Creato da maria_zema il 30/12/2010

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Apollo, il dio dell'alloro

Post n°300 pubblicato il 02 Settembre 2016 da maria_zema
 

1. Apollo, il dio dell’alloro

Secondo la Genealogia esiodea, Apollo era figlio di Zeus, re degli dèi, e di Leto

azzurropeplo, dolcissima sempre,

benigna agli uomini e agli dèi immortali,

dolcissima dal principio, la più soave in Olimpo.

[...]

Leto, Apollo e Artemide arciera

amabile prole fra tutti i discendenti di Urano

generò, unita all’amore di Zeus egioco.

(Esiodo, Opere e giorni, 406-407; 918-920)

In Grecia il culto del dio Apollo risaliva a tempi remoti. La sua figura emerge compiutamente nei versi, attribuiti ad Omero, dell’Inno ad Apollo, in cui sono ricordati la nascita del dio a Delo, i suoi prodigi a Crisa nella Troade, l’uccisione del serpente Pito, la punizione inflitta alla ninfa Telfusa che aveva osato ingannarlo, la ricerca di un luogo a lui sacro, la sua trasformazione in delfino per guidare verso Crisa, il porto dove poi sarebbe sorto il santuario di Delfi, la nave di marinai cretesi scelti quali primi custodi e sacerdoti del suo santuario. L’inno si apre con l’arrivo nel pantheon olimpico del dio dall’arco d’argento, ammirato e temuto dagli dèi immortali:

Non dimenticherò di cantare Apollo arciere,

al cui arrivo tremano gli dèi nella casa di Zeus:

quando si avvicina, balzano in piedi

tutti dai troni, quando tende l’arco luminoso.

Soltanto Leto rimane accanto a Zeus, signore del fulmine:

allenta la corda e chiude la faretra,

con le sue mani toglie dalle forti spalle

l’arco e lo appende alla colonna del padre,

a un chiodo d’oro; poi fa sedere il dio su un trono.

Il padre gli offre nettare in una coppa d’oro,

salutando il caro figlio; allora gli altri dèi

tornano ai loro posti, e gioisce l’augusta Leto,

perché ha generato un figlio forte, abile arciere.

(Inno ad Apollo, 1-13).

La maestà e la potenza del dio, invocato con l’appellativo di Febo (puro, purificatore), mettono in difficoltà il poeta che non sa scegliere quale tra gli aspetti della sua divinità o quale momento della sua storia cantare:

Come ti canterò, se mille sono i tuoi canti?

Dovunque infatti per te c’è terreno di gloria, Febo,

sia sulla terraferma che nutre vitelle sia nelle isole.

(ibidem, 19-21).

L’inno prosegue con il racconto della peregrinazione di Leto alla ricerca di una terra disposta ad offrirle una casa per il figlio che stava per nascere, ma nessun luogo accettò di ospitarla per timore della potenza del nuovo dio. Infine, la dea si fermò nell’arida Delo a cui promise la ricchezza e il benessere per i suoi abitanti qualora sull’isola fosse stato edificato un tempio in onore di Apollo arciere. Anche Delo esitò perchè, avendo sentito dire che sarebbe nato un dio indomabile e violento, temeva che egli, non gradendo la natura rocciosa dell’isola, la facesse sprofondare nel mare per cercare una terra più idonea per fondarvi un tempio circondato da boschi sacri. Allora Leto, chiamando a testimoni la terra, il cielo e l’acqua dello Stige, giurò che a Delo ci sarebbe stato per sempre un santuario di Febo e un altare odoroso e finalmente l’isola si rallegrò per la nascita dell’arciere divino. Per nove giorni e nove notti Leto, assistita da Dione e Rea, da Temi e Anfitrite a da altre dee immortali, fu trafitta da doglie disperate. Solo Ilizia, la dea che procurava il travaglio e rendeva possibile il parto, non accorse premurosa ad assisterla perché per volontà di Era, che per invidia la teneva in disparte, non sapeva dell’imminente nascita di Apollo. Allora dall’isola le dee inviarono Iride, la messaggera degli dèi, in cerca di Ilizia, raccomandando che non si facesse notare da Era perché questa non distogliesse Ilizia dall’accorrere in aiuto della partoriente. Così l’inno descrive la nascita di Apollo:

Quando Ilizia, la dea del travaglio, arrivò a Delo,

Leto fu presa dalle doglie e si apprestò a partorire.

Cinse con le braccia la palma, puntò le ginocchia

sul tenero prato,e sorrise la terra di sotto:

il dio uscì fuori alla luce, e le dee gridarono tutte.

