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L'aglio

Post n°303 pubblicato il 24 Novembre 2016 da maria_zema
 
Tag: L'aglio

Il testo seguente è tratto da: Maria Zema, L’aglio, in Cucina calabrese. Ricette, Prodotti tipici, Identità, Catanzaro luglio 2016, ed. Local genius, pp. 390-393.

1. L’AGLIO

Allium sativum

Famiglia delle Liliacee

È celebre la scherzosa invettiva di Orazio contro gli effetti perniciosi dell’aglio, considerato un veleno più potente della cicuta e degno di essere sostituito a questa per la condanna a morte dei parricidi:

Se qualcuno, con mano empia,

taglia la gola al vecchio padre, dovrà mangiare

l’aglio, che è peggio della cicuta.

O duri stomaci dei mietitori!

Che veleno è questo, che mi strazia le viscere?

Forse sangue di vipera, cotto

di nascosto con le erbe? O Canidia

che ha preparato questa porcheria?

A Roma, forse a causa dell’alito pestilenziale cagionato dall’avere mangiato aglio crudo, si faceva mangiare aglio per parecchi giorni a quelli che volevano purificarsi di un delitto commesso, come si legge nella quinta satira di Persio. L’aglio era un cibo usuale dei soldati romani tanto che si diceva Allia ne comedas (non mangiare aglio) a coloro i quali, pur amando gli agi e la quiete, volevano andare in guerra, per significare che negli accampamenti militari si mangiava aglio. Svetonio racconta che Vespasiano respinse con disprezzo un giovane che, tutto profumato, gli si era presentato a ringraziarlo per una prefettura che gli era stata accordata dicendogli “Avrei preferito che tu puzzassi di aglio” e gli revocò la nomina. A conferma che i Romani erano formidabili mangiatori di aglio Varrone scrive: “Le parole dei nonni e dei bisnonni sapevano d’aglio e di cipolla, ma erano pieni d’ottimi spiriti”. I Greci credevano che l’aglio accendesse il coraggio dei soldati e conferisse aspetto e cipiglio terribile. Se ne trova testimonianza nei Cavalieri di Aristofane dove il coro fa mangiare l’aglio ad Allantopole, venditore di trippa, per incitarlo a combattere più valorosamente. Altrove, si fa menzione di soldati i quali, prima d’imbarcarsi, fanno provvista di aglio. Abitualmente veniva mescolato dell’aglio al mangime dei galli in procinto di combattere affinché lottassero più accanitamente. Nei Deipnosofisti di  Ateneo si allude a questa abitudine quando si dice “nutriti con l’aglio” per indicare la foga combattiva di alcuni abitanti di Megara.

Erodoto racconta di avere trovato, incisa sulla piramide di Cheope, un’iscrizione in cui era segnata in carattere egiziani la notevole somma spesa per l’acquisto di rafani, cipolle e aglio che costituivano il cibo quotidiano degli schiavi addetti al massacrante lavoro di costruzione delle tombe faraoniche.

Malgrado il suo odore sgradevole, l’antica farmacopea attribuiva all’aglio grandi virtù terapeutiche. Plinio scrive che è ritenuto utile per molte preparazioni medicinali, specialmente nella vita di campagna e riporta un quadro dettagliato degli usi medicinali, che si sono poi ripetuti nel corso dei secoli. Per eliminare il cattivo odore che l’aglio conferisce all’alito, scrive Plinio, è sufficiente cuocerlo, ma, se si vuole che le piante crescano prive di odore, occorrerà seminarle quando la luna è sotto l’orizzonte e raccoglierle quando è in congiunzione con la terra. Il suo odore, però, tiene lontani serpenti e scorpioni. Consumato come alimento, o usato in pozione o in lozione guarisce le ferite da loro provocate. Applicato insieme a miele sulla ferita, annulla gli effetti dell’aconito e del giusquiamo e del morso dei cani. Ippocrate, scrive sempre Plinio, riteneva che i suffumigi d’aglio provocassero l’espulsione della placenta, e guariva le ulcere sierose della testa con applicazione di cenere d’aglio mista ad olio. Diocle, un medico del IV secolo a.C. che Plinio considera lo studioso di medicina più importante dopo Ippocrate, lo prescriveva ai malati d’idropisia, unito a centaurea, oppure messo dentro un fico spaccato a metà, per sgombrare l’intestino. Tre teste d’aglio tritato in aceto alleviano il mal di denti, ma è efficace anche uno sciacquo con decotto d’aglio, oppure l’aglio stesso posto nella carie. Il succo, unito a grasso d’oca, si usa anche per fare instillazioni nelle orecchie. L’aglio cotto con latte oppure tritato e mescolato a formaggio molle guarisce dal catarro; così preparato, oppure preso in una minestra di piselli o di fave, attenua anche la raucedine. In generale è più efficace cotto che crudo, e lesso piuttosto che arrostito; in questo modo giova di più anche alla voce. Nei casi di tosse è efficace se cotto con grasso vecchio o con latte. In caso di slogature e fratture va preso con olio e sale. Si crede anche che l’aglio, tritato insieme con coriandolo verde, e bevuto con il vino, stimoli l’appetito sessuale. Ha l’inconveniente di indebolire la vista, di causare flatulenza, di far male allo stomaco se preso in quantità eccessiva e di provocare la sete.

L’aglio era un componente fondamentale dell’Aceto dei quattro ladroni, un antico rimedio antipestilenziale e profilattico, e della Mostarda del diavolo, un impasto di aglio pestato e di grasso, impiegato nella cura delle malattie nervose e degli attacchi epilettici.

