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maria_zema
   
 
Creato da maria_zema il 30/12/2010

I Love Green

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Erbario simbolico: Il gelso nero

Post n°259 pubblicato il 23 Giugno 2014 da maria_zema
 

Erbario simbolico: Il gelso nero

La tenera storia d’amore, raccontata da Ovidio nelle Metamorfosi, fra Piramo, il più bello di tutti i giovani, e Tisbe, la più splendida di tutte le fanciulle che l’Oriente avesse mai avuto, è legata all’albero del gelso nero (Morus nigra). I due giovani abitavano a Babilonia in due case contigue, si amavano e avrebbero voluto sposarsi, ma le famiglie contrastavano il loro amore e gli innamorati potevano soltanto scambiarsi dolci parole attraverso una sottile fessura del muro che divideva le loro case. Una sera decisero di eludere la sorveglianza dei parenti e di incontrarsi segretamente vicino al sepolcro di Nino, mitico re di Babilonia, presso la fonte dove sorgeva un alto gelso carico di frutti bianchi come neve. Tisbe, dopo aver eluso la vigilanza della famiglia, col volto velato, arrivò per prima e sedette in attesa sotto l’albero. L’amore la rendeva audace. Ma ecco apparire da lontano, al chiarore della luna, una leonessa con le zanne ancora sporche del sangue delle prede appena straziate, che si avvicinava alla fonte per bere. Terrorizzata, Tisbe fuggì per nascondersi, ma nella fuga perse il delicato velo che la copriva. Fu la belva a trovarlo dov’era caduto mentre, saziata la sete, ritornava nella selva e lo lacerò con gli artigli e le fauci insanguinate. Giunto all’appuntamento, Piramo scorse nella polvere le orme lasciate dalla fiera e tremó per la vita di Tisbe, ma quando trovò il velo in quello stato, si convinse che l’amata era stata sbranata. Disperato e piangente raccolse quei brandelli, li baciò e li portò con sé ai piedi dell’albero esclamando: “Imbéviti ora anche di un fiotto del sangue mio!” e si trafisse il cuore con il pugnale che aveva al fianco. Dalla ferita il suo sangue sprizzò in un alto getto colpendo l’albero vicino e provocando cosí la trasformazione dei frutti che da bianchi divennero scuri. Tisbe, tornata al luogo convenuto per non mancare all’appuntamento con l’amato, ancora tremante di paura e ansiosa di incontrarlo per raccontargli quale pericolo avesse evitato, riconobbe il posto e la forma della pianta, ma fu assalita dal dubbio per il colore dei frutti. Mentre esitava a riconoscere il luogo che poco prima aveva abbandonato, vide un corpo palpitante sul suolo insaguinato e indietreggiò timorosa, ma subito dopo, riconoscendo il suo amore, piangendo disperatamente si precipitò ad abbracciarlo e, inondando di lacrime le ferite e baciando il viso ormai freddo, gridò: “Piramo, rispondi! È la tua carissima Tisbe che ti chiama. Mi senti? Alza lo sguardo spento!”. Al nome di Tisbe, Piramo aprí gli occhi su cui già gravava la morte e, come l’ebbe vista per l’ultima volta, li richiuse per sempre. Solo allora lei, riconoscendo la propria veste e vedendo la guaina senza il pugnale, comprese il tragico equivoco che aveva portato Piramo al suicidio e decise di condividerne la sorte. “La tua stessa mano – esclamó - e l’amore ti hanno ucciso, infelice! Ma anch’io ho una mano forte per questa cosa almeno; anch’io ho l’amore: sarà questo a darmi la forza di colpirmi. Ti seguirò nella morte, e si dirà che sventuratissima io sono stata la causa e la compagna della tua fine”. Poi, rivolgendosi all’albero, pregò: “E tu, albero, che ora copri con i rami il misero corpo di uno, e presto coprirai i corpi di due, serba un segno di questa tragedia e abbi sempre i frutti cupi, come a lutto, a ricordo del sangue da noi versato” e, puntatosi il pugnale contro il petto, si curvò sulla lama che era ancora calda del sangue di Piramo. La preghiera dell’infelice raggiunse gli dei, che assentirono, e per questo i frutti del gelso, quando sono maturi, prendono il colore del sangue.

Il mito di Piramo e Tisbe, così ricco di poetiche suggestioni e così allusivo al tema dell’amore che diventa dedizione assoluta, ispirò molti tra poeti e pittori nei vari secoli. In Dante l’allusione alla tragica storia dei due innamorati appare in forma di similitudine per rappresentare la forza soprannaturale dell’amore: Come al nome di Tisbe aperse il ciglio/Piramo in su la morte, e riguardolla,/allor che ’l gelso diventò vermiglio;/così, la mia durezza fatta solla,/mi volsi al savio duca, udendo il nome/che ne la mente sempre mi rampolla. (Pur. XXVII, 37-42). I versi riportano al momento in cui Piramo, sentendo il nome dell’amata, riapre gli occhi ormai appesantiti dalla morte per guardarla un’ultima volta. Così basta il nome di Beatrice pronunciato da Virgilio a vincere l’ostinata immobilità del poeta di fronte al muro di fiamme che egli deve necessariamente attraversare per salire all’Eden.

