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Post N° 21

Post n°21 pubblicato il 14 Giugno 2007 da geopoliticando

SCUDO SPAZIALE AMERICANO NELL'EUROPA DELL'EST. A COSA MIRA LA CONTROPROPOSTA DEL PRESIDENTE RUSSO PUTIN?

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Argomenti (tags) dell'articolo:

   RUSSIA 2    STATI UNITI D'AMERICA 2

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Nelle settimane scorse non sono mancate forti diatribe tra americani e russi sullo scudo spaziale che i primi vorrebbero installare in Polonia e nella Repubblica Ceca.

In cosa consiste lo scudo spaziale proposto dagli americani?

Il piano iniziale americano prevede l'installazione di una base radar nella Repubblica Ceca e di dieci intercettori in Polonia.

Gli intercettori sono dei missili che andrebbero a colpire eventuali altri missili lanciati dal nemico.

 Non c’è altro sostanzialmente.

Putin ha preso molto male questa proposta minacciando di far puntare i missili russi verso l’Europa e altre amenità del genere.

Fin dall’inizio è sembrata strana una diatriba così violenta, viste anche le continue rassicurazioni americane sul fatto che lo scudo non doveva essere in alcun modo considerato una minaccia verso la Russia.

Chi sospettava che Putin mirasse a qualcos’altro ha avuto ragione.

Infatti il Presidente russo ha fatto una controproposta:

  • installare uno degli elementi del sistema anti-missile in una base, ex sovietica, già esistente nell'Azerbaigian.

A che mira Putin?

Secondo Geopoliticando, i motivi sono due, integrabili in un soltanto:

I russi hanno bisogno di mostrare i muscoli non solo agli occidentali ma anche verso quelle aree dell’ex unione sovietica o ex satelliti dell’unione sovietica che ancora non sono entrate nell’orbita Nato/occidente. La partecipazione allo scudo spaziale americano, da parte della Russia (l’Azerbaigian è pienamente nell’orbita di Mosca) è un segnale forte verso tutti i Paesi dell’area.

Ed è anche un segnale forte (ed ecco il secondo integrabile motivo) verso gli USA.

Il messaggio è chiaro: “fino in Polonia e in Repubblica Ceca, ci siete arrivati, il Caucaso è roba nostra!”

E l’Italia?

D’Alema non ha compreso questo progetto e si è schierato in modo solidale con Putin quando minacciava di puntare i suoi missili verso di noi, affermando che i negoziati bilaterali tra USA e Polonia e Repubblica Ceca erano “irrituali”.

Gli atteggiamenti "ideologici" del nostro Ministro degli Esteri hanno fatto si che i russi, che miravano ad altro, sono indifferenti a questa forzata solidarietà e i nostri rapporti con gli americani ne escono ulteriormente indeboliti.

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Post N° 20

Post n°20 pubblicato il 12 Giugno 2007 da geopoliticando

SCONTRI TRA AL FATAH ED HAMAS. DIVERSE SENSIBILITA' DI ISRAELE ED IRAN

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 immagine PALESTINA 7  immagine ISRAELE 6  IRAN 5

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Sempre più gravi gli scontri tra Al Fatah ed Hamas e soprattutto gravi sembrano le conseguenze:

la più importante al momento è l'annuncio del ritiro dei ministri di Al Fatah dal Governo di unità nazionale fino a che gli scontri non termineranno.

Il leader di Al Fatah e Presidente dell’Autrità palestinese, Abu Mazen, ha accusato Hamas di stare tentando un colpo di stato.

Le domande che occorre porsi ogni qual volta vi sia una recrudescenza di violenza nei territori palestinesi, in questo caso nella striscia di Gaza, è chi abbia maggiore convenienza a che ciò accada.

