Creato da MarianneWerefkin il 26/10/2007

Il mignolo

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Fine.

Post n°240 pubblicato il 23 Febbraio 2015 da MarianneWerefkin

Nell'ultimo periodo per qualche ragione astrale che ancora non mi so spiegare, ma fortemente voluta e sudata, mi ritrovo ad aprire riunioni. Non ho ancora raffinato il metodo, non sono ancora in grado di reggere l'ansia dell'inizio, della primissima parola. Solitamente mentre pronuncio il primo suono -guardo ma non vedo- . Spesso mi capita di sorridere discretamente, capita sovente che l'inizio sia preceduto da qualche battuta, solitamente riguardo la mia goffaggine o buffaggine o il mio bruttissimo difetto di essere prolissa, che l'ultima volta che ho iniziato dicendo -Sarò breve...- non ho potuto trattenere neppure io, neppure gli altri, una sonora risata vista l'incredibile cazzata appena espressa. 
A volte ho addirittura pensato ad un -Siamo giunti qui...-, mai detto però, lo giuro.
Ma quel che accade veramente spesso è che io apra le discussioni con un -Bene...- o con un -Sì, bene- (naturalmente anche questo approccio è diventato oggetto di scherno. E perchè con un "no" invece? Cari colleghi merdosi, vi voglio bene).
Quindi mi tocca iniziare, anche qui. I saluti del resto sono un obbligo doveroso, siete persone, non solo parole scritte su uno schermo. Un libro si può chiudere, magari pensare, una persona no.  
Quindi :
- Bene, avevo pensato di fare un percorso a ritroso e leggere le mie parole, scritte qui, credo nel lontano 2007, ma la pigrizia non mi da scampo, ci vuole troppo tempo e al momento non mi vergogno neppure a dire che non ho per niente voglia di ritornare a leggermi tutto. Quindi non ricordo una beata minchia dei miei scritti dell'epoca. Ma ricordo me stessa e la pancia gravida che avevo in quell'istante in cui decisi di muovere i primi passi sul Mignolo. La storia del nome di questo blog non ha alcun significato filosofico intrinseco ed estrinseco alla mia storia. Alla richiesta di Libero di inserire un nome: guardai il soffitto e poi la mia mano sinistra, lo sguardo mi cadde sul mignolo. E così fu. Poteva pure cadermi sul medio. In quel caso si sarebbe chiamato "Il medio" (bello, eh?). Comunque questa è la storia vera del titolo di questo blog, "Il Mignolo", un vaffanculo mancato per caso. Poi decisi per una grafica essenziale, aborro tutti gli orpelli luccicanti che si vedono in giro da queste parti. Questo è segno di ottusità, sappiatelo, chi li utilizza è davvero padrone di tutte le funzioni che questa simpatica piattaforma ci mette a disposizione. Io le ho scartate a priori. Se ci avessi preso davvero la mano questo blog sarebbe diventato un big bang. Mi conosco.
Al momento sto cercando altri lidi, la cosa è divertente. Mi stuzzica sapere che il futuro luogo preposto ad accogliere le mie quattro parole (ridete pure), sarà pulito e sgombro del mio passato, in primis della mia malattia (ma farò sicuramente in tempo a parlarne anche altrove). Non recido nulla. Mi porto tutto dietro. Seneca credo abbia detto qualcosa a riguardo, ma ora la riflessione esatta non la ricordo. Parlava del cielo. E questo è già abbastanza.
Avevo già detto che la gente mi prende per il culo perché sono prolissa? Ah sì, bene.
Come al solito mi dilungo in preamboli e lascio a poche parole il compito di esprimere poi quello che davvero conta di più: il mio Grazie, a tutti.
E’ che neppure i finali mi riescono bene, e questo per inciso lo è.

 

 

 

 
 
 

A cuore aperto. Non c'è ancora una fine, per fortuna.

Post n°239 pubblicato il 18 Febbraio 2015 da MarianneWerefkin

Al suo rimprovero mi ritrovo ad osservare il mio orologio perplessa. Non è tardi, quanto tempo mi sarò soffermata ad osservare quell'abbraccio sentendo acqua fluire? Trenta secondi, non di più. Eppure lo vivo ogni giorno, adesso costantemente. C. freme, trema. Il suo corpo si è fermato a virgulto. Non so come faccia a stare in piedi, ma prosegue con il caffè senza zucchero e le sue risate isteriche. Io invece ho bisogno di zuccheri, di sole, di fumare, di calore e di estate, girando il caffè nella tazzina. Usciamo. Le altre due che ci hanno raggiunto sono invisibili, se le guardassi vedrei la facciata di S. Apollinare, le loro voci a pochi centimetri mi sembrano un eco incomprensibile distante anni luce. Non ci penso, non voglio distrazioni. Un'altra risata isterica da parte sua mentre mi racconta un aneddoto che dimentico all'istante. Voglio arrivare la. Lo voglio subito, pioggia di merda.

