Creato da maria_zema il 30/12/2010

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Alloro vittorioso

Post n°297 pubblicato il 20 Maggio 2016 da maria_zema
 

quando davanti al suo cocchio come prede di guerra,

porterà con l’alloro in capo

le spoglie delle città conquistate;

e il soldato, cinto d’alloro agreste,

canterà a gran voce: “Evviva, trionfo”.

 

(Tibullo, Elegie, II, 5)

 
 
 

Alloro vittorioso

Post n°296 pubblicato il 20 Maggio 2016 da maria_zema
 

1. Alloro vittorioso.

I Romani consideravano l’alloro un simbolo di vittoria. Scrive Plinio:

        L’alloro è in se stesso portatore di pace perché, brandito anche tra i nemici armati, è simbolo di tregua. Messaggero soprattutto di gioie e di vittorie per i Romani, esso è congiunto alle lettere, alle lance e ai giavellotti dei soldati e adorna i fasci dei comandanti. Prendendolo dai fasci lo si depone sulle ginocchia di Giove Ottimo Massimo, ogni volta che una nuova vittoria abbia apportato gioia, e questo non perchè è una pianta sempreverde e pacifica – sotto questi due aspetti l’olivo gli è preferibile - ma perché esso cresce particolarmente rigoglioso sul monte Parnaso e, conseguentemente lo si ritiene caro ad Apollo. (Plinio, Storia naturale, XV, 133-134).

Il fascio, formato da 30 verghe di olmo, secondo Plauto, o di betulla, secondo Plinio, lunghe circa m. 1,50 legate insieme da corregge rosse e con una scure inserita in alto o di lato, era insegna e simbolo degli alti magistrati, con cui si significava il loro potere sulla vita e la persona dei cittadini. Era portato appoggiato alla spalla sinistra dai littori che precedevano sempre il magistrato quando usciva in pubblico; gli si ponevano accanto quando sedeva o parlava nell’assemblea e stavano nell’atrio della casa quando egli era in casa. Plutarco spiega che le verghe e la scure erano vincolati dalle corregge forse perché si voleva ricordare che lo sfogo della collera del magistrato non doveva essere a portata di mano né lasciato libero da impacci oppure perché il tempo che il littore impiegava nello sciogliere il fascio, producendo indugio e ritardo allo sfogo della collera, desse al magistrato la facoltà di riflettere e cambiare idea sulla pena comminata. La cattiveria, conclude Plutarco, è in parte sanabile e in parte senza rimedio, i bastoni possono correggere ciò che può essere modificato, mentre le scuri troncano ciò che è incorreggibile. Ogni magistrato, secondo l’importanza della sua carica, era preceduto da un determinato numero di littori. I fasci che avevano foglie di alloro nella parte superiore si chiamavano laureati ed erano il segno distintivo di un generale vittorioso. Il Senato accordò ad Augusto il diritto di godere degli onori consolari e l’onore di essere preceduto da dodici littori. A proposito dell’uso di ornare con fronde di alloro i fasci dei comandanti vittoriosi, Plutarco racconta un episodio accaduto durante un incontro tra Lucullo e Pompeo, che godeva di grande prestigio perché aveva condotto campagne più importanti di quelle del suo interlocutore ed aveva celebrato due trionfi. I due comandanti si salutarono in modo amichevole, congratulandosi l’uno con l’altro per le importanti vittorie conseguite come dimostravano i fasci coronati di alloro portati nei cortei di entrambi, ma, poiché i soldati di Pompeo avevano marciato a lungo attraverso regioni aride, l’alloro che avvolgeva i fasci si era inaridito. I littori di Lucullo premurosamente divisero coi littori di Pompeo i bei rami d’alloro fresco e verdeggiante che ornava i loro fasci e questa circostanza fu interpretata come un buon presagio da parte degli amici di Pompeo, perché, simbolicamente, il prestigio di Lucullo ornava il comando di Pompeo.

In occasione di gravi lutti era consuetudine portare i fasci rovesciati, perciò fu considerato segno presago di sventure l’errore di un littore che, durante la cerimonia della lustratio, mise dell’alloro intorno ad un fascio rovesciato. L’episodio è riportato da Giulio Ossequente assieme ad altri segni premonitori che si erano verificati mentre Bruto e Cassio facevano i preparativi per la battaglia contro Ottaviano e Antonio:

          uno sciame di api si insediò nell’accampamento di Cassio: per ordine degli aruspici il luogo fu isolato con la costruzione di un muro tutt’intorno; un grande stormo di avvoltoi e altri uccelli che si nutrono di cadaveri nei campi di battaglia sorvolò l’esercito; un ragazzo che veniva portato in giro nella processione in onore di Vittoria cadde dal carro e nel corso del rito successivo il littore mise dell’alloro intorno ai fasci mentre erano rovesciati; alle porte dell’accampamento un negro si parò incontro ai soldati di Bruto che uscivano in battaglia e fu da loro ucciso. Cassio e Bruto morirono. (Giulio Ossequente, Prodigi. Introduzione e testo di P. Mastandrea. Traduzione e note di M. Gusso, Milano, 2005, 70).

Ossequente segnala i pericoli correlati ad un uso non appropriato dell’alloro che, come simbolo di vittoria, doveva rimanere tra i vincitori e non essere portato tra i vinti e soprattutto tra nemici non ancora sconfitti. Durante il consolato di Decimo Silano e Lucio Murena accadde che:

C. Antonio che aveva vinto Catilina nella campagna di Pistoia, ne riportò i fasci ornati d’alloro nella sua provincia di destinazione; quivi sconfitto dai Cardani fuggì, dopo aver perso l’esercito: egli stesso parve offrire una promessa di trionfo ai nemici, portando tra loro il lauro vittorioso che avrebbe dovuto deporre sul Campidoglio. (ibidem, 61a).