  • Iran, certamente il maggiore responsabile della mancata ragionevolezza di Hamas, che si concretizza non solo nelle violenze di questi giorni ma nel mancato riconoscimento, da parte del movimento palestinese, dell’esistenza di Israele. Il nostro ministro degli esteri d’Alema, che ha ormai dimostrato in più circostanze una certa impreparazione in argomenti internazionali, sosteneva in occasione dell’accordo di Hamas ed Al Fatah che quella era la priorità e che il riconoscimento di Israele sarebbe venuto. Invece non è così, senza riconoscimento di Israele Hamas non può essere considerato un movimento legittimato a trattare con la comunità internazionale da pari a pari. Certo, non vanno chiuse tutte le porte ma occorre far passare il concetto che il movimento venga appena tollerato fintanto manchi il riconoscimento di Israele. In ogni caso, come si diceva, è all’Iran che occorre guardare per trovare il maggiore responsabile dell’attuale situazione di tensione, quell’Iran terrorizzato che il Piano di Pace saudita, dal quale è partito il precedente accordo tra Hamas ed Al Fatah, possa avere successo. In questo caso il ruolo geopolitico dell’Iran (sciita) sarebbe destinato a perdere fortemente quota a favore dell’odiata Arabia Saudita (sunnita). Questa visione è pienamente confermata anche dalla stessa Al Fatah, per mezzo del proprio portavoce, Maher Miqdad, che ha ufficialmente accusato, ad una radio palestinese, l’Iran di essere dietro il riacutizzarsi degli scontri fratricidi e che la volontà sarebbe quella di una vero e proprio tentativo di pulizia etnica (a favore di Hamas contro Al Fatah) nei territori (Jerusalem Post, 12 giugno 2007).

  • Israele: non nascondiamoci dietro un dito, difficile pensare che gli Israeliani sotto sotto non godano di questa situazione ma certamente non ne sono significativi responsabili. Ovvio che Israele tenti di approfittare della situazione spingendo per la presenza di una forza internazionale nella striscia di Gaza, come possiamo leggere nell’intervista del Premier Olmert al Jerusalem Post del 12 giugno. Il Premier ha affermato che sarebbe utile la presenza di forze internazionali nella striscia di Gaza. In questo caso l’obiettivo sarebbe principalmente quello di bloccare l’illegale traffico di armi che arriva dall’Egitto a favore soprattutto di Hamas, armi poi utilizzate contro Israele (o contro Al Fatah in questo caso). Questa mossa non era scontata, infatti Olmert si è già preso le critiche feroci di chi non vede di buon occhio le truppe internazionali di pace. Non dimentichiamo che per intervenire l’ONU richiede, come regola generale, un certo consenso di tutte le parti in lotta, consenso che Hamas non darà mai. Israele potrebbe quindi ottenere l’obiettivo di far diminuire fortemente l’immagine internazionale di Hamas, immagine che crollerebbe in caso di risposta negativa priva di motivazioni sostanziali.

Morale della favola, solo una fortissima pressione dei Paesi Arabi, in primis l’Arabia Saudita, potrà convincere Hamas che quella violenta è una scelta senza via d’uscita che oltretutto rafforza, nell’immediato, l’odiata Israele. Un eventuale mancato rientro dei ministri di Al Fatah sarebbe un segno molto negativo, riteniamo che un rientro vi sarà ma che senza un intervento politico serio che cerchi di isolare maggiormente l’Iran ricadute violente saranno all’ordine del giorno.

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Post N° 19

Post n°19 pubblicato il 05 Giugno 2007 da geopoliticando

SU COSA SI BASA LA STRATEGIA INTERNAZIONALE CINESE?

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immagine CINA 4

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di Orson

 

Sono quattro le direttrici dell’espansione cinese sullo scacchiere delle relazioni internazionali; stabilità politica, penetrazione economia e sicurezza nell’approvvigionamento energetico che corrispondono in parte alla realtà geografica ed alle caratteristiche economiche delle aree d’interesse, Asia, Occidente, Africa, più una variabile comune a tutte le regioni d’interesse che è l’aspetto demografico-migratorio.

