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L'alloro di Delfi

Post n°307 pubblicato il 25 Febbraio 2017 da maria_zema
 

1. L’alloro di Delfi.

Il santuario di Delfi, sacro ad Apollo, si trovava al centro della Grecia continentale, nella Focide, sulle pendici meridionali del monte Parnaso, in un anfiteatro naturale circondato da monti e in vista del mare di Corinto, dominato dal picco roccioso delle Fedriadi, le splendenti, poiché si vestivano di luce quando accoglievano i raggi del giorno. Strabone osserva che, sebbene il tempio fosse venerato in tutto il mondo greco come sede dell’oracolo più veritiero, tuttavia anche il fascino sprigionato da quel luogo impervio e selvaggio contribuiva sicuramente a caratterizzarlo come luogo sacro. D’altronde, come deduciamo dalla scena di apertura delle Eumenidi di Eschilo, nell’adyton, la stanza situata nella parte più interna del tempio, si venerava l’omphalòs, l’ombelico del mondo, la pietra conica sacra che si credeva fosse caduta dal cielo, vomitata da Crono che l’aveva ingoiata credendo fosse il figlio Zeus neonato. Ai lati dell’omphalòs stavano due aquile d’oro raffiguranti le due aquile che Zeus aveva fatto partire contemporaneamente dagli antipodi della terra per individuarne il centro e che si erano incrociate proprio nel cielo sopra Delfi. D’allora Delfi era diventato il Centro della Terra e tale era realmente considerato dai popoli greci. Secondo Robert Graves l’omphalòs era collegato al culto della grande dea perché, forse, in origine rappresentava il bianco cumulo di cenere ammucchiato sulla brace per conservare senza fumo il fuoco acceso nel focolare, in una grotta o in una capanna, che costituì il primo centro sociale delle popolazioni pre-elleniche.

L’inno omerico ad Apollo narra che fu lo stesso dio a innalzare il suo tempio nel luogo in cui aveva ucciso con il suo arco infallibile l’orribile Pitone che infestava la regione. Delfi era noto anche con il nome di Pito, che fu poi trasposto nell’appellativo del dio, Apollo Pizio, e Pizia fu chiamata la profetessa e Giochi Pitici furono chiamate le gare atletiche, poetiche e musicali che si svolgevano ogni quattro anni in onore del dio e la cui istituzione si faceva risalire al 582 a.C. Pindaro celebrò nelle Pitiche i vincitori dei Giochi, epigoni di antiche stirpi, e le le virtù, la gloria e le origini divine delle loro città natali. Il premio per il vincitore dei giochi era una corona fatta con i rami dell’alloro proveniente dalla valle di Tempe. I Tessali - scrive Eliano – raccontavano che Apollo, per ordine di Giove, dovette compiere un viaggio da Delfi fino alla valle di Tempe per espiare l’oltraggio compiuto con l’uccisione del Pitone. A Tempe il dio si purificò, raccolse del sacro alloro con cui intrecciò una corona e, così adorno e con un ramo di alloro in mano, ritornò a Delfi per prendere finalmente possesso dell’oracolo. Al tempo di Eliano (1°-2° sec. d.C.) esisteva ancora un’ara nel luogo stesso dove Apollo aveva raccolto l’alloro per farne una corona. Per ricordare questi avvenimenti ogni nove anni i Delfici inviavano a Tempe una solenne processione di nobili giovinetti guidata da un architeros. I giovani, salutati con onore e venerazione dagli abitanti delle terre che attraversavano, ripercorrevano la strada fatta da Apollo nel suo viaggio di espiazione e raggiungevano la valle di Tempe dove compivano solenni sacrifici in onore del dio. Dopo i prescritti rituali, i giovani raccoglievano le fronde dell’alloro e le intrecciavano per farne corone poi, coronati di alloro e recando nelle mani i rami del sacro albero che in seguito sarebbero stati utilizzati per coronare i vincitori dei Giochi Pitici, ripartivano per Delfi. Sembra che i riti dell’alloro in onore di Apollo e lo stesso itinerario Delfi-Tempe-Delfi fossero compiuti da pellegrini provenienti da diversi luoghi come è testimoniato nel IV giambo di Callimaco in cui l’olivo e l’alloro gareggiano per il primato fra le piante. L’alloro si vanta:

E i Dori mi recidono di Tempe

dalle vette montane e mi portano a Delfi,

quando si compie il sacro rito di Apollo.

L’alloro caratterizzava anche un’importante cerimonia, detta dafneforia, che si svolgeva ogni otto anni a Tebe dove sorgeva il santuario di Apollo Galaxio o Ismenio: si adornava un ramo di ulivo con fronde di alloro e fiori e in cima si fissava una sfera di rame da cui pendevano delle sfere più piccole. A metà del ramo si legava una sfera di rame, più piccola di quella fissata in cima, da cui pendevano dei nastri di stoffa purpurea. La parte inferiore del ramo era fasciata con una stoffa leggera color zafferano. Precedeva la dafneforia un giovane i cui genitori erano viventi mentre un suo parente più prossimo recava il ramo inghirlandato, detto kopo. È Proclo a descrivere questa cerimonia che spiega anche il significato dei componenti del Kopo: la sfera che stava in cima era il sole, per mezzo del quale si rappresentava Apollo; quella più piccola era la luna e le altre sfere erano i pianeti e le stelle mentre i nastri purpurei rappresentavano il corso annuale del sole. Di questa cerimonia parla anche Pausania che scrive di un bel giovane dal fisico prestante e appartenente a nobile famiglia, detto dafneforo, nominato per un anno sacerdote di Apollo Ismenio, che era accompagnato da giovani coronati di alloro.