In epoca classica il gelso era considerato l’albero più saggio perché, secondo quanto scrive Plinio, “germoglia buona ultima fra le piante civilizzate, e solo dopo che i giorni freddi siano passati (per questo viene detto il più saggio fra gli alberi); ma una volta che la germinazione sia cominciata, prorompe tutta insieme così intensamente da compiersi nel giro di una sola notte, facendo addirittura scricchiolare la pianta”. (N.H., XVI, 102). Inoltre, la pianta risente assai poco della fatica della fruttificazione e impiega moltissimo tempo ad invecchiare. I trattatisti rinascimentali di emblematica attinsero alle riflessioni di Plinio sulla pianta del gelso nero (o moro) nell’ideazione di emblemi e imprese. Nel libro dell’Alciati, Emblemata, l’immagine del gelso è accompagnata dai versi: Il tardo Moro mai non getta foglia/fin che ‘l freddo non è mancato e spento;/e pur avanti che ignorantia toglia/e chi ad haver di savio il grido intento. Nel Mondo simbolico di Picinelli il cap. XV del IX libro è dedicato al gelso moro e alle imprese più famose in cui appare la pianta:

- Scipione Bargagli alla pianta del gelso “diede SERO FLORET, CITO MATURAT, impresa confacente a chi tardi si converte, ma poi presto produce i frutti di santità, quale fu il felice ladrone” 

- “Il gelso si mantiene gran tempo, perché tardi germoglia, quindi il Camerario gli soprascrisse, CUNCTANDO PROFICIT; non altrimenti le cose lentamente consultate, e maturate, pare che per lo più siano di felice riuscita”.

- “Il moro, percosso dalla gragnuola, o dalla brina ebbe FATO PRUDENTIA MINOR. Emblema, che dimostra quanto prevaglia la disposizione divina sopra l’umana accortezza”. Il motto è in antitesi alla sentenza virgiliana FATO PRUDENTIA MAIOR, la prudenza è più forte del destino, (Georg. I, 416).

- “La pianta di gelso, vestita di tenere frondi, potrebbe segnarsi col titolo NON NISI FRIGORE LAPSO,[…] è figurativa di persona prudente che aspetta a luogo, e tempo, e riserva le operazioni sue alle opportunità, che riescono di suo vantaggio; e cauta e maturamente procede”.

- “Padre Ottavio Boldoni, per insegnare che le risoluzioni, ed operazioni, di lor natura utili, e profittevoli: benché siano lungamente consultate, si possono chiamare pronte, ed accelerate, figurò la pianta del gelso, che suol produrre tutt’a un tempo frondi, e frutti, col cartello: CITO SI TUTO”.

- Monsignor Paolo Aresi all’immagine del gelso, che non ha ancora prodotto i suoi primi germogli, in mezzo ad altri alberi tutti vestiti di verdi fronde e coronate di fiori abbinò il motto TEMPUS MEUM NONDUM ADVENIT “rappresentando con questa il Patriarca San Francesco, il quale amando in estremo la povertà, rifiutò tutte le delizie della terra, e tutti i beni del mondo, riservandosi a fiorire nell’altra vita”.

- “Benchè infatti il Gelso sia degli altri alberi il più prudente, come quello che più de gli altri tardi fiorisce, e meglio assicura in tal guisa i suoi germogli, ad ogni modo egli è chiamato con la voce greca: Moros, che significa pazzo; per tanto non mancò chi gli soprapose le parole dell’Alciati , Emblema 210 NOMINA FALSA GERIT, Motto tutto conveniente, a chi porta il nome contrario al genio suo, dalle sue operationi”.

Nel repertorio delle Imprese sacre del teatino Paolo Aresi si trova un’impresa dedicata a una donna: “Alla Signora Anna Morona fece parimente vera allusione il Sig. Massimiliano Stampa, con l’Impresa di uno Gelso, detto appresso di noi Morone, con un verme di quelli, che fanno la seta sopra, e il motto, SOL DI CIÒ VIVO”.

Il gelso con il motto STULTA FIT UT FIT SAPIENS fu la pianta simbolica di Maria Maddalena de’ Pazzi che, come scrive Carlo Labia nell’Horto simbolico,”se bene fosse della Famiglia de’ Pazzi, con tutto ciò per le rare sue virtù si dimostrò di quella de’ Savii, avendo saviamente sempre operato”.