Per quel che riguarda l’Asia i cinesi perseguono una strategia di integrazione politica volta ad accentuare il ruolo di potenza regionale e ad assicurare un contesto pacifico per la repubblica popolare cinese in un’area strategica. Non è solo la prossimità  geografica ad interessare  il governo di Pechino: è infatti in atto uno spostamento del peso politico-economico dall’area atlantica all’area del Pacifico. Sottolinea il Wall Street Journal come oltre ¼  delle posizioni di alto profilo nel mercato del lavoro si stia spostando  dalla East Coast (New York) alla area del pacifico con in testa Hong Kong e Shanghai. L’International Herald Tribune sottolinea come si sta assistendo ad una caduta della metropoli americana simile a quanto avvenne nella Venezia lontana dalle rotte centrali dell’economia mondiale dopo la scoperta dell’America. La Cina è per ragioni storiche e geografiche il centro del nuovo mondo e ha intenzione di gestirne il successo in un quadro, al meno per il momento, di pace internazionale.

In Europa e negli Stati Uniti i cinesi vengono a fare shopping. L’enorme liquidità data da un’incredibile aumento dell’export legato al ruolo centrale negli scambi di prodotti a basso costo e ad un’espansione nelle quote di mercato in settori ad alto valore aggiunto trova un naturale sfogo nei settori immobiliare, finanziario e nelle attività produttive europee e americane. Identificate e mappate le forze del sistema economico europeo come il settore immobiliare, piccole e medie imprese, alto valore delle risorse umane, innovazione ed aspetti culturali e di quello americano con finanza e ICT in prima fila, i cinesi puntano a penetrare gli attori mondiali su terreni a loro congeniali e con la forza dei soldi. In Italia per esempio i Cinesi puntano dalla logistica alla realtà del tessile, non solo insediandosi e operando in distretti industriali strategici ma anche con joint-venture con primarie società; l’interesse alla logistica con le ultime manifestazioni di interesse della COSCO per il porto di Trieste sono per fare alcuni esempi alcuni degli interessi cinesi nel nostro paese. Negli Stati  Uniti il discorso è invece spostato sul settore finanziario: dopo essere diventati i primi creditori della tigre di carta i cinesi puntano a Wall Street; significativo in questo senso la scalata ad uno dei più importanti fondi d’investimento d’olteroceano (inteso come Pacifico e non come Atlantico). La società governativa cinese States Investement ha investito 3  miliardi di dollari nel fondo d'investimento americano Blackstone: un'operazione, questa, che conferma la  volontà cinese di penetrare finanziariamente non solo il settore pubblico americano, ma è indice del desiderio di sbarcare nel cuore stesso dell’economia americana.

Come in passato per l’Europa e più tardi per gli Stati Uniti, l’Africa, seppur sembra lasciata a se stessa, è centrale nelle strategie di espansione delle grandi macroaree geoeconomiche. L’enorme disponibilità di risorse naturali fanno si che l’ultimo dei continenti sia sempre all’interno di strategie d’espansione. Come in passato la risorsa lavoro africana sotto forma di schiavitù ha rappresentato una fonte centrale nell’espansione economica americana oggi le risorse naturali di buona parte delle nazioni africane rappresentano un gasolio  per i motori della crescita cinese. Gli incontri sempre più frequenti, non ultimo quello fra i rappresentanti di 48 nazioni africane e le autorità cinesi sotto lo sguardo compiaciuto della Banca per lo Sviluppo Africano del mese scorso, fanno si che lo scambio più o meno equo fra le due realtà vada sempre più rafforzandosi. Due le direttrici: aiuti economici, legittimità per ogni tipo di gestione politica del continente, (che include una politica di non interventismo da parte di Pechino) e prodotti a basso costo per la popolazione da un lato, e risorse energetiche e possibilità di influenza per la Cina dall’altro.

L’ultimo e probabilmente il più importante degli elementi della strategia internazionale di Pechino è quello legato ai movimenti demografici e migratori dei cinesi. A facilitare la penetrazione geografica in giro per il mondo, dalle vicine filippine e Singapore agli USA passando per Italia e Madagascar, sono i numeri e le caratteristiche demografiche unite  alle politiche governative.

