Creato da MarianneWerefkin il 26/10/2007

Il mignolo

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Piccole riflessioni pausa pranzo

Post n°242 pubblicato il 20 Settembre 2016 da MarianneWerefkin

Dopo un periodo lavorativo vertiginoso, oggi, primo giorno di quiete e routine tranquillizzante, inizio ad accusare il colpo. Esco dal lavoro e la prima cosa che faccio è fiondarmi da un fruttivendolo a comprare arance. La seconda, ben ponderata e più incisiva, è virare in farmacia per comprare tachipirina. Non so ancora in quale successione assumerò tali sostanze. Non la vedo bene.

 
 
 

Un anno dopo o forse più.

Post n°241 pubblicato il 22 Luglio 2016 da MarianneWerefkin

Con WordPress non è mai stata scoccata scintilla, non ho trovato affinità e l'essermi sentita immediatamente dispersa nel nulla e per giunta non aver neppure tentato di rendere quell'ambiante leggermente familiare e accogliente ha fatto sì che anche questa fine, annunciata qui su libero, non fosse, come una marea di altre volte, definitiva. E' un discorso un po' lungo quello degli addii annunciati e poi con il tempo revocati, ma trovo veramente controcorrente e fico, al giorno d'oggi, rispetto agli esempi di testarda coerenza e lapidaria solennità che mi ritrovo davanti e mi circolano attorno, per non parlare di chi in passato ha attraversato la mia strada, ogni tanto riuscire a concedermi il lusso di cambiare idea, a maggior ragione se si parla di piattaforme informatiche. Che considero tutt'ora un passatempo.

Le cose non sono cambiate. Mi perdo in preamboli ai quali piace dar fiato solo a me.

Qui però, in questo pomeriggio come in molti altri, seduta su questa seggiola, a pochi giorni dalla partenza con la mia famiglia per la Francia, c'è un tarlo che non so più come mandar via e ricorre nei miei pensieri nelle notti insonni, nell'entusiasmo che metto nel trovar territori appassionanti da osservare lontano da casa, nel sentir la partenza nelle vene e la serenità di un sedile aereo in decollo.
Esiste poi un immagine muta che accompagna questo verme sentore e sono le mie figlie in contro luce che con i loro zaini in spalla si rincorrono ridendo di fronte alle grandi vetrate del Charles de Gaulle, che si affacciano alle infinite piste di atterraggio e decollo.
Agli sgoccioli di ogni partenza è diventato doveroso parlare in termini seri del comportamento da adottare in luoghi pubblici e di passaggio. La polizia è nostra amica. Questa è la cosa che aggiungerò questa volta in aeroporto parlando alle mie figlie di sei e otto anni, per smorzare l'ansia di eventuali controlli più accurati, che giustifico, preferisco e sostengo, perché possano con tranquillità porsi di fronte a divise sconosciute che guarderanno nei loro zaini, magari gli faranno sfilare le scarpe e gli chiederanno di mostrare le mani. La situazione al momento non permette sgarri, sono stata piuttosto categorica. Niente colpi di testa, niente zaini dimenticati chissà dove, niente proteste ai controlli. Assieme alla rigidità di questa nuova disciplina sono apparsi nel vocabolario di ogni viaggio parole come "attentato", "terrorismo", "bomba", "sostanze esplosive", "sicurezza" e "controlli". Un linguaggio alieno alla mie vacanze se ripenso al periodo della mia infanzia, quando si partiva per la Jugoslavia, quando ancora in effetti esisteva la Jugoslavia. La serietà doverosa nell'affrontare il passaggio al check-in viene poi smorzata dal rito della visita in libreria. Un mondo colorato che gradisco offrire alle mie bambine prima di affrontare i controlli. Lì si sceglie il giornale più accattivante, quello più divertente, l'ultimo Geronimo Stilton da divorare in aereo e nei successivi giorni, con buona pace per noi che attendiamo pazienti e le ammiriamo sfarfallare fra uno scaffale e l'altro.

La serietà non esclude il divertimento.

Poi però accade che le domande arrivino dopo i controlli di sicurezza.

-Vengono usati anche bambini per fare attentati?-.

E vedi tua figlia piegata dalla gravità della risposta che abbassa lo sguardo guardando il niente, e rimuove la risposta dopo due secondi tornando a ridere o litigare con la sorella, sopportando la realtà come può un bambino.

 

 

 
 
 

Fine.