Il gelso era raffigurato nell’impresa di Ludovico il Moro. Secondo quanto scrive Paolo Giovio, il potente duca milanese, ritenuto un tempo arbitro della pace e della guerra in Italia, scelse il gelso moro, sapientissimo tra gli alberi, per esaltare la sua saggezza e la sua capacità di prevedere i tempi futuri. Ma non capì che la venuta dei Francesi in Italia, da lui chiamati per battere re Alfonso, suo nemico capitale, sarebbe stata la cagione della sua rovina. Così fu schernita la sua favolosa prudenza avendo egli concluso la sua vita nella prigione della torre di Loces, in Francia, ad esempio della miseria e vanagloria umana.

Anche i grandi alberi di gelso che, nella magnifica decorazione di Leonardo della Sala delle Asse del Castello Sforzesco, si dipartono dalle pareti fino ad estendere i rami ricchi di foglie a tutta la superficie della volta dove danno origine a un fitto pergolato dal complicato disegno, celebrano il duca Ludovico con una diretta allusione oltre che al nome anche alle qualità correlate di prudenza e di saggezza e alla simbologia politica dell’albero-colonna sul quale si regge lo Stato.

Nell’Iconologia di Cesare Ripa la PRUDENZA è rappresentata da una donna che ha in testa una ghirlanda di foglie di gelso. La DILIGENZA invece è una donna che ha nella mano sinistra un ramo di mandorlo, il primo albero a fiorire, unito a un ramo di gelso.

 

 

 
 
 

Erbario simbolico: Il gelso nero

Post n°258 pubblicato il 24 Maggio 2014 da maria_zema
 

Erbario simbolico: Il gelso nero

La tenera storia d’amore, raccontata da Ovidio nelle Metamorfosi, fra Piramo, il più bello di tutti i giovani, e Tisbe, la più splendida di tutte le fanciulle che l’Oriente avesse mai avuto, è legata all’albero del gelso nero (Morus nigra). I due giovani abitavano a Babilonia in due case contigue, si amavano e avrebbero voluto sposarsi, ma le famiglie contrastavano il loro amore e gli innamorati potevano soltanto scambiarsi dolci parole attraverso una sottile fessura del muro che divideva le loro case. Una sera decisero di eludere la sorveglianza dei parenti e di incontrarsi segretamente presso una fonte, sotto un alto gelso carico di bacche bianche come neve. Tisbe, col volto velato, arrivò per prima e si sedette in attesa sotto l’albero, ma, avendo scorto al chiarore della luna una leonessa che si avvicinava alla fonte per bere con le zanne ancora sporche del sangue delle prede appena straziate, fuggì per nascondersi. Saziata la sete la belva, ritornando nella selva, trovò il delicato velo che Tisbe aveva lasciato cadere nella fuga e lo stracciò con le fauci insanguinate. Quando Piramo giungendo all’appuntamento trovò il velo in quello stato, si convinse che l’amata era stata sbranata. Disperato e piangente raccolse quei brandelli, li baciò e li portò con sé ai piedi dell’albero esclamando: “Imbéviti ora anche di un fiotto del sangue mio!” e si trafisse il cuore con il pugnale che aveva al fianco. Il suo sangue sprizzò in un alto getto sulle more che diventarono scure. Tornata al luogo dell’incontro Tisbe vide Piramo agonizzante a terra in una pozza di sangue e si precipitò ad abbracciarlo baciando il viso ormai freddo e mescolando le lacrime al sangue, e baciando il gelido volto gridò: “Piramo, rispondi! È la tua carissima Tisbe che ti chiama. Mi senti? Alza lo sguardo spento!”. Al nome di Tisbe, Piramo levò gli occhi su cui già gravava la morte e, come l’ebbe vista per l’ultima volta, li richiuse. Lei allora, riconoscendo la propria veste e vedendo la guaina senza il pugnale esclamò: “La tua stessa mano e l’amore ti hanno ucciso, infelice! Ma anch’io ho una mano forte per questa cosa almeno; anch’io ho l’amore: sarà questo a darmi la forza di colpirmi. Ti seguirò nella morte, e si dirà che sventuratissima io sono stata la causa e la compagna della tua fine”. Poi, rivolgendosi all’albero, pregò: “E tu, albero, che ora copri con i rami il misero corpo di uno, e presto coprirai i corpi di due, serba un segno di questa tragedia e abbi sempre i frutti cupi, come a lutto, a ricordo del sangue da noi versato” e, puntatosi il pugnale contro il petto, si curvò sulla lama che era ancora calda del sangue dell’amato. La preghiera dell’infelice raggiunse gli dei, che assentirono, e per questo i frutti del gelso, quando sono maturi, prendono il colore del sangue.