Ufficialmente i Cinesi nel Mondo sono poco più di 1 miliardo e trecento milioni. Nella realtà sono molti più, fra i cinesi della diaspora illegale, quella cioè di persone “che non esistono” e quelli presenti in madrepatria e mai dichiarati all’autorità per sfuggire alle strette regole del figlio unico,

pare che il numero totale superi agilmente il miliardo e mezzo. Numeri fondamentali per quanto riguarda gli aspetti strategico militari (l’esercito più numeroso del mondo), di influenza sull’estero (diritto di voto ed influenza economica in molti paesi, specialmente in Asia), in termini di rimesse (oggi all’1% del PIL). In tutto uno è il vero motivo di preoccupazione è il numero di donne per uomo. In Cina ad  oggi ci sono 116 uomini ogni cento donne, elemento che con i numeri cinesi spaventa. E’ una verità che le società in cui il numero degli uomini eccede in maniera considerevole il numero delle donne sono tendenzialmente più aggressive. Su questo punto si gioca buona parte dell’opzione guerra /pace in Cina: può essere facile per un sistema autoritario rivolgere questa aggressività verso l’esterno per mantenere l’ordine interno, ma cosa conviene alla Cina delle interrelazioni economiche, della pace per il progresso, la guerra o la pace?

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Post N° 18

Post n°18 pubblicato il 23 Aprile 2007 da geopoliticando

SCONTRO TRA  TURCHIA LAICA E"RELIGIOSA". CONSEGUENZE E AUSPICI

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immagine TURCHIA 4

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In uno dei primi articoli Geopoliticando si è occupata dell’ingresso della Turchia in Europa, elencando i paesi favorevoli (vd. articolo "Geopoliticando" “Turchia 2 - Turchia in Europa, le motivazione dei favorevoli”), quelli contrari (vd. articolo "Geopoliticando" “Turchia 3 – Le motivazioni dei contrari e conclusioni”) e le relative motivazioni.

Con questo intervento si vuole parlare ancora di Turchia in un momento nel quale gruppi nazionalisti, islamici e non, stanno aumentando le loro pressioni violente sulla vita civile del Paese.

In questo contesto va ad inserirsi l’importante scontro istituzionale che sta caratterizzando la vita politica turca in queste ultime settimane. Di questo, in particolare, vogliamo parlare.

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Nella foto la manifestazione del 14 aprile ad Ankara contro l'ipotesi dell'elezione di Erdogan, o comunque di un rappresentante del partito islamico Akp, alla carica di Presidente della Repubblica.

Il riferimento è alla non celata aspirazione del premier turco Recep Tayyip Erdogan, a divenire il prossimo Presidente della Repubblica. Quello attuale, Ahmet Sezer (che non più tardi di tre mesi fa dichiarava : “Il fondamentalismo religioso ha raggiunto allarmanti proporzioni. L’unica garanzia per la Turchia contro questa minaccia è il suo ordinamento laico”) , è infatti in scadenza di mandato. Erdogan è il Premier turco, in qualità di leader del movimento politico vincitore delle elezioni del 2002, il partito islamico moderato Akp (Partito della giustizia e dello sviluppo) .

Erdogan non ha ancora ufficializzato la sua volontà, ma non ha mai neanche smentito le voci al riguardo. In ogni caso il desiderio dell’Akp è quello di porre nella sedia della presidenza della repubblica un suo rappresentante.

I numeri sono dalla parte dell’Akp, quindi, il partito, in linea teorica, ha il diritto a tale elezione.

Sembra chiaro, tuttavia, un tentativo di creazione di un precedente che potrebbe rivelarsi a rischio per la Turchia. La stessa sensazione è provata dalla parte laica del Paese. Per coloro che appartengono a questa cultura l’affronto è inaccettabile, mai, dalla creazione del moderno stato turco uomini che fanno riferimento diretto all’islam hanno controllato contemporaneamente la posizione di premier e di presidente della repubblica.

Erdoğan non dovrebbe dimenticare, inoltre, che il suo partito ha ottenuto la maggioranza parlamentare solo in virtù del particolare sistema elettorale turco. Con il 34 per cento dei voti ottenuti esso è ben lontano dal rappresentare la maggioranza del paese, soprattutto considerando che furono quasi undici milioni gli astenuti alle elezioni del 2002. Decidere di candidarsi, evitando ogni soluzione di compromesso, potrebbe rappresentare una forzatura.