I consoli che assumevano la carica il 1° gennaio davano il nome all’anno ed erano preceduti da littori che recavano i fasci ornati di alloro. Questa consuetudine è ricordata da un verso di Marziale:

        Se tu, che inizi l’anno con i fasci adorni di alloro, consumi al mattino per le tue visite di saluto mille soglie, che cosa dovrei fare io? (M. V. Marziale, Epigrammi, a cura di G. Norcio, Torino, 1980, X, 10).

Era anche usanza ornare con fronde di alloro gli stipiti della casa abitata dal console romano per tutta la durata della carica. Anche questa usanza è ricordata da un verso di Marziale:

O mio libro, [...] entra nella Suburra, dove, proprio all’inizio, sorge la splendida dimora del mio console. In quella casa adorna di lauro abita il facondo Stella, l’illustre Stella, che si disseta alla fonte della Muse (ibidem, XII, 2(3), 1-12).

Negli scritti degli antichi latini si trova testimonianza anche dell’abitudine di ornare con fronde di alloro i bollettini di vittoria, detti litterae o lauretanae, che i generali vittoriosi inviavano al Senato. Marziale, ad esempio, allude alle tavolette ornate di ramoscelli di lauro nell’epigramma scritto in onore di Domiziano che ritornava vincitore dalla sua spedizione contro i Sarmati:

                Se tieni in conto, o Cesare, i desideri del popolo e dei senatori e la vera gioia dei cittadini romani, rendi la tua divina persona ai voti che la chiedono benchè giungano qui molte lettere adorne di lauro, Roma invidia il suo nemico. Egli vede da vicino il padrone del mondo: il barbaro è atterrito e nello stesso tempo gode del tuo volto (ibidem, VII, 5).

Livio, ricordando la vittoria romana sugli Equi, scrive:

Alla triste notizia che da Muscolo aveva raggiunto Roma precipitando gli abitanti in un inutile panico, fece seguito una lettera ornata d’alloro inviata da Postumio nella quale il generale annunciava la vittoria del popolo romano e la disfatta dell’esercito degli Equi. (Tito Livio, La storia romana di Tito Livio. Tradotta da L. Mabil, IV, Brescia MDCCCV, V, 28).

Ancora Livio, in occasione dell’arrivo a Roma del messaggero recante l’annunzio della vittoria riportata in Macedonia dall’esercito romano, scrive:

Narrasi che a’ venti settembre, nel secondo giorno de’ giuochi Romani, un corriere il quale si diceva venire dalla Macedonia, presentò al console Caio Licinio, mentre scendeva dalla gradinata per dar la mossa alle quadrighe, alcune lettere fregiate di alloro. Il console, lanciate le quadrighe al corso, salì sul carro e tornandosi per mezzo al circo ai seggi pubblici, mostrò al popolo le lettere fregiate di alloro. (ibidem, XLV, 1.)

Giulio Agricola, invece, secondo quanto scrive Tacito per sottolineare il carattere schivo del condottiero, non si servì di lettere ornate di alloro neppure nel resoconto ufficiale della sua vittoria in Britannia non intendendo trasformare il suo successo militare in un pretesto per vanterie.

Marziale, nell’epigramma dedicato all’imperatore Domiziano impegnato nella lotta contro i Sarmati, ricorda le lance verdeggianti di alloro dei soldati vittoriosi:

È dunque vero che Cesare, tornando a noi dalle regioni Iperboree, si prepara a percorrere le vie Ausonie? Manca una prova sicura, ma tutti lo dicono: io ho fiducia, o Fama, in te, perché tu suoli dire la verità. Le lettere di vittoria testimoniano la pubblica gioia, le aste dei guerrieri hanno le punte rivestite di verde lauro. Evviva! Roma acclama di nuovo i tuoi grandi trionfi, e sei salutato, o Cesare, col nome di INVITTO nella tua città: Ma perché ci sia ormai un motivo più sicuro di gioia, torna tu stesso annunziatore della vittoria sui Sarmati (M. V. Marziale, Epigrammi, cit., VII, 6).

 

E Plutarco scrive che, durante la guerra contro Mitridate Pompeo, che si era accampato lontano da Petra, mentre si andava esercitando a cavallo intorno agli alloggiamenti, vide arrivare da lontano dei messaggeri che alzavano sulla punta delle lance ramoscelli d’alloro, forieri di buone notizie: erano infatti i corrieri che giungevano dal Ponto per annunziare la morte di Mitridate.

 
 
 

