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ILVA Spa

“Mai il MALE ebbe una migliore occasione di fingere di compiere opere del BENE” Georges Bernanos

 

 

DONNE RESISTENTI AL LIDO

Post n°155 pubblicato il 07 Settembre 2010 da ranocchio75
Foto di ranocchio75

Donne "resistenti" al Lido

di Gabriella Gallozzi

07/09/2010

Donne «resistenti» al Lido, nel giorno del nubifragio che ha messo ko la «potente macchina» della Mostra, allagando persino la sala stampa, già abitualmente fuori uso per i giornalisti, «accatatastati» fin nei corridoi, in cerca dell’unica connessione wireless a disposizione in tutto il festival. Dopo Sofia Coppola e Roberta Torre, ospiti della selezione ufficiale, ieri, l’altro festival, quello delle Giornate degli autori, ha dato spazio a voci di donne decisamente meno esposte dal punto di vista mediatico. Ma decisamente più forti e coraggiose nel loro cammino di verità. Stiamo parlando di due documentari distanti per tematiche e stile, eppure accomunati dall’urgenza di raccontare: le madri e le mogli degli operai morti all’Ilva di Taranto, a cui dà voce Valentina d’Amico nel suo La svolta. Donne contro l’Ilva e il poetico ritratto di Lisetta Carmi, un’anima in cammino di Daniele Segre, in cui ripercorre la vita della celebre fotografa ottuagenaria dallo spirito di ragazza.

Storie di donne «combattenti» che dicono di un paese dove la giustizia è morta. Così a Taranto di fronte ai tanti processi contro la «cattedrale dell’acciaio» che ha il triste primato in Italia degli omicidi bianchi: 43 morti sul lavoro in quindici anni. Come raccontano le statistiche, ma come raccontano in prima persona, nel film di Valentina d’Amico, le vedove di quegli operai che si sono costituite parte civile contro l’Ilva, senza riuscire nemmeno a portare in tribunale il «padrone», Enrico Riva, proprietario dello stabilimento dopo la privatizzazione di metà anni 90. Anzi, «nel caso di mio marito -, racconta la vedova di Silvio Murri, morto in fabbrica a 38 anni, - al processo è stato incolpato l’altro operaio che lavorava al suo fianco. Mentre Riva non è mai stato neanche imputato». E poi Paolo Franco, aveva 27 anni quando è morto. Adesso è sua madre a chiedere giustizia. «È assurdo pensare che i ragazzi muoiano quando vanno in discoteca, ancora più assurdo è pensarlo quando vanno a lavorare. E per 900 euro al mese, poi».

Scorrono le immagini della più grande acciaieria d’Europa, così com’era stata concepita nel ’60, in pieno boom economico, quando si chiamava Italsider. Poi la crisi dell’acciaio, la privatizzazione o meglio la «svendita», come denuncia il sindacato, e via via il bollettino di guerra: intossicazioni, ustioni, morti. Ma non solo. La diossina, le dosi massicce di scarichi che hanno fatto di Taranto la città più inquinata d’Italia. La crescita dei tumori, delle leucemie, dei disturbi alla tiroide. Sono ancora le donne a raccontarlo. Madri di bambini malati, o vittime in prima persona.

Storie di coraggio, come quello che ha sempre accompagnato Lisetta Carmi, questa ragazza di 86 anni che ieri ha portato al Lido la sua travolgente vitalità. Decana delle fotografe italiane Lisetta ha pensato la sua professione come strumento di verità «per scoprire l’umanità delle persone», racconta in questo appassionato ritratto di Daniele Segre. Figlia di una famiglia della buona borghesia genovese non si è mai arresa alle convenzioni, i suoi scatti sono andati controcorrente, fotografando chi nella società dei «fantastici anni Sessanta», per dirla con Celestini, è sempre stato ai margini. Che fossero i portuali di Genova o il mondo dei trans della celebre via del Campo, cara a De Andrè. Quando uscì il suo libro Travestiti fu un vero scandalo per l’Italia perbenista di quegli anni.