Il mito di Piramo e Tisbe, così ricco di poetiche suggestioni e così allusivo al tema dell’amore che diventa dedizione assoluta, ispirò molti tra poeti e pittori nei vari secoli. In Dante l’allusione alla tragica storia dei due innamorati appare in forma di similitudine per rappresentare la forza soprannaturale dell’amore: Come al nome di Tisbe aperse il ciglio/Piramo in su la morte, e riguardolla,/allor che ’l gelso diventò vermiglio;/così, la mia durezza fatta solla,/mi volsi al savio duca, udendo il nome/che ne la mente sempre mi rampolla. (Pur. XXVII, 37-42). I versi riportano al momento in cui Piramo, sentendo il nome dell’amata, riapre gli occhi ormai appesantiti dalla morte per guardarla un’ultima volta. Così basta il nome di Beatrice pronunciato da Virgilio a vincere l’ostinata immobilità del poeta di fronte al muro di fiamme che egli deve necessariamente attraversare per salire all’Eden.

In epoca classica il gelso era considerato l’albero più saggio perché, secondo quanto scrive Plinio, “germoglia buona ultima fra le piante civilizzate, e solo dopo che i giorni freddi siano passati (per questo viene detto il più saggio fra gli alberi); ma una volta che la germinazione sia cominciata, prorompe tutta insieme così intensamente da compiersi nel giro di una sola notte, facendo addirittura scricchiolare la pianta”. (N.H., XVI, 102). Inoltre, la pianta risente assai poco della fatica della fruttificazione e impiega moltissimo tempo ad invecchiare. I trattatisti rinascimentali di emblematica attinsero alle riflessioni di Plinio sulla pianta del gelso nero (o moro) nell’ideazione di emblemi e imprese. Nel libro dell’Alciati, Emblemata, l’immagine del gelso è accompagnata dai versi: Il tardo Moro mai non getta foglia/fin che ‘l freddo non è mancato e spento;/e pur avanti che ignorantia toglia/e chi ad haver di savio il grido intento. Nel Mondo simbolico di Picinelli il cap. XV del IX libro è dedicato al gelso moro e alle imprese più famose in cui appare la pianta:

- Scipione Bargagli alla pianta del gelso “diede SERO FLORET, CITO MATURAT, impresa confacente a chi tardi si converte, ma poi presto produce i frutti di santità, quale fu il felice ladrone”  

- “Il gelso si mantiene gran tempo, perché tardi germoglia, quindi il Camerario gli soprascrisse, CUNCTANDO PROFICIT; non altrimenti le cose lentamente consultate, e maturate, pare che per lo più siano di felice riuscita”.

- “Il moro, percosso dalla gragnuola, o dalla brina ebbe FATO PRUDENTIA MINOR. Emblema, che dimostra quanto prevaglia la disposizione divina sopra l’umana accortezza”. Il motto è in antitesi alla sentenza virgiliana FATO PRUDENTIA MAIOR, la prudenza è più forte del destino, (Georg. I, 416).

- “La pianta di gelso, vestita di tenere frondi, potrebbe segnarsi col titolo NON NISI FRIGORE LAPSO,[…] è figurativa di persona prudente che aspetta a luogo, e tempo, e riserva le operazioni sue alle opportunità, che riescono di suo vantaggio; e cauta e maturamente procede”.

- “Padre Ottavio Boldoni, per insegnare che le risoluzioni, ed operazioni, di lor natura utili, e profittevoli: benché siano lungamente consultate, si possono chiamare pronte, ed accelerate, figurò la pianta del gelso, che suol produrre tutt’a un tempo frondi, e frutti, col cartello: CITO SI TUTO”.

- Monsignor Paolo Aresi all’immagine del gelso, che non ha ancora prodotto i suoi primi germogli, in mezzo ad altri alberi tutti vestiti di verdi fronde e coronate di fiori abbinò il motto TEMPUS MEUM NONDUM ADVENIT “rappresentando con questa il Patriarca San Francesco, il quale amando in estremo la povertà, rifiutò tutte le delizie della terra, e tutti i beni del mondo, riservandosi a fiorire nell’altra vita”.

- “Benchè infatti il Gelso sia degli altri alberi il più prudente, come quello che più de gli altri tardi fiorisce, e meglio assicura in tal guisa i suoi germogli, ad ogni modo egli è chiamato con la voce greca: Moros, che significa pazzo; per tanto non mancò chi gli soprapose le parole dell’Alciati , Emblema 210 NOMINA FALSA GERIT, Motto tutto conveniente, a chi porta il nome contrario al genio suo, dalle sue operationi”.

Nel repertorio delle Imprese sacre del teatino Paolo Aresi si trova un’impresa dedicata a una donna: “Alla Signora Anna Morona fece parimente vera allusione il Sig. Massimiliano Stampa, con l’Impresa di uno Gelso, detto appresso di noi Morone, con un verme di quelli, che fanno la seta sopra, e il motto, SOL DI CIÒ VIVO”.

Il gelso con il motto STULTA FIT UT FIT SAPIENS fu la pianta simbolica di Maria Maddalena de’ Pazzi che, come scrive Carlo Labia nell’Horto simbolico,”se bene fosse della Famiglia de’ Pazzi, con tutto ciò per le rare sue virtù si dimostrò di quella de’ Savii, avendo saviamente sempre operato”.