Alloro vittorioso

Post n°295 pubblicato il 20 Maggio 2016 da maria_zema
 

2. Alloro vittorioso

All’alloro, secondo l’autorevole testimonianza di Plinio, toccò l’onore del trionfo, la ricompensa più ambita per un comandante romano. A giudicarlo degno di un così grande onore erano i suoi stessi ufficiali e soldati, che lo acclamavano imperator sul campo di battaglia, ma questa designazione doveva poi essere ratificata dal Senato romano, l’unica istituzione che avesse il potere di decretare il trionfo, una cerimonia che gli antichi scrittori hanno descritto con ricchezza di particolari: Il comandante che voleva ottenere il trionfo mandava al Senato una relazione sulle conquiste che aveva fatto e sulla vittoria che aveva riportato. Il Senato si riuniva nel tempio di Marte per leggere la relazione, assicurandosi che il documento riportasse informazioni veritiere attraverso la testimonianza dei centurioni appartenenti all’armata vittoriosa, poi decretava il trionfo. Poiché alcuni generali avrebbero voluto l’onore del trionfo per combattimenti di scarso rilievo, per impedire che questo avvenisse fu stabilito per legge che si concedesse il trionfo solo al comandante che fosse risultato vittorioso contro un nemico straniero, quindi non durante una guerra civile, che almeno cinquemila nemici fossero stati uccisi in una sola battaglia e che la vittoria avesse determinato la fine della campagna militare e la sconfitta definitiva del nemico. Affinché questa legge così efficace non fosse resa nulla dalla smania di ottenere l’alloro trionfale, Valerio Massimo, che scrive al tempo dell’imperatore Tiberio nel I secolo d.C., ricorda che fu emanata una seconda legge che decretava severe punizioni per quei generali che avessero osato dare una falsa relazione al Senato alterando dolosamente il numero dei nemici uccisi in battaglia o quello dei soldati romani caduti in combattimento. I comandanti, inoltre, avevano l’obbligo di giurare, appena entrati in Roma e in presenza dei pretori urbani, sulla veridicità di quanto era stato scritto nei messaggi inviati al Senato. Valerio Massimo porta alcuni esempi di comandanti che non riuscirono ad ottenere l’alloro trionfale tra cui Quinto Fulvio e Lucio Opimio che, dopo avere rispettivamente conquistato Capua e costretto i Fregellani alla resa, insigni l’uno e l’altro per le imprese compiute, chiesero al Senato la concessione del trionfo, ma non l’ottennero, non per l’invidia dei Senatori che mai vollero far entrare questo sentimento nella Curia, sebbene per lo scrupolo nel rispettare la norma giuridica che prevedeva l’attribuzione del trionfo nei casi in cui, in conseguenza della vittoria, il territorio romano fosse stato ampliato e non nel caso in cui fosse stato recuperato ciò che prima apparteneva al popolo romano. Anzi, tanto gelosamente si osservava il diritto di trionfare, che un tale onore non fu conferito né a Publio Scipione, per la Spagna recuperata, né a Marco Marcello per la presa di Siracusa. Sul conferimento dell’alloro per una vittoria conseguita, Plinio riferisce un evento particolare accaduto nel 71 a. C. durante la rivolta degli schiavi guidati da Spartaco. Marco Licinio Crasso riportò un’importante vittoria sconfiggendo definitivamente Spartaco e facendo crocifiggere lungo la via che porta da Capua a Roma i 6000 schiavi fatti prigionieri. Per questa sua vittoria ottenne solamente un’ovazione, detta piccolo trionfo, a causa della spregevole condizione dei nemici vinti; tuttavia gli fu concessa la facoltà di portare durante la cerimonia non solo la corona di mirto, secondo l’uso, ma anche quella d’alloro e fu l’unico comandante romano a celebrare un’ovazione coronato d’alloro.

La legge vietava ad un comandante militare di entrare nei sacri confini dell’Urbe (pomerium) prima di aver deposto le insegne del comando e sciolto l’esercito. Per questo motivo, il comandante che attendeva il decreto di trionfo dal Senato, al rientro dalle operazioni militari doveva restare fuori dalla città fino al giorno previsto per la cerimonia. Di solito, molti comandanti preferivano congedare solo una parte dell’esercito e trattenere gli altri soldati affinché potessero partecipare alla cerimonia e godere anch’essi della meritata gloria. All’alba del giorno previsto, la lunga processione si formava nel Campo di Marte e, quando tutte le parti del corteo erano in ordine, cominciava a sfilare passando sotto la Porta Trionfale, percorreva il Circo Flaminio costeggiando il tempio di Vesta, attraversava il Velabro, il Circo Massimo e il Foro Boario, percorreva la Via Sacra e infine saliva al Campidoglio dove sorgeva il tempio di Giove Capitolino, il primo, per l’importanza del culto, tra i templi di Roma. I soldati accompagnavano la sfilata suonando gli strumenti adoperati in guerra: il lituus, una lunga tromba ricurva all’estremità dal suono acuto e squillante, usato soprattutto dalla cavalleria; la tuba, una tromba lunga e diritta, terminante ad imbuto, che aveva un suono cupo e rimbombante, usata dalla fanteria; il cornu, una trombetta di forma quasi circolare dal suono rauco e cupo, che era suonata dai soldati che scortavano i signiferi, cioè gli alfieri; la bùcina, che somigliava al corno, usata soprattutto di notte per trasmettere i segnali alle sentinelle. Seguivano i carri con il bottino razziato e i prigionieri. Come un eroe degno di onori divini, veniva per ultimo il trionfatore su un carro d’oro, di avorio e gemme, altissimo, simile ad una torre, trainato da quattro cavalli affiancati e riccamente bardati, preceduto dai littori che reggevano i fasci ornati da corone di alloro. Indossava la toga picta, di porpora e oro, portava una corona d’alloro sulla testa, nella mano destra un ramoscello della stessa pianta e aveva il volto dipinto di rosso, come la statua di Giove. Al collo era usanza che avesse una bulla come portafortuna. Dietro di lui, sul carro, uno schiavo reggeva sul suo capo una corona d’oro a foglie di alloro con il compito di sussurrargli, di tanto in tanto, hominem te esse memento (ricordati di essere un uomo) affinché non si credesse pari a un dio. I figli minori del vittorioso prendevano posto con lui sul carro, mentre quelli che avevano raggiunto l’età virile cavalcavano subito dietro la quadriga e, subito dopo, gli ufficiali superiori a cavallo. Scrive Plutarco che ad attraversare Roma per la prima volta su un cocchio trainato da cavalli bianchi fu il dittatore Marco Furio Camillo. Dopo la vittoria su Veio, Camillo celebrò un trionfo particolarmente fastoso, ma poco apprezzato dai suoi concittadini che considerarono un gesto eccessivamente superbo l’uso da parte di un mortale dei cavalli bianchi, considerati un privilegio esclusivo di Giove. Il corteo trionfale terminava con la sfilata dei legionari che, coronati di alloro e recando in mano un ramoscello di alloro, gridavano io triumphe! oppure cantavano le canzoni composte in onore del comandante o lanciavano un controcanto scherzoso intonando salaci strofette che lo deridevano e persino lo insultavano. Lo scopo di questi scherzi, sempre tollerati e consoni al carattere dei Romani, era quello di ricordare al trionfatore la caducità della gloria terrena e anche quello di non fare ingelosire gli dei per la gloria tributata a un mortale. Così Marziale in un epigramma in onore di Domiziano che tornava vittorioso dalla Tracia:

       Dettatemi ora, o gioconde Muse, scherzosi carmi, se pure qualche volta me ne dettaste: torna vittorioso dalla regione Odrisia il nostro dio. O Dicembre, tu per primo realizzi i voti del popolo: ormai è lecito dire a gran voce: “Viene!” Felice per la tua sorte! Potevi essere onorato più di Gennaio, se ci davi la gioia che quello ci darà. I soldati incoronati lanceranno allegri frizzi, quando seguiranno il trionfo in mezzo ai cavalli ricoperti di lauro: Voglia ascoltare benigno anche tu, o Cesare, i miei scherzi e i mie frivoli carmi, se lo stesso trionfo ama gli scherzi (M. V. Marziale, Epigrammi, cit., VII, 8).

