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maria_zema
   
 
Creato da maria_zema il 30/12/2010

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Il gelso bianco

Post n°257 pubblicato il 04 Aprile 2014 da maria_zema
 

IL GELSO BIANCO

Il Gelso bianco (Morus alba), originario della Cina, è chiamato alba perché i frutti sono bianchi anche se con la maturazione tendono a colorarsi di rosa. Le foglie del gelso bianco sono particolarmente adatte per l’alimentazione del Bombyx mori i cui bruchi, o bachi, sono allevati perché producono un bozzolo da cui si ricava la seta.

La femmina di questo lepidottero depone da 300 a 400 uova che si presentano come minuscoli granellini di papavero di colore biancastro. In commercio queste uova prendono il nome di seme bachi. Per agevolarne la schiusa in primavera le uova sono tenute in ambiente dalla temperatura opportunamente regolata in modo da far coincidere la nascita dei bachi con l’apparire delle prime foglie del gelso. Appena nati, i bruchi vengono sistemati su appositi graticci sovrapposti, in stanze ben ventilate e a temperatura costante. I bachi si sviluppano rapidamente, sono molto voraci tanto da consumare una quantità considerevole di foglia che viene data a brevi intervalli, prima tagliuzzata finemente e via via tagliata in pezzi sempre più grandi fino alla somministrazione di foglie intere e poi di rami interi. Per quanto possibile i rami debbono essere ripuliti dalle more perché, se i frutti sono acerbi, il baco non le mangia e il letto si riempie di materiale inutile che crea umidità e inquina l’aria; se le more sono molte e mature, i bachi ne mangiano anche troppe e allora i letti si riempiono in poco tempo di escrementi che mandano un puzzo insopportabile. I letti debbono essere perfettamente ripuliti ogni giorno altrimenti i bachi si ammalano e muoiono. Altri fattori che causano la morte dei bachi sono la variazione repentina della temperatura e le foglie somministrate bagnate. Dopo quattro mute, che si ripetono nell’arco di 30-40 giorni, i bachi si arrampicano su fascetti di ramoscelli appositamente preparati e cominciano a “sbavare” formando il bozzolo dentro il quale si formerà la crisalide. Questa, dopo 20 giorni uscirà dal bozzolo e, trasformata in filugello, sfarfallerà per accoppiarsi. Per utilizzare la seta dei bozzoli occorre immergerli in acqua bollente per sciogliere la sostanza collosa che tiene uniti i fili, la sericina, e poter così formare le matasse di seta greggia. Per l’allevamento artificiale si lasciano sopravvivere gli esemplari necessari alla produzione delle uova.

Una leggenda cinese attribuiva all’imperatrice Si-ling-chi , vissuta nel 2700 a.C., l’idea di allevare i bachi per produrre la preziosa seta. Per secoli i cinesi mantennero segrete le modalità di produzione di questo raffinato tessuto che dall’estremo Oriente arrivava nelle regioni occidentali attraverso la leggendaria via della seta che attraversava tutta l’Asia centrale.

Secondo alcune fonti i Romani ebbero il primo contatto con la seta quando Cesare portò con sé, al suo ritorno dall’Anatolia, alcune bandiere fatte con un tessuto sconosciuto che suscitò grande ammirazione per la sua lucentezza e morbidezza. Secondo altre fonti invece la prima occasione per i Romani di vedere un manufatto di seta furono le cangianti bandiere dei guerrieri Parti al tempo della guerra che nel 56 a.C. Marco Licinio Crasso combatté contro la Persia. Nella Roma imperiale si importava una tale quantità di tessuti di seta che il Senato emanò delle leggi per limitarne l’acquisto. Per molto tempo si credette che la seta fosse un prodotto degli alberi. Virgilio, ad esempio, riteneva che i Seri, una popolazione dell’Asia.

