centri di identificazione ed espulsione, o nelle diverse strutture improprie nelle quali in queste ultime settimane sono stati rinchiusi i migranti che si riteneva di respingere o di espellere, rimane fortemente incisa dalla sentenza emessa ieri.

Effetti rilevanti si avranno anche nelle carceri. Coloro che sono colpevoli soltanto di inottemperanza all’ordine di lasciare entro 5 giorni il territorio (il cd. foglio di via) dovranno essere rilasciati. Occorrerà promuovere infatti le istanze di scarcerazione per tutti coloro che siano detenuti in attesa di giudizio o per effetto di sentenza definitiva di condanna per il reato commesso dopo il 24 dicembre 2010, data ultima per il recepimento della Direttiva rimpatri. Finalmente, la criminalizzazione degli immigrati irregolari, detenuti soltanto per non avere ottemperato all’ordine di allontanamento del Questore, dovrebbe cessare.

Adesso occorrerebbe denunciare al giudice penale le espulsioni adottate o eseguite, senza provvedimenti formali, come quelle disposte ed eseguite in Sicilia e in Campania, o senza provvedimenti conformi alla direttiva rimpatri, e sollevare eccezioni di costituzionalità nei giudizi in corso, su tutta la disciplina dei rimpatri forzati e della detenzione amministrativa contenuta nel T.U. sull’immigrazione, magari sulla base delle stesse considerazioni svolte dalla Corte di Giustizia, per effetto del richiamo degli articoli 10, 11 e 117 della Costituzione che affermano il primato del diritto comunitario.

Non si dovrebbe comunque cantare vittoria troppo presto, perchè adesso Maroni e soci tireranno fuori un bel decreto legge, e temo che il Presidente della Repubblica Napolitano in questo momento firmerà qualsiasi provvedimento in materia di immigrazione. Su questo è facile prevedere che il governo si possa ricompattare. Del resto per la Lega, l’unico vero motivo per dire no ai bombardamenti sulla Libia è proprio la paura dell’immigrazione che Gheddafi potrebbe “scagliare” contro il nostro paese.

La sentenza della Corte di Lussemburgo non è una sentenza “buonista” ma tende soltanto a riaffermare principi democratici come la riserva di legge, la necessità di un controllo giurisdizionale, il primato del diritto comunitario, questioni sulle quali in tema di immigrazione l’Italia sta tradendo i principi costituzionali comuni a tutti gli stati dell’Unione Europea. “Ci sono altri Paesi europei che prevedono il reato di clandestinità e non sono stati censurati” ha dichiarato Maroni, continuando a diffondere in malafede la falsa interpretazione secondo la quale la sentenza avrebbe riguardato il reato di clandestinità.

La sentenza dei giudici di Lussemburgo non colpisce -per ora- il reato di clandestinità ma l’abuso della sanzione penale e del carcere nei confronti degli immigrati irregolari. Le dichiarazioni di Maroni costituiscono un tentativo per nascondere il fallimento dell’intera politica dell’immigrazione, ed un richiamo alla logica della paura sulla quale la Lega ha costruito il suo successo elettorale. Secondo il ministro dell’interno “l’eliminazione del reato, accoppiata alla direttiva europea sui rimpatri, rischia di fatto di rendere impossibili le espulsioni, trasformandole solo in intimazione ad abbandonare il territorio nazionale entro sette giorni. Questo rende assolutamente inefficaci le politiche di contrasto all’immigrazione clandestina”. L’”inefficacia” delle politiche di contrasto adottate dall’Italia risiede nel fallimento della politica di “esternalizzazione” dei controlli di frontiera, basata sugli accordi con dittatori del calibro di Ben Alì e Gheddafi, una politica che è costata centinaia di morti a mare e migliaia di vittime di abusi nei paesi di transito, con i respingimenti collettivi in mare per i quali l’Italia andrà presto a giudizio davanti alla Corte Europea dei diritti dell’uomo.