Il corteo trionfale si concludeva al tempio di Giove in Campidoglio dove il comandante deponeva nelle mani del dio le insegne del potere e l’alloro vittorioso e celebrava il sacrificio. Dalla tristezza del suo esilio di Tomi, Ovidio può vedere solo con la fantasia lo spettacolare corteo trionfale che sfila per le strade di Roma tra gli inni e gli applausi dei soldati e della folla:

Alto sopra questi sul carro vincitore ti avanzerai, o Cesare,

secondo il rito vestito di porpora, sotto gli occhi del tuo popolo,

e dove passerai, avrai intorno l’applauso delle mani dei tuoi,

ovunque sotto il lancio dei fiori che coprono le vie.

Cingeranno le tempie col lauro di Febo e «Viva,

Viva, Trionfo!» canteranno a gran voce i soldati.

Tu stesso, eccitati dalle voci, dall’applauso e dal frastuono,

vedrai spesso impennarsi i cavalli della tua quadriga.

Quindi salirai alla rocca e al tempio propizio ai tuoi voti,

e offrirai a Giove il lauro meritato e promesso.

(Ovidio, Tristia. Introduzione di D. Giordano. Traduzione di R. Mazzanti. Note e commenti di M. Bonvicini, Milano, 2013, IV, 2, vv 47-56).

Plutarco descrive il primo trionfo che Romolo, coronato di alloro, celebrò a Roma in occasione della vittoria da lui conseguita sul re di Cenina Acrone che, diffidando delle intenzioni pacifiche di Romolo, aveva attaccato per primo i Romani. Romolo, dopo aver fatto voto a Giove di offrirgli le armi del suo avversario se avesse vinto, sfidò a duello Acrone e lo uccise. Per mantenere la promessa fatta e offrire nello stesso tempo una spettacolo piacevole ai cittadini romani, Romolo abbatté una quercia che si ergeva maestosa nel campo, la modellò a guisa di trofeo e vi appese disposte in bell’ordine le armi di Acrone. Quindi indossò il manto, adornò con l’alloro i lunghi capelli, prese sulla spalla destra il trofeo e tenendolo diritto e intonando un canto di vittoria, si avviò a piedi, armato e seguito dall’esercito in armi, verso il tempio di Giove per dedicare le armi di Acrone, passando tra due ali di cittadini festosi e ammirati e dando vita al corteo che sarebbe poi diventato il corteo trionfale.

La magnificenza del trionfo di Scipione per la vittoria che mise fine alla seconda guerra punica è descritta da Appiano Alessandrino: tutti sono coronati. I primi a sfilare sono i suonatori di tromba seguiti dai carri con il bottino, da torri che rappresentano le città prese e da tavole dipinte che illustrano i fatti accaduti. Vengono poi l’oro, l’argento e le corone inviate in dono a Scipione, i buoi per il sacricio agli dei, gli elefanti catturati al nemico e i comandanti dei Cartaginesi e dei Numidi. Preceduto dai littori ammantati di porpora, da un coro di citaristi e di satiri che cantano e ballano e da un numeroso gruppo di persone che spargono profumi avanza il carro

       dipinto variatamente, e sul carro il duce con serto di oro e gemme preziose, e con toga purpurea alla romana, alla quale sono intessute stelle di oro. Egli tiene in mano uno scettro di avorio, e un ramoscello di alloro, simbolo de’ Romani della vittoria. Vanno sul carro con esso fanciulli e verginelle, congiunti di lui, e su’ due cavalli esterni del carro siedono giovinetti, vergini anch’essi. Dopo il carro si veggono quelli che nella guerra gli furono scribi, araldi, o scudieri: e poi la milizia per torme e coorti, tutta con le ghirlande in testa, e con in mano i ramoscelli di alloro; mentre i più bravi han seco i premi, distintivi delle prodezze (Appiano Alessandrino, Le storie romane di Appiano Alessandrino volgarizzate dall’ab. M. Mastrofini, Milano, MDCCCXXX, VIII, LXVI).