Pindaro compose per il figlio Daifanto un dafneforico, cioé un inno per il portatore di alloro, di cui ci rimane un frammento. L’inno è cantato dal coro in prima persona, come era consuetudine nei Parteni che, come indica il nome, erano canti per cori di vergini fanciulle. Ecco i versi in cui è citato l’alloro:

...poi che l’Ambiguo è venuto

benigno a Tebe recando

grazia immortale.

Ma cintomi rapida il peplo

e nelle tenere mani

un ramo splendido d’alloro,

leverò l’inno alla casa

gloriosa d’Eolada

e del figlio Pagonda,

[..........................]

Ora, figlio di Damena, guidami

con piede propizio: a te segue

prossima la figlia benigna,

avanzando presso l’alloro

di bella fronda coi sandali:

[........................].

Varrone scrive che i fedeli che si recavano da Reggio a Delfi per onorare Apollo recavano i rami di alloro che avevano raccolto dal sacro bosco del tempio che Oreste aveva costruito in onore del dio dopo avere espiato l’atroce delitto commesso. Secondo le fonti antiche l’oracolo delfico aveva avuto un ruolo importante nella fondazione della città di Reggio. Diodoro riporta infatti il famoso responso che la Pizia diede ai calcidesi che si erano recati dal dio per interrogare l’oracolo sulla fondazione di una nuova colonia. La sacerdotessa rispose che essi avrebbero dovuto fondare la nuova città alla foce dell’Apsias, il più sacro dei fiumi, nel luogo dove avessero visto una femmina abbracciata a un maschio. I calcidesi, giunti presso l’Apsias, l’odierno Calopinace, interpretarono il detto oracolare quando videro una vite intrecciata ad un fico selvatico e lì fondarono la nuova città che chiamarono Rhegion.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 

L'alloro di Delfi

Post n°306 pubblicato il 25 Febbraio 2017 da maria_zema
 

2. L’alloro di Delfi.

Secondo la tradizione delfica il santuario era stato più volte ricostruito. Pausania, che raccolse le diverse leggende sulla ricostruzione dei cinque templi successivi e le notizie più certe relative alla loro natura e storia confortate dalla testimonianza di vari antichi autori, scrive che il primo tempio fu una capanna fatta con i rami di alloro portati dalla valle di Tempe. Il secondo tempio, più noto e di cui parla anche Strabone, fu fatto con la cera delle api e con le piume degli uccelli e fu mandato da Apollo presso gli Iperborei, il mitico popolo a lui caro che, come scrive Pindaro nella Olimpica III, abitava nella regione delle “fonti ombrose dell’Istro”. Il terzo tempio, di bronzo, che aveva uccelli canori d’oro appollaiati sul tetto, sarebbe stata opera di Efesto. Pausania non accetta completamente questa versione, ma ritiene, citando alcuni esempi, che non sarebbe inverosimile che anche per Apollo fosse stato eretto un tempio in bronzo. Nemmeno su come avvenne la scomparsa del terzo tempio Pausania riuscì a trovare versioni concordi: alcuni sostenevano che fosse stato inghiottito dalla terra, altri che fosse stato distrutto dal fuoco. I versi di un frammento del Peana a Pito di Pindaro ricordano il secondo tempio, trasportato dai venti tra gli Iperborei, e il terzo tempio:

Un vento veemente

traeva un tempio agl’Iperborei,

o Muse, dell’altro, levato

dalle mani di Efeso abilissime e Atena

quale appariva la foggia?

Di bronzo i muri, di bronzo

s’ergevano le colonne;

cantavano sei sirene.

Un quarto tempio fu costruito in pietra dai leggendari architetti Trofonio ed Agamede, ma, come ricorda la tradizione, fu distrutto da un incendio nel primo anno della cinquattottesima Olimpiade (548 a.C). Cicerone nelle Tusculane (I, 114) scrive che i due architetti, dopo aver costruito il tempio, rivolgendosi al dio in preghiera, gli chiesero come compenso per il proprio lavoro non un premio ben definito, bensì ciò che fosse meglio per un uomo. Apollo profetizzò loro che avrebbero avuto il loro premio entro tre giorni. All’alba del terzo giorno furono trovati morti: il dio li aveva compensati con quello che riteneva il migliore dei compensi, una placida morte. Il quinto tempio fu splendidamente ricostruito, a cura della potente famiglia ateniese degli Alcmeonidi, sulle tracce del precedente, su disegni di Spintaro di Corinto, non in tufo calcareo, come era stato precedentemente pattuito, ma con la facciata in marmo di Paro. Agli Alcmeonidi apparteneva Megagle ateniese, vincitore con la quadriga dei giochi Pitici, l’atleta a cui Pindaro dedicò la Pitica VII, di cui si riportano i versi che parlano del tempio delfico:

In tutte le città si propaga la fama

dei cittadini di Eretteo,

che fecero il tuo vestibolo mirabile, o Febo, in Pito divina.