Nell’immaginario popolare l’aglio, collegato al solstizio d’estate, svolgeva un ruolo importante di protezione contro gli influssi maligni, le stregonerie, i malefici, i vampiri e le forze negative magiche e diaboliche. Si poneva infatti davanti alle porte, alle finestre, alle entrate delle stalle per proteggere persone e animali contro le streghe. Secondo antiche credenze, nella notte ricca di mistero del solstizio d’estate si pensava che accadessero fenomeni misteriosi come le nozze tra il sole e la luna che producevano energia benefica rigeneratrice della natura e di cui beneficiavano soprattutto le erbe e le piante. Il cielo notturno era attraversato da schiere di streghe che si recavano in volo al loro convegno annuale per rendere omaggio a Belzebù, guidate da Erodiade, la crudele regina che si diceva avesse ottenuto la testa del Battista da Erode Antipa, vinto dalla grazia ammaliatrice della danza di Salomè. Con l’aglio, messo sotto la camicia assieme alle altre erbe dette di San Giovanni, di solito lavanda, ruta, rosmarino, iperico, artemisia, la protezione era assicurata. Un sonetto del Belli, cantore degli incantesimi della notte di San Giovanni, termina così:

Ma a mmé, co ’no scopijjo ar giustacore

e un capo-d’ajjo o ddua sott’a li panni,

m’hanno da rispettà come un Ziggnore.

(G. G. Belli, San Giuvan-de-ggiuggno)

 

Uso in cucina - Pellegrino Artusi, il padre riconosciuto della cucina italiana, sull’uso dell’aglio in cucina scrive: “Gli antichi Romani lasciavano mangiare l’aglio all’infima gente, e Alfonso re di Castiglia tanto l’odiava da infliggere una punizione a chi fosse comparso a Corte col puzzo dell’aglio in bocca. Più saggi gli antichi Egizi lo adoravano in forma di nume, forse perché ne avevano sperimentate le medicinali virtù, e infatti si vuole che l’aglio sia di qualche giovamento agl’isterici, che promuova la secrezione delle orine, rinforzi lo stomaco, aiuti la digestione e, essendo anche vermifugo, serva di preservativo contro le malattie epidemiche e pestilenziali. Però, ne’ soffritti state attenti che non si cuocia troppo, ché allora prende assai di cattivo. Ci sono molte persone, le quali, ignare della preparazione dei cibi, hanno in orrore l’aglio per la sola ragione che lo sentono puzzare nel fiato di chi lo ha mangiato crudo o mal preparato; quindi, quale condimento plebeo, lo bandiscono affatto dalla loro cucina; ma questa fisima li priva di vivande igieniche e gustose, come la seguente minestra, la quale spesso mi accomoda lo stomaco quando l’ho disturbato. Fate un battutino con due spicchi d’aglio e un buon pizzico di prezzemolo e l’odore del basilico se piace; mettetelo al fuoco con olio a buona misura e appena l’aglio comincia a colorire gettate nel detto battuto sei o sette pomodori a pezzi condendoli con sale e pepe. quando saranno ben cotti passatene il sugo, che potrà servire per quattro o cinque persone, e col medesimo unito a parmigiano grattato, condite gli spaghetti, ossia i vermicelli asciutti, ma abbiate l’avvertenza di cuocerli poco, in molta acqua, e di mandarli subito in tavola, onde non avendo tempo di succhiar l’umido, restino succosi1.

1 P. Artusi, La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene. Manuale pratico per le famiglie (700 ricette). E in Appendice La cucina per gli stomachi deboli, Firenze, 2003, nr. 104.

 

 
 
 

L'aglio nei conviti

Post n°302 pubblicato il 24 Novembre 2016 da maria_zema
 

2. L’aglio nei conviti

L’agliata, una salsa robusta a base di aglio pestato, figura sulle tavole del banchetto nuziale di Lionello duca di Clarence e Violante Visconti, passato alla storia per la profusione dei cibi e la ricchezza dei doni offerti ai commensali. Il 15 giugno 1368, in occasione delle nozze tra Violante, figlia di Galeazzo II Visconti signore di Pavia, e Lionello d’Inghilterra, duca di Clarence, secondogenito di Edoardo III re di Inghilterra, fu allestito uno dei più dispendiosi e sontuosi banchetti che la storia ricordi. La prodigalità di Galeazzo per queste nozze principesche che premiavano la sua politica di rafforzamento del potere per mezzo di matrimoni con membri delle altre famiglie regnanti d’Europa (il figlio Gian Galeazzo aveva sposato Isabella di Valois, figlia del re di Francia) non ebbe limiti. Straordinaria fu la dote di Violante perché, oltre a duecentomila ducati d’oro, somma enorme per quei tempi, e al ricco corredo, Galeazzo concesse al genero la città di Alba e molte terre e castelli del Piemonte. Quando, il 17 maggio vigilia di Pentecoste, lo sposo giunse a Milano accompagnato da un numeroso corteo di nobili inglesi, fu accolto con grandi onori fuori di porta Ticinese da Galeazzo, da Bianca di Savoia sua moglie e da Isabella di Valois, accompagnati da ottanta damigelle, tutte egualmente vestite con una cotardia (veste) arricchita da maniche di panno bianco ricamate a trifoglio e da una preziosa cintura. Ad accogliere lo sposo, su possenti destrieri splendidamente bardati come per una giostra, c’erano anche Gian Galeazzo e trenta cavalieri ed altrettanti scudieri ”a simil foggia vestiti” e ancora altri nobili cavalieri tutti magnificamente vestiti nello stesso modo a testimonianza del fasto e della ricchezza dei Visconti. Il matrimonio fu celebrato con grande solennità dal vescovo di Novara sulla porta del tempio di Santa Maria Maggiore in Milano al cospetto di molte notabili persone. Barnabo’ Visconti fece da padrino alla nipote Violante. Purtroppo questo matrimonio ebbe una infausta conclusione in quanto Lionello mori qualche mese dopo nella città di Alba stroncato dai postumi di un’indigestione, secondo alcuni cronisti e per altri invece avvelenato, lasciando Violante vedova dopo neanche quattro mesi di matrimonio. Terminata la solenne cerimonia religiosa vi fu un grande banchetto nel cortile dell’Arengo del quale i cronisti dell’epoca ci hanno tramandato minuziosi dettagli. Alla tavola degli sposi, accanto a Matteo e Lodovico figli di Bernabò, al conte di Savoia, al vescovo di Novara, era seduto anche l’illustre poeta Francesco Petrarca. A una seconda tavola, presieduta da Regina della Scala moglie di Barnabò e figlia del signore di Verona, sedevano le più nobili dame che portavano in tavola i piatti alla prima mensa.