«Nelle librerie di Milano – racconta – veniva nascosto sottobanco. I travestiti venivano considerati degli schifosi, ma schifosi erano i loro clienti, uomini dell’alta borghesia e preti». Si descrive come «un’anima in cammino» Lisetta. Alla costante ricerca della verità, come quella che ha ritratto nelle sue foto più celebri: Ezra Pound nel suo «rifugio» di Rapallo, in cui cattura dolore e silenzio di un uomo alla fine. Scatti che hanno fatto il giro del mondo e che hanno vinto il premio Niépce. Da quarant’anni Lisetta si è ritirata a Cisternino, in Puglia dove ha fondato il primo Ashram occidentale. Dice di aver lasciato la fotografia perché ormai «l’anima delle persone riesco a leggerla senza obiettivo».

04 settembre 2010

 
 
 

ILVA TARANTO: QUARTIERE TAMBURI

Post n°154 pubblicato il 28 Luglio 2010 da ranocchio75
Foto di ranocchio75

TRATTO DA : http://bari.repubblica.it

Taranto, il parco giochi chiude per smog

L´allarme scattato dopo che i dati del quartiere Tamburi sono tre volte più alti del limite. Verranno installate centraline ad hoc per arrivare al monitoraggio 24 ore su 24di GIULIANO FOSCHINI27 LUGLIO 2010. La promessa è della Regione che ieri, con l´assessore alla Qualità dell´ambiente Lorenzo Nicastro, ha incontrato il presidente della provincia di Taranto, Lorenzo Nicastro, il sindaco, Ippazio Stefàno e i rappresentanti dell´Arpa. Insieme è stato deciso l´avvio «del monitoraggio diagnostico della qualità dell´aria di Taranto» spiega Nicastro. In pratica «per la prima volta si procederà alla rivlevazione giornaliera del benzoapirene: cominceremo già da settembre e in questa maniera potremo individuare con la massima precisione le fonti inquinanti ma anche stabilire le condizioni meteo-climatiche e le ricadute di tali sostanze sul territorio. Soltanto con dei dati scientifici certi - dice l´assessore - potremo prendere dei provvedimenti seri».
La Regione monterà delle centraline ad hoc che saranno pagate, in parte, proprio dall´Ilva e dai gestori degli altri grandi impianti.
L´allarme benzoapirene a Taranto - dopo la lunga crociata e la legge sulle diossine - era scattato nelle scorse settimane quando l´Arpa ha presentato un rapporto con gli ultimi dati: nei primi sei mesi del 2009 i dati di Taranto, meglio i dati registrati nel quartiere Tamburi (il più vicino all´Ilva), registravano numeri tre volte superiori rispetto a quanto previsto dalla legge. Poco dopo erano scattate anche una serie di denunce nei confronti della famiglia Riva e dei vertici tecnici dell´Ilva che hanno avuto un avviso di garanzia per gettito pericolose di cose e disastro colposo. Il problema è che senza analisi serie non si può creare un nesso scentifico serio tra emissioni e inquinamento, laddove non è stato ancora provato.
«Il monitoraggio 24 ore su 24 darà queste risposte» assicura Nicastro. Ma non sarà l´unica possibilità: il procuratore di Taranto, Franco Sebastio, ha chiesto e ottenuto un incidente probatorio che dovrebbe dimostrare quali sono le fonti dell´inquinamento di Taranto.
Magari si riuscirà a capire cosa ha provocato l´ordinanza del sindaco e la chiusura di un sogno piccolo piccolo. Ezio Stefano ha infatti ordinato la chiusura del parco giochi che si trova al quartiere Tamburi. «I risultati dell´analisi di rischio hanno evidenziato un rischio totale non accettabile per le sostanze cancerogene in relazione allo scenario bambini» hanno scritto i tecnici chiamati dal sindaco. Che significa? Le analisi hanno dimostrato una contaminazione chimica sul terreno del parco molto oltre i valori di legge per il berillio e i Pcb (policlorobifenili), due elementi fortemente cancerogeni.
«I bambini - è il ragionamento dei tecnici - potrebbero facilmente ingerirli oppure contaminarsi semplicemente rotolando per terra: il passaggio può avvenire anche soltanto con il contatto della pelle». Via quindi tutti i ragazzini (a proposito: il sindaco ha offerto un servizio navetta per portarli in una zona mare, dove però secondo gli ambientalisti c´è una discarica di amianto) e via altre pecore: la Asl ha disposto l´abbattimento di altre mille capi di bestiame.
 