Secondo la tradizione, durante l’impero di Giustiniano (482-565) due monaci che avevano vissuto molto tempo in Cina portarono all’imperatore le uova del bombice del gelso che erano riusciti a nascondere dentro i loro bastoni. Col tempo in molte regioni dell’impero si potè allevare una grande quantità di bachi e produrre la preziosa seta. Per molti secoli ancora l’allevamento del baco da seta, legato alla coltivazione del gelso bianco, rimase appannaggio dei territori d’Oriente.

Quando comparvero in Europa i primi bachi da seta si cominciò a nutrirli con le foglie del gelso nero (Morus nigra) il solo, a quanto pare, che fino ad allora fosse conosciuto. Sembra che il gelso bianco sia arrivato in Europa proprio a partire dalla Calabria, portato dai Bizantini verso la fine del sec. IX. Ben presto però il gelso bianco venne introdotto in tutte le regioni temperate dell’Europa. Questo gelso offriva molti vantaggi sul precedente: si arricchiva di foglie in poco tempo e prima dell’altro e quindi permetteva di non protrarre l’allevamento del baco nella stagione calda; inoltre le sue foglie fornivano ai bruchi un’alimentazione adeguata alla produzione di una qualità di seta più confacente al gusto ricercato del tempo. Secondo alcuni, invece la qualità della seta dipendeva non solo dal tipo di alimentazione, ma anche dal grado di temperatura dei locali in cui si allevavano i bachi e dai metodi di allevamento. Un epoca di forte espansione della coltivazione del gelso bianco in territorio italiano fu il ’500. Dal sud la gelsicoltura si estese alle regioni centro-settentrionali. Furono i Normanni ad apportare importanti trasformazioni alla realtà agricola della Calabria del tempo, caratterizzata dalla tradizionale presenza di cereali, ulivi, viti, boschi ed allevamento brado, allargando la coltivazione del gelso e l’allevamento del baco da seta per sviluppare ulteriormente la sericoltura. Fecero venire dall’oriente maestranze greche specializzate nelle diverse fasi della bachicoltura e nella tessitura e manifattura della seta. Si cominciarono a produrre preziosissime stoffe tessute con filati di seta, misti ad oro e argento, che avrebbero reso famose Catanzaro, Cosenza e Reggio. Catanzaro fu celebre in particolare per il velluto, così chiamato per il suo morbido e finissimo pelo, vellus, in latino. Catanzaro era detta infatti la città delle tre V con riferimento al velluto, al vento che soffia frequentemente ed al patrono S.Vitaliano.

Gli abitanti di Catanzaro hanno sempre ricordato con orgoglio che a ricoprire le pareti del salone della reggia napoletana di Castelcapuano era stato usato uno stupendo parato di velluto verde damascato d’oro, dono dell’università della città a re Ladislao nel 1397, come attestato di ringraziamento per la demanialità ottenuta.

All’Arte della seta, così detta perché presto ebbe suoi consoli, norme e standard produttivi, Carlo V accordò molti privilegi.

Da sempre oggetto di pesanti tassazioni da parte dei governi, la produzione della seta in Calabria si avviò a una certa decadenza sul finire dell’età moderna. In Lombardia la bachicoltura e la coltivazione del gelso bianco furono sostenute da Filippo Maria Visconti e Galeazzo Maria Sforza. Il maggiore impulso fu però dato da Ludovico Sforza, che favorì l’espandersi della coltura del gelso in tutto il Ducato. L’importanza che Ludovico diede alla coltivazione del gelso fu tale che si cominciò a chiamarlo “il Moro” dal nome comune della pianta che fu raffigurata perfino nel suo stemma gentilizio. La coltura del gelso e la lavorazione della seta continuarono nei secoli successivi soprattutto nella Brianza e a Como, dove l'ampia disponibilità di corsi d’acqua poteva fornire l’energia necessaria a muovere le prime macchine.