Secondo l’analista americano Edward Luttwak se l’Akp riuscisse nell’intento di nominare un “suo” presidente ciò comporterebbe uno scontro sempre più probabile tra le due culture turche, l’una rappresentata dall’Akp e l’altra dall’esercito, “garante della laicità”. Se l’Akp riuscisse nel proprio intento, prosegue Luttwak, la deriva (islamica) sarebbe inarrestabile così come la tensione crescente.

E’ evidente che le stesse preoccupazioni di Luttwak ce l’ha una buona parte del popolo turco, quanto meno quel milione (secondo gli organizzatori, 300.000 secondo la polizia) sceso in piazza per protestare contro questa ipotesi, lo scorso 14 aprile.

La Turchia è, costituzione alla mano, un Paese laico, così ha voluto il padre fondatore della Repubblica moderna Mustafa Kemal Ataturk.

QUALE FORZA ATATURK HA POSTO A DIFESA DELLA LAICITA’ DELLO STATO?

Di fatto l’esercito ed infatti c’è lo zampino anche di qualche ex generale nella grande manifestazione dello scorso 14 aprile ad Ankara. Tuttavia essa non può essere letta solo come la volontà di qualche ex gallonato in quanto il successo è stato rilevante e dimostra semplicemente la frattura in atto nella società turca e che una grande parte dei turchi guarda ancora con speranza all’Unione europea e ai principi di laicità che la contraddistingue. E’ la dimostrazione che la secolarizzazione della società turca c’è stata e questa secolarizzazione sarà ed è il prossimo obiettivo degli estremisti islamici.

COME MAI ALLORA ERDOGAN, RAPPRESENTANTE DI UN MOVIMENTO ISLAMICO, SEPPUR MODERATO, E’ COMUNQUE TRA I FAUTORI DELL’ENTRATA DELLA TURCHIA IN EUROPA?

Innanzitutto per legittimarsi alla comunità internazionale, infatti non avrebbe fatto certo una valida figura nell’ipotesi in cui avesse subito dichiarato, dopo la sua elezione, la volontà di allontanare il Paese dall’Occidente (non dimentichiamo che la Turchia è già membro NATO).

Come secondo elemento da analizzare, Erdogan è consapevole che l’esercito si opporrà sempre ad un allargamento del potere islamico in Turchia. Ha quindi approfittato di una delle tante (a volte inspiegabili e non condivisibili) richieste dell’Unione Europea alla Turchia, relativamente alla possibilità del suo accesso nella Comunità.  Tra le richieste, infatti, c’è anche quella di ridimensionare l’ingerenza delle forze armate nella vita pubblica. Erdogan si è trovato su un piatto d’argento l’opportunità di indebolire uno dei principali avversari addossandone però la responsabilità a Bruxelles.

Le resistenze europee alla Turchia non hanno però leso l’immagine del premier turco, all’interno del Paese, ma hanno indebolito sempre di più l’ “opposizione occidentalizzante” che resta schiacciata dalle forze islamiche (Luttwak, Il Foglio del 19 aprile 2007). La motivazione è chiara, la Comunità europea, a causa soprattutto della posizione francese e tedesca, sta ponendo condizioni sempre più forzate ad Ankara, conseguentemente gli estremisti islamici, ma anche altri gruppi nazionalisti hanno buon gioco a dichiarare il “razzismo” degli europei e a fare proseliti. Ancora una volta l’asse franco tedesco rischia di compromettere importanti equilibri internazionali che, a parere di Geopoliticando, non possono e non devono prescindere, dall’accesso della Turchia in Europa. I motivi sono quelli esposti sopra ma vi è anche un chiaro interesse nazionale italiano  in tal senso (vd. “Turchia 2 - Turchia in Europa, le motivazione dei favorevoli”) e soprattutto la Turchia può e deve svolgere un ruolo di ponte tra occidente e oriente, tra occidente e islàm. Una Turchia offesa e umiliata potrebbe atteggiarsi ad un ruolo diametralmente opposto a quello precedente (citato da: Turchia 2 – Turchia in Europa, le motivazioni dei favorevoli).