 
 

ILVA TARANTO : RIVOLTA FAMIGLIE DEI TAMBURI

Post n°153 pubblicato il 28 Luglio 2010 da ranocchio75
Foto di ranocchio75

TRATTO DA: http://lagazzettadelmezzogiorno.it

Taranto, la rivolta delle famiglie: basta veleni dell'Ilva

di PAMELA GIUFRÈ 

14 LUGLIO 2010. Viviamo ai Tamburi dagli anni ’50 e siamo davvero stanchi di respirare tutti i giorni le polveri dell’Ilva mettendo a rischio la salute nostra e dei nostri figli e nipoti». E’ questa la motivazione che ha spinto Alfonso Tranquillino e sua moglie Francesca Viesti, residenti in via Merodio ai Tamburi, a denunciare l’Ilva di Taranto per getto pericoloso di polveri e minerali. E il sostituto procuratore Daniela Putignano (si veda la «Gazzetta» di ieri ha raccolto questa denuncia e quella di altre due famiglie e ha indagato Emilio Riva . Lo stabile in cui vive la famiglia Tranquillino appare sporco e danneggiato anche se è già stato sottoposto ad un radicale intervento di ristrutturazione negli anni ’90 come raccontano gli stessi inquilini. «Il materiale proveniente dal siderurgico - spiega Tranquillino - si deposita sulle ringhiere e sui pavimenti dei nostri balconi e finisce in tutte le stanze, dalla camera da letto alla cucina. Non ne possiamo davvero più, ecco perchè abbiamo deciso di prendere provvedimenti legali». 

La famiglia Tranquillino non è stata la sola ad imbarcarsi in quest’avventura. Anche altre due famiglie di via Manzoni e di via Mar Piccolo hanno deciso di rivolgersi alla Magistratura per far valere i loro diritti. Si tratta di tre famiglie che si sono stabilite nel rione Tamburi quando era una zona residenziale della città. E invece si sono ritrovate a dover convivere con l’inquinamento, indipendentemente dall’esposizione dei loro appartamenti. Via Merodio e via Mar Piccolo, ad esempio, si trovano in due traverse opposte di via Galeso. Via Manzoni, invece, è nei pressi del cimitero. Ma tutti devono quotidianamente affrontare gli stessi problemi. «Parlando con altri residenti del rione - dice Tranquillino -, anche distanti da casa nostra, abbiamo appreso della loro intenzione di presentare ricorso. Così, condividendo l’iniziativa, ci siamo informati da un avvocato, il quale ci ha consigliato di sottoscrivere la denuncia personalmente in quanto questi reati possono essere contestati all’Ilva solo se viene presentata querela da parte della persona offesa. E noi non abbiamo avuto dubbi a firmare quella denuncia». 

Eppure, le perplessità cominciano ad affiorare proprio ora che il sostituto procuratore, Daniela Putignano, ha dato loro ragione contestando a Emilio Riva, che dell’Ilva è stato presidente sino a maggio scorso (ora gli è succeduto il figlio Nicola), che «mediante l’immissione dell’ambiente di fumi, minerali e polveri prodotti dallo stabilimento, gettava cose idonee ad offendere, imbrattare e molestare persone perché deturpava ed imbrattava le unità abitative dei denuncianti, tutte ubicate nel quartiere Tamburi, nelle immediate vicinanze del parco minerali e fossili». 

«L’avvocato - dice Francesca Viesti - ci ha informato dell’esito del ricorso, ma chissà se davvero cambierà qualcosa. Sono anche anni che ci viene promessa la riduzione dell’inquinamento ma finora senza esito. Perché mai questa volta dovrebbe essere diversa dalle altre?» Il marito è più ottimista: «Noi ci abbiamo messo tutta la buona volontà esponendoci in prima persona in questa battaglia giudiziaria e abbiamo già superato un primo ostacolo. Del resto, nessun giudice avrebbe potuto darci torto. I cattivi odori provenienti dall’Ilva si sentono fino a Castellaneta».

 
 
 

ILVA TARANTO: MALORE. MUORE 34ENNE

Post n°152 pubblicato il 11 Luglio 2010 da ranocchio75
Foto di ranocchio75

TRATTO DA: www.quotidianodipuglia.it

7 LUGLIO 2010

Taranto, malore all'Ilva.  Muore operaio 34enne.

di Tiziana FABBIANO

TARANTO (7 luglio) - Era appena entrato in fabbrica, dopo due settimane di cassa integrazione. Luca Dagri, 34 anni, di Manduria, stava parlando con alcuni colleghi del reparto “Pla 2” dell’Ilva di Taranto.
Dallo spogliatoio, con il pullmino interno aveva raggiunto la mensa.