Non si può attendere che siano soltanto che le corti internazionali a sanzionare le norme e le prassi violente con le quali il governo italiano affronta quella che definisce “emergenza” ma che costituisce in realtà un fenomeno strutturale. Un fenomeno che non si può affrontare con le manette, con le tendopoli/CIE e con i respingimenti sommari come quelli che in queste settimane si stanno praticando verso la Tunisia. Mentre Maroni sta pensando a come “porre rimedio” alla sentenza della Corte di Lussemburgo, occorre rilanciare con forza la richiesta di una regolarizzazione permanente dei migranti irregolari e riaprire canali legali di ingresso, che costituiscono l’unico strumento per ridurre l’immigrazione irregolare. E se si vuole davvero aiutare i processi democratici nei paesi del Nordafrica, occorrerà rivedere tutti gli accordi bilaterali, a partire da quello tuttora vigente con l’Egitto, per dare un segnale di discontinuità rispetto ai rapporti con le precedenti dittature e per restituire ai cittadini di quei paesi la speranza di un futuro nel quale sia possibile esercitare anche la libertà di circolazione.

 
 
 

MUMIA ABU JUAMAL, L'EZLN E LE PANTERE NERE - CARTA.ORG

Post n°4718 pubblicato il 30 Aprile 2011 da giovannimaiolo

Mumia Abu Jamal: l’Ezln e le Pantere nere

 

Un anno fa cercammo di intervistare Mumia, uno dei prigionieri politici più conosciuti al mondo. Gli mandammo lettere e solleciti attraverso tutti i contatti che avevamo a disposizione [tra questi, Gli Amici di Mumia Messico] che si sono offerti gentilmente di appoggiarci nell’impresa, che aveva come destinazione il braccio della morte della prigione di Waynesburg, Pennsylvania, dove Mumia è rinchiuso da 29 anni. Un bel giorno da sotto la porta è sbucata una busta. Nome del mittente, M. A. Jamal. È la prima intervista che l’attivista della causa afroamericana negli Stati Uniti ed ex membro del Partito delle Pantere nere, concede ad un giornale messicano.

Nelle due pagine della lettera scritta a macchina, Mumia parla della necessità dell’organizzazione sociale, dei partiti politici «al servizio del capitale»; della pertinenza dei movimenti autonomi e della trascendenza dei progetti dell’Ezln; del movimento afroamericano negli Stati Uniti; delle Pantere nere di oggi; delle contraddizioni tra il discorso e la pratica del governo degli Stati Uniti; del pensiero di Franz Fanon e delle aspettative risvegliate da Obama col suo arrivo alla presidenza in un paese in cui «i neri occupano poltrone ma hanno poco potere». Per lui, dice Mumia, «la lotta continua». Di seguito l’intervista, nella forma che lo stesso Mumia ha scelto.

Ciao! Cercherò di rispondere ad alcune delle tue domande nel modo seguente… Cominciamo!

Come organizzarsi
Non c’è un solo modo di farlo, né un unico evento che ne provochi la necessità, perché le persone sono complesse e, naturalmente, le condizioni cambiano. Secondo il grande C.L.R. James, l’organizzazione inizia quando due persone decidono di lavorare insieme. Mao ha detto che «una sola scintilla può incendiare una prateria», e questo sembra accaduto in Egitto e in Tunisia nelle ultime settimane. Ma è anche vero che c’è stata un’organizzazione che ha preceduto i fatti, specialmente in Egitto, perché sembra che molti fossero arrivati al limite.

I partiti politici
Molti, anzi, la maggior parte dei partiti politici, soprattutto nelle metropoli, sono diventati veri servi del capitale e, quindi, nemmeno fingono di rappresentare il popolo, ma sono al servizio della ricchezza. Il famoso storico francese De Tocqueville ha detto: «Il cittadino americano non conosce professione più alta della politica – perché è la più redditizia». Lo ha scritto più di 150 anni fa! I partiti sono in realtà gli ostacoli alle istanze e agli interessi del popolo. Questo è particolarmente evidente nel cosiddetto mondo sviluppato, dove vediamo i politici promettere una cosa per farsi eleggere e poi, una volta in carica, rompere tutte le loro promesse.