Le “imbandigioni” furono 18, ognuna composta da 50 piatti, 25 di carne, proveniente soprattutto dai bottini di caccia in cui spiccavano il valore e la maestria dei convitati, e 25 di pesce, e accompagnata da ricchissimi doni , tra cui i simboli del buon cacciatore, levrieri e sparvieri, utilizzati nelle battute di caccia.per i convitati di maggior riguardo. Tutti i doni furono presentati da Galeazzo Visconti, assistito da dodici cavalieri.

La descrizione di questo convito si trova in L’historia di Milano di Bernardino Corio, Padoa, 1646, pp.470-471:

In quel giorno, Galeazzo fece fare un splendidissimo convito nella sua corte, sopra la piazza dell’Arenga in Milano. Et alla prima mensa fu il Signior Lionetto, il Conte di Savoia, Siro della Dispensa, e molt’altri Baroni, che sedevano alla prima Tavola, dove ancora era il Vescovo di Novara, Matteo e Lodovico figliuolo del Sig. Bernabò, Francesco Petrarca esimio Poeta, et altri Cittadini Pisani. Poi gl’era alla seconda Tavola della Reina dalla Scala, con molte honorande matrone per taglieri cinquanta, e furono date le infrascritte bandigioni.

-La prima bandigione, fu portata doppia; cioè carne, e pesce per la Tavola del Duca, e poi furono dati due porcelli1 dorati2, col fuogo in bocca, e pesce, chiamato porcellette dorate, e con questa furono presentati due livrieri, con due collari di velluto, corde di seta, e dopie dodeci di Sausi3 con le catene di ricalco4 dorate, e le collane di coiro5, corde di seta, cioè ogni sei Sausi in un laccio, quali furono quattro computate ogni cosa.

- La seconda bandigione, lepore6 dorate, con luzzi dorati, e copie dodeci di livrieri, con le collane di seta, e spranghe7 dorate, e lacci sei di seta, cioè una per copia. Ancora astori sei, con longoli8 sei, e bottoni d’argento smaltati, tutti all’insegna del Signor Galeazzo, e del signor Conte, con bottoni in cima.

- La terza bandigione, fu un gran vitello tutto dorato, con trute indorate, con cani sei, e sei grandi striveri9, con le collane di velluto, fibbie, e macchie10 di ricalco dorate, con lacci sei di seta, cioè, uno per copia.

- La quarta bandigione, fu quaglie, e pernice11 dorate, con trute arrosto dorate, e sparavieri dodeci, co i sonagli di recalco, e braghette12, e longoli di seta, e i bottoni d’argento, alla divisa13, com’è detto, in capo delle longole, copie dodeci di bracchi, con catene dodeci di ricalco dorato, con lacci sei, cioè un per copia de’ bracchi.

- La quinta bandigione, anedre indorate, aironi dorati, carpene indorate, e suoi falconi, co i cappelletti di velluto, e le perle sopra, con bottoni, e magiette14 d’argento divisate, come è detto di sopra, e longole con le perle in cima.

- La sesta bandigione, carne di bue, e caponi grassi, con agliada15, e con sturioni in acqua, e panzeroni16 dodeci di acciaio, fibbie, e mazzi d’argento all’insegna de i prefati Signori.

- La settima bandigione, capponi, e carne in limonia, con pesce in limonia, con armature dodeci da giostra fornite, selle dodeci da giostra, con altrettante lancie, fatte all’insegna, come è detto, schive17 indorate; cioè, due per armatura, due selle ornate d’argento smaltato, per la persona del Signor Conte, gl’altri fornimenti erano di arecalco dorato.

- La ottava bandigione, pastelli, e carne di manzo, con pastelli d’anguille grosse, con armature dodeci compite da guerra, delle quali due erano fornite d’argento, per la persona del signor Conte.

- La nona bandigione, zeladia18 di carne, e di pesce, con pezze dodeci di panno d’oro, et altrettante di seda.

- La decima bandigione, zeladia di carne, e di pesce, cioè, lamprede, e due fiaschi d’argento smaltati, sei bacili d’argento dorati smaltati, et un de i bottazzi era pieno di malvasia, e l’altro di vernazza.

- La undecima bandigione, capretti arrosto, et agoni arrosto, con sei cavalli doppij, e selle fornite d’argento indorate, e sei lanze, targhette sei dorate, sei cappelli d’acciaio, tra i quali ne erano due forniti d’argento dorato, per il Signor conte, e l’altro di ricalco dorato.

- La duodecima bandigione, lepri, con caprioli, su le civiere19 dorate con molti altri diversi pesci, in civiere d’argento, e sei grandi corsieri, con sei selle fornite, et indorate alla divisa detta di sopra, fra quali gli era due forniti come è detto.

- La terzadecima bandigione, carne di cervo, e di bue, fatte a formette 21, con pichi reversati, con sei destrieri, le briglie dorate, e correggie di velluto verde, con sei tabarri di velluto verde, con un bottone, et un fiocco rosso in fondo de i tabarri, e pendoli di seda.

- La quartadecima bandigione, caponi, e pollastri in savore22 rosso, e verde, con cedri, tenconi riversati, e sei destrieri grandi da giostra, con le briglie dorate, e tabarri di velluto rosso, co i bottoni, e fiocchi d’oro in cima, e le cavezze di velluto cremisino.