Erodoto scrive che gli Alcmeonidi, in esilio a causa dei Pisistratidi, tiranni di Atene, pur tentando con gli altri esuli ateniesi l’uso della forza per rientrare nella loro città, si erano impegnati nella ricostruzione del tempio per avere l’aiuto dell’oracolo delfico. Secondo il racconto degli Ateniesi, - continua Erodoto - questi uomini, stabilitisi a Delfi, trassero dalla loro con premi in denaro la Pizia che, ogni qual volta degli Spartani si recavano a interrogarla per motivi privati o pubblici, li invitava a liberare Atene. Gli Anfizioni, i membri della lega sacra che si occupava della gestione del tempio, ne appaltarono la ricostruzione per 300 talenti. Gli abitanti di Delfi pagarono 75 talenti della somma occorrente e il resto fu raccolto con le offerte delle altre città della Grecia e delle colonie. Dal lontano Egitto, a dimostrazione della fama di cui godeva l’oracolo di Apollo, il faraone Amasi inviò 1000 talenti di allume mentre i Greci residenti nel paese contribuirono con venti mine. Nel 373 il tempio venne nuovamente distrutto da un terremoto e la sua ricostruzione tarderà fino al 325 a.C. a causa della terza guerra sacra (356-346).

Tutto il complesso del santuario era formato da un ampio recinto quadrangolare circondato da un muraglione e si sviluppava su diversi livelli. Al centro si ergeva il tempio di Apollo, sede dell’oracolo, a cui si accedeva attraverso la Via Sacra, che saliva con un percorso tortuoso. Ai lati della via, e sparsi dovunque nel recinto, erano gruppi statuari e statue singole offerte come ex voto, edifici riccamente decorati di sculture e pitture e i tempietti votivi, detti Tesori, eretti per custodire le decime dovute dalle città ed i doni fatti al dio. I devoti si recavano presso il santuario non solo per motivi religiosi, ma anche per ammirare i tesori conservati in questi templi in miniatura che riassumevano i momenti salienti della storia del mondo greco e ricordavano le laceranti lotte combattute dalle singole città per l’egemonia. Spesso, le preziose offerte erano il frutto delle decime del bottino e dei saccheggi ottenuti da Greci a danno di altri Greci, come testimoniavano le dediche. All’ingresso principale del sacro recinto c’era il toro di bronzo dei Corciresi, che doveva essere di dimensioni colossali, dedicato nel 480 a.C. circa dai Corciresi in seguito a una fortunata pesca di tonni. Alla sinistra di colui che cominciava a salire lungo la Via Sacra, si trovava il gruppo statuario dei Navarchi, gli ammiragli spartani, dedicato al dio da Lisandro in ringraziamento della vittoria navale di Sparta nella battaglia di Egospotami (405 a.C.) che mise fine alla lunghissima guerra con la città di Atene. Questo complesso monumentale comprendeva trentasette statue di bronzo: nove, più grandi, erano collocate su una base anteriore, le altre, più piccole, erano sistemate su una base posteriore. Sulle basi erano incisi gli epigrammi, in parte conservati, che celebravano il valore e la gloria dei singoli Navarchi. Sei statue raffiguravano le divinità protettrici, Zeus, Apollo, Artemide, i Dioscuri e Posidone, che incoronava Lisandro, assistito dal suo indovino e dal pilota che guidava la nave ammiraglia; le altre ventotto erano dedicate ai comandanti che collaborarono con Lisandro nell’impresa di Egospotami, spartiati o alleati che fossero. Le statue, scrive Plutarco nel De Pythiae oraculis (Gli oracoli della Pizia) erano ricoperte da una patina di colore blu brillante, che dava loro l’aspetto di creature del mare e degli abissi. Tra i Tesori più importanti di Delfi, come precisa Erodoto (III, 57) c’era quello degli abitanti di Sifno, un’isola delle Cicladi, costruito nel 525 a.C. con le decime ricavate dalle entrate delle ricche miniere di oro e di argento esistenti nell’isola. A sud dell’angolo occidentale del portico che gli Ateniesi, come scrive Pausania, costruirono coi beni che durante la guerra tolsero ai Peloponnesiaci e a tutti quei Greci che erano alleati con i Peloponnesiaci, si trovava una roccia sulla quale la tradizione voleva che si fosse seduta la prima Sibilla al suo arrivo dall’Elicona, dove era stata allevata dalle Muse. Al santuario arrivavano offerte non solo dal mondo greco, ma anche da paesi lontani. Di questo si trova testimonianza in Erodoto che riporta i doni inviati al tempio da Gige, re di Lidia, una regione dell’Asia Minore, da Creso, ultimo re di Lidia e dal mitico Mida, re della Frigia, in Turchia. Gige (685-652 a.C. ca), era noto per la sua favolosa ricchezza e soprattutto perché si diceva che fosse in possesso di un anello che rendeva invisibili. Erodoto scrive che, divenuto re, Gige inviò a Delfi ricche offerte di argento e un’enorme quantità di oro. La sua offerta più notevole, ben sei crateri d’oro, da lui consacrati al dio, del peso di trenta talenti (circa 780 kg), si trovava nel tesoro dei Corinzi. Sempre Erodoto scrive che Aliatte, appartenente alla famiglia dei Mermnadi, fu il secondo dopo Gige che, guarito da una malattia, dedicò