Autonomia
Se ho capito bene [«negli Stati Uniti ci sono piccoli movimenti autonomi»], si intende i movimenti che sono «autonomi» dai partiti politici. Se questa interpretazione è corretta, sono assolutamente d’accordo. I partiti politici, oltre ad essere i meccanismi di accumulazione di ricchezze personali, sono macchine per dare alla gente l’illusione della democrazia.

La proposta dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale [Ezln]
Sono totalmente d’accordo con l’idea di organizzarci al margine dei partiti politici e della classe politica. In realtà, può essere l’unica scelta che mantenga i movimenti sociali freschi e liberi dalle trappole della corruzione tanto comune nella vita politica in ogni parte del mondo. Ho discusso di questo per diversi anni con un mio vecchio amico che studia l’Ezln. Credo che dobbiamo esplorare, provare, e se risulta possibile, usare questo modo di organizzarsi.

Gli afro-americani
Ad essere sincero, la situazione è allarmante. Per milioni di bambini e bambine dei ghetti delle città degli Stati Uniti, il tasso di abbandono scolastico è del 50 per cento. In alcune città, come Baltimora, mi dicono sia quasi del 75 per cento. E in molti casi quelli che riescono a diplomarsi non possono accedere all’università perché hanno ricevuto una preparazione molto carente. Parliamo di bambine e bambini! E mentre il tasso ufficiale di disoccupazione a livello nazionale è circa del 7 per cento, per l’America nera è quasi del 35 per cento e per i giovani è del 60 per cento! Inoltre, i giovani Neri sono soggetti alla violenza della polizia che è evidente, brutale e mortale, ma raramente viene punita.

L’elezione di Obama ha risvegliato e incoraggiato la destra, le forze razziste, molte delle quali hanno trovato casa nel movimento del Tea Party. I politici ora lodano apertamente la Guerra Civile [1860-1865] parlando a nome del Sud. Alcuni giorni fa, il governatore del Mississippi era pronto ad onorare con una targa uno dei fondatori del Ku Klux Klan, il Generale Nathan Bedford Forrest, che è stato responsabile di torture e massacri di centinaia di soldati neri in un luogo chiamato Fort Pillow.

Il Partito delle Pantere Nere
Questo movimento gode di notevole interesse fra i giovani neri, ma pochi ne conoscono i dettagli storici. Accade perché gli insegnanti a scuola e i media parlano delle vittorie per i Diritti Civili che hanno consentito l’elezione dei politici neri. Il movimento nazionalista nero ha subito il riflusso. Quello che il Movimento per i Diritti Civili ha ottenuto è stata la separazione della classe lavoratrice nera dalla borghesia nera, e il conseguente allontanamento dei benestanti neri dai loro cugini più poveri delle aree degradate delle città.

I neri e gli indigeni negli Stati Uniti
Le differenze sono reali, perché raramente condividiamo lo spazio di vita [la maggior parte delle comunità indigene si trova in zone rurali o occidentali, la maggior parte dei neri vive in aree urbane]. Detto questo, vi è certamente un’interazione ideologica tra i due gruppi. L’American Indian Movement [Aim] è stato molto influenzato dal Partito delle Pantere Nere e dal movimento del Black Power. Le lotte per l’indipendenza e la libertà dei neri e degli indigeni si sono influenzate tra loro.

Migranti
Quando il capitalismo va in crisi, costringe le persone a pensare più egoisticamente. Questo impulso, alimentato dalla paura e dai mezzi di comunicazione corporativi, intensifica la sensazione di separazione tra le persone e cancella le cose che abbiamo in comune, la comunità e la coesione sociale. A meno che gli attivisti riescano a costruire questo sentimento di solidarietà tra i popoli, questi impulsi porteranno a veri disastri sociali e forse storici.