Tra i trionfi celebrati a Roma, quello di Paolo Emilio, vincitore del re macedone Perseo, sarebbe rimasto impresso nella memoria storica romana sia per la grandezza del re vinto, sia per la bellezza delle opere di pittura e scultura che facevano parte del bottino razziato che per la quantità di denaro consegnata al pubblico erario. Tito Livio scrive che la celebrazione del trionfo durò tre giorni, il quarto, il terzo ed il secondo delle calende di dicembre. I popolani, quasi tutti vestiti di bianco, sistemati sulle gradinate appositamente erette nelle piazze e lungo l’itinerario previsto, poterono comodamente ammirare il corteo trionfale mentre il ben organizzato servizio d’ordine dei littori teneva le strade sgombre. In tutti i templi, aperti e adornati di ghirlande, fumava l’incenso in onore degli dei. Furono tante le opere d’arte, statue e dipinti, razziate in Macedonia e in Grecia che un giorno bastò appena a fare sfilare i duecentocinquanta carri su cui erano state sistemate. Il secondo giorno sfilarono i carri contenenti le armi appartenute all’esercito nemico, di ferro o di bronzo, di ogni forma e qualità, corazze, faretre, briglie equestri, scudi, lunghe sarisse che sporgevano in fuori dai carri e minacciose spade sguainate. Ammucchiate con artificiosa confusione e lucidate di fresco, le armi macedoni splendevano al sole mentre, essendo legate assieme alquanto largamente, durante il cammino urtavano tra loro mandando un cupo e terribile suono di guerra tanto che, benché vinte, ispiravano un brivido di orrore e di paura. Seguivano tremila uomini, schierati in gruppi di quattro, che recavano settecentocinquanta vasi ricolmi di monete d’argento; ogni vaso, contenente tre talenti, era portato da quattro uomini. Altri portavano, disposti in bell’ordine, crateri, coppe e calici di notevole valore e pregio artistico. Il terzo giorno fu dedicato alla parte religiosa della cerimonia. Sfilarono per primi i trombettieri, suonando non la musica festiva delle cerimonie solenni, ma il cantico di guerra, come se si dovesse andare in battaglia. Vennero quindi centoventi buoi, pingui, con le corna dorate, adorni di bende e di ghirlande, da sacrificare a Giove in ringraziamento della vittoria. Erano condotti da giovani che indossavano fasce riccamente ricamate, accompagnati da fanciulli che portavano patere d’oro e d’argento. Seguivano quelli che recavano le monete d’oro in settantasette vasi, ognuno dei quali contenente tre talenti. Si vide passare la sacra coppa, del peso di dieci talenti d’oro, arricchita da gemme preziose, realizzata per ordine di Paolo Emilio e, infine, il vasellame d’oro appartenuto al re sconfitto, tra cui le coppe d’oro di squisita fattura e di grande valore chiamate le Antigonidi e le Seleucidi dal nome degli antichi re di Macedonia Antigono e Seleuco, e le Tericlee dal nome di Tericle, famoso artista nel genere. Furono portate in processione anche quattrocento corone d’oro spedite a Paolo Emilio da quasi tutte le città dell’Asia e della Grecia per mezzo di ambasciatori che arrivarono a Roma per congratularsi per la vittoria. Veniva quindi il carro da guerra del re Perseo con le armi e la corona reale, seguito dai figli del re accompagnati dai loro educatori e maestri che, lagrimando pietosamente, tendevano le mani verso gli spettatori insegnando ai fanciulli ad implorare supplichevoli la misericordia del popolo vittorioso. Vinto dall’umiliazione e dallo sconforto, attonito, come se la grandezza delle sue sventure gli avesse tolto il senno, dietro ai figli seguiva Perseo con la moglie, con addosso un mantello scuro e calzari di foggia greca. Infine, la folla dei consiglieri e dei cortigiani coi volti gravati dalla mestizia i quali, tenendo lo sguardo rivolto al loro re dimostravano di essere addolorati piuttosto per la sua sventura che per la propria. Perseo aveva cercato di sottrarsi all’ignominia pregando Paolo Emilio di non esporlo all’umiliazione del trionfo, ma il comandante romano, disprezzando la viltà del macedone, aveva risposto che era sempre stato nella mano del re il potere di evitare la mortificazione della prigionia tacitamente esortandolo a sfuggire con la morte ciò che temeva. Per ultimo, sul carro trionfale pomposamente ornato, come ricorda Plutarco, stava Paolo Emilio:

 

       personaggio ben degno di esser guardato con ammirazione anche fuori di quella maestosa comparsa, nella quale vestito egli era di una porpora sparsa d’oro, e alto nella destra portava un ramo di lauro; e rami di lauro portava pure tutto l’esercito che in manipoli ed in centurie tenea dietro al cocchio del suo capitano, e cantando andava ora alcune canzoni secondo l’uso romano, piene tutte di motteggi e di derisioni contro del trionfante, ed ora per contrario inni di vittoria e lodi sopra le imprese che fatte egli aveva, per le quali ben cospicuo mostravasi e ragguardevole, e da tutti reputato era beato (Plutarco, Paolo Emilio in Vite parallele di Plutarco. Versione di G. Pompei con la vita dell’autore scritta dal prof. S. Centofanti. Firenze, 1845).

 
 
 

Alloro vittorioso

Post n°294 pubblicato il 20 Maggio 2016 da maria_zema
 

3. Alloro vittorioso

La storia e la gloria di Roma era scritta anche sul marmo, nei rilievi scolpiti con la narrazione delle campagne militari e le raffigurazioni dei comandanti vittoriosi e degli imperatori coronati d’alloro, la pianta sacra che affermava l’eternità delle loro gesta. Le immagini di cerimonie religiose, ambascerie, cortei, momenti di vita quotidiana occupavano spazi esposti di varia natura come archi, colonne, sarcofaghi e costituiscono per i posteri un complemento dei resoconti storici e dei dati desumibili dalle altre fonti letterarie. Un esempio di racconto visivo del trionfo di un imperatore è l’Arco trionfale, situato all’inizio del tratto della Via Sacra, fatto costruire dal Senato in onore del “divino” Tito come riporta la dicitura sul monumento. I rilievi marmorei decorativi raccontano in immagini il trionfo di Tito per la sua vittoria in Giudea nel 71 d.C. Il pannello posto a nord descrive il momento più importante del trionfo: preceduto dai littori coronati d’alloro, i cui fasci sono disposti sullo sfondo, l’imperatore Tito avanza sulla quadriga trionfale trainata da quattro cavalli appaiati, tenuti per il morso dalla dea Roma mentre una figura alata, personificazione della Vittoria, gli pone sul capo la corona trionfale. A piedi seguono il carro due figure maschili, un giovane a torso nudo e un uomo anziano con la toga, coronati di alloro, riconosciute come rappresentazioni simboliche del Popolo e del Senato di Roma. In secondo piano, si vedono profili di teste coronate d’alloro. Il pannello sull’altro lato descrive il momento in cui alcuni portantini del corteo stanno per attraversare la Porta Triumphalis, raffigurata all’estremità destra, con il dettaglio delle due quadrighe che la sovrastano. Coronati di alloro, i portantini recano gli arredi sacri saccheggiati al Tempio di Gerusalemme tra cui sono visibili il famoso candelabro a sette braccia, i vasi sacri, le trombe d’argento e la tavola per il pane di proposizione. I Romani attribuirono grande importanza e una funzione altamente simbolica alla Porta Triumphalis, che l’esercito vittorioso doveva attraversare per entrare nel territorio urbano. Un epigramma di Marziale, relativo al trionfo di Domiziano dell’89, così descrive la Porta Triumphalis che l’imperatore dovette attraversare mentre “Roma” coronata di alloro lo applaudiva:

       Qui, dove il tempio della Fortuna Reduce manda i suoi bagliori fino a lunga distanza, c’era poco fa uno spazio felice per il suo destino: qui si fermò Cesare bello della polvere della guerra combattuta sotto l’Orsa ed emanante dal viso una purpurea luce; qui Roma con la chioma cinta di alloro e in bianca toga salutò il suo condottiero con la voce e le mani. Un secondo dono sta ad attestare il grande merito del luogo; il sacro arco che si erge ed esulta per la vittoria su quei popoli. Su di esso vi sono due carri trainati da molti elefanti: l’imperatore effigiato in una statua d’oro basta da solo a guidare gli enormi carri. Questa porta, o Germanico, è degna dei tuoi trionfi: ben si addice alla città di Marte avere un tale ingresso (M. V. Marziale, Epigrammi, cit.,VIII, 65).

Giuseppe Flavio, che rimase a fianco di Tito durante la campagna in Giudea e lo accompagnò a Roma dove fu presente al trionfo dei Flavi, racconta dell’accoglienza trionfale che il popolo romano riservò a Tito, simile a quella tributata a suo padre Vespasiano, ma resa più solenne dalla presenza dello stesso Vespasiano. Dopo qualche giorno dell’arrivo di Tito a Roma, i due trionfatori decisero di celebrare con un’unica cerimonia le loro vittorie, sebbene il Senato avesse deliberato un trionfo per ciascuno. Nel giorno stabilito, tutti uscirono per prendere posto dovunque fosse possibile, lasciando libero solo il passaggio necessario per il corteo. Era ancora buio quando tutto l’esercito, inquadrato nei diversi reparti sotto i rispettivi comandanti, si dispose vicino al tempio di Iside dove Vespasiano e Tito avevano riposato durante la notte. All’alba padre e figlio, incoronati di alloro, rivestiti delle tradizionali vesti di porpora e senza armi, uscirono per raggiungere il portico di Ottavia dove il Senato, i magistrati e i cittadini dell’ordine equestre erano in attesa del loro arrivo. Qui, seduti su due seggi di avorio sistemati sulla tribuna che era stata innalzata davanti al portico, ricevettero le acclamazioni dei soldati, che erano senza armi, vestiti di seta e coronati di alloro. Ricevuto l’omaggio, Vespasiano fece cenno di tacere, si levò in piedi, si coprì il capo col mantello e, nel generale e profondo silenzio, pronunciò una preghiera di ringraziamento. Tito fece lo stesso. Dopo la preghiera Vespasiano rivolse alcune parole ai convenuti e congedò i soldati affinché potessero partecipare al banchetto che, secondo l’uso, era offerto dagli imperatori, quindi raggiunse la Porta Triumphalis; quivi i due condottieri mangiarono, vestirono gli abiti trionfali, offrirono un sacrificio in onore degli dei custodi della porta e diedero inizio alla marcia trionfale attraverso il teatro in modo che la folla potesse assistere più agevolmente allo spettacolo. Sarebbe impossibile, scrive Flavio, descrivere in modo adeguato l’incredibile varietà e la magnificenza delle cose mirabili e preziose, dalle opere d’arte ai tesori e rarità naturali, che il trofeo trionfale mise in mostra a dimostrazione della grandezza dell’impero romano. Argento, oro e avorio lavorati in modi diversi e in quantità enorme scorrevano come un fiume sotto gli occhi degli spettatori; seguirono poi stoffe di preziosa porpora e altre ricamate alla moda babilonese e una quantità di gemme sfavillanti, alcune incastonate in corone d’oro. Furono trasportate anche le statue delle divinità dei vinti, di grandi dimensioni e di materiale prezioso. A seguire sfilarono molti animali di specie diverse, opportunamente adornati, condotti da uomini vestiti di porpora e oro. Passarono poi le persone appositamente selezionate per sfilare nel corteo, magnificamente adornate, e i numerosi prigionieri che indossavano costumi di tale bellezza e varietà da riuscire a celare alla vista i loro corpi malconci per i maltrattamenti subiti. Ma ciò che destò maggiore ammirazione furono le tabulae pictae talmente grandi, essendo alte fino a tre o quattro piani, che si temette per la sicurezza del loro trasporto. Molte erano incorniciate con drappeggi di stoffe trapunte d’oro e tutte erano intarsiate di oro e di avorio. Sulle tabulae erano rappresentate con grande efficacia gli episodi salienti della guerra combattuta: ricche contrade desolate dalle devastazioni e dagli incendi; mura possenti sgretolate dalle macchine d’assedio; fortezze conquistate; edifici sacri dati alle fiamme; un esercito che dilagava entro le mura di una città; un luogo inondato di sangue; nemici uccisi; nemici in fuga; nemici che, non potendo più resistere, alzavano le mani in gesto di supplica; case che crollavano sulle teste dei padroni. Seguiva il resto del bottino, trasportato alla rinfusa, tra cui spiccavano gli oggetti sacri presi nel tempio di Gerusalemme.