Erano ancora le 7, di lunedì mattina. Non aveva ancora iniziato a lavorare, quando all’improvviso si è sentito male. Gli operai che erano con lui hanno chiamato i soccorsi.
È stato trasportato nell’infermeria del siderurgico ma le sue condizioni sono apparse subito preoccupanti ed è stato trasferito all’ospedale “San Giuseppe Moscati”.


Poco dopo il giovane è morto
per un arresto cardio circolatorio. Una morte improvvisa, avvenuta quando Luca era tranquillo, stava chiacchierando senza alcun problema con gli amici. Quel pallore improvviso, il vomito e il malore che lo ha stroncato sono arrivati in pochi istanti, in un uomo che non aveva patologie, in un giovane sano.

L’operaio, che non era sposato e viveva a Manduria, lavorava come addetto alle pulizie della Torneria cilindri ed era rientrato proprio l’altro ieri in servizio.
Sembra che a causare il decesso siano cause naturali ma gli investigatori vogliono comunque fugare ogni dubbio e capire quale sia stata la causa della morte. E per escludere che l’accaduto possa in qualche modo essere riconducibile all’attività lavorativa. Per questo motivo il pubblico ministero presso la Procura della Repubblica, Daniela Putignano, ha disposto l’autopsia.

L’esame necroscopico
sarà effettuato oggi pomeriggio dal medico legale, Marcello Chironi.

 
 
 

ILVA TARANTO: 50 ANNI DI VITA

Post n°151 pubblicato il 11 Luglio 2010 da ranocchio75
Foto di ranocchio75

tratto da : www.lagazzettadelmezzogiorno.it

8 luglio 2010

50° compleanno dell'Ilva, ma Taranto non festeggia.

dal nostro inviato TONIO TONDO

TARANTO - «Sono stato assunto il primo settembre del 1960, cartellino numero sette, in ordine alfabetico. Provenivo dai cantieri navali. In 15 siamo partiti per Cornegliano per la formazione. Poi sono arrivati gli altri e in 40 dovevamo partire per gli Stati Uniti per addestrarci nel laminatoio di una fabbrica nell’Utah, ma io rimasi a casa, sapevano che ero del sindacato. La grande fabbrica apriva orizzonti, cambiava la storia, come si diceva». Cosimo D’Andria, 76 anni, ex operaio Ilva, dirigente sindacale della Cisl, è un testimone di 50 anni (la prima pietra fu posta il 9 luglio 1960)

«C’era un clima di festa, eravamo orgogliosi di far parte di un progetto», ricorda. «Eravamo tanto poveri che la fabbrica l’avremmo costruita anche in piazza della Vittoria» rivelò qualche anno fa, prima di morire, Angelo Monfredi, all’epoca sindaco di Taranto. 

Piazza della Vittoria è il salotto della città, a pochi passi dal ponte girevole, circondata dai palazzi di fine Ottocento. Invece, il quarto centro siderurgico a ciclo integrale, che con il raddoppio doveva diventare il più grande d’Europa, fu realizzato tra gli ulivi e i vigneti a Nord della città, oltre il Mar Piccolo e con una parte degli impianti sul Mar Grande, con l’attracco per le navi che trasportano materiali ferrosi e carbon fossile. Cinque altiforni, tra i quali l’Afo5, tra i più alti al mondo, due laminatoi, due treni nastri, in un’area di 15 chilometri quadri, due volte e mezzo la città, attaccati al rione Tamburi. 

Giuseppe Carucci, 36 anni, quattro figli (due gemelli nati ieri), perito elettrotecnico, 13 anni in Ilva, assunto con la gestione Riva : «Lavoro al treno nastri uno, dove le bramme diventano rotoli di acciaio destinati all’industria automobilista. All’inizio ero disorientato: tutto era enorme, alle prese con macchine mai viste. Poi la tua vita cambia, entra nelle macchine e queste penetrano nella tua esistenza. Fai parte del ciclo vitale della fabbrica, malgrado la fatica pensi insieme ai suoi ingranaggi e ai suoi ritmi. Anzi, fai di tutto per aumentarli questi ritmi. Di questa energia Taranto ha bisogno». 