L’Ezln e il Partito delle Pantere Nere
Credo che il fattore che unisce le due formazioni è [o è stato] la loro convinzione che le persone di ogni condizione sociale possono svolgere un ruolo importante nei movimenti sociali per il cambiamento. Molti movimenti nazionalisti neri degli anni ‘60 sono stati molto critici nei confronti del Partito delle Pantere Nere, perché lavorava con i bianchi [ma lavorava anche con chicanos, portoricani, giapponesi e cinesi]. L’appello zapatista è sempre stato rivolto al mondo intero, di ogni colore, sesso, classe, ecc. Io credo che questo aspetto globale sia, alla base, il suo aspetto più umanista, e quello che attrae i settori più ampi della famiglia umana. È necessaria molta gente per fare una rivoluzione e molta per sostenerla.

Le contraddizioni tra le parole e la pratica degli Stati Uniti
Mi pare molto sottile la tua lettura delle contraddizioni negli Stati Uniti, che si presenta come l’avatar dei diritti umani mentre è la nazione con più carceri al mondo. Tale contraddizione è cruda e inconfutabile. Abbiamo molte cose in America, ma la democrazia non è certamente una di queste. Abbiamo forme democratiche, ma non leggi veramente democratiche. Quando milioni di americani scesero in piazza nella primavera del 2002 per chiedere che gli Stati Uniti non entrassero in guerra, la «democrazia» ignorò la gente, e il risultato è stato un disastro sociale, umanitario, ecologico, archeologico e militare. George Bush definì i milioni di persone per le strade un gruppo di pressione, e le ignorò. Com’è possibile che il Paese che parla con tanta dolcezza della libertà abbia più prigionieri di qualsiasi altra nazione al mondo, e la maggior parte di loro sono neri? Gli Stati Uniti hanno circa il 5 per cento della popolazione mondiale, e quasi il 25 per cento dei detenuti nel mondo. Addio diritti umani!

Il pensiero di Franz Fanon e l’arrivo di Obama alla presidenza
Gli afro-americani non hanno preso il potere con l’elezione di Obama, anche se posso capire perché alcuni lo pensino. Per la prima volta nella storia degli Stati Uniti una persona nera è stata eletta presidente [interessante che questo avvenga un secolo e mezzo dopo che un nero diventò presidente del Messico]. Ma, come ci ha insegnato Fanon nel contesto del continente africano, il colonialismo è stato sostituito dal neocolonialismo. I neri hanno poltrone ma poco potere. Sono legati agli stessi interessi che controllano i politici bianchi. Di fatto, la triste realtà è che i neri hanno meno potere di prima, perché i politici neri non sono in grado di affrontare le questioni più rilevanti per la popolazione nera per paura di essere additati dai mass media come «razzisti». Ricordiamo l’esempio di quando Obama chiamò «stupido» il poliziotto che aveva molestato e arrestato il suo vecchio amico e professore universitario, Henry Louis Gates. I media impazzirono. L’incidente ha dimostrato inoltre che qualcuno della «elite» nera [se un professore di Harvard non è elite, nessuno lo è], il professor Gates, era stato trattato come un povero nero del ghetto – arrestato nella propria casa, umiliato ed arrestato per aver osato parlare con dignità ad un poliziotto bianco. I media ridussero Obama al silenzio.

Parliamo di me
Come dicono in Mozambico, «la lotta continua». Dobbiamo costruire, allargare, approfondire e rafforzare la nostra lotta, ovunque essa sia, perché, per citare Frederick Douglass, «Senza lotta non c’è progresso». Potrebbe non essere facile, ma è necessario.
Ciao, amici! E grazie di tutto!

Mumia

[Intervista tratta da www.desinformemonos.org - traduzione di Annamaria Pontoglio]

 
 
 

MOLTO PRESTO...

Post n°4717 pubblicato il 29 Aprile 2011 da giovannimaiolo

... IL MIO NUOVO SITO TOTALMENTE DEDICATO ALL'AMERICA LATINA!

QUESTIONE DI GIORNI...

 
 
 

SUHEIL TORNA A GAZA - INTERNAZIONALE.IT

Post n°4716 pubblicato il 28 Aprile 2011 da giovannimaiolo

Amira Hass

È una giornalista israeliana. Vive a Ramallah, in Cisgiordania, scrive per il quotidiano Ha'aretz e ha una rubrica su Internazionale.