Il gelso era raffigurato nell’impresa di Ludovico il Moro. Secondo quanto scrive Paolo Giovio, il potente duca milanese, ritenuto un tempo arbitro della pace e della guerra in Italia, scelse il gelso moro, sapientissimo tra gli alberi, per esaltare la sua saggezza e la sua capacità di prevedere i tempi futuri. Ma non capì che la venuta dei Francesi in Italia, da lui chiamati per battere Re Alfonso, suo nemico capitale, sarebbe stata la cagione della sua rovina. Così fu schernita la sua favolosa prudenza avendo egli concluso la sua vita nella prigione della torre di Loces, in Francia, ad esempio della miseria e vanagloria umana.

Anche i grandi alberi di gelso che, nella magnifica decorazione di Leonardo della Sala delle Asse del Castello Sforzesco, si dipartono dalle pareti fino ad estendere i rami ricchi di foglie a tutta la superficie della volta dove danno origine a un fitto pergolato dal complicato disegno, celebrano il duca Ludovico con una diretta allusione oltre che al nome anche alle qualità correlate di prudenza e di saggezza e alla simbologia politica dell’albero-colonna sul quale si regge lo Stato.

Nell’Iconologia di Cesare Ripa la PRUDENZA è rappresentata da una donna che ha in testa una ghirlanda di foglie di gelso. La DILIGENZA invece è una donna che ha nella mano sinistra un ramo di mandorlo, il primo albero a fiorire, unito a un ramo di gelso.

 

 

 
 
 

Il gelso bianco

Post n°257 pubblicato il 04 Aprile 2014 da maria_zema
 

IL GELSO BIANCO

Il Gelso bianco (Morus alba), originario della Cina, è chiamato alba perché i frutti sono bianchi anche se con la maturazione tendono a colorarsi di rosa. Le foglie del gelso bianco sono particolarmente adatte per l’alimentazione del Bombyx mori i cui bruchi, o bachi, sono allevati perché producono un bozzolo da cui si ricava la seta.

La femmina di questo lepidottero depone da 300 a 400 uova che si presentano come minuscoli granellini di papavero di colore biancastro. In commercio queste uova prendono il nome di seme bachi. Per agevolarne la schiusa in primavera le uova sono tenute in ambiente dalla temperatura opportunamente regolata in modo da far coincidere la nascita dei bachi con l’apparire delle prime foglie del gelso. Appena nati, i bruchi vengono sistemati su appositi graticci sovrapposti, in stanze ben ventilate e a temperatura costante. I bachi si sviluppano rapidamente, sono molto voraci tanto da consumare una quantità considerevole di foglia che viene data a brevi intervalli, prima tagliuzzata finemente e via via tagliata in pezzi sempre più grandi fino alla somministrazione di foglie intere e poi di rami interi. Per quanto possibile i rami debbono essere ripuliti dalle more perché, se i frutti sono acerbi, il baco non le mangia e il letto si riempie di materiale inutile che crea umidità e inquina l’aria; se le more sono molte e mature, i bachi ne mangiano anche troppe e allora i letti si riempiono in poco tempo di escrementi che mandano un puzzo insopportabile. I letti debbono essere perfettamente ripuliti ogni giorno altrimenti i bachi si ammalano e muoiono. Altri fattori che causano la morte dei bachi sono la variazione repentina della temperatura e le foglie somministrate bagnate. Dopo quattro mute, che si ripetono nell’arco di 30-40 giorni, i bachi si arrampicano su fascetti di ramoscelli appositamente preparati e cominciano a “sbavare” formando il bozzolo dentro il quale si formerà la crisalide. Questa, dopo 20 giorni uscirà dal bozzolo e, trasformata in filugello, sfarfallerà per accoppiarsi. Per utilizzare la seta dei bozzoli occorre immergerli in acqua bollente per sciogliere la sostanza collosa che tiene uniti i fili, la sericina, e poter così formare le matasse di seta greggia. Per l’allevamento artificiale si lasciano sopravvivere gli esemplari necessari alla produzione delle uova.

Una leggenda cinese attribuiva all’imperatrice Si-ling-chi , vissuta nel 2700 a.C., l’idea di allevare i bachi per produrre la preziosa seta. Per secoli i cinesi mantennero segrete le modalità di produzione di questo raffinato tessuto che dall’estremo Oriente arrivava nelle regioni occidentali attraverso la leggendaria via della seta che attraversava tutta l’Asia centrale.