- La quintadecima bandigione, pavoni con verze, e fasuoli23, e lingue insalade, e carpioni, con un capuzzo, e un giuppone coperto di perle. Sopra il capuzzo gl’era un fior grosso di perle, et un mantello coperto di perle, il capuzzo, et mantello, erano fodrati d’armelli.

- La sestadecima bandigione, conigli, pavoni, cesani24, et anedre arrosto, con un gran bacil d’argento, un formaglio, un rubino, un diamante, una perla, con quattro bellissimi centi smaltati.

- La decimasettima bandigione, giocade25, e formaggio, con dodeci bovi grassi.

- La decimaottava bandigione, frutti, con cerese, e due corsieri, un del Sig. Conte chiamato il Leone, e l’altro l’Abbate, e con queste bandigioni furono presentati settantasei cavalli a i Baroni, e Gentil’huomini del prefato Conte di Clarenza. Il che tutto fu presentato per il Magnifico, e Eccelso Signore Galeazzo Visconte, col quale erano di continuo dodeci cavalieri.

Note: 1 Maiali. 2 Dorati. 3 Segugi. 4 Oricalco. 5 Cuoio. 6 Lepri. 7 Fibbie. 8 Lacci. 9 Levrieri. 10 Borchie. 11 Pernice. 12 Brachette. 13 Con le insegne. 14 Magliette. 15 Agliata. 16 Armatura. 17 Scudi. 18 Gelatina. 19 Vassoi. 20 Tocchetti. 21 Savori. 22 Fagioli. 23 Cigni. 24 Giuncate.

 

 

 

 

 
 
 

Apollo, il dio dell'alloro

Post n°301 pubblicato il 31 Ottobre 2016 da maria_zema
 

1. apollo, il dio dell’alloro

Secondo la Genealogia esiodea, Apollo era figlio di Zeus, re degli dèi, e di Leto

azzurropeplo, dolcissima sempre,

benigna agli uomini e agli dèi immortali,

dolcissima dal principio, la più soave in Olimpo.

[...]

Leto, Apollo e Artemide arciera

amabile prole fra tutti i discendenti di Urano

generò, unita all’amore di Zeus egioco.

(Esiodo, Opere e giorni, 406-407; 918-920)

In Grecia il culto del dio Apollo risaliva a tempi remoti. La sua figura emerge compiutamente nei versi, attribuiti ad Omero, dell’Inno ad Apollo, in cui sono ricordati la nascita del dio a Delo, i suoi prodigi a Crisa nella Troade, l’uccisione del serpente Pito, la punizione inflitta alla ninfa Telfusa che aveva osato ingannarlo, la ricerca di un luogo a lui sacro, la sua trasformazione in delfino per guidare verso Crisa, il porto dove poi sarebbe sorto il santuario di Delfi, la nave di marinai cretesi scelti quali primi custodi e sacerdoti del suo santuario. L’inno si apre con l’arrivo nel pantheon olimpico del dio dall’arco d’argento, ammirato e temuto dagli dèi immortali:

Non dimenticherò di cantare Apollo arciere,

al cui arrivo tremano gli dèi nella casa di Zeus:

quando si avvicina, balzano in piedi

tutti dai troni, quando tende l’arco luminoso.

Soltanto Leto rimane accanto a Zeus, signore del fulmine:

allenta la corda e chiude la faretra,

con le sue mani toglie dalle forti spalle

l’arco e lo appende alla colonna del padre,

a un chiodo d’oro; poi fa sedere il dio su un trono.

Il padre gli offre nettare in una coppa d’oro,

salutando il caro figlio; allora gli altri dèi

tornano ai loro posti, e gioisce l’augusta Leto,

perché ha generato un figlio forte, abile arciere.

(Inno ad Apollo, 1-13).

La maestà e la potenza del dio, invocato con l’appellativo di Febo (puro, purificatore), mettono in difficoltà il poeta che non sa scegliere quale tra gli aspetti della sua divinità o quale momento della sua storia cantare:

Come ti canterò, se mille sono i tuoi canti?

Dovunque infatti per te c’è terreno di gloria, Febo,

sia sulla terraferma che nutre vitelle sia nelle isole.

(ibidem, 19-21).

L’inno prosegue con il racconto della peregrinazione di Leto alla ricerca di una terra disposta ad offrirle una casa per il figlio che stava per nascere, ma nessun luogo accettò di ospitarla per timore della potenza del nuovo dio. Infine, la dea si fermò nell’arida Delo a cui promise la ricchezza e il benessere per i suoi abitanti qualora sull’isola fosse stato edificato un tempio in onore di Apollo arciere. Anche Delo esitò perchè, avendo sentito dire che sarebbe nato un dio indomabile e violento, temeva che egli, non gradendo la natura rocciosa dell’isola, la facesse sprofondare nel mare per cercare una terra più idonea per fondarvi un tempio circondato da boschi sacri. Allora Leto, chiamando a testimoni la terra, il cielo e l’acqua dello Stige, giurò che a Delo ci sarebbe stato per sempre un santuario di Febo e un altare odoroso e finalmente l’isola si rallegrò per la nascita dell’arciere divino. Per nove giorni e nove notti Leto, assistita da Dione e Rea, da Temi e Anfitrite a da altre dee immortali, fu trafitta da doglie disperate. Solo Ilizia, la dea che procurava il travaglio e rendeva possibile il parto, non accorse premurosa ad assisterla perché per volontà di Era, che per invidia la teneva in disparte, non sapeva dell’imminente nascita di Apollo. Allora dall’isola le dee inviarono Iride, la messaggera degli dèi, in cerca di Ilizia, raccomandando che non si facesse notare da Era perché questa non distogliesse Ilizia dall’accorrere in aiuto della partoriente. Così l’inno descrive la nascita di Apollo:

Quando Ilizia, la dea del travaglio, arrivò a Delo,

Leto fu presa dalle doglie e si apprestò a partorire.