Suheil torna a Gaza

All’inizio non ho riconosciuto il ragazzo che mi salutava nell’affollata piazza El Manara. Poi mi sono accorta che si era tagliato i lunghi capelli ricci. Insieme a lui c’era un altro ragazzo, anche lui di Gaza. “Indovina dove me ne vado?”, mi ha chiesto Suheil con un sorriso a trentadue denti. “A Gaza”.

Sei anni fa, quando aveva 18 anni, Suheil ha ottenuto un permesso israeliano per attraversare i 70 chilometri che separano la Striscia di Gaza dalla Cisgiordania. Qui ha terminato gli studi all’università di Bir Zeit e poi ha trovato un lavoro, ma non è mai diventato uno “in regola”.

Come sanno bene i miei lettori più fedeli, Israele ha progressivamente separato la società di Gaza da quella della Cisgiordania. Tra le altre cose, il governo israeliano ha negato alle autorità palestinesi il diritto, garantito dagli accordi di Oslo, di autorizzare i cambi di residenza tra Gaza e Cisgiordania. Inoltre, ha introdotto un “permesso di soggiorno”, difficile da ottenere, per i cittadini di Gaza in Cisgiordania, senza il quale la loro permanenza è “illegale”.

Così Suheil, stanco di essere imprigionato nel bantustan di Ramallah, ha deciso di tornare a Gaza.“Chi preferisci, i gazani o i cisgiordani?”, mi ha chiesto l’amico di Suheil mentre bevevamo un tè di addio. Ho risposto che i gazani sono più accoglienti e calorosi. Hanno sorriso orgogliosi. Ora i due amici aspettano solo l’arrivo del permesso israeliano che gli consentirà di lasciare Ramallah. Quanto gli manca Gaza!

Traduzione di Andrea Sparacino.

Internazionale, numero 895, 29 aprile 2011

 
 
 

IN BOLIVIA NUOVI GIACIMENTI DI GAS - BLITZQUOTIDIANO.IT

Post n°4715 pubblicato il 28 Aprile 2011 da giovannimaiolo

La Paz (Bolivia) – Il presidente della Bolivia Evo Morales ha annunciato oggi che la società francese Total ha scoperto giacimenti di gasnaturale che aumenteranno le riserve del Paese del 30%. Quando nel 2015 inizierà il loro sfruttamento, i giacimenti in questione aumenteranno la produzione del gas della Bolivia di 6,5 milioni di metri cubici al giorno, fino a raggiungere 18 milioni di metri cubici entro il 2020. "È una notizia importante per il Paese", ha detto Morales durante un discorso nel giacimento di Aquio, a circa 620 chilometri a sudest di La Paz.

 
 
 