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 

Erbario simbolico: Il salice

Post n°255 pubblicato il 11 Febbraio 2014 da maria_zema
 

Erbario simbolico: Il salice

E quando con essa [la nave] l’Oceano avrai attraversato

ecco la costa bassa e le selve di Persefone,

ecco gli alti neri pioppi e i salici che perdono i frutti:

là tu approda con la nave, sull’Oceano dai gorghi profondi,

e scendi nelle case putrescenti dell’Ade.

Omero, Odissea, XI, 508-512

Omero chiama i salici olesíkarpos, alberi che perdono i frutti, associandoli alla dea Persefone, regina del tenebroso mondo dei defunti. Per raggiungere il regno delle ombre e interrogare Tiresia, il solo tra i morti a cui la severa Persefone concedeva il dono della profezia, Circe rivela ad Ulisse che deve cercare il bosco di pioppi e di salici, sacro alla dea, in cui si trova la porta degli Inferi. L’affresco di Polignoto a Delfi raffigurante la discesa di Ulisse nell’oltretomba, tra gli eroi avvolti nella penosa atmosfera della morte mostrava Orfeo, così come è descritto da Pausania, seduto su un’altura, con la sua lira nella mano sinistra e dei rami di salice nella mano destra. Sembra, commenta Pausania, che Polignoto abbia voluto rappresentare il bosco sacro di Proserpina di cui parla Omero, piantato a salici e pioppi.

A Ea, nella Colchide, Giasone, come si legge nelle Argonautiche di Apollodoro Rodio, dovette attraversare un cimitero piantato a salici durante il viaggio intrapreso assieme ai suoi compagni Argonauti per compiere l’impresa più famosa dell’antichità, la conquista del vello d’oro del magico montone. Sui salici, secondo l’usanza del luogo, erano esposti i cadaveri avvolti in pelli di bue non conciate perché gli uccelli da preda li divorassero in quanto gli abitanti della Colchide seppellivano soltanto le donne.

Il salice fu sacro in particolare a Ecate, la dea dalla figura triadica associata alla Luna ed alle sue fasi. Secondo la Teogonia di Esiodo nel Pantheon divino Ecate godeva di una dignità superiore, aveva potere supremo sul cielo, sulla terra e sul Tartaro, e perfino lo stesso Zeus la onorava. Gli Elleni diedero preminenza alla sua forza distruttrice a scapito della sua forza creatrice e infine essa fu invocata soltanto nei riti clandestini di magia nera.

L’iconografia la rappresentava, soprattutto nelle statue messe a protezione dei luoghi dove si incrociavano tre strade, con la testa di leone, di cane e di giumenta.

Nel famoso idillio di Teocrito Le incantatrici l’innamorata tradita che si prepara a compiere le sue pratiche magiche per vendicarsi del suo innamorato infedele invoca proprio Ecate sotterranea, che atterrisce anche i cani, quando avanza fra le tombe dei morti e il nero sangue, affinché l’assista nella preparazione dei suoi filtri.

Caro ad Ecate era il Iynx torquilla, che nidificava sul salice. Questo uccellino, poco più lungo di un passero domestico, dal piumaggio grigio picchiettato da macchie brunastre, è chiamato torcicollo per la sua particolare caratteristica di poter girare completamente la testa all’indietro mentre il resto del corpo rimane immobile, come avviene nei serpenti. Antiche credenze legate alla magia amorosa riguardavano il torcicollo che Pindaro chiama “uccello del delirio”, perché suscitatore di irrefrenabili passioni amorose. Si raccontava infatti che la dea dell’amore Afrodite, per affascinare Medea e farla innamorare di Giasone, avesse legato un torcicollo ai quattro raggi di una piccola ruota. Era nato così il famoso strumento che le fattucchiere, pronunciando formule magiche, facevano girare vorticosamente durante gli atti rituali degli incantesimi d’amore. Ma Iynx era anche la maga figlia della Ninfa Eco e di Pan che, come si legge in Callimaco, aveva fatto un incantesimo a Zeus perché si unisse a lei e per questo era stata trasformata nell’omonimo uccello dalla gelosa moglie di Giove, che si era così vendicata.