Cinse con le braccia la palma, puntò le ginocchia

sul tenero prato,e sorrise la terra di sotto:

il dio uscì fuori alla luce, e le dee gridarono tutte.

Allora, Febo arciere, le dee ti lavarono con l’acqua limpida,

secondo il rito purificatorio, e ti avvolsero in un drappo bianco,

sottile e intatto: intorno posero un nastro d’oro.

Apollo dalla spada d’oro non fu allattato dalla madre,

ma Temi gli versò con le mani immortali nettare

e ambrosia squisita: Leto era piena di gioia,

perché aveva generato un figlio forte, armato d’arco.

(ibidem, 115-126).

Nutrito con il cibo degli dèi, Apollo, già adulto poiché gli dèi crescono in fretta, annunciò i principali attributi della sua divinità mentre l’intera isola risplendeva per la gioia di essere stata scelta dal dio:

“Saranno mia prerogativa la cetra e l’arco ricurvo,

e vaticinerò agli uomini l’infallibile volontà di Zeus».

Così dicendo, mosse dall’ampia terra

Febo, l’arciere dai capelli intonsi; erano stupefatte

tutte le immortali, e l’intera Delo si copriva d’oro,

contemplando il figlio di Zeus e di Leto,

lieta che il dio fra tutte le isole e le terre l’avesse scelta

come sua casa e l’avesse preferita nel cuore:

fioriva d’oro come la cima di un monte si copre di gemme.

(ibidem, 131-139).

Così Delo, la più piccola delle Cicladi, un isolotto roccioso nelle acque del mar Egeo, che la fantasia degli antichi fece diventare la magica culla del dio della luce, divenne un importante centro del culto di Apollo. In suo onore periodicamente gli Ioni delle isole e delle coste asiatiche vicine, insieme ai figli e alle nobili spose, si riunivano a Delo per partecipare a gare poetiche e sportive e per celebrare cerimonie religiose, tra cui la splendida festa detta panegyris durante la quale erano cantati gli Inni e in cui si esibiva il famoso coro delle Deliadi. Dopo aver celebrato, Apollo, Leto e Artemide, le sacerdotesse di Apollo intonavano un canto che rammentava gli eroi e le donne dei tempi antichi modellando le voci con una capacità mimetica così sorprendente da consentire al canto di riprodurre perfettamente voci e accenti di ogni uomo tanto che ognuno avrebbe potuto credere d’essere lui stesso a parlare o a cantare. A queste adunanze degli Ioni fa riferimento Tucidide che scrive:

Anche anticamente si riuniva a Delo una numerosa adunanza di Ioni, di Ateniesi e di isolani dei dintorni. Venivano alla festa con le donne e i figli [...]; vi si organizzava una gara ginnica e musicale, e le città offrivano cori. (Tucidide, La guerra del Peloponneso, III, 104, 3).

Si legge ancora in Tucidide che, in seguito ad una purificazione, a Delo fu interdetto morire e partorirvi perciò i moribondi e le partorienti erano trasferiti nell’isola di Renea, così vicina che Policrate, tiranno di Samo, dopo la conquista delle Cicladi, offrì l’isola ad Apollo legandola a Delo con una catena. Dopo la completa purificazione dell’isola, per la prima volta gli Ateniesi organizzarono le feste Delie, fissandone la ricorrenza ogni quattro anni.

L’inno descrive poi gli amori di Apollo e il suo lungo errare alla ricerca di un luogo adatto alla fondazione del suo oracolo. Dall’Olimpo, dopo aver attraversato molte regioni, il dio arrivò a Telfùsa, una fonte calda della Beozia e questo luogo gli piacque e vi gettò le fondamenta del suo tempio. Ma la ninfa del luogo, Telfùsa, lo dissuase e lo convinse ad edificare il suo tempio a Crisa. Con impeto veloce Apollo, dopo aver appena toccato la città dei Flegii selvaggi, si fermò a Crisa, sotto le nevi del Parnaso, su una cresta rivolta ad occidente, su cui incombeva una rupe e davanti alla quale si allargava un’aspra valle incavata. È il luogo in cui Apollo decise di fondare un bellissimo tempio

che serva da oracolo per gli uomini, i quali sempre

mi porteranno qui perfette ecatombi.

Tutti verranno a interrogarmi, quanti abitano

sia il Peloponneso fecondo, sia l’Europa e le isole

cinte dal mare. A tutti io darò consigli

veritieri, vaticinando nel ricco tempio.

(Inno ad Apollo, 287-293).

Prima però, con il suo arco possente, uccise la dragonessa che custodiva il luogo, un grande mostro selvaggio e vorace, vero flagello per gli uomini mortali. L’inno termina con il racconto della fondazione del culto di Apollo Delfinio e del reclutamento dei primi sacerdoti che celebreranno i riti ed annunceranno i vaticini del dio, mentre l’alloro sacro, posto nell’adyton del tempio, agiterà le sue fronde:

Poi Febo Apollo meditò nel suo cuore

quali uomini dovesse prendere come sacerdoti,

perché celebrassero i riti a Pito rocciosa.

Mentre rifletteva, vide sul mare bluastro

una nave veloce, e sopra di essa molti uomini egregi

Cretesi di Cnosso minoica (sono quelli che celebrano

i sacri riti del dio e annunciano i responsi

di Febo Apollo dalla spada d’oro, qualunque cosa egli

profetizzi accanto al lauro, nelle gole del Parnaso.

(ibidem, 388-396).

Assunto l’aspetto di un enorme delfino, Apollo saltò a bordo della nave e si fermò sul ponte, grande e terribile mentre i marinai rimasero in silenzio, pieni di paura. La nave, non obbedendo più al timone, navigò per una nuova rotta guidata dal dio e arrivò al porto di Crisa luminosa. Apollo, ripreso il suo aspetto divino, invitò i Cretesi a sbarcare e spiegò loro che erano stati scelti per essere i custodi del suo tempio, che sarebbe servito da oracolo per gli uomini. Profetizzò il dio:

Conoscerete i pensieri degli immortali, e per loro volere

sarete sempre onorati, giorno per giorno, in eterno.