Oggi l’Ilva funziona al 50 per cento, con tre altiforni, un laminatoio e un treno nastri. Da 18 mesi c’è la recessione. Dei 12mila operai diretti e dei 5mila dell’indotto, la metà è in cassa integrazione. Taranto è in simbiosi con la siderurgia. Più che con l’Arsenale, con i cantieri navali e le altre fabbriche. Una simbiosi, però, da separati in casa, che si disarticola in un rapporto di amore e odio. Amore perché dà lavoro a migliaia di persone (nel 1982, il record di 29.459), odio per i guasti ambientali e i danni alla salute, a causa delle emissioni di metalli pesanti, polveri sottili, diossina e altro ancora. 

D’Andria e Carucci sono portatori di due visioni distanti. Due idee di fabbrica opposte. D’Andria e la sua generazione parlano della classe operaia che dal ‘68 determinò molte riforme, dallo statuto dei lavoratori alla riforma sanitaria. Il siderurgico, non solo come luogo di lavoro, ma di cambiamento della società. Una classe capace di egemonia che eleggeva sindaci e parlamentari, sia nella Dc che nel Pci, e promotrice di solidarietà. Walter Tobagi, il giornalista ucciso dalle Brigate Rosse, nel 1979 venne a Taranto e scrisse un articolo per il Corriere della Sera sui «metalmezzadri» e sul fondo sociale con il quale si comprarono i pullman per i pendolari. Un vecchio mondo venuto meno

«Ciascuno pensa a se stesso», dice invece Carucci. «Il nostro pensiero è alla rata del mutuo per la casa, alle bollette, all’auto, alla famiglia». In fabbrica si lavora e basta. Non c’è la classe operaia. Forse non ci sono neanche gli operai. Tutto evaporato, dai partiti ridotti a comitati elettorali ai sindacati e alle organizzazioni collettive. 

Taranto, in cuor suo, vorrebbe superare la siderurgia, o almeno ridurne la dimensione. Ma ci vorrebbero idee e progetti, risorse culturali e tecnologiche. Cose che latitano, con la classe politica post- dissesto finanziario costretta al basso profilo. In alternativa, valgono le scarne parole di Giuse Alemanno, operaio-scrittore della grande officina: «Qui lavorano più di 11mila persone. E’ una verità insopprimibile. Occorre ridurre l’inquinamento e migliorare la fabbrica. Il resto è fantasia».

 
 
 
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ILVA S.P.A

L’Ilva di Taranto è il più grande impianto siderurgico d’Europa. Anni fa dava lavoro a 30 mila persone, ora il numero è ridotto a 15 mila. L’Ilva emette nell’aria oltre il 10% di tutto l’ossido di carbonio prodotto in Europa. Nella storia dell’Ilva si contano 180 morti sul lavoro, 8 mila invalidi e circa 20 mila morti di cancro e leucemia.

 

ILVA S.P.A. È UN\'IDEA DI ROCCO CAFORIO

DICHIARO CHE I CONTENUTI DI QUESTO BLOG SONO PRESI IN  PRESTITO DA PERSONE E PERSONAGGI CHE NON CONOSCO E NON VOGLIO CONOSCERE. INOLTRE DICHIARO CHE I CONTENUTI DI QUESTO BLOG NON OFFENDONO E NON VOGLIONO OFFENDERE NESSUN ESSERE UMANO O INDIVIDUO, ESSI SI LIMITANO A RIFERIRE DI FATTI CHE ALTRI RACCONTANO E DI PERSONE CHE NON HO MAI INCONTRATO E CHE NON VOGLIO MAI INCONTRARE. DICHIARO INFINE DI NON CERCARE GLORIE O CELEBRITA' PERSONALI MA DI ESSERE E VOLER CONTINUARE AD ESSERE UN SEMPLICE MILITARE DI TRUPPA A SERVIZIO DEL SUO PAESE.

NON VOGLIO DISTRUGGERE IL MONDO, NON VOGLIO DIVENTARE TERRORISTA E NON VOGLIO NEMMENO FAR CHIUDERE L'I.L.V.A.

ROCCO CAFORIO (Soldato Semplice) 

 

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