A Sparta si adorava il simulacro di Artemide che Oreste aveva portato con sé dalla Tauride e nascosto in un boschetto di salici quando divenne re di Sparta. Per secoli, si raccontava, la statua fu dimenticata finché due principi della casa reale, capitati per caso nel boschetto, impazzirono vedendo quell’orrenda statua avviluppata nei rami di salice che la tenevano ritta, da cui i suoi appellativi di Ortia e Ligodesma. Appena la statua fu portata in città, tra i devoti della dea si scatenò una funesta ostilità e si arrivò all’assassinio. Molti uomini furono uccisi sull’altare della dea e molti altri perirono a causa di un morbo mortale. In seguito a ciò, per propiziarsi la dea, nel rispetto di un oracolo che aveva ordinato di bagnare con sangue umano l’altare di Artemide, ogni anno gli Spartani sorteggiavano una vittima e la sacrificavano irrorando l’altare della dea con il suo sangue. Licurgo proibì questo rituale e al sacrificio sostituì la flagellazione degli efebi. Una sacerdotessa assisteva a questo rito tenendo in mano la statua che, date le sue piccole dimensioni, era molto leggera. Ma se capitava che gli addetti alla fustigazione, per riguardo alla bellezza o al rango di un efebo, lo battessero con qualche cautela, allora la statua, avida di sangue umano fin dal tempo dei sacrifici in Tauride, si faceva improvvisamente pesantissima e la sacerdotessa, reggendola a stento, ne dava la colpa ai fustigatori. A giudicare da analoghi riti primitivi di fertilità praticati in altre regioni del Mediterraneo, scrive George Graves, la vittima, legata al simulacro della dea con cortecce di salice impregnate di magici influssi lunari, era frustata finché i flagelli provocavano una reazione erotica e il flagellato eiaculava, fertilizzando la terra con sperma e sangue.

Il salice più conosciuto è sicuramente il salice piangente (Salix babylonica). I suoi rami penduli, spesso così lunghi da raggiungere il terreno, sono il simbolo della malinconia e del ricordo nostalgico. Per molto tempo si pensò che fosse il salice di Babilonia di cui si parla nel famoso Salmo della Bibbia e questo è il motivo del nome che gli diede Linneo.

Il poeta Alfred De Musset lasciò ai suoi amici un ultimo desiderio:

O miei amici quando sarò morto

d’un salice ornerete la mia tomba:

m’è dolce il suo pallore: e la sua ombra

lieve sarà alla terra del mio sonno.

Gli amici rispettarono la sua volontà e fecero piantare un salice piangente accanto alla sua tomba.

In senso figurato si usa chiamare salice piangente una persona facile alla commozione.

 

 

 
 
 

Il pero

Post n°254 pubblicato il 25 Novembre 2013 da maria_zema
 
Tag: Il pero

Il pero lunare

…Il pero (Pirus communis) era consacrato in età arcaica alla luna e successivamente alla dea Era, sposa di Zeus, la cui statua nell’Heràion di Micene era scolpita nel legno di questo albero. Ma lo si considerava anche sacro ad Atena, quale dea della Morte che nel suo santuario di Tebe era detta Onca, nome preellenico del pero. Per la forma del frutto, che rammentava vagamente quella del ventre femminile, veniva associato ad Afrodite e considerato un simbolo erotico.

   Essendo emblema di Fecondità, quando Giambattista Marino volle descrivere Priapo, il dio osceno degli orti, scrisse questi versi che rammentano l’Arcimboldo:

D’un gran popone è fabbricato a spicchi

ne il globo della testa.

Due pome casolane

dipinte di un rossor ridente fresco

compongono le guance.

Ufficio d’occhi e di palpebre fanno

due nespole acerbette

fra cui di naso in vece

grossa e piramidal pera discende.