Secondo alcune fonti i Romani ebbero il primo contatto con la seta quando Cesare portò con sé, al suo ritorno dall’Anatolia, alcune bandiere fatte con un tessuto sconosciuto che suscitò grande ammirazione per la sua lucentezza e morbidezza. Secondo altre fonti invece la prima occasione per i Romani di vedere un manufatto di seta furono le cangianti bandiere dei guerrieri Parti al tempo della guerra che nel 56 a.C. Marco Licinio Crasso combatté contro la Persia. Nella Roma imperiale si importava una tale quantità di tessuti di seta che il Senato emanò delle leggi per limitarne l’acquisto. Per molto tempo si credette che la seta fosse un prodotto degli alberi. Virgilio, ad esempio, riteneva che i Seri, una popolazione dell’Asia.

Secondo la tradizione, durante l’impero di Giustiniano (482-565) due monaci che avevano vissuto molto tempo in Cina portarono all’imperatore le uova del bombice del gelso che erano riusciti a nascondere dentro i loro bastoni. Col tempo in molte regioni dell’impero si potè allevare una grande quantità di bachi e produrre la preziosa seta. Per molti secoli ancora l’allevamento del baco da seta, legato alla coltivazione del gelso bianco, rimase appannaggio dei territori d’Oriente.

Quando comparvero in Europa i primi bachi da seta si cominciò a nutrirli con le foglie del gelso nero (Morus nigra) il solo, a quanto pare, che fino ad allora fosse conosciuto. Sembra che il gelso bianco sia arrivato in Europa proprio a partire dalla Calabria, portato dai Bizantini verso la fine del sec. IX. Ben presto però il gelso bianco venne introdotto in tutte le regioni temperate dell’Europa. Questo gelso offriva molti vantaggi sul precedente: si arricchiva di foglie in poco tempo e prima dell’altro e quindi permetteva di non protrarre l’allevamento del baco nella stagione calda; inoltre le sue foglie fornivano ai bruchi un’alimentazione adeguata alla produzione di una qualità di seta più confacente al gusto ricercato del tempo. Secondo alcuni, invece la qualità della seta dipendeva non solo dal tipo di alimentazione, ma anche dal grado di temperatura dei locali in cui si allevavano i bachi e dai metodi di allevamento. Un epoca di forte espansione della coltivazione del gelso bianco in territorio italiano fu il ’500. Dal sud la gelsicoltura si estese alle regioni centro-settentrionali. Furono i Normanni ad apportare importanti trasformazioni alla realtà agricola della Calabria del tempo, caratterizzata dalla tradizionale presenza di cereali, ulivi, viti, boschi ed allevamento brado, allargando la coltivazione del gelso e l’allevamento del baco da seta per sviluppare ulteriormente la sericoltura. Fecero venire dall’oriente maestranze greche specializzate nelle diverse fasi della bachicoltura e nella tessitura e manifattura della seta. Si cominciarono a produrre preziosissime stoffe tessute con filati di seta, misti ad oro e argento, che avrebbero reso famose Catanzaro, Cosenza e Reggio. Catanzaro fu celebre in particolare per il velluto, così chiamato per il suo morbido e finissimo pelo, vellus, in latino. Catanzaro era detta infatti la città delle tre V con riferimento al velluto, al vento che soffia frequentemente ed al patrono S.Vitaliano.

Gli abitanti di Catanzaro hanno sempre ricordato con orgoglio che a ricoprire le pareti del salone della reggia napoletana di Castelcapuano era stato usato uno stupendo parato di velluto verde damascato d’oro, dono dell’università della città a re Ladislao nel 1397, come attestato di ringraziamento per la demanialità ottenuta.

All’Arte della seta, così detta perché presto ebbe suoi consoli, norme e standard produttivi, Carlo V accordò molti privilegi.

Da sempre oggetto di pesanti tassazioni da parte dei governi, la produzione della seta in Calabria si avviò a una certa decadenza sul finire dell’età moderna. In Lombardia la bachicoltura e la coltivazione del gelso bianco furono sostenute da Filippo Maria Visconti e Galeazzo Maria Sforza. Il maggiore impulso fu però dato da Ludovico Sforza, che favorì l’espandersi della coltura del gelso in tutto il Ducato. L’importanza che Ludovico diede alla coltivazione del gelso fu tale che si cominciò a chiamarlo “il Moro” dal nome comune della pianta che fu raffigurata perfino nel suo stemma gentilizio. La coltura del gelso e la lavorazione della seta continuarono nei secoli successivi soprattutto nella Brianza e a Como, dove l'ampia disponibilità di corsi d’acqua poteva fornire l’energia necessaria a muovere le prime macchine.

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 

Erbario simbolico: Il salice

Post n°255 pubblicato il 11 Febbraio 2014 da maria_zema
 

Erbario simbolico: Il salice

E quando con essa [la nave] l’Oceano avrai attraversato

ecco la costa bassa e le selve di Persefone,

ecco gli alti neri pioppi e i salici che perdono i frutti:

là tu approda con la nave, sull’Oceano dai gorghi profondi,

e scendi nelle case putrescenti dell’Ade.