Durante la cerimonia del trionfo, la dura disciplina che caratterizzava l’esercito romano si allentava ed ai soldati era permesso lanciare motteggi, a volte anche molto salaci, al loro generale. Così Marziale:

I soldati incoronati lanceranno allegri frizzi, quando seguiranno il trionfo in mezzo ai cavalli ricoperti di lauro: Voglia ascoltare benigno anche tu, o Cesare, i miei scherzi e i mie frivoli carmi, se lo stesso trionfo ama gli scherzi (Marziale, Epigrammi, cit.,  libro VII, 8, vv 7-10)

Giulio Cesare celebrò cinque trionfi. Particolarmente spettacolare fu il trionfo celebrato per la vittoria sui Galli durante il quale Cesare salì al Campidoglio passando tra quaranta elefanti che reggevano i candelabri per illuminare la scena. Tra i prigionieri sfilò Vercingetorige in catene che, catturato ad Alesia, era rimasto per cinque anni rinchiuso in prigione in attesa di essere esibito come trofeo durante il corteo trionfale. Subito dopo la fine della cerimonia il coraggioso capo dei Galli fu consegnato al carnefice. Scrive Svetonio:

Il primo e più splendido trionfo che celebrò fu quello Gallico, il secondo quello Alessandrino, poi quello Pòntico, subito appresso quello Africano, ultimo l’Ispànico, ognuno con ben diverso sfarzo e corredo. Nel giorno del trionfo Gallico, mentre attraversava il Velàbro fu quasi buttato giù dal carro per essersi spezzato un asse delle ruote; e salì sul Campidoglio mentre quaranta elefanti, a destra e a sinistra reggevano i candelabri per fare luce. Nel trionfo Pòntico, tra le barelle del corteo fece portare avanti un’iscrizione di tre parole, «Veni, vidi, vinsi», che evidenziava non le azioni di guerra, come negli altri casi, ma la caratteristica della rapida conclusione (ibidem, 37).

Negli anni della maturità Giulio Cesare usò la corona di alloro conquistata con le vittorie riportate sui nemici di Roma per coprire con grande cura, quando appariva in pubblico, quella calvizie che gli procurava tanta pena. Di questa insolita civetteria di Cesare parla Svetonio:

       Un po’ troppo insistente nella cura della persona, tanto che si faceva non solo accuratamente tagliare i capelli e radere, ma anche depilare – come alcuni gli rimproverarono, - e accettava assai male l’inconveniente della calvizie, anche perché l’aveva ripetutamente veduta esposta agli scherzi dei denigratori. Perciò aveva preso l’abitudine di riportare in avanti, dalla sommità del capo, i capelli che se ne stavano andando, e fra tutti gli onori decretàtigli dal Senato e dal Popolo, nessuno egli accolse o sfruttò più volentieri del diritto di portare sempre una corona d’alloro (Svetonio, Il divino Giulio in Vita dei Cesari. Introduzione di L. De Salvo. A cura di F. Casorati. Roma, 1955, 45)

Nel trionfo gallico, i soldati che seguivano il carro trionfale scandivano con il loro pesante passo di marcia una strofetta maliziosa che fa riferimento proprio alla calvizie di Cesare:

Rinchiudete le mogli, cittadini,

ché conduciamo uno spiumato adultero.

Hai speso in Gallia per le donne l’oro

             che qui prendesti in prestito ad usura

(ibidem, 51).

 

 

 

 

 
 
 

Alloro vittorioso

Post n°293 pubblicato il 20 Maggio 2016 da maria_zema
 

4. Alloro vittorioso

L’alloro della vittoria, assieme alla corona civica concessa ob cives servatos, ornava la porta della casa del divino Augusto sul Palatino. Fu il Senato che, a seguito delle numerose vittorie da lui conseguite, conferì ad Ottaviano onori che lo elevavano al di sopra di chiunque altro. È lo stesso Augusto a ricordarlo nelle Res gestae, il suo testamento ufficiale a cui affidò il ricordo delle sue imprese inciso su due lastre di bronzo, scomparse ormai da secoli, che si trovavano all’ingresso del Mausoleo a lui dedicato a Roma. A noi rimane l’iscrizione collocata su una parete dell’Augusteum di Ankara su cui, tra l’altro, si legge:

        Nel mio sesto e settimo consolato, dopo che ebbi estinto le guerre civili, assunto per universale consenso il controllo di tutti gli affari di Stato, trasmisi il governo della repubblica dal mio potere alla libera volontà del senato e del popolo romano. Per questa mia benemerenza, con decreto del senato ebbi l’appellativo di Augusto, la porta della mia casa fu pubblicamente ornata di alloro, e sull’entrata fu affissa una corona civica; nella Curia Giulia fu posto uno scudo d’oro con un’iscrizione attestante che esso mi veniva offerto dal senato e dal popolo romano in riconoscimento del mio valore, della mia clemenza, della mia giustizia e pietà. Da allora in poi fui superiore a tutti in autorità, sebbene non avessi maggior potere di tutti gli altri che furono miei colleghi in ciascuna magistratura (Cesare Ottaviano Augusto, Res gestae divi Augusti. A cura di L. Canali, Pordenone, 1982, 34, 1-3).

Ovidio, sconsolato e supplice, nella solitudine del suo esilio a Tomi, sul mar Nero, esalta il potere e la grandezza del princeps testimoniati dalla corona civica che adorna la porta della sua casa e dall’alloro che le fa ombra:

Mentre ammiravo ogni cosa, vidi una porta che colpiva lo sguardo

per le armi splendenti e un edificio degno di un dio

e dissi: «É la dimora questa di Giove?» E a pensare che lo fosse

una corona di quercia me ne dava il presagio alla mente.

E come seppi chi ne era il signore: «Non mi sbaglio, dico,

ed è vero che questa è la casa del grande Giove.

Ma perché la porta ha davanti un lauro che la nasconde

e l'albero cinge con la sua ombra gli augusti battenti?

Non è forse perché questa casa ha meritato trionfi perpetui?

O perché è sempre stata amata dal dio leucadio?

Perché è gioia essa stessa o perché riempie tutto di gioia?

O è il simbolo della pace che essa ha donato al mondo?

E come sempre verde è il lauro e non gli si staccano

foglie appassite, così essa ha lustro in eterno?