al dio un grande cratere d’argento, un’offerta degna di essere vista più di tutte quelle che erano in Delfi, poiché aveva il basamento in ferro le cui parti erano saldate. Era opera di Glauco di Chio, l’unico uomo al mondo che avesse trovato il modo di saldare il ferro. Il successore di Aliatte, il figlio Creso, dopo una prova a cui aveva osato sottoporre l’oracolo, per placare il dio, ordinò splendidi sacrifici: immolò 3000 capi di bestiame di ogni specie indicata per i sacrifici; eretto un enorme rogo, vi bruciò sopra letti rivestiti d’oro e d’argento, e coppe d’oro e vesti di porpora e tuniche, nella speranza di assicurarsi il favore del dio mentre a tutti i Lidi ordinò che ciascuno sacrificasse quello che poteva. Compiuti che ebbe questi sacrifici, fece fondere un’enorme quantità di oro per formare dei lingotti, che misuravano sei palmi (cm 8) nella parte più lunga, tre in quella più corta e un palmo di spessore: erano 117 di numero, di cui quattro di oro puro, che pesavano ciascuno due talenti e mezzo; gli altri lingotti erano di oro bianco, del peso di due talenti. Fece fare, inoltre, in oro puro, una statua di leone che pesava dieci talenti. Questo leone, quando il tempio di Delfi andò in fiamme, cadde dalla base su cui era stato collocato e in seguito, ridimensionato nel peso perché tre talenti e mezzo d’oro andarono fusi, fu sistemato nel tesoro dei Corinzi. A questi oggetti Creso aggiunse due crateri di grandi dimensioni, uno d’oro e l’altro d’argento; quello d’oro si trovava a destra di chi entrava nel tempio, quello d’argento a sinistra. Anche questi crateri furono rimossi al tempo dell’incendio del tempio: quello d’oro, che pesava otto talenti e mezzo, più dodici mine (436 gr. ca), fu messo nel tesoro dei Clazomenii e quello d’argento, che si diceva fosse opera di Teodoro di Samo e poteva contenere 600 anfore (40 l. ca), all’angolo del pronao. Durante la festa delle Teofanie i Delfi vi mescolavano l’acqua e il vino. Creso inviò a Delfi anche quattro giare d’argento e consacrò due urne lustrali, una d’oro e l’altra d’argento assieme a molte altre offerte, senza iscrizioni, vasi d’argento rotondi, e una statua di donna in oro, alta tre cubiti (0,443 m.), che a Delfi sostenevano raffigurasse la sua fornaia che lo aveva salvato dalla morte. In più, egli consacrò pure le collane della propria moglie e le sue cinture. Di particolare pregio artistico era la Leske degli Cnidi, una sala quadrangolare adibita alle riunioni ed ai banchetti, retta da otto colonne interne e decorate con pitture del famoso pittore Polignoto di Taso (prima metà del V secolo a.C.) raffiguranti la presa di Troia e l’oltretomba. Pausania descrive minutamente queste pitture che attestavano antichissime versioni del mito e della storia. Tra i più antichi ex-voto, c’era una Sfinge, con il volto di donna dai tratti arcaici e il corpo di animale con grandi ali, dedicata al dio nel 550 a.C. dagli abitanti dell’isola di Nasso, che si trova ora nel Museo di Delfi. Era collocata in cima ad una colonna alta 10 metri. Al tempo di Erodoto giacevano ammonticchiati dietro un altare i lunghi spiedi di ferro atti a trapassare i buoi che una cortigiana di grande bellezza, Rodopi, aveva dedicato all’oracolo: Presa dal desiderio di lasciare in Grecia un suo ricordo, Rodopi aveva fatto fabbricare con la decima dei suoi guadagni un’opera che non risultava fosse mai stata ideata e dedicata ad un tempio da alcun altro. Alcuni consideravano uno scandalo gli spiedi dedicati al dio dall’etèra, ma bastava volgere lo sguardo più in alto per vedere in mezzo alle statue di condottieri e sovrani la statua d’oro di Frine, la più famosa cortigiana ateniese nel IV secolo a.C., opera del grande Prassitele, che il filosofo cinico Cratete aveva definito il trofeo della lussuria greca. Eppure, come si legge in Plutarco, bisognava indignarsi non per l’omaggio di Prassitele ad una donna che aveva usato la bellezza del suo corpo in modo non degno di una persona libera, ma nel vedere il dio circondato dalle primizie e dalle decime di uccisioni, guerre e saccheggi, e il tempio rigurgitare di spoglie e bottini ottenuti dalle vittorie di Greci su altri Greci. Erano custodite nel tempio anche la famosa collana d’oro fabbricata da Efesto che conferiva fascino irresistibile a chi la portava e che Venere aveva donato alla figlia Armonia come dono per le sue nozze con Cadmo e quella che Menelao aveva regalato ad Elena. Durante la seconda guerra sacra i Focesi saccheggiarono il santuario ed i capi si spartirono i gioielli da regalare alle loro mogli tirandoli a sorte. La collana di Venere toccò ad una donna dall’aria seria e triste e quella di Elena ad una donna bellissima e dissoluta. La prima organizzò l’uccisione del marito e morì poi bruciata viva nelle sua casa a causa di un incendio appiccato dal figlio maggiore mentre la seconda s’innamorò di un giovinetto dell’Epiro, fuggì con lui e concluse la sua vita da etèra regalando la sua bellezza a quanti volessero oltraggiarla.