Si aprono le porte, dirigo lo sguardo al tavolo di lavoro dietro al quale saremo squadra, dopo sveglie puntate all'alba, ore notturne a inviare posta, intuizioni improvvise all'una, alle due, a cercare il termine adatto, a costruire strutture progettuali efficaci, puntuali, fluide ed in sintonia con dieci storie. I miei compagni. A motivarle, a ragionarle, a scrivere poi - lo so è tardi, ma ci sei? Ho bisogno di un'opinione- e sentire all'istante il telefono vibrare - lo sai che non dormo mai, dimmi-. E avvertire un immenso piacere dissolvere l'ansia, realizzando di essere solo a metà strada.

 
 
 

A cuore aperto. L'abbraccio.

Post n°238 pubblicato il 13 Febbraio 2015 da MarianneWerefkin

Proseguo sul marciapiede bagnato, devo stare attenta a non scivolare. - La sua gamba da oggi è come una macchina d'epoca-. Potrei spingermi di più, scivolare, rialzarmi, ma l'ultima caduta è stata dannosa e non voglio risentire quel male. L'anno è iniziato peggio. Anche quest'anno. Il ricordo del pensiero che feci ad inizio 2010, qualche minuto dopo la mezzanotte mi sconvolge ancora. Sul divano, con in braccio la piccola che dormiva valutai fra una riflessione e l'altra che finalmente un periodo era finito, non arrivai a tirare un sospiro di sollievo che un eco nelle orecchie partito da non so dove, ma sicuramente da un inferno invisibile, mi rammentava che al peggio non c'è fine. - Può sempre andare peggio-, scansando una pozzanghera d'acqua, sento queste parole come fosse ieri. Intravedo C. In lontananza, la sto raggiungendo. E mi sciolgo d'affetto. Di stima e di gratitudine. Non ho altre parole. È un bene. Camminando verso di lei, passo accanto ad una piccola cascata d'acqua che scende da una grondaia, si apre un paradiso, ho l'immagine negli occhi di due uomini che ad un funerale si abbracciano. Questo è stato l'inizio del 2015. Ed io ho la certezza assoluta che - tutti gli uomini dovrebbero essere così-.

C. Mi rimprovera che ho fatto tardi. Ma sono in anticipo.

 
 
 

A cuore aperto. Invece no.

Post n°237 pubblicato il 09 Febbraio 2015 da MarianneWerefkin

Ma noi siamo matte. E quindi ti rispondo dallo stesso sedile con una sonora risata. Ora sto in macchina e rido. Ho appena parcheggiato C. mia cara. Mi raggiungi? O vengo io da te? Ci incontriamo a metà strada? Sì ma dove sei? Quale bar? Non ho capito, ma dove sei? Anch’io, ma quale bar dici? Madonna.
C. non ho capito un cazzo, ma ti raggiungo. Mi butto nella bufera e rido. Mi sta per scivolare il cellulare mentre pago il parcheggio ed una nostra collega, appena arrivata anche lei, facendo retromarcia tenta di stirarmi sull’asfalto. Abbassando il finestrino mi butta un ciaoooooooooo ridendo come una scema. Ma stai male pure tu, penso bonariamente. Ti raggiungiamo. Per la strada raccattiamo un’altra che ha appena trovato un posto auto ma non sa dove, come e quanto si paghi, allora faccio una volata io. Ti raggiungo C. e lascio indietro le altre. Ti raggiungo, veloce. L’aria bagnata è simile a certi giorni di noia, che rende edifici, persone, istanti tutti uguali. Il tempo si ferma, ed i minuti non scorrono ma ristagnano in un pozzo artesiano. Gli intenti muoiono. Ma noi no.

 
 
 

A cuore aperto. Una risposta dal passato.

Post n°236 pubblicato il 07 Febbraio 2015 da MarianneWerefkin

Una volta mia cara C. ero sul sedile della mia auto affranta, questo particolare turbamento che si presentava quasi regolarmente ogni lunedì mattina era il mio compagno sino alla porta d'ingresso del mio posto di lavoro. Una volta ferma sulla soglia, un passo prima di entrare, controllavo che le guance non avessero aloni di lacrime residue. Mi è capitato spesso cara C. e lo nascondevo. Cacciavo giù il magone, quell'insopportabile nodo in gola che mi strozzava chiedendomi come sarei riuscita a far finta di niente davanti a colleghi, sconosciuti, appestati e morti in croce. Era una domanda assillante che sempre più spesso mi ritrovavo a fare. Controllavo il mascara, controllavo le occhiaie umide di acqua, lesse e spappolate sotto cumuli di fondotinta. Le notizie del lunedì, poi quelle del martedì ed alla fine sino al sabato presero un trend catastrofico. Ed io ne rimasi sopraffatta. Ascoltavo e soffrivo. Piangevo ed asciugavo. Ogni tanto alla guida mi mordevo le labbra e sentivo solo il peso di una comprensione che invece non sentivo. E mi dannavo perché non capivo. E tutto ribolliva, la rabbia, l'ira, la stizza e forse l'odio e gli occhi si gonfiavano ed esplodevano lacrime senza parole, tutta la campagna che mi circondava era bagnata da questo furore allo stomaco che mi torceva pensieri e creava riflessi aberranti. Una volta C. . Una volta ti avrei risposto che ero lì. Su quel sedile, regolarmente a piangere.

 
 
 
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