Della sovrapposta corona attesta la causa una scritta:

dal soccorso di questa casa furono salvati i cittadini

(Ovidio, Tristia, cit., III, 1, vv 33-48).

In un altro paragrafo delle Res gestae Augusto fa riferimento al momento altamente celebrativo con cui si concludeva il corteo trionfale quando il comandante vittorioso deponeva l’alloro trionfale sulle ginocchia di Giove:

Ebbi due volte l’onore dell’ovazione e tre volte celebrai trionfi curuli e fui salutato imperator ventuno volte, decretandomi il senato ancora altri trionfi, ai quali tutti rinunciai. Deposi l’alloro dei fasci nel Campidoglio, sciogliendo così i voti che avevo pronunciato in ciascuna guerra. Per le imprese felicemente compiute in terra e in mare, da me o sotto i miei auspici da miei luogotenenti, il senato decretò in cinquantacinque occasioni rendimenti di grazie agli dei immortali. I giorni, poi, nei quali per decreto del senato furono pronunciate preghiere, giunsero a ottocentonovanta. Nei miei trionfi furono tratti davanti al mio carro nove re o figli di re. Quando scrivevo queste memorie ero stato console tredici volte, ed ero al trentesettesimo anno di potestà tribunizia (Cesare Ottaviano Augusto, Res gestae divi Augusti, cit., 4, 1-4).

In epoca imperiale la dea Vittoria era raffigurata con l’alloro e la palma, come testimoniano un dupondio di Nerone con l’immagine della Vittoria alata, andante a sinistra, con una corona d’alloro nella mano destra e un ramo di palma nella sinistra e la scritta Victoria Augusti e un sesterzio con l’immagine dell’imperatore Lucio Vero su un lato e sull’altro la Vittoria alata con l’alloro e la palma. Era stato Augusto che nella Curia del Senato da lui edificata aveva dedicato un altare alla dea Vittoria e vi aveva fatto collocare nel 29 a.C. la statua di bronzo dorato della dea, alata, con i piedi nudi poggiati su un globo, le vesti svolazzanti e una corona d’alloro sul capo, a testimonianza delle fortune di Roma. La statua, presa ai Tarantini durante le guerre pirriche, dopo la vittoria di Azio nel 29 a.C., era stata collocata su un altare nella sala principale della Curia Iulia, sede del Senato, fondata da Cesare in sostituzione dell’antica Curia Ostilia e completata ed inaugurata da Augusto. Per circa quattrocento anni i Senatori, entrando nell’aula, resero omaggio alla divinità tutelare di Roma con offerte di vino e di incenso fino a quando nel 357 l’imperatore Costanzo II ordinò di rimuovere dalla Curia l’altare e la statua che però furono restituiti al culto dei Senatori da Giuliano l’Apostata in seguito al suo tentativo di restaurazione del paganesimo. Ma nel 381 l’imperatore Graziano, forse su suggerimento del vescovo di Milano Ambrogio, suo consigliere spirituale, ordinò nuovamente la rimozione dell’altare dalla Curia. A nulla valsero le reazioni sdegnate del Senato, formato in maggioranza da senatori pagani, che inviò a Milano, dove risiedeva la corte, una delegazione guidata da Quinto Aurelio Simmaco che però non fu ricevuta. Dopo l’uccisione di Graziano, con la nomina di Simmaco a prefetto di Roma e di Pretestato a prefetto del pretorio, i senatori pagani tentarono di ottenere dall’imperatore Valentiniano II, ancora una volta attraverso la mediazione di Simmaco, la ricollocazione dell’altare della Vittoria nella Curia. Il nobile romano lesse davanti al consiglio imperiale formato da cristiani e da pagani la celebre Relatio chiedendo il ritorno dell’altare della Vittoria nella Curia, il ripristino del finanziamento pubblico a favore del culto pagano e dei collegi sacerdotali, che era stato abolito da Graziano, e la restituzione delle terre confiscate. Con argomentazioni degne della sua famosa eloquenza Simmaco sostenne la necessità di mantenere una antichissima tradizione che aveva saputo proteggere i Romani così a lungo, come quando aveva respinto la minaccia di Annibale e allontanato i Galli dal Campidoglio mentre il suo abbandono avrebbe favorito le invasioni delle orde barbariche che premevano ai confini dell’Impero. Il ripristino del culto della Vittoria avrebbe non solo assicurato la perpetuità dello Stato romano, ma avrebbe anche dimostrato la possibilità di convivenza fra due culture che, anche se in modi diversi, esprimevano la volontà comune di ricercare la verità nel grande mistero dell’Universo. Ma il suo tentativo fu vanificato dall’intervento di Ambrogio e le sue richieste furono respinte dall’imperatore. L’altare e la statua poterono ritornare nella Curia Iulia per volontà di Eugenio, cristiano tollerante, ma vennero definitivamente rimossi nel 394 per ordine di Teodosio, qualche anno prima che la Città Eterna fosse profanata dalle orde di un esercito barbaro. Dopo l’unità d’Italia le Vittorie alate ricomparvero sui monumenti romani come, ad esempio, sul Vittoriano, il grandioso edificio ricco di simboli eretto in onore di Vittorio Emanuele II di Savoia, primo re d’Italia, per rappresentare la ritrovata unità della Patria. Nei meravigliosi tramonti di Roma spiccano le silhouettes delle due Vittorie alate che, davanti al propileo della Libertà, si librano nell’aria su un globo tenendo in mano una corona d’alloro. Più in alto, sulla sommità dei due tempietti laterali due Vittorie alate guidano le quadrighe che rappresentano rispettivamente l’Unità e la Libertà del popolo italiano. Per tutto il complesso l’alloro, simbolo di valore e di pace vittoriosa, è presente nei numerosi fregi decorativi scolpiti nel marmo assieme ai tradizionali motivi vegetali raffiguranti le antiche piante sacre agli dei: la quercia, simbolo di forza, l’olivo, che ricorda la pace, la palma della vittoria e il mirto che rappresenta il sacrificio.

 

 

 

 
 
 
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