NEI PRIMI SONDAGGI PERUVIANI IN VANTAGGIO OLLANTA HUMALA - ROTTASUDOVEST.TYPEPAD.COM

Post n°4714 pubblicato il 28 Aprile 2011 da giovannimaiolo

Elezioni Perù: nel primo sondaggio Humala in vantaggio per il secondo turno

A 40 giorni dal secondo turno delle elezioni peruviane, i primi sondaggi danno un vantaggio di 6 punti di Ollanta Humala su Keiko Fujimori. 
Secondo la società di sondaggi Ipsos Apoyo, che firma il primo sondaggio dopo le elezioni del 10 aprile e in vista di quelle del 5 giugno, il candidato nazionalista ha il 42% delle preferenze, contro il 36% della candidata fujimorista; il 10% degli elettori si dichiara indeciso e il 12% intende votare in bianco. I votanti dell'ex Primo Ministro Pedro Pablo Kucyznski e dell'ex sindaco di Lima Luis Castañeda sembrnao preferire Keiko Fujimori, mentre quelli di Alejandro Toledo sono orientati di più su Ollanta Humala. 
L'identikit di chi preferisce Humala è di un uomo con più di 25 anni, residente in provincia e appartenente alle fasce popolari della popolazione; Keiko è preferita invece dalle donne, dagli elettori con meno di 25 anni, da Lima e da livelli socioeconomici alti, probabilmente spaventati dal programma politico di Humala e dai legami con Hugo Chavez, che il candidato si è sforzato di negare durante tutta la campagna elettorale, mostrandosi più vicino a Lula da Silva. 
Interessanti anche i dati circa la capacità dei due candidati di tranquillizzare l'elettorato sui propri talloni d'Achille. Humala ha convinto la maggioranza che non chiuderà il Congreso (il 63% degli intervistati ne è convinto, contro il 25%, scettico), che non cercherà di rimanere al potere (50% contro 29%; il Perù permette un solo mandato: bisogna saltare una legislatura prima di ripresentarsi), che non è finanziato da Hugo Chávez (48% contro 39%), né che non si unirà al blocco che guida il presidente venezuelano (47% contro 42%). Keiko Fujimori, da parte sua, è riuscita a convincere gli elettori che non libererà i condannati per corruzione (61% contro 29%) o per violazione dei diritti umani (60% contro 30%), né il braccio destro di suo padre Vladimiro Montesinos, sinonimo di ogni corruzione nel Perù (61% contro 31%), ma non ha ancora convinto che non libererà suo padre, l'ex presidente Alberto Fujimori, condannato a 25 anni di carcere per violazione dei diritti umani (il 30% crede a Keiko, il 60% no). 
Entrambi i candidati hanno uno zoccolo duro, coincidente con circa un terzo degli elettori, che non si fida di loro e non intende votarli in nessun caso: il 35% non voterà mai per Humala, il 38% non voterà per Fujimori. Circa un terzo degli intervistati è invece già convinta del proprio voto: il 30% voterà per Keiko, il 37% per Ollanta. Nella distribuzione geografica delle intenzioni di voto, Humala è in vantaggio in tutto il Paese, meno a Lima, dove si preferisce Keiko Fujimori. 
Nelle ultime interviste Ollanta Humala ha rassicurato i peruviani circa la sua volontà di non rimanere al potere più dei cinque anni previsti dalla Costituzione, il rispetto dei contratti in vigore ("meno nei casi di flagrante illegalità, ma se non c'è illegalità, non c'è niente da rivedere"), il rispetto della sentenza del Tribunale de L'Aja sulla disputa delle acque internazionali con il Cile ("il ricorso a L'Aja è stata una nostra iniziativa e mi impegno davanti al presidente del Cile a rispettare la sentenza e a migliorare le relazioni tra i nostri due Paesi"). Keiko Fujimori, da parte sua, ha voluto chiarire in un'intervista televisiva i suoi rapporti con il regime dittatoriale di suo padre, da cui ha preso le distanze: "Devo riconoscere e anche chiedere perdono al popolo per questi errori e mi impegno a evitare che questi errori e questi reati si ripetano"; ha anche insistito ancora una volta sul fatto che sotto una sua eventuale presidenza Vladimiro Montesinos "non avrà alcuna possibilità" di lasciare il carcere e che non darà l'indulto a suo padre, la cui vicenda processuale potrà essere ripercorsa solo attraverso la via giudiziaria; ha promesso il pieno rispetto dei diritti umani e la condanna di chi non li rispetterà e ha assicurato che non libererà i militari condannati per non averli rispettati.
Per entrambi i candidati una lunga e dura strada per ricollocarsi, in modo da conquistare l'elettorato scettico e quel 22% di indecisi e schede in bianco che potrebbero decidere il nome del nuovo presidente peruviano.

 
 
 

BREVE CRONACA DELLA BASE DI GUANTANAMO A CUBA - THISISCUBA.NET

Post n°4713 pubblicato il 28 Aprile 2011 da giovannimaiolo

IT) La scrittrice e giornalista Inés Cainer,  propone per ThisIsCuba.net una breve cronaca sulla famigerata base americana di Guantanamo.

ESP) La escritora y periodista Inés Cainer, nos proponen una breve crónica sobre la notoria base americana de Guantanamo.