Purtroppo nuove tensioni stanno sorgendo tra comunità internazionale e Turchia (ed ecco il motivo della nuova forza dei nazionalisti turchi, non necessariamente “islamici”): La questione iraquena. La Turchia teme uno Stato Curdo Iraqueno indipendente, lo teme poiché all’interno dei suoi confini vivono milioni di turco-curdi.

In ogni caso la Turchia laica e moderna non si arrende. Vogliamo ricordare, infatti, oltre alla grande manifestazione del 14 aprile, anche le più piccole ma altrettanto significative manifestazioni seguite al massacro, dei giorni scorsi, di tre cristiani all’interno della casa editrice Zirve, a Malatya, dove tre dipendenti sono stati sgozzati poiché la casa editrice pubblicava Bibbie.

“Solidarietà contro il fascismo, siamo tutti cristiani” era scritto negli slogan degli indignati manifestanti turchi ad Ankara e ad Istanbul.

Le continue provocazioni di alcuni paesi europei all’accesso di Ankara in Europa, rischia fortemente di portare la parte più laica e civile turca in una posizione di sempre maggiore debolezza.

C’è un grande scontro in atto in Turchia, l’atteggiamento di Francia e Germania rischia di contribuire alla vittoria di coloro che vogliono una Turchia sempre più lontana dall’occidente, sempre meno laica, sempre meno libera.

La delicata situazione internazionale, con il terrorismo islamico difficile da affrontare e da vincere, non lo consente.

 PER CHI VUOLE SAPERNE DI PIU’:

Mustafa Kemal Atatürk:

Unico comandante ottomano mai sconfitto dalla potenze alleate durante la prima guerra mondiale, al termine della stessa, dopo aver cacciato i Greci che avevano occupato buona parte della zona costiera turca, Kemal diede vita anche ad una serie di riforme importantissime per l'ammodernamento della sua nazione , sulla base della sua personalissima ideologia, il cosiddetto Kemalismo:

- abolì il califfato;

- laicizzò lo stato;

- riconobbe la parità dei sessi;

- istituì il suffragio universale;

- adottò l'alfabeto latino, il calendario gregoriano, il sistema metrico decimale.

 Un vero giro copernicano che conduce alla moderna Turchia attuale. Insomma, europeizzò la Turchia.

Atatürk ("Padre dei Turchi") fu il cognome che il Parlamento rivoluzionario della neonata Repubblica attribuì a Mustafa Kemal quando si introdusse la legge sui nomi di famiglia, a seguito dell'adeguamento giuridico dell'anagrafe al modello ispirato agli usi del mondo occidentale.

Da allora sono le forze armate le garanti della laicità dello Stato.

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Post N° 17

Post n°17 pubblicato il 17 Aprile 2007 da geopoliticando

AGGIORNAMENTI SUL PIANO  DI PACE SAUDITA E PROBABILE SCAMBIO DI PRIGIONERI (TRA QUESTI IL CAPORALE SCHALIT)

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 immagine PALESTINA 4  immagine ISRAELE 3

immagine ARABIA SAUDITA 2

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Oggi ci sembra interessante approfondire un articolo della Associated Press pubblicato dal Jerusalem Post del 16 aprile.

Esso riporta un’intervista del premier israeliano Olmert alla Canadian Broadcasting Corp. TV

Cercheremo di utilizzare questo documento anche per aggiornare i lettori di Geopoliticando sull’evoluzione del Piano di Pace Saudita (vd. Articolo "Sviluppi del Piano di Pace Saudita – Israele 1, Palestina 2, Arabia Saudita 1).

Olmert nell’intervista dichiara che Israele è "desiderosa di affrontare direttamente con l’Arabia Saudita il Piano di Pace da quest’ultima proposto".

L’importante dichiarazione è accompagnata da attestati di stima verso Riad: "l’Arabia Saudita deve e può giocare un ruolo decisivo nella pacificazione del Medio Oriente", ha aggiunto infatti Olmert, invitandola, altresì, a prendere la guida contro il radicalismo islamico.