   Fino a non molto tempo fa nel cantone svizzero di Argovia si piantava un melo quando nasceva un maschio, e un pero se vedeva la luce una bambina: il bimbo o la bimba – si diceva – cresceva o deperiva con il suo albero. Il suo candido fiore è invece simbolo di Lutto in Cina dove il bianco è un colore funebre.

   Fin dal Medioevo nell’immaginario occidentale ha assunto anche un aspetto sinistro, forse a causa del legno che marcisce facilmente e si spezza, o per i vermi che ne amano il frutto. Il Cacciatore gobbo, protagonista di una leggenda svizzera che si racconta fra Wildegg e Lupifg, giocava ai passanti scherzi maligni dall’alto di un pero selvatico al quale infine s’impiccò.

   In Turingia si narra invece di una vacca fiammeggiante che dapprima si mutò in un pero e poi in una vecchia. In realtà questa leggenda allude alle tre stagioni dell’anno: l’estate-vacca fiammeggiante diventa un pero in autunno e infine una vecchia simbolo della Sterilità della natura durante l’inverno.

   Al pero è associato tradizionalmente l’orso che sarebbe ghiotto dei suoi frutti. Questa sua predilezione ha ispirato due proverbi toscani: “Chi divide le pere con l’orso n’ha sempre men che parte” e “Sarà quest’anno di molte pere, diceva l’orso, perché n’harebbe volute””. L’ultimo, riferito dal Poliziano, sintetizza l’atteggiamento di chi fa previsioni non sulla base di dati reali, ma proiettando nel futuro i suoi desideri.

Detti, proverbi e usanze.

Nel Settecento le pere divennero anche dolci “da passeggio”. Per le vie un ambulante con un calderone, il peracottaro, le vendeva cotte, ricoperte di caramello e infilzate su un bastoncino per poterle mangiucchiare per la strada.

   Alle pere sono dedicate anche altri detti e proverbi: “quando la pera è matura casca da sé”, traduzione del latino “Pira dum sunt matura, sponte cadunt” e: “Una pera fradicia ne guasta un monte”, traduzione di “Pomum compuctum cito corrumpit sibi iunctum”, che simbolicamente allude alla facilità con cui si trasmettono vizi e corruzioni nella società. Il più celebre ammonisce infine: “Al contadino non far sapere quant’è buono il cacio con le pere”.

A. Cattabiani, Florario. Miti, leggende e simboli di fiori e piante. Milano 1996, pp. 367-68.

 

 

 
 
 

Il crisantemo

Post n°253 pubblicato il 15 Novembre 2013 da maria_zema

Il testo seguente si trova in: A. Cattabiani, Florario, Milano 1996, pp. 173-74.

Il fiore dell’immortalità: il crisantemo

L’usanza di ornare le tombe con crisantemi è relativamente recente, dovuta al fatto che essi fioriscono proprio in autunno, poco prima della Commemorazione dei Defunti. Sicché sono diventati i fiori più adatti per ornare le tombe il 2 novembre, come ricorda il Pascoli:

O camposanto che sì crudi inverni

hai per mia madre gracile e sparuta,

oggi ti vedo tutto sempiterni

e crisantemi. A ogni croce roggia

pende come abbracciata una ghirlanda

donde gocciano lacrime di pioggia. 1

   In un’altra poesia, “Diario autunnale”, ribadisce questa immagine funerea:

Che fanno là, presso la muta altana,

i crisantemi, i nostri fior, che fanno?

Oh, stanno là, con la beltà lor vana,

a capo chino, lagrimando stanno.

Pensano che quest’anno sei lontana,

lagrimano che non ci sei quest’anno. 2

   In realtà sono fiori dai colori gioiosi e luminosi: luminosità evocata anche dal nome italiano che deriva dalle parole greche chrysós (oro) e anthémon (fiorente), col significato di “fiorente d’oro”.

