Creato da MarianneWerefkin il 26/10/2007

Il mignolo

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18 settembre.

Post n°213 pubblicato il 07 Settembre 2014 da MarianneWerefkin

Con l'approssimarsi del giorno in cui nacque la mia secondogenita spesso mi ritrovo a riflettere sul mio ruolo di madre. Con lei imparai ad essere mamma due volte. La prima volta fu interrotta bruscamente dal cancro, checché se ne dica "la mamma è sempre la mamma" non risultò vero, e tutto si distrusse dall'oggi al domani. Ma in questi giorni, dopo una breve riflessione sulla prima esperienza materna con lei, ho sentito finalmente naturale volgere la mia attenzione sul presente, e su ciò che ora, rappresentiamo l'una per l'altra. Alexandra è il divenire, lo scorrere perpetuo dell'acqua di un torrente in costante piena che arriva al mare e si congiunge con forza all'oceano. È un gomitolo di pensieri ancora da dipanare. È incalcolabile, indefinibile, è la spinta prima di spiccare un volo. La prima volta che l'ho guardata negli occhi ho pensato che ce l'avevamo fatta, ho pensato ad un arrivo, ma ero in errore. La "seconda" volta ho sentito invece l'emozione di un inizio e l'evoluzione successiva di un percorso più consapevole, che in ogni "ti voglio bene" dona orgoglio, ardore e completezza al mio ruolo di madre.

 
 
 

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Post n°212 pubblicato il 26 Agosto 2014 da MarianneWerefkin

L'ultima notte è stata pessima, ho passato ore di dispersione in un vortice di echi passati e speranze future, dove l'essenziale scompare e lascia il posto al superfluo vagare fra carcasse di immagini e disegni ancora da abbozzare. E lo schianto ciclico dentro una stanza grigia abitata da intenti osceni e volgari silenzi. E poi gli sbagli, e poi il rimorso, anche il rimpianto. Un suono metallico che sa di ruggine antica mi riporta ad osservare il soffitto scuro. Se solo la casa potesse togliersi il tetto. Ancora il marasma che avanza, passano minuti ed ore. Scivola un piede sul pavimento fresco, mi sento un fantasma che barcolla fra cucina e salotto. E nuovamente una quiete, se il cielo finalmente potesse crollare. Io riuscirei a riposare.

Ma come fate a non dormire lo sapete solo voi.

 
 
 

Lo specchio dell'anima.

Post n°211 pubblicato il 25 Agosto 2014 da MarianneWerefkin

L'unica certezza che ho sono gli occhi di chi mi ha insegnato ad essere madre.
Se entro dentro queste certezze sangue del mio sangue, vedo la storia andare avanti attraverso piccole striature nocciola, intercalate da leggeri fili di erba nascente che omaggiano di freschezza e sfumano di novità l'antico ripetersi della vita. Se seguo la prospettiva del disegno e arrivo al centro si apre un universo, generoso abisso, dove affonda il mondo reale e plasma il loro pensiero, che rende immenso il loro essere.
La purezza.
Trasparenze tiepide che dipingono di eterno la vita.

 
 
 

Siamo ad un passo dalla fine.