[...]

Prima io sul mare velato di nebbia

balzai nella nave veloce in forma di delfino;

così invocatemi con l’epiteto di Delfinio: anche l’altare

sarà chiamato delfico, e sarà famoso in eterno.

(ibidem, 484-485; 493-496).

Il mito delfico raccontava che Apollo, al principio dell’inverno, si allontanava dal suo tempio per ritirarsi presso il misterioso paese degli Iperborei e ritornare poi al principio della primavera, salutato dai canti sacri. Durante la sua assenza era il dio Dioniso a sostituirlo nel tempio. Nel periodo del suo soggiorno presso il favoloso popolo, che non conosceva la malattia né la vecchiaia ed al quale erano ignote fatiche e lotte, Apollo si dilettava, nei giorni in cui si celebravano le sue feste e si sacrificava a lui sulle are e le frondi lucenti dell’alloro ornavano il capo dei lieti banchettanti, ad ascoltare i cori delle vergini accompagnate dal suono delle lire e dei flauti, come ricorda Pindaro:

Né la Musa è bandita dai loro costumi;

e ovunque volgono cori di vergini e voci

di lire e squilli di flauti,

e cinti le chiome d’auree fronde d’alloro

banchettano giocondamente.

(Pindaro, Pitica, X).

 

 

 
 
 

Apollo, il dio dell'alloro

Post n°299 pubblicato il 02 Settembre 2016 da maria_zema
 

2. Apollo, il dio dell’alloro

 

Nel corso dei secoli il culto di Apollo si diffuse straordinariamente dall’Oriente all’Occidente ed alla sua divinità si aggiunsero nel tempo forme, funzioni e competenze sempre più complesse. Come racconta Omero nell’Iliade, il dio, orgoglioso e crudele, poteva colpire col suo arco micidiale provocando terribili pestilenze e seminando morte e desolazione. Questo è l’Apollo che, ascoltando la supplica del suo sacerdote Criseide, oltraggiato dai Greci, fece volare per nove giorni i suoi strali pestiferi nel campo greco:

«Ascoltami, dio dell’arco d’argento [...]»

Così disse pregando, e Febo Apollo l’udiva:

scese dalle vette d’Olimpo, irato nel cuore,

portando sulle spalle l’arco e la faretra ben chiusa.

Risuonavano i dardi sulle spalle del dio adirato

al suo passo, e veniva avanti come la notte.

Lontano dalle navi, si abbassò e lanciò una freccia:

un tintinnio terribile venne dall’arco d’argento.

Prima colpì i muli ed i cani veloci,

poi scagliò contro gli uomini le frecce aguzze,

e sempre bruciavano fittissimi roghi di morti.

(Omero, Iliade, I, 37; 43-52).

Formidabile per le sue frecce, il luminoso dio lungisaettante era pronto, ogni volta che occorreva punire l’arroganza e la presunzione oppure far trionfare la giustizia, a tendere il suo arco ed a colpire con le sue infallibili frecce. Fu spietato con il satiro Marsia, famoso suonatore di flauto, punito per la presunzione di aver creduto di poter vincere il dio in una gara musicale. Apollo gli strappò la pelle da tutto il corpo mentre il sangue stillava dappertutto e i muscoli restavano allo scoperto. Si raccontava anche la punizione inflitta al famoso re Mida che, dopo aver ricevuto in dono la facoltà di trasformare in oro tutto ciò che toccava, odiando la ricchezza, viveva in campagna onorando il dio Pan, il dio silvestre che si vantava della sua bravura nel modulare melodie con la sua zampogna di canne e un giorno aveva osato disprezzare i canti di Apollo esaltando i propri e lo aveva sfidato in un’impari gara. Nelle Metamorfosi Ovidio narra il celebre episodio e, con pochi versi, crea la magica atmosfera della natura silenziosa in attesa di ascoltare il canto della cetra di Apollo, che appare in tutta la sua magnificenza, coronato d’alloro. Come giudice di gara era stato scelto il vecchio genio dello Tmolo che, assiso sulla sua montagna

si scostò gli alberi dalle orecchie; la sua capigliatura azzurrognola restò cinta soltanto di quercia, con ghiande pendenti sulle cave tempie. Quindi rivolto al dio delle greggi disse: «Il giudice è pronto: si cominci pure». E Pan si mise a soffiare nell’agreste zampogna, incantando Mida, che per caso era lì, col suo barbarico canto.

Quando Pan ebbe finito, il sacro Tmolo girò il suo volto verso il volto di Febo; e tutti i suoi boschi si girarono, insieme al suo sguardo. Febo, col capo biondo incoronato di alloro del Parnaso, spazzava il suolo col suo mantello impregnato di porpora di Tiro, e con la sinistra reggeva la cetra tutta intarsiata di gemme e avorio indiano; nell’altra mano teneva il plettro. Anche la posa era da artista. E ora col pollice aperto sollecitò le corde con tal bravura, che lo Tmolo, affascinato da tanta dolcezza, dichiarò che Pan con la sua zampogna era battuto (Ovidio, Metamorfosi, XI, 157-171).

Tutti accettarono il giudizio del sacro monte, solo Mida espresse un parere contrario al verdetto e allora il dio della musica punì le stolte orecchie di Mida trasformandole in orecchie d’asino. Mida riuscì a nascondere le lunghe orecchie sotto il berretto frigio, ma il suo barbiere si accorse della deformità e, benché il re gli avesse proibito di svelare il suo segreto, pena la morte, provò l’irresistibile tentazione di parlare. Il barbiere scavò dunque una buca sulla riva di un fiume e, dopo essersi assicurato che non ci fosse nessuno, sussurrò dentro la buca il suo segreto e la riempì di sabbia, convinto che le sue parole non potessero uscire. Ma un giunco spuntò proprio da quella buca e sussurrò il segreto a tutti quelli che passavano sulla riva del fiume. Quando Mida seppe che la sua vergogna era sulla bocca di tutti, condannò a morte il barbiere.