C’è anche tanta ipocrisia in queste dichiarazioni. Sia infatti chiaro che l’Arabia Saudita è la patria del Wahhabismo, un movimento musulmano decisamente poco incline al rispetto di altre religioni e soprattutto molto incline all’espansione di questi principi (vedi le scuole wahhabite sviluppatesi in Bosnia negli ultimi anni e sponsorizzate da Riad).

Ma Olmert sa che il momento è propizio.

Spieghiamone subito le ragioni:

Israele sta rafforzando il progetto saudita che è, principalmente, quello di scalzare l’Iran da Paese leader musulmano.

E’ questo allora il momento di far ottenere una grande vittoria a Riad, vittoria che potrebbe coincidere nella risoluzione di alcune delle questioni fondamentali di contrasto, la nascita di uno stato palestinese.

Come più volte riportato grandi differenze e rivalità separano l’Iran sciita dall’Arabia Saudita sunnita (vd art. citato e Obiettivi del viaggio del presidente iraniano Ahmadinejad in A. Saudita – Iran 4).

Olmert ha compreso come la proposta saudita non vivrà, verosimilmente, più a lungo dell’attuale crisi Iran-Arabia Saudita

Naturalmente non tutto ciò che è stato richiesto nel Piano è attuabile, come abbiamo riferito nell’articolo "Sviluppi del Piano di Pace Saudita – Israele 1, Palestina 2, Arabia Saudita 1, nel quale evidenziamo come sia oggettivamente impossibile un ritorno dei Palestinesi profughi delle guerre con Israele, essendo quelle terre ormai Israele a pieno titolo.

Essendo questo punto molto discusso e per ora ufficialmente considerato non trattabile dagli arabi, è ragionevole pensare che le trattative stiano comunque proseguendo "sottotraccia".

Tale pensiero è stato confermato dallo stesso Olmert che ha lasciato intendere che : "quando due parti non possono parlarsi ci sono comunque modi per comunicare". Geopoliticando ritiene che le trattative "nascoste" stiano riguardando principalmente tale questione.

Tra quelle non nascoste (ma che potrebbero rivelare interessanti sorprese) vi è anche quella che riguarda la liberazione del caporale israeliano Gilad Schalit, prigioniero dei palestinesi ormai da parecchi mesi.

Le trattative istituzionali portate avanti da Israele cercano di non indebolire le istituzioni che potrebbero non essere considerate interlocutori affidabile in un’eventuale successiva emergenza, rischio in cui incorrono in Afghanistan le nostre istituzioni, dopo l’infelice gestione dell’ "affair Mastrogiacomo".

Chiudiamo tuttavia velocemente questa parentesi, per dire che Israele ha già ricevuto una lunga lista di nomi di palestinesi da liberare per riavere Schalit.

Olmert ha già dichiarato di essere favorevole a uno "scambio ragionevole" utilizzando "standard da medio oriente", lasciando intendere che ciò significa che è possibile scambiare più prigionieri contro uno solo, ma non 1.400 (prima richiesta palestinese) contro uno.

Ma se ad essere liberato fosse anche il principale leader di Al Fatah, dopo Abu Mazen, Marwan Hassib Hussein Barghouti?

Barghouti è considerato un importante interlocutore anche in Europa e negli Stati Uniti, ma è prigioniero degli israeliani dal 2002, i quali lo accusano di aver partecipato (probabilmente l’accusa è corretta) ad alcuni omicidi di cittadini di Tel Aviv.

Tuttavia Barghouti è considerato un eroe dal suo popolo e la sua liberazione potrebbe portare a rendere più accettabili alcune rinunce ai palestinesi (come il citato impossibile diritto al ritorno).

Il primo ministro palestinese, di Hamas, Ismail Haniyeh ha già ammesso che il nome di Barghouti fa parte della lista dei prigionieri ma in Israele si sono già levate molte voci contro la sua liberazione.