Post n°210 pubblicato il 09 Agosto 2014 da MarianneWerefkin

In cucina.
Mentre Robert Smith canta "Pictures of you" nella mia mente e tento di aprire 4 foglie d'insalata e lavare una scatoletta di tonno, Tiz. citofona riportandomi alla realtà. - Hai avuto caldo oggi, vero?- -Ciao Tiz, hai visto un film, vero?- - No cara, volevo semplicemente dirti che hai tutti i finestrini dell'auto abbassati, vieni a vedere-
-arrivo-. Prelevo mio marito dal bagno, ho bisogno di una spalla per non soccombere di fronte all'ennesima trovata della mia auto. Questa volta ha superato sè stessa, ne sono coscienti anche i miei vicini che ritrovo a semicerchio di fronte alla mia auto in rispettoso silenzio ma con qualche ghigno incastrato fra le labbra. Qualcuno ha anche lo sguardo assorto e la fronte increspata. Io e mio marito incrociamo le braccia, nessuno dei due ha un’opinione. Sotto la luce del crepuscolo l'auto sembra una casa disabitata infestata da fantasmi. Mio marito fa un giro di perlustrazione attorno. Arriva a buttare un occhio anche all'interno, mentre lo osserviamo, io senza fiato, gli altri senza perdersi neppure un dettaglio delle sue mosse.
Dopo qualche secondo alza lo sguardo su di me, rendendomi partecipe dell'opinione elaborata durante il giro di ricognizione indicandomi di seguito la strategia da seguire in un caso singolare come questo: -boh, prova ad alzarli...-. Sospiro; e con titubanza mi avvicino allo sportello di questa apparente scatola senz’anima, sentendo addosso lo sguardo silenzioso dei vicini che sono attorno e sopra di me, la signora ottuagenaria del secondo piano preferisce mantenere le distanze e scrutare la scena dal terrazzo toccandosi l’esile croce che porta al collo.  Mi faccio coraggio. Entro in auto e senza pensarci non chiudo lo sportello, col cazzo che mi chiudo dentro, penso. Inserisco la chiave, ma poi perché? Quest’auto ha dato chiari segni di autonomia, senza carburante e senza motore accesso ha palesemente abbassato i finestrini, tutti sino alla fine. Ma le convinzioni sono dure a morire, quindi giro leggermente la chiave e clicco i tasti, tutti insieme. I finestrini si alzano, quasi fosse la cosa più naturale del mondo, come se fossero nati per seguire comandi ed ogni persona presente si lascia rapire da questa lenta ascesa. Ne rimaniamo incantati per qualche istante.
Guardo mio marito alzando un sopracciglio, lui nel frattempo ha arricchito la sua opinione riguardo l’accaduto – ah, potrebbe essere tutto e niente-.  Allora con impavido coraggio, e ben cosciente dell’errore madornale che sto per commettere rivolgo gli occhi ai restanti, che nel frattempo, giuro, non si sono mossi di un millimetro dalla loro postazione.
– Tiz, cosa pensi che sia stato?-. Tiz., potrebbe vincere il premio come “migliore vicino del mondo”, insieme abbiamo spalato neve, abbiamo lavato la macchina, abbiamo raccolto mutande cadute giù dallo stendi panni, abbiamo riso e scherzato e cosa non di poco conto in questa occasione, avendo lavorato in una officina per auto, ha senza dubbio un’ottima capacità di analisi della situazione in essere. Fu lui, per esempio, a rivelarmi qualche anno fa che se si sente odore di carburante nell’abitacolo dell’auto non è normale e c’è qualcosa che non va, diagnosticando immediatamente una crepa in un tubo che sovrastava il motore dal quale gocciolava diesel… sopra il motore, naturalmente. -A. che vuoi che dica, è il problema dell’elettronica, potrebbe essere di tutto davvero, probabilmente è la centralina, ma chissà. Oppure! Oppure, qualche anno fa capitarono dei casi di alcune auto come la tua  che avevano infiltrazioni dagli specchietti e gonsdortogtijvfh viojofijg eogrjobiro evoijfrioe vgeki egjio…hijoh ghj nhjo, capito?.- -oh sì Tiz. Grazie.- .
 Lu’ si avvicina prendendo parola, ma pare convinto che il “verbo” in una situazione come questa risolva poco, e sotto lo sguardo basito di mio marito s’inginocchia davanti alla mia auto, abbassa il torace sin quasi all’asfalto, torce il collo tentando di volgere la vista all’insù. – Lu’ cosa vedi là sotto??- bisognerà dare dignità a quest’uomo. –Ah, mia cara, a me sembra di non vedere niente- -Lù, è quasi notte, è normale, dai vieni su- -Ho bisogno di una mano…- a quel punto tiz. in preda a contenere una crisi isterica di riso si sarebbe gettato nel cassonetto dall’altra parte della strada, se non avesse visto in lontananza arrivare “Gallo”.
Gallo dall’alto del suo quarto piano si era preso la briga di scendere annusando odore di sfida. Sia mai che possa mancare lui, quando i giochi si fanno duri. Accompagnato naturalmente dal suo “toporagno” che gli scodinzola fra le gambe, fra i piedi vista la statura della creatura, e sembra più incazzato che mai. “Gallo” è… non lo so, in realtà non so niente di lui (è solo sempre presente), ma inizio a capire qualcosa di quell’uomo nel momento in cui, all’orecchio di Giò (che non ha ancora proferito una sillaba), sibila una parola: cacciavite. Con Giò che lo guarda allibito e gli sgancia un –ma va là dai!- salvando la mia auto dal nonsense dell’ultimo arrivato.
Giò è semplicemente calato nella realtà, più degli altri e più di me che già stavo sviluppando una mia teoria riguardo l’accaduto che non aveva nulla a che fare con la meccanica o con l’elettronica: è forse giunto il momento in cui le macchine si ribellano al genere umano? Siamo forse di fronte al primo, primissimo passo verso la nostra estinzione? Nel momento culmine delle mie riflessioni, e turbata dalla nostra fine imminente, Giò si avvicina a mio marito, accovacciato sul gradino del pianerottolo oramai incredulo e gli porge  con la classica saccenza romagnola La Soluzione Finale:
 – Oh,  te lo dico io, domani chiamate il meccanico e sentite un po’-.

 

 
 
 

Di ritorno.

Post n°209 pubblicato il 02 Agosto 2014 da MarianneWerefkin

Ho voluto arrivare alla fine del mondo, dove inizia poi l'orizzonte infinito. Ho trovato là una casa isolata incastonata sopra uno scoglio, la ho osservata distante confondersi con il cielo lucente e la luce abbacinante, oltre lei solo mare profondo, il freddo mare del nord. Per questo una casa alla fine del mondo. E dopo tutto la scelta migliore. La ho guardata dissolversi fra la mia miopia e l'anarchia cerebrale. Non c'era la fine ma la ho immaginata, poi c'era l'inizio e l'ho sentito.

Mi sono accecata ed ho resistito, instupidita di ignoranza soffocante e ho visto le mani legate. E sono scappata.

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(metto sottotitoli?)

 
 
 
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