Ma Apollo non era soltanto il terribile spargitore di peste, come nell’Iliade, era anche Peana, dio delle guarigioni, padre di Esculapio dio della medicina, e Sotere, salvatore, perché allontanava dal male. Licio era un altro appellativo di Apollo, collegato al mito del re Danao che aveva dedicato al dio il famoso tempio di Apollo Lupo convinto che, sotto le spoglie di un lupo, Apollo lo avesse aiutato a conquistare il trono di Argo. Ma, secondo il Graves, Apollo Licio significa forse “Apollo della Luce” più che “Apollo Lupo” anche se i due concetti sono in rapporto tra loro perché i lupi hanno l’abitudine di ululare alla luna piena. Dal pesce a lui sacro Apollo era detto anche Delfinio e Parnopio, da parnops, cavalletta, perché difendeva le messi dalle cavallette. Del grande Fidia esisteva un’opera giovanile, l’Apollo Parnopio, citata da Pausania tra le statue collocate sull’Acropoli. Molte leggende riferibili agli effetti della luce e del calore del sole avevano come protagonista Apollo. Egli era adorato anche con il nome di Thargelios, il calore che fa maturare i frutti della terra e da qui il nome di Targelione al mese di maggio. Ma il sole estivo può anche essere dannoso per la vegetazione e gli animali e, forse, espressione di questa condizione era il mito di Giacinto, il giovane dalla straordinaria bellezza di cui Apollo si era innamorato. Ma anche il Vento dell’ovest si era invaghito di Giacinto e un giorno, mentre Apollo stava insegnando al fanciullo come si lancia il disco, il Vento, accecato dalla gelosia, fermò il disco a mezz’aria e lo mandò a sbattere contro la testa del giovane, uccidendolo. Dal suo sangue nacque il fiore del giacinto, su cui si vedono le lettere iniziali del suo nome.

Dal dio, rivelatore del logos, gli uomini ricevevano le leggi morali di derivazione divina. I suoi oracoli guidarono le migrazioni dei coloni, indicarono le modalità nel tracciare le fondamenta delle nuove città e ispirarono buone leggi. Erodoto scrive che si diceva che fosse stata la Pizia, sacerdotessa di Apollo, a suggerire a Licurgo le leggi che per 500 anni regolarono la vita di Sparta, Durante il periodo di una corrente migratoria di greci (VIII-VI sec. a.C.) che determinò la fondazione di molte nuove città, l’oracolo delfico di Apollo ebbe un ruolo notevole nelle decisioni prese dai colonizzatori. Diodoro scrive che nel 743 a.C. alcuni esuli calcidesi, si recarono a consultare l’oracolo per avere consigli sulla scelta di un luogo adatto alla fondazione di una nuova città. La sacerdotessa rispose che la nuova città doveva sorgere nel luogo dove una femmina si univa ad un maschio, nel punto in cui l’Apsias, il più sacro dei fiumi, si gettava nel mare. I coloni seppero interpretare il responso perché si fermarono nel posto dove c’era una vite avviluppata ad un fico selvatico e fondarono la città di Reggio Calabria. Anche la città di Crotone fu fondata in seguito ad un oracolo delfico come ricorda lo stemma della città che riporta il trìpode delfico che già appariva sulle prime monete crotoniate risalenti al VI secolo a.C.

Anche nell’Inno ad Apollo di Callimaco è ricordato il legame tra il dio e l’alloro:i devoti si trovano davanti al tempio dal quale probabilmente sta per uscire un simulacro del dio. Il suo arrivo è annunciato dallo stormire delle foglie dell’alloro, tradizionalmente considerato segno della presenza della divinità, dal canto del cigno e dalla magica apertura delle porte del tempio mentre il coro si prepara a cantare le lodi e le virtù del dio. Così i versi, nella traduzione di G. B. D’Alessio:

Come ha vibrato l’alloro, virgulto di Apollo!

Come ha vibrato l’intero santuario! Lontano, lontano, ogni empio!

Ecco, la porta col bel piede certo colpisce.

Non vedi? Ha accennato dolcamente col capo la palma di Delo

all’improvviso, e nell’aria risuona il bel canto del cigno.

Da soli, chiavistelli, volgetevi nelle porte

e da sole, voi spranghe: non è lontano ormai il dio.

E preparatevi, giovani, il coro e la danza.

Apollo non appare a tutti, ma solo a chi eccelle.

Chi l’ha visto è grande, chi non l’ha visto è meschino:

noi vedremo, o Lungisaettante, e mai saremo meschini.

[...]

D’oro Apollo ha la veste e la spilla,

la lira e l’arco di Litto e la faretra,

d’oro anche i sandali. È ricco d’oro Apollo

e ricco di beni: osservando Pito lo puoi giudicare.

Ed è sempre bello e sempre giovane: mai a Febo

giunse neanche un po’ di peluria sulle guance femminee.

Le chiome gocciano al suolo olii odorosi.

Non unguento stillano ad Apollo le ciocche,

ma Guarigione stessa: e nella città in cui quelle

stille cadono a terra, intatto tutto rimane.

Nelle arti nessuno è versatile quanto Apollo;

a lui appartiene l’arciere; a lui l’aedo

(Febo infatti dell’arco è custode e del canto),

a lui i profetici ciottoli e gli indovini: da Febo

i medici hanno appreso a ritardare la morte.

(Callimaco, Inno ad Apollo, vv. 1-11; 32-46).