   Erano giunti in Europa fin dal XVII secolo ma non avevano avuto fortuna. Fu soltanto nell’Ottocento che vennero adottati nei salotti, come rammenta Marcel Proust in Du côté de chez Swann descrivendo lo stretto vestibolo che precedeva il salone e il salotto di Odette: lungo la sua parete c’era una cassa rettangolare “dove fioriva come in una serra una fila di grossi crisantemi ancora rari a quell’epoca, ma molto diversi da quelli che gli orticoltori sarebbero riusciti a ottenere successivamente. Swann era irritato per la moda che fin dall’anno precedente li aveva prescelti, ma quella volta gli aveva fatto piacere vedere la penombra della stanza striata di rosa, d’arancio e di bianco dei raggi profumanti degli effimeri astri che s’illuminano nelle giornate grige”. 3 E una sera Odette , scesa dalla carrozza di Swann, “colse precipitosamente nel giardinetto che precedeva la casa un ultimo crisantemo e glielo diede prima che ripartisse”.4

   Il fiore è originario della Cina, ma all’inizio del IV secolo giunse, attraverso la Corea, in Giappone dove fu denominato kiku. Una sua varietà, lo hironishi, con i suoi sedici petali disposti come raggi simili a quelli solari, diventò simbolo del sole e fiore imperiale. Alla fine del XII secolo fu inciso sulle spade del Mikado, come simbolo di Immortalità. Da allora gioielli, abiti, porcellane della famiglia imperiale furono spesso decorati con crisantemi. Fino al secolo scorso potevano coltivarlo o raffigurarlo soltanto i nobili.

   Oggi, quando i crisantemi fioriscono nei giardini imperiali di Tokio, l’imperatore offre un ricevimento grandioso durante il quale si mostrano agli invitati le più recenti varietà. I Giapponesi sostengono, non a torto, che questi fiori favoriscono la longevità perché in erboristeria si usano per combattere la ritenzione dei liquidi, agevolando così il ricambio generale.

   Il loro simbolismo, che i Giapponesi hanno ereditato dalla Cina dove i crisantemi evocano felicità e vita, potrebbe applicarsi all’usanza occidentale di deporli sulle tombe: quando ci si reca a visitare un parente o un amico defunto nutriamo infatti, più o meno consciamente, la speranza di rivederlo vivo e felice.

   Nel linguaggio ottocentesco dei fiori il crisantemo esprime dubbi o attesa, quello indiano “amore oltre la tomba”.

1 G. Pascoli, Il giorno dei morti, in Myricae, (1892).

2 G. Pascoli, nell’Appendice de I canti di Castelvecchio, (1907).

3 M. Proust, A la recherche du temps perdu, Edition établie et annotée par Pierre Clarac e André Ferré, préface d’André Maurois, Parigi 1954, vol I, p. 220.

4 ibid., p. 219.

 

 

 

 
 
 

La raccolta della ginestra

Post n°252 pubblicato il 02 Novembre 2013 da maria_zema
 

La raccolta della ginestra

   La ginestra, una pianta che cresce spontaneamente e quindi di facile reperibilità, costituiva per i contadini calabresi una notevole risorsa in quanto forniva la materia prima per la produzione di fibre tessili con cui si realizzavano coperte, bisacce, tele e sacchi per il trasporto dei prodotti agricoli.

   Sulla raccolta della ginestra Giovanni De Giacomo ha scritto questa pagina:

Ancora non è l’alba, il grillo stride tra le stoppie, e le villane del contado camminano sui greppi dei monti, passano, svelte, come capre, sugli spalti brulli o irti di pruni, si aggrappano agli arbusti, saltano, leggiere, sulle pietre livide dei burroni, scavalcando i solchi arenosi, che i villani hanno scavato nei ripidi pendii dei campi per impedire che le forti pioggie dell’inverno lavassero il terreno, s’inerpicano, scendono per viuzze coperte di rovi e, al primo raggio del sole, sono sul luogo del lavoro, e cantano . . .