 

Base di Guantanamo - Fonte foto: Internet

 

Nel 1903 quando Cuba si liberò dalla colonizzazione spagnola, gli Stati Uniti presero in locazione perpetua, la completa giurisdizione e controllo di 45 chilometri quadrati di terra nella baia di Guantanamo, situata nella costa sud-occidentale dell’ isola cubana. La zona sarà poi destinata alla creazione di una base militare, “l’affitto” stipulato fu di 2.000 dollari annuali pagati in moneta d’oro.

 

La base però assunse un ruolo importantissimo per manovre mercantili durante la prima guerra mondiale.

Al momento del trionfo della Rivoluzione Cubana, l’assegno annuale per l’occupazione della base di Guantanamo era di 4000 dollari, soldi che il governo cubano non ha mai incassato. Oggi la base militare americana di Guantanamo è diventata sinonimo di orrore, dove nessuno  dei detenuti è stato sottoposto a un formale processo o equamente condannato.

Noam Chomsky, il più importante intellettuale in vita, dichiara in un’intervista la sua opinione nei confronti della base: “Un territorio che è stato rapinato a mano armata un secolo fa dagli americani allorché dissero ai cubani – dateci Guantanamo o preparatevi – attraverso quello che loro chiamano un trattato ”. E aggiunge: “ora sapete quale  “uso” fanno di quella base; lì dentro ci sono ragazzini di solo 15 anni, che le  truppe  americane hanno trovato solo con un fucile in mano, quando hanno invaso i loro paesi”.

I prigionieri sono trattati con crudeltà, spietatezza e violenza. Sui loro corpi si sperimentano farmaci, tecnologie per il controllo mentale e altre torture fisiche che non lasciano tracce. Torture che non vengono risparmiate neppure ai ragazzini ed anziani.

Un altro elemento di tortura è rappresentato dal clima torrido del luogo.   A partire dalle  dieci del mattino la temperatura s’avvicina ai 40 gradi ed i prigionieri, solitamente  in piedi ammanettati e nelle loro piccole gabbie, sono esposti alle torture climatiche.  Neppure  per i loro bisogni primordiali ai reclusi vengono tolte le manette.

Il Segretario della difesa americano Donald Rumsfeld, risponde all’accusa di violazione per i diritti Umani, spiegando che i detenuti “sono combattenti irregolari, quindi per loro non va applicato nessun diritto della Convenzione di Ginevra”.

Nel 2005, tre funzionari esperti di Diritti Umani delle Nazione Unite furono soggetti a restrizioni, che impedirono a loro di fare una visita programmata alla base.

Base di Guantanamo - Fonte foto :internet

Base di Guantanamo - Fonte foto: Internet

Purtroppo la storia americana è segnata da “capitoli tristi” e ad alimentare le polemiche il fatto che i  governi che si sono succeduti  non hanno mai dichiarato un “mea culpa”, né risarcito le vittime.

Dal 2002, quando è iniziata la caccia ai terroristi come conseguenza dell’attacco alle Torri Gemelle, sono stati imprigionati 800 presunti colpevoli; molti furono trasferiti in carcere di massima sicurezza in diversi paesi. Nello scorso  mese di aprile l’ultimo trasferimento è stato di altri 200 uomini, restano dentro la base 172 accusati dei quali, affermano voci autorevoli, 150 sono innocenti.

A tutti noi che nel nostro piccolo, appoggiamo e crediamo nella Rivoluzione Cubana, capita spesso che qualcuno ci dica: “A Cuba si violano i diritti umani”…Io non nego e rispondo, – Si è vero, a Cuba si violano i diritti umani. Nella base militare di Guantanamo, gestita dagli Stati Uniti da più di un secolo…

 

Inès Cainer – per ThisIsCuba.net

Nota: Inès Cainer giornalista e scrittrice nata in Argentina, ma di origini Italiane, vive da molti anni in Italia e tra le sue fatiche letterarie si annovera “Benita Bottazzi senza Patria” , dove racconta con estrema lucidità un pezzo di storia che ci appartiene; l’emigrazione italiana in Argentina.

 
 
 
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