 

 

 

 
 
 

Apollo, il dio dell'alloro

Post n°298 pubblicato il 02 Settembre 2016 da maria_zema
 

3. Apollo, il dio dell’alloro

In epoca classica la filosofia, la musica, la poesia, la matematica, la medicina e la scienza erano sotto la protezione di Apollo. Nemico della barbarie, il dio predicava la moderazione in ogni cosa e le sette corde della sua lira, che corrispondevano alle sette vocali del tardo alfabeto greco, avevano un significato mistico ed erano usate per suonare musica terapeutica. Il dio fu detto anche Musagete perché era capo e guida delle Muse, protettrici delle arti a cui i greci riconoscevano un valore divino di verità. Pindaro dà una bella descrizione del suono divino della cetra apollinea, che guida i canti e la danza, ricordando come a quel suono il fulmine si spenga e l’aquila, vinta dal ritmo, si addormenti sullo scettro di Zeus:

Cetra d’oro, tra Febo e le Muse dai riccioli viola

tesoro indiviso, che induci

i passi alla danza, principio di festa,

e i cantori secondano i segni

quando propaghi percossa gli accordi

dei preludi ai cori seguaci;

e spegni dal fuoco perenne la folgore astata:

dorme sullo scettro di Giove

l’aquila, sui fianchi

abbandonate le ali veloci,

sovrana degli uccelli, cui il capo

grifagno avvolgevi d’una nuvola buia

che serra le palpebre soave;

e arca il madido dorso

nel torpore, vinta dalle tue onde.

(Pindaro, Pitica, I).

Sulla cetra di Apollo, Pausania, nella sua Guida antiquaria e artistica della Grecia, scritta tra il 160-170 d.C., in cui rievoca con cura i miti legati ai luoghi ed ai monumenti, riporta questa curiosa leggenda: nella città di Megara c’era la pietra su cui Apollo aveva deposto la sua cetra mentre aiutava a costruire le mura della città. Se colpita da un sasso, la pietra risuonava come una cetra che veniva pizzicata.

Sembra che il culto di Apollo sia stato introdotto in Roma prima della fine dell’epoca regia. All’epoca di Augusto, il dio romano aveva assunto le caratteristiche di Apollo-Febo, dio del Sole, splendente di luce e di forza spirituale e profetica. La protezione di Apollo, nume tutelare dei valorosi Troiani, dei quali i Romani si consideravano discendenti, accresceva il prestigio e l’autorità della figura di Augusto. Ovunque Apollo apparve come il genio familiare di Augusto. Svetonio, ad esempio. afferma di avere letto nei Teologùmenoi di Asclepìade di Mende che Augusto era considerato figlio di Apollo a seguito di una strana vicenda accaduta alla madre Azia che, arrivata in piena notte nel tempio per assistere ad una solenne cerimonia in onore di Apollo, dopo aver fatto deporre nel tempio la lettiga, mentre le altre donne già se ne tornavano a casa, si addormentò e un serpente improvvisamente scivolò fino a lei, e poco dopo uscì; Azia, svegliatasi, si purificò, come dopo aver fatto l’amore con suo marito; e sùbito sul suo corpo comparve una macchia, come se vi fosse stato dipinto un serpente, macchia che non si poté mai più cancellare, tanto che da allora dovette astenersi per sempre dai bagni pubblici. Dopo nove mesi nacque Augusto, che per questo fu ritenuto figlio di Apollo. Nella notte successiva all’incontro di Azia con il serpente, scrive ancora Svetonio, il marito Ottavio ebbe l’impressione di vedere il figlio in aspetto più maestoso di un semplice mortale: con il capo cinto da una raggiante corona, in mano il fulmine, lo scettro attributi  di Giove Ottimo Massimo, stava su un carro ornato di alloro, tirato da sei coppie di cavalli di abbagliante candore. In ringraziamento della protezione avuta nelle sue prime imprese, Augusto innalzò al dio della luce, sul Palatino, a fianco della sua domus, in quel settore del suo palazzo che gli aruspici avevano detto essere rivendicato a sé dal dio perché era stato colpito dal fulmine, un tempio di marmo splendente in cui fece collocare tre statue di grandi maestri greci: Apollo di Scopa, Latona di Cefisòdoto e Diana di Timòteo. Nel basamento della statua di Apollo, riposti in teche dorate, furono deposti i Libri Sibillini che erano conservati nel temipo d Giove sul Campidoglio. Anche il fuoco sacro a Vesta, che in tempi arcaici si trovava proprio sulla cima del Palatino, fu trasferito nel tempio. In occasione dei ludi saeculares del 17 a.C. Orazio scrisse il celebre Carme secolare in lode di Apollo e della sorella Diana. Le strofe che compongono il carme furono cantate alternativamente da 27 fanciulli e 27 fanciulle patrimi e matrimi, cioè coi genitori viventi, sul Campidoglio davanti al tempio di Giove. Nelle opere letterarie frequentissima è l’invocazione ad Apollo come ispiratore di ogni bellezza poetica come fa Dante, all’inizio del Paradiso:

O buono Appollo, a l’ultimo lavoro

fammi del tuo valor sì fatto vaso,

come dimandi a dar l’amato alloro.

(Dante Alighieri, Paradiso, I, 13-15).

Apollo era un magnifico soggetto per l’arte statuaria. Specialmente la scuola di Atene, di cui i massimi esponenti furono Scopa e Prassitele, rappresentava il dio come un bellissimo giovane vigoroso, spesso nudo, talvolta coperto da una morbida veste e coronato d’alloro. Scopa scolpì un Apollo citaredo di eccezionale bellezza e Prassitele un Apollo in atteggiamento nuovo, nell’atto cioè di uccidere una lucertola: Per molti, la più bella statua raffigurante il dio è l’Apollo del Belvedere, che si trova nei Musei Vaticani, una copia romana risalente al 130-140 d.C. di un originale greco. Nel Museo di Villa Giulia, a Roma, si può ammirare l’Apollo di Veio, una statua di terracotta policroma, celebre per il suo sorriso, capolavoro dell’arte etrusca.

 

 

 

 

 

 

 
 
 
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