Post n°240 pubblicato il 23 Febbraio 2015 da MarianneWerefkin

Nell'ultimo periodo per qualche ragione astrale che ancora non mi so spiegare, ma fortemente voluta e sudata, mi ritrovo ad aprire riunioni. Non ho ancora raffinato il metodo, non sono ancora in grado di reggere l'ansia dell'inizio, della primissima parola. Solitamente mentre pronuncio il primo suono -guardo ma non vedo- . Spesso mi capita di sorridere discretamente, capita sovente che l'inizio sia preceduto da qualche battuta, solitamente riguardo la mia goffaggine o buffaggine o il mio bruttissimo difetto di essere prolissa, che l'ultima volta che ho iniziato dicendo -Sarò breve...- non ho potuto trattenere neppure io, neppure gli altri, una sonora risata vista l'incredibile cazzata appena espressa. 
A volte ho addirittura pensato ad un -Siamo giunti qui...-, mai detto però, lo giuro.
Ma quel che accade veramente spesso è che io apra le discussioni con un -Bene...- o con un -Sì, bene- (naturalmente anche questo approccio è diventato oggetto di scherno. E perchè con un "no" invece? Cari colleghi merdosi, vi voglio bene).
Quindi mi tocca iniziare, anche qui. I saluti del resto sono un obbligo doveroso, siete persone, non solo parole scritte su uno schermo. Un libro si può chiudere, magari pensare, una persona no.  
Quindi :
- Bene, avevo pensato di fare un percorso a ritroso e leggere le mie parole, scritte qui, credo nel lontano 2007, ma la pigrizia non mi da scampo, ci vuole troppo tempo e al momento non mi vergogno neppure a dire che non ho per niente voglia di ritornare a leggermi tutto. Quindi non ricordo una beata minchia dei miei scritti dell'epoca. Ma ricordo me stessa e la pancia gravida che avevo in quell'istante in cui decisi di muovere i primi passi sul Mignolo. La storia del nome di questo blog non ha alcun significato filosofico intrinseco ed estrinseco alla mia storia. Alla richiesta di Libero di inserire un nome: guardai il soffitto e poi la mia mano sinistra, lo sguardo mi cadde sul mignolo. E così fu. Poteva pure cadermi sul medio. In quel caso si sarebbe chiamato "Il medio" (bello, eh?). Comunque questa è la storia vera del titolo di questo blog, "Il Mignolo", un vaffanculo mancato per caso. Poi decisi per una grafica essenziale, aborro tutti gli orpelli luccicanti che si vedono in giro da queste parti. Questo è segno di ottusità, sappiatelo, chi li utilizza è davvero padrone di tutte le funzioni che questa simpatica piattaforma ci mette a disposizione. Io le ho scartate a priori. Se ci avessi preso davvero la mano questo blog sarebbe diventato un big bang. Mi conosco.
Al momento sto cercando altri lidi, la cosa è divertente. Mi stuzzica sapere che il futuro luogo preposto ad accogliere le mie quattro parole (ridete pure), sarà pulito e sgombro del mio passato, in primis della mia malattia (ma farò sicuramente in tempo a parlarne anche altrove). Non recido nulla. Mi porto tutto dietro. Seneca credo abbia detto qualcosa a riguardo, ma ora la riflessione esatta non la ricordo. Parlava del cielo. E questo è già abbastanza.
Avevo già detto che la gente mi prende per il culo perché sono prolissa? Ah sì, bene.
Come al solito mi dilungo in preamboli e lascio a poche parole il compito di esprimere poi quello che davvero conta di più: il mio Grazie, a tutti.
E’ che neppure i finali mi riescono bene, e questo per inciso lo è.

 

 

 

 
 
 

A cuore aperto. Non c'è ancora una fine, per fortuna.

Post n°239 pubblicato il 18 Febbraio 2015 da MarianneWerefkin

Al suo rimprovero mi ritrovo ad osservare il mio orologio perplessa. Non è tardi, quanto tempo mi sarò soffermata ad osservare quell'abbraccio sentendo acqua fluire? Trenta secondi, non di più. Eppure lo vivo ogni giorno, adesso costantemente. C. freme, trema. Il suo corpo si è fermato a virgulto. Non so come faccia a stare in piedi, ma prosegue con il caffè senza zucchero e le sue risate isteriche. Io invece ho bisogno di zuccheri, di sole, di fumare, di calore e di estate, girando il caffè nella tazzina. Usciamo. Le altre due che ci hanno raggiunto sono invisibili, se le guardassi vedrei la facciata di S. Apollinare, le loro voci a pochi centimetri mi sembrano un eco incomprensibile distante anni luce. Non ci penso, non voglio distrazioni. Un'altra risata isterica da parte sua mentre mi racconta un aneddoto che dimentico all'istante. Voglio arrivare la. Lo voglio subito, pioggia di merda.

Si aprono le porte, dirigo lo sguardo al tavolo di lavoro dietro al quale saremo squadra, dopo sveglie puntate all'alba, ore notturne a inviare posta, intuizioni improvvise all'una, alle due, a cercare il termine adatto, a costruire strutture progettuali efficaci, puntuali, fluide ed in sintonia con dieci storie. I miei compagni. A motivarle, a ragionarle, a scrivere poi - lo so è tardi, ma ci sei? Ho bisogno di un'opinione- e sentire all'istante il telefono vibrare - lo sai che non dormo mai, dimmi-. E avvertire un immenso piacere dissolvere l'ansia, realizzando di essere solo a metà strada.

 
 
 

A cuore aperto. L'abbraccio.

Post n°238 pubblicato il 13 Febbraio 2015 da MarianneWerefkin

Proseguo sul marciapiede bagnato, devo stare attenta a non scivolare. - La sua gamba da oggi è come una macchina d'epoca-. Potrei spingermi di più, scivolare, rialzarmi, ma l'ultima caduta è stata dannosa e non voglio risentire quel male. L'anno è iniziato peggio. Anche quest'anno. Il ricordo del pensiero che feci ad inizio 2010, qualche minuto dopo la mezzanotte mi sconvolge ancora. Sul divano, con in braccio la piccola che dormiva valutai fra una riflessione e l'altra che finalmente un periodo era finito, non arrivai a tirare un sospiro di sollievo che un eco nelle orecchie partito da non so dove, ma sicuramente da un inferno invisibile, mi rammentava che al peggio non c'è fine. - Può sempre andare peggio-, scansando una pozzanghera d'acqua, sento queste parole come fosse ieri. Intravedo C. In lontananza, la sto raggiungendo. E mi sciolgo d'affetto. Di stima e di gratitudine. Non ho altre parole. È un bene. Camminando verso di lei, passo accanto ad una piccola cascata d'acqua che scende da una grondaia, si apre un paradiso, ho l'immagine negli occhi di due uomini che ad un funerale si abbracciano. Questo è stato l'inizio del 2015. Ed io ho la certezza assoluta che - tutti gli uomini dovrebbero essere così-.

C. Mi rimprovera che ho fatto tardi. Ma sono in anticipo.

 
 
 
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