Omero, Odissea, XI, 508-512

Omero chiama i salici olesíkarpos, alberi che perdono i frutti, associandoli alla dea Persefone, regina del tenebroso mondo dei defunti. Per raggiungere il regno delle ombre e interrogare Tiresia, il solo tra i morti a cui la severa Persefone concedeva il dono della profezia, Circe rivela ad Ulisse che deve cercare il bosco di pioppi e di salici, sacro alla dea, in cui si trova la porta degli Inferi. L’affresco di Polignoto a Delfi raffigurante la discesa di Ulisse nell’oltretomba, tra gli eroi avvolti nella penosa atmosfera della morte mostrava Orfeo, così come è descritto da Pausania, seduto su un’altura, con la sua lira nella mano sinistra e dei rami di salice nella mano destra. Sembra, commenta Pausania, che Polignoto abbia voluto rappresentare il bosco sacro di Proserpina di cui parla Omero, piantato a salici e pioppi.

A Ea, nella Colchide, Giasone, come si legge nelle Argonautiche di Apollodoro Rodio, dovette attraversare un cimitero piantato a salici durante il viaggio intrapreso assieme ai suoi compagni Argonauti per compiere l’impresa più famosa dell’antichità, la conquista del vello d’oro del magico montone. Sui salici, secondo l’usanza del luogo, erano esposti i cadaveri avvolti in pelli di bue non conciate perché gli uccelli da preda li divorassero in quanto gli abitanti della Colchide seppellivano soltanto le donne.

Il salice fu sacro in particolare a Ecate, la dea dalla figura triadica associata alla Luna ed alle sue fasi. Secondo la Teogonia di Esiodo nel Pantheon divino Ecate godeva di una dignità superiore, aveva potere supremo sul cielo, sulla terra e sul Tartaro, e perfino lo stesso Zeus la onorava. Gli Elleni diedero preminenza alla sua forza distruttrice a scapito della sua forza creatrice e infine essa fu invocata soltanto nei riti clandestini di magia nera.

L’iconografia la rappresentava, soprattutto nelle statue messe a protezione dei luoghi dove si incrociavano tre strade, con la testa di leone, di cane e di giumenta.

Nel famoso idillio di Teocrito Le incantatrici l’innamorata tradita che si prepara a compiere le sue pratiche magiche per vendicarsi del suo innamorato infedele invoca proprio Ecate sotterranea, che atterrisce anche i cani, quando avanza fra le tombe dei morti e il nero sangue, affinché l’assista nella preparazione dei suoi filtri.

Caro ad Ecate era il Iynx torquilla, che nidificava sul salice. Questo uccellino, poco più lungo di un passero domestico, dal piumaggio grigio picchiettato da macchie brunastre, è chiamato torcicollo per la sua particolare caratteristica di poter girare completamente la testa all’indietro mentre il resto del corpo rimane immobile, come avviene nei serpenti. Antiche credenze legate alla magia amorosa riguardavano il torcicollo che Pindaro chiama “uccello del delirio”, perché suscitatore di irrefrenabili passioni amorose. Si raccontava infatti che la dea dell’amore Afrodite, per affascinare Medea e farla innamorare di Giasone, avesse legato un torcicollo ai quattro raggi di una piccola ruota. Era nato così il famoso strumento che le fattucchiere, pronunciando formule magiche, facevano girare vorticosamente durante gli atti rituali degli incantesimi d’amore. Ma Iynx era anche la maga figlia della Ninfa Eco e di Pan che, come si legge in Callimaco, aveva fatto un incantesimo a Zeus perché si unisse a lei e per questo era stata trasformata nell’omonimo uccello dalla gelosa moglie di Giove, che si era così vendicata.

A Sparta si adorava il simulacro di Artemide che Oreste aveva portato con sé dalla Tauride e nascosto in un boschetto di salici quando divenne re di Sparta. Per secoli, si raccontava, la statua fu dimenticata finché due principi della casa reale, capitati per caso nel boschetto, impazzirono vedendo quell’orrenda statua avviluppata nei rami di salice che la tenevano ritta, da cui i suoi appellativi di Ortia e Ligodesma. Appena la statua fu portata in città, tra i devoti della dea si scatenò una funesta ostilità e si arrivò all’assassinio. Molti uomini furono uccisi sull’altare della dea e molti altri perirono a causa di un morbo mortale. In seguito a ciò, per propiziarsi la dea, nel rispetto di un oracolo che aveva ordinato di bagnare con sangue umano l’altare di Artemide, ogni anno gli Spartani sorteggiavano una vittima e la sacrificavano irrorando l’altare della dea con il suo sangue. Licurgo proibì questo rituale e al sacrificio sostituì la flagellazione degli efebi. Una sacerdotessa assisteva a questo rito tenendo in mano la statua che, date le sue piccole dimensioni, era molto leggera. Ma se capitava che gli addetti alla fustigazione, per riguardo alla bellezza o al rango di un efebo, lo battessero con qualche cautela, allora la statua, avida di sangue umano fin dal tempo dei sacrifici in Tauride, si faceva improvvisamente pesantissima e la sacerdotessa, reggendola a stento, ne dava la colpa ai fustigatori. A giudicare da analoghi riti primitivi di fertilità praticati in altre regioni del Mediterraneo, scrive George Graves, la vittima, legata al simulacro della dea con cortecce di salice impregnate di magici influssi lunari, era frustata finché i flagelli provocavano una reazione erotica e il flagellato eiaculava, fertilizzando la terra con sperma e sangue.