 

 

 

 

 

 

 
 
 

L'alloro di Delfi

Post n°305 pubblicato il 25 Febbraio 2017 da maria_zema
 

3. L’alloro di Delfi.

Fin dalle origini, le grandi ricchezze custodite a Delfi attirarono la cupidigia di molti che, in tempi diversi, cercarono d’impossessarsene. Pausania cita i più famosi saccheggiatori, mitici e storici, tra cui Crio, il predone venuto dall’Eubea e, più tardi, il popolo dei Flegii e Pirro, figlio di Achille, quindi una parte dell’esercito di Serse e infine i Galati. Ma, era anche destino – continua Pausania – che il tempio non potesse sfuggire alla universale irriverenza di Nerone che derubò il tempio di cinquecento statue di bronzo, sia di dei che di uomini. Al tempo della spedizione guidata da Serse (480 a.C.), dopo la battaglia delle Termopili, secondo il racconto di Erodoto, mentre il grosso dei barbari marciava verso Atene, una parte dell’esercito, al seguito delle guide, lasciandosi il Parnaso alla destra e mettendo a ferro e fuoco tutte le località della Focide che incontrava, si diresse verso il santuario di Delfi per impadronirsi dei preziosi tesori raccolti nel sacro recinto. Gli abitanti di Delfi, al sentire queste notizie, costernati e pieni di terrore, consultarono l’oracolo riguardo ai tesori sacri: se dovessero nasconderli sotto terra o portarli in salvo in altro paese. Il dio, però, non permise che si toccassero, assicurando che bastava da solo a difendere ciò che gli apparteneva. I Delfi, allora, udita questa risposta, pensarono alle proprie cose. Trasportarono al di là del mare, in Acaia, i figli e le donne, mentre la maggior parte di essi salì sulle alture del Parnaso portando lassù i loro beni, nella grotta Coricia. Gli altri, di nascosto, si recarono ad Anfissa, nella Locride. Tutti i Delfi, quindi, abbandonarono la loro città ad eccezione di 60 uomini e dell’interprete del dio. Si verificarono allora prodigi straordinari: sul davanti del tempio di Apollo si videro disposte le armi sacre, che erano state portate fuori dall’interno del sacrario, mentre a nessun uomo era lecito toccarle e, quando i Barbari invasori furono nei pressi del tempio di Atena Pronaia, caddero su di essi fulmini dal cielo mentre due cime rocciose staccatesi dal Parnaso, rotolando con immenso fragore, ne travolsero un gran numero. Intanto, dall’interno del tempio di Atena Pronaia si alzavano grida e incitamenti alla lotta. Per l’improvviso concorso di tutti questi prodigi i Barbari, presi dal panico, si diedero alla fuga mentre i Delfi, approfittando del loro terrore, scesi dalle alture, li assalirono uccidendone un buon numero. I Barbari che riuscirono a salvarsi raccontarono poi che, oltre a quei fatti prodigiosi, avevano visto anche due opliti, d’una statura ben più grande dell’umana, che li inseguivano uccidendo e dando loro la caccia. I Delfi sostennero che questi due guerrieri fossero gli eroi del luogo Filaco e Autonoo, i cui sacri recinti si trovavano nelle vicinanze del santuario: quello di Filaco era proprio lungo la strada al disopra del santuario della Pronaia; quello di Autonoo vicino alla fonte Castalia, ai piedi della rupe Iampea. I massi caduti dal Parnaso si conservavano ancora al tempo di Erodoto nel recinto di Atena Pronaia, là dov’erano precipitati rotolando fra le schiere dei Barbari. Nel 278 a.C. i Greci, stremati dalle sconfitte subite dai re macedoni, si trovarono ad affrontare l’esercito dei Galati che, arrivando dalle fredde regioni del remoto nord, dopo aver portato la rovina tra le popolazioni che avevano incontrato sul loro cammino, attraverso un sentiero segreto, erano riusciti ad attraversare le Termopili. Attratti dalla convinzione che la cavità del tempio del dio di Delfi fosse rigurgitante d’oro i Galati, guidati da Brenno, stimando che non fosse conveniente conquistare le restanti città, puntarono sul santuario. Di fronte a Brenno e alla sua armata – racconta Pausania – si schierarono i Greci che si erano raccolti a Delfi, ma anche i segni del dio, nel modo più manifesto, preannunciarono subito ai barbari sventura: così la terra su cui avanzavano i Galli tremò violentemente e per la maggior parte del giorno tuoni e lampi furono continui. I tuoni stordivano i Celti impedendo loro di sentire gli ordini che venivano impartiti mentre i fulmini avvolgevano nelle fiamme coloro sui quali si abbattevano. Infine, vigorosi e imponenti, per lottare accanto ai soldati Greci impegnati a difendere la loro terra, apparvero gli eroi iperborei Iperoco, Laodoco, Pirro e, secondo alcuni, anche Filaco. Per i Celti fu un giorno di terrore, ma gli eventi della notte si abbatterono su di loro con effetti ancora più dolorosi: ci fu infatti un freddo intenso e una forte nevicata e molti Barbari morirono sepolti dai grossi massi che rotolarono dal Parnaso. Al sorgere del sole, i Greci assalirono da ogni parte i nemici che si difesero coraggiosamente, soprattutto i soldati della schiera di Brenno che era formata dagli uomini più alti e più vigorosi. Quando Brenno fu ferito, i Barbari, premuti da ogni parte dai Greci, furono costretti a sottrarsi con la fuga alla lotta, trasportando il loro capo lontano dal campo di battaglia e uccidendo i compagni feriti che non erano in grado di seguirli. Al calare della sera, le truppe si accamparono, ma durante la notte piombò su di esse il timor panico, il terrore senza ragione che – dice Pausania – si credeva provenisse dal potente e selvaggio Pan, il dio rappresentato con due grandi corna sulla testa e i piedi di capra, che indusse i soldati a comportamenti folli. Completamente usciti di senno, credendo di udire uno scalpitio di zoccoli, si divisero in due schiere e si affrontarono, uccidendosi fra loro, senza capire i suoni della loro lingua e senza riconoscere le fattezze dei compagni o la foggia delle armature, perché la follia del momento faceva apparire Greci, sia all’una che all’altra schiera, gli uomini che avevano di fronte, di foggia greca le armi e greca la lingua che parlavano. Così la follia portata dal dio provocò un grande massacro di Barbari. Allora Brenno – conclude Pausania – per timore del suo popolo e per la vergogna di essere stato la causa della disastrosa sconfitta subita in Grecia, si uccise. Così Properzio in una sua elegia ricorda la spedizione del capo celtico e il prodigio del dio che impedì il saccheggio del tempio:

Le soglie bruciate testimoniano il sacrilegio di Brenno,

mentre assaliva il regno pitico del dio dalla lunga chioma;

ma il monte Parnaso, scossa la vetta ricca di laureti,

rovesciò spietate nevi sulle armi galliche.

(Elegie, III, XIII, 51-54).

 

 

 

 

 

 
 
 

L'alloro di Delfi

Post n°304 pubblicato il 25 Febbraio 2017 da maria_zema
 

4. L’alloro di Delfi.

Il legame tra Apollo e l’alloro era considerato così stretto che la sola presenza della pianta in un luogo ne determinava la sua sacralità. Boschi di alloro si trovavano sempre vicini ai santuari dedicati al dio e le loro fronde servivano per adornare i templi e per le funzioni sacre. La quotidianità della vita del santuario delfico rivive nell’opera di Euripide Ione, una tragedia a lieto fine, ambientata a Delfi: il tempio adorno di alloro, i fedeli che si avviano alla preghiera tenendo in mano rami di alloro, il rituale da rispettare per essere ammessi alla consultazione, i gruppi di pellegrini che si aggirano in ammirazione tra gli edifici. Nella prima scena del Prologo, che si svolge sulla spianata davanti al tempio, il dio Ermes racconta i fatti precedentemente accaduti: Ione, nato dalla violenza di Apollo sulla principessa ateniese Creusa, fu abbandonato dalla madre nella caverna sull’Acropoli di Atene in cui la donna aveva subito lo stupro. Per volere di Apollo, il neonato era stato trasportato da Ermes a Delfi, dove era stato allevato dalla Pizia che ignorava chi fossero genitori del piccolo. Ione - dice il dio – crebbe aggirandosi nel tempio e giocando tra gli altari carichi di offerte; quando fu cresciuto, gli abitanti di Delfi lo nominarono tesoriere del dio e dispensiere fidato di tutte le offerte e così egli viveva dentro il santuario conducendo una vita irreprensibilie. Intanto, Creusa aveva sposato il principe straniero Xuto. I due sposi arrivano a Delfi per interrogare l’oracolo sul motivo per cui la loro unione non era feconda. All’arrivo di Ione, che esce dal tempio per svolgere il suo consueto lavoro, Ermes si nasconde nel sacro boschetto di allori che sorge nelle vicinanze del tempio per spiare come si compirà il destino progettato da Apollo per suo figlio. Il giovane ha in mano un arco per scagliare frecce contro gli stormi di uccelli che insozzano le sacre statue e una ramazza, fatta con le fronde dei sacri allori, che gli servirà per purificare il pavimento del tempio, come spiega egli stesso:

…………

Io compirò il lavoro

che sempre fin da fanciullo fu mio:

custodire puro il penetrale di Apollo,

ornandolo con fronde di alloro e sacre ghirlande

e spargere acqua sul pavimento.

…………

E tu, giovane fronda di splendido alloro,

tu che spazzi nel tempio l’altare di Apollo,

tu vieni da giardini immortali

dove una sacra sorgente

fa scaturire

acque perenni, bagnando la pura chioma del mirto:

con te io spazzo il pavimento del dio

servendolo per tutto il giorno,

sin da quando s’allarga l’ala del sole.

…………

Ma ora interrompo il lavoro

della mia scopa d’alloro,

e da vasi d’oro spargerò l’acqua

che proviene dalla corrente Castalia,

inumidendo la terra,

io, che sono puro sin dalla culla.

Un altro riferimento all’uso rituale dell’alloro si trova quando Xuto, che si avvia a consultare l’oracolo, esorta Creusa alla preghiera:

“Ora mi avvio: a quanto sento, i pellegrini hanno già offerto il sacrificio comune davanti al santuario; oggi voglio consultare l’oracolo del dio: sembra che sia un giorno propizio. Tu, donna, prendi dei ramoscelli d’alloro, e prega davanti all’altare che io esca dal santuario portando un responso favorevole a proposito dei figli”.

La storia ha un lieto fine: Apollo darà a Xuto come figlio il proprio figlio facendogli credere che è nato da lui e farà in modo che Ione possa essere riconosciuto da Creusa e possa tornare a casa della madre per riavere la dignità che gli spetta mentre lo stupro rimarrà un segreto per sempre.

L’acqua per purificare il tempio era quella della fonte Castalia che sgorgava dalla gola tra le pareti a picco delle rocce Fedriadi. Secondo la leggenda, Castalia era stata una ninfa che si era uccisa gettandosi nella fonte per sfuggire Apollo e mantenere così la sua purezza. La facciata della fonte era scavata nella roccia ed era ornata da sette pilastri marmorei tra i quali vi erano delle nicchie in cui venivano, forse, deposte le offerte alla ninfa della sorgente. Un bacino raccoglieva l’acqua che sgorgava da sette bocche di bronzo a forma di leone, le porte di bronzo di Pindaro, ed in essa si bagnavano per purificarsi, rispettando esattamente la procedura stabilita, oltre alla Pizia anche i delfici servitori di Apollo e i fedeli che si recavano a consultare l’oracolo.