Signuri, chi di gloria si’ patruni,

Signuri, chi lu cielu cumannati,

Signuri, chi a lu puviru fa’ dunu

di la ricchizzi e di la puvirtati,

Signuri, chi lu cori sa’ guardari,

dammi tu forza ppi mu faticari!

E questo canto in dialetto, che più di un poeta della lingua letteraria potrebbe invidiare, è come l’inizio del lavoro, è la preghiera del mattino.

Intanto il sole di agosto, rosseggiante, sul cielo terso, sale, sale, e le campagne sono affogate nella luce, la Sila nereggia lontana: sul fiume tremolano scintille, e le donne, curve o appoggiate col ventre sulla roccia, con le braccia protese, tagliano, con le roncole, la ginestra (u spartu gr. spàrtos), e l’accatastano sul terreno.

Il lavoro è lungo e penoso. Le poverine tagliano, si aprono una via, si arrampicano, stanno ritte su massi e allungano il collo per vedere dove più folti sono i fili delle ginestre; e i piedi nudi scottano, le mani, annerite, si screpolano, invano le dita, protetti da pezzi di canne, si difendono dal taglio, chè, spesso, il ferro entra nelle carni e le dilania; le gambe vengono lacerate dai pruni, e il collo, il viso, le braccia nude sono esposte al morso molesto delle zanzare, che, dal vicino pantano, volano, a schiere, e recano il terrore delle febbri, e gridano al mondo che nessuna cosa si fa per evitare la morte bianca di queste contrade! Ma le nostre lavoratrici non danno un grido, non si lamentano; Igea potente è con loro, e continuano, con assidua cura, l’opera incominciata, perché altro lavoro le aspetta.

Le cataste della ginestra sono state trasportate sul greto del fiume. Le donne sono intorno ad ampie caldaie, che su larghi tripodi o poggiate su massi, - fornelli improvvisati, - gorgogliano sui tizzi crepitanti. – A caldaie a caldaie, tutta la ginestra raccolta deve essere bollita prima che finisca Agosto, e le lavoratrici sudano e sono affaccendate. Il sole dardeggia, il piano avvampa, nella fosca caligine è scomparso il mare, e, lento, si ripercuote il canto . . .

Subra li trizzi tue, Madonna mia,

curuna ’ntra lu cielu arricamata,

ma la curuna chi spettedi a mia

è di spini pungenti attorcigliata.

Madonna bella, mannamo furtuna,

la tua dunzella nu l’abbannunari;

li peni chi su’ ’nterra ad una ad una

l’haiu pruvati cumi sunnu amari!

E come Iddio vuole, la giornata d’inverno è finita: la ginestra è pronta ad essere sfilata; lavoro, questo, che si fa, cacciando, a filo a filo, la pellicola o la membrana che deve essere poi battuta – Questo per le donne è il lavoro più leggiero: sedute per terra, all’ombra di un albero, con automatica celerità delle mani, lavorano; lavorano, e cantano, cantano . . .

Si lu bisuognu fussi na persuna

io, a punti di curtiellu, l’ammazzeri;

ch’a mia nci curpe la porca furtuna,

ch’a lu bisuognu sutta mi fa stari;

pur’iu su’ nata cumi na signura,

ma, cumi na mappina, mi mantenu;

sfilu la jnestra, e puo’ cantannu,

a numi di Gesù m’arraccumannu!.

Dopo che la ginestra è stata bollita e sfilata, vien battuta nel maciullo, e poi messa ad imbiancare, al sole. Nell’inverno, attorno ai focolari, notte e giorno, le donne filano ginestra, e poi le tessitrici ne fanno tela, con la quale le famiglie dei villani si cuoprono le carni. Tela ruvida, quella, ma buona e duratura.

G. De Giacomo, La vita sui monti in La Calabria Rivista di letteratura popolare diretta da L. Bruzzano, Marzo 1901.

 

 
 
 
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