La nostra idea è che le trattative sottobanco riguardino anche questo punto, un’eventuale liberazione di Barghouti ma per qualcosa di più del caporale Schalit: occorre trovare una mediazione sulla proposta di pace saudita e bisogna farlo in fretta, per i motivi che abbiamo sopra esplicato.

Ecco allora che un’eventuale liberazione di Barghouti (o la promessa di liberazione in tempi brevi) faciliterebbe il compromesso.

Barghouti sarebbe d’accordo? Ha nelle sue mani una grande responsabilità, il suo curriculum, seppur macchiato dalla ripresa dei combattimenti contro Israele, è pur sempre un curriculum di una persona estremamente ragionevole (vd. Per chi vuole sapere di più che trovi subito sotto).

In tutto ciò si devono temere attentati da parte di coloro che non vogliono che l’avvicinamento tra Israele ed Arabia Saudita, prosegua.

Di certo fra questi l’Iran che potrebbe rafforzare Ezbollah in Libano che, come noto, sopravvive soprattutto grazie all’aiuto di Teheran.

Ma anche Al Quaeda che è presente anche nei territori come affermato dalle forze di sicurezza palestinesi. Queste ultime, riferendosi all’annunciata esecuzione (probabilmente la notizia è falsa) del giornalista della BBC Alan Johnston, rapito quatto settimane fa nella striscia di Gaza, da parte di un gruppo denominato "The Tawheed and Jihad Brigades", ha affermato che "si tratta di uno dei nuovi gruppi tra i diversi affiliati ad Al Quaeda, che hanno iniziato ad operare nella striscia di Gaza, dal 2004".

Sempre secondo le dichiarazioni ufficiali delle forze di sicurezza palestinesi si tratterebbe di ex affiliati ad Hamas, scontenti della politica "relativamente moderata" del loro ex gruppo. Una notizia molto interessante che conferma il netto distacco tra Hamas ed Al Quaeda.

PER CHI VUOLE SAPERNE DI PIU’:

MARWAN HASSIB HUSSEIN BARGHOUTI:

È membro del Consiglio Legislativo Palestinese - ove fu eletto nel 1996 - e segretario generale di Al Fatah per la Cisgiordania.

Tornato in Palestina nel 1994, dopo gli accordi di Oslo, si propose come uomo del dialogo con Israele.

Convinto che il processo di pace di Oslo possa portare a un totale ritiro di Israele dai territori occupati e alla fondazione di uno stato palestinese indipendente con capitale Gerusalemme, incoraggia stretti rapporti con i leader israeliani favorevoli alla creazione di due stati separati indipendenti e sovrani.La "stagione del dialogo", tuttavia, si conclude per Barghouti nel 1998 quando - proseguendo l'espansione dei coloni israeliani nei territori - porta a compimento il suo personale processo di identificazione con il diffuso sentimento popolare che vede gli accordi di Oslo come un vicolo cieco per la causa palestinese.

Barghouti sintetizzò allora la nuova strategia di lotta con un celebre ragionamento: "Abbiamo tentato la strada dell'Intifada per sette anni, senza negoziare; poi abbiamo negoziato per sette anni, senza Intifada. Ora, forse, dobbiamo tentarle entrambe contemporaneamente"

Accusato di omicidio e condannato a cinque ergastoli dalla giustizia israeliana con una sentenza del Luglio 2004, Marwan Barghouti giace in carcere dal 15 Aprile 2002, quando fu catturato, a Ramallah, con un blitz dell'esercito di Tel Aviv. Dal carcere, pur consapevole di poter ambire alla leadership di Al Fatah, e non solo, ha sostenuto la candididatura di Abu Mazen a Presidente dell’Autorità palestinese.

WAHHABISMO:

Si tratta di un movimento radicale sunnita affermatosi nella penisola arabica intorno alla meta del XVIII secolo.

Adotta un’interpretazione molto rigida dell’Islam. I wahhabiti avversano ogni presunta deviazione dalla purezza dell’islam delle origini, ogni forma di ostentazionne del lusso, mostrano una feroce ostilità al misticismo e alle forme popolari di fede (es. il culto dei santi). Sono inoltre decisi avversari degli sciiti.

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