Per dodici secoli la sacerdotessa di Apollo, “proferendo con bocca folle parole senza riso, senza ornamento né profumo”, come dice Eraclito, diede voce al dio stesso. Poi, come una sorgente che si esaurisce, nel luogo che un tempo “straripava di voci oracolari” regnò il silenzio e l’abbandono. L’oracolo delfico parlò per l’ultima volta nel 363 d.C. quando un prete che viveva tra le rovine del tempio, interrogato per conto dell’imperatore Giuliano l’Apostata che cercava di arrestare il diffondersi del Cristianesimo e di ripristinare gli antichi culti legati agli dei dell’Olimpo, rispose:

Dite al re: giacciono in rovina le corti un tempo gaie del tempio;

non un riparo di rami ha il dio, né parla tra i lauri

né presso la fontana; silenzio è anche la voce dell’acqua.

Con l’avvento del Cristianesimo, Delfi subì la sorte di tutti i luoghi di culto dedicati agli dei pagani. In un primo tempo furono ostacolate le funzioni, poi, nel 394, Teodosio ordinò la distruzione dell’antico santuario.

Oggi, sulla poderosa terrazza naturale sopravvivono nella loro nuda bellezza solitaria i ruderi dell’ultima dimora del dio

che l’arco

mai non depone dalle sue spalle,

che lava i crini sciolti nella limpida

fonte Castalia e che le macchie licїe

protegge e il suo bosco natale,

Apollo di Delo e di Patàra.

(Orazio, Odi, III, 4, 60-64)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 

L'aglio

Post n°303 pubblicato il 24 Novembre 2016 da maria_zema
 
Tag: L'aglio

Il testo seguente è tratto da: Maria Zema, L’aglio, in Cucina calabrese. Ricette, Prodotti tipici, Identità, Catanzaro luglio 2016, ed. Local genius, pp. 390-393.

1. L’AGLIO

Allium sativum

Famiglia delle Liliacee

È celebre la scherzosa invettiva di Orazio contro gli effetti perniciosi dell’aglio, considerato un veleno più potente della cicuta e degno di essere sostituito a questa per la condanna a morte dei parricidi:

Se qualcuno, con mano empia,

taglia la gola al vecchio padre, dovrà mangiare

l’aglio, che è peggio della cicuta.

O duri stomaci dei mietitori!

Che veleno è questo, che mi strazia le viscere?

Forse sangue di vipera, cotto

di nascosto con le erbe? O Canidia

che ha preparato questa porcheria?

A Roma, forse a causa dell’alito pestilenziale cagionato dall’avere mangiato aglio crudo, si faceva mangiare aglio per parecchi giorni a quelli che volevano purificarsi di un delitto commesso, come si legge nella quinta satira di Persio. L’aglio era un cibo usuale dei soldati romani tanto che si diceva Allia ne comedas (non mangiare aglio) a coloro i quali, pur amando gli agi e la quiete, volevano andare in guerra, per significare che negli accampamenti militari si mangiava aglio. Svetonio racconta che Vespasiano respinse con disprezzo un giovane che, tutto profumato, gli si era presentato a ringraziarlo per una prefettura che gli era stata accordata dicendogli “Avrei preferito che tu puzzassi di aglio” e gli revocò la nomina. A conferma che i Romani erano formidabili mangiatori di aglio Varrone scrive: “Le parole dei nonni e dei bisnonni sapevano d’aglio e di cipolla, ma erano pieni d’ottimi spiriti”. I Greci credevano che l’aglio accendesse il coraggio dei soldati e conferisse aspetto e cipiglio terribile. Se ne trova testimonianza nei Cavalieri di Aristofane dove il coro fa mangiare l’aglio ad Allantopole, venditore di trippa, per incitarlo a combattere più valorosamente. Altrove, si fa menzione di soldati i quali, prima d’imbarcarsi, fanno provvista di aglio. Abitualmente veniva mescolato dell’aglio al mangime dei galli in procinto di combattere affinché lottassero più accanitamente. Nei Deipnosofisti di  Ateneo si allude a questa abitudine quando si dice “nutriti con l’aglio” per indicare la foga combattiva di alcuni abitanti di Megara.

Erodoto racconta di avere trovato, incisa sulla piramide di Cheope, un’iscrizione in cui era segnata in carattere egiziani la notevole somma spesa per l’acquisto di rafani, cipolle e aglio che costituivano il cibo quotidiano degli schiavi addetti al massacrante lavoro di costruzione delle tombe faraoniche.