Il salice più conosciuto è sicuramente il salice piangente (Salix babylonica). I suoi rami penduli, spesso così lunghi da raggiungere il terreno, sono il simbolo della malinconia e del ricordo nostalgico. Per molto tempo si pensò che fosse il salice di Babilonia di cui si parla nel famoso Salmo della Bibbia e questo è il motivo del nome che gli diede Linneo.

Il poeta Alfred De Musset lasciò ai suoi amici un ultimo desiderio:

O miei amici quando sarò morto

d’un salice ornerete la mia tomba:

m’è dolce il suo pallore: e la sua ombra

lieve sarà alla terra del mio sonno.

Gli amici rispettarono la sua volontà e fecero piantare un salice piangente accanto alla sua tomba.

In senso figurato si usa chiamare salice piangente una persona facile alla commozione.

 

 

 
 
 

Il pero

Post n°254 pubblicato il 25 Novembre 2013 da maria_zema
 
Tag: Il pero

Il pero lunare

…Il pero (Pirus communis) era consacrato in età arcaica alla luna e successivamente alla dea Era, sposa di Zeus, la cui statua nell’Heràion di Micene era scolpita nel legno di questo albero. Ma lo si considerava anche sacro ad Atena, quale dea della Morte che nel suo santuario di Tebe era detta Onca, nome preellenico del pero. Per la forma del frutto, che rammentava vagamente quella del ventre femminile, veniva associato ad Afrodite e considerato un simbolo erotico.

   Essendo emblema di Fecondità, quando Giambattista Marino volle descrivere Priapo, il dio osceno degli orti, scrisse questi versi che rammentano l’Arcimboldo:

D’un gran popone è fabbricato a spicchi

ne il globo della testa.

Due pome casolane

dipinte di un rossor ridente fresco

compongono le guance.

Ufficio d’occhi e di palpebre fanno

due nespole acerbette

fra cui di naso in vece

grossa e piramidal pera discende.

   Fino a non molto tempo fa nel cantone svizzero di Argovia si piantava un melo quando nasceva un maschio, e un pero se vedeva la luce una bambina: il bimbo o la bimba – si diceva – cresceva o deperiva con il suo albero. Il suo candido fiore è invece simbolo di Lutto in Cina dove il bianco è un colore funebre.

   Fin dal Medioevo nell’immaginario occidentale ha assunto anche un aspetto sinistro, forse a causa del legno che marcisce facilmente e si spezza, o per i vermi che ne amano il frutto. Il Cacciatore gobbo, protagonista di una leggenda svizzera che si racconta fra Wildegg e Lupifg, giocava ai passanti scherzi maligni dall’alto di un pero selvatico al quale infine s’impiccò.

   In Turingia si narra invece di una vacca fiammeggiante che dapprima si mutò in un pero e poi in una vecchia. In realtà questa leggenda allude alle tre stagioni dell’anno: l’estate-vacca fiammeggiante diventa un pero in autunno e infine una vecchia simbolo della Sterilità della natura durante l’inverno.

   Al pero è associato tradizionalmente l’orso che sarebbe ghiotto dei suoi frutti. Questa sua predilezione ha ispirato due proverbi toscani: “Chi divide le pere con l’orso n’ha sempre men che parte” e “Sarà quest’anno di molte pere, diceva l’orso, perché n’harebbe volute””. L’ultimo, riferito dal Poliziano, sintetizza l’atteggiamento di chi fa previsioni non sulla base di dati reali, ma proiettando nel futuro i suoi desideri.

Detti, proverbi e usanze.

Nel Settecento le pere divennero anche dolci “da passeggio”. Per le vie un ambulante con un calderone, il peracottaro, le vendeva cotte, ricoperte di caramello e infilzate su un bastoncino per poterle mangiucchiare per la strada.

   Alle pere sono dedicate anche altri detti e proverbi: “quando la pera è matura casca da sé”, traduzione del latino “Pira dum sunt matura, sponte cadunt” e: “Una pera fradicia ne guasta un monte”, traduzione di “Pomum compuctum cito corrumpit sibi iunctum”, che simbolicamente allude alla facilità con cui si trasmettono vizi e corruzioni nella società. Il più celebre ammonisce infine: “Al contadino non far sapere quant’è buono il cacio con le pere”.

A. Cattabiani, Florario. Miti, leggende e simboli di fiori e piante. Milano 1996, pp. 367-68.

 

 

 
 
 
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