Malgrado il suo odore sgradevole, l’antica farmacopea attribuiva all’aglio grandi virtù terapeutiche. Plinio scrive che è ritenuto utile per molte preparazioni medicinali, specialmente nella vita di campagna e riporta un quadro dettagliato degli usi medicinali, che si sono poi ripetuti nel corso dei secoli. Per eliminare il cattivo odore che l’aglio conferisce all’alito, scrive Plinio, è sufficiente cuocerlo, ma, se si vuole che le piante crescano prive di odore, occorrerà seminarle quando la luna è sotto l’orizzonte e raccoglierle quando è in congiunzione con la terra. Il suo odore, però, tiene lontani serpenti e scorpioni. Consumato come alimento, o usato in pozione o in lozione guarisce le ferite da loro provocate. Applicato insieme a miele sulla ferita, annulla gli effetti dell’aconito e del giusquiamo e del morso dei cani. Ippocrate, scrive sempre Plinio, riteneva che i suffumigi d’aglio provocassero l’espulsione della placenta, e guariva le ulcere sierose della testa con applicazione di cenere d’aglio mista ad olio. Diocle, un medico del IV secolo a.C. che Plinio considera lo studioso di medicina più importante dopo Ippocrate, lo prescriveva ai malati d’idropisia, unito a centaurea, oppure messo dentro un fico spaccato a metà, per sgombrare l’intestino. Tre teste d’aglio tritato in aceto alleviano il mal di denti, ma è efficace anche uno sciacquo con decotto d’aglio, oppure l’aglio stesso posto nella carie. Il succo, unito a grasso d’oca, si usa anche per fare instillazioni nelle orecchie. L’aglio cotto con latte oppure tritato e mescolato a formaggio molle guarisce dal catarro; così preparato, oppure preso in una minestra di piselli o di fave, attenua anche la raucedine. In generale è più efficace cotto che crudo, e lesso piuttosto che arrostito; in questo modo giova di più anche alla voce. Nei casi di tosse è efficace se cotto con grasso vecchio o con latte. In caso di slogature e fratture va preso con olio e sale. Si crede anche che l’aglio, tritato insieme con coriandolo verde, e bevuto con il vino, stimoli l’appetito sessuale. Ha l’inconveniente di indebolire la vista, di causare flatulenza, di far male allo stomaco se preso in quantità eccessiva e di provocare la sete.

L’aglio era un componente fondamentale dell’Aceto dei quattro ladroni, un antico rimedio antipestilenziale e profilattico, e della Mostarda del diavolo, un impasto di aglio pestato e di grasso, impiegato nella cura delle malattie nervose e degli attacchi epilettici.

Nell’immaginario popolare l’aglio, collegato al solstizio d’estate, svolgeva un ruolo importante di protezione contro gli influssi maligni, le stregonerie, i malefici, i vampiri e le forze negative magiche e diaboliche. Si poneva infatti davanti alle porte, alle finestre, alle entrate delle stalle per proteggere persone e animali contro le streghe. Secondo antiche credenze, nella notte ricca di mistero del solstizio d’estate si pensava che accadessero fenomeni misteriosi come le nozze tra il sole e la luna che producevano energia benefica rigeneratrice della natura e di cui beneficiavano soprattutto le erbe e le piante. Il cielo notturno era attraversato da schiere di streghe che si recavano in volo al loro convegno annuale per rendere omaggio a Belzebù, guidate da Erodiade, la crudele regina che si diceva avesse ottenuto la testa del Battista da Erode Antipa, vinto dalla grazia ammaliatrice della danza di Salomè. Con l’aglio, messo sotto la camicia assieme alle altre erbe dette di San Giovanni, di solito lavanda, ruta, rosmarino, iperico, artemisia, la protezione era assicurata. Un sonetto del Belli, cantore degli incantesimi della notte di San Giovanni, termina così:

Ma a mmé, co ’no scopijjo ar giustacore

e un capo-d’ajjo o ddua sott’a li panni,

m’hanno da rispettà come un Ziggnore.

(G. G. Belli, San Giuvan-de-ggiuggno)

 

Uso in cucina - Pellegrino Artusi, il padre riconosciuto della cucina italiana, sull’uso dell’aglio in cucina scrive: “Gli antichi Romani lasciavano mangiare l’aglio all’infima gente, e Alfonso re di Castiglia tanto l’odiava da infliggere una punizione a chi fosse comparso a Corte col puzzo dell’aglio in bocca. Più saggi gli antichi Egizi lo adoravano in forma di nume, forse perché ne avevano sperimentate le medicinali virtù, e infatti si vuole che l’aglio sia di qualche giovamento agl’isterici, che promuova la secrezione delle orine, rinforzi lo stomaco, aiuti la digestione e, essendo anche vermifugo, serva di preservativo contro le malattie epidemiche e pestilenziali. Però, ne’ soffritti state attenti che non si cuocia troppo, ché allora prende assai di cattivo. Ci sono molte persone, le quali, ignare della preparazione dei cibi, hanno in orrore l’aglio per la sola ragione che lo sentono puzzare nel fiato di chi lo ha mangiato crudo o mal preparato; quindi, quale condimento plebeo, lo bandiscono affatto dalla loro cucina; ma questa fisima li priva di vivande igieniche e gustose, come la seguente minestra, la quale spesso mi accomoda lo stomaco quando l’ho disturbato. Fate un battutino con due spicchi d’aglio e un buon pizzico di prezzemolo e l’odore del basilico se piace; mettetelo al fuoco con olio a buona misura e appena l’aglio comincia a colorire gettate nel detto battuto sei o sette pomodori a pezzi condendoli con sale e pepe. quando saranno ben cotti passatene il sugo, che potrà servire per quattro o cinque persone, e col medesimo unito a parmigiano grattato, condite gli spaghetti, ossia i vermicelli asciutti, ma abbiate l’avvertenza di cuocerli poco, in molta acqua, e di mandarli subito in tavola, onde non avendo tempo di succhiar l’umido, restino succosi1.

1 P. Artusi, La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene. Manuale pratico per le famiglie (700 ricette). E in Appendice La cucina per gli stomachi deboli, Firenze, 2003, nr. 104.

 

 
 
 
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