Allora, Febo arciere, le dee ti lavarono con l’acqua limpida,

secondo il rito purificatorio, e ti avvolsero in un drappo bianco,

sottile e intatto: intorno posero un nastro d’oro.

Apollo dalla spada d’oro non fu allattato dalla madre,

ma Temi gli versò con le mani immortali nettare

e ambrosia squisita: Leto era piena di gioia,

perché aveva generato un figlio forte, armato d’arco.

(ibidem, 115-126).

Nutrito con il cibo degli dèi, Apollo, già adulto poiché gli dèi crescono in fretta, annunciò i principali attributi della sua divinità mentre l’intera isola risplendeva per la gioia di essere stata scelta dal dio:

“Saranno mia prerogativa la cetra e l’arco ricurvo,

e vaticinerò agli uomini l’infallibile volontà di Zeus».

Così dicendo, mosse dall’ampia terra

Febo, l’arciere dai capelli intonsi; erano stupefatte

tutte le immortali, e l’intera Delo si copriva d’oro,

contemplando il figlio di Zeus e di Leto,

lieta che il dio fra tutte le isole e le terre l’avesse scelta

come sua casa e l’avesse preferita nel cuore:

fioriva d’oro come la cima di un monte si copre di gemme.

(ibidem, 131-139).

Così Delo, la più piccola delle Cicladi, un isolotto roccioso nelle acque del mar Egeo, che la fantasia degli antichi fece diventare la magica culla del dio della luce, divenne un importante centro del culto di Apollo. In suo onore periodicamente gli Ioni delle isole e delle coste asiatiche vicine, insieme ai figli e alle nobili spose, si riunivano a Delo per partecipare a gare poetiche e sportive e per celebrare cerimonie religiose, tra cui la splendida festa detta panegyris durante la quale erano cantati gli Inni e in cui si esibiva il famoso coro delle Deliadi. Dopo aver celebrato, Apollo, Leto e Artemide, le sacerdotesse di Apollo intonavano un canto che rammentava gli eroi e le donne dei tempi antichi modellando le voci con una capacità mimetica così sorprendente da consentire al canto di riprodurre perfettamente voci e accenti di ogni uomo tanto che ognuno avrebbe potuto credere d’essere lui stesso a parlare o a cantare. A queste adunanze degli Ioni fa riferimento Tucidide che scrive:

Anche anticamente si riuniva a Delo una numerosa adunanza di Ioni, di Ateniesi e di isolani dei dintorni. Venivano alla festa con le donne e i figli [...]; vi si organizzava una gara ginnica e musicale, e le città offrivano cori.

(Tucidide, La guerra del Peloponneso, III, 104, 3).

Si legge ancora in Tucidide che, in seguito ad una purificazione, a Delo fu interdetto morire e partorirvi perciò i moribondi e le partorienti erano trasferiti nell’isola di Renea, così vicina che Policrate, tiranno di Samo, dopo la conquista delle Cicladi, offrì l’isola ad Apollo legandola a Delo con una catena. Dopo la completa purificazione dell’isola, per la prima volta gli Ateniesi organizzarono le feste Delie, fissandone la ricorrenza ogni quattro anni.

L’inno descrive poi gli amori di Apollo e il suo lungo errare alla ricerca di un luogo adatto alla fondazione del suo oracolo. Dall’Olimpo, dopo aver attraversato molte regioni, il dio arrivò a Telfùsa, una fonte calda della Beozia e questo luogo gli piacque e vi gettò le fondamenta del suo tempio. Ma la ninfa del luogo, Telfùsa, lo dissuase e lo convinse ad edificare il suo tempio a Crisa. Con impeto veloce Apollo, dopo aver appena toccato la città dei Flegii selvaggi, si fermò a Crisa, sotto le nevi del Parnaso, su una cresta rivolta ad occidente, su cui incombeva una rupe e davanti alla quale si allargava un’aspra valle incavata. È il luogo in cui Apollo decise di

fondare un bellissimo tempio

che serva da oracolo per gli uomini, i quali sempre

mi porteranno qui perfette ecatombi.

Tutti verranno a interrogarmi, quanti abitano

sia il Peloponneso fecondo, sia l’Europa e le isole

cinte dal mare. A tutti io darò consigli

veritieri, vaticinando nel ricco tempio.

(Inno ad Apollo, 287-293).

Prima però, con il suo arco possente, uccise la dragonessa che custodiva il luogo, un grande mostro selvaggio e vorace, vero flagello per gli uomini mortali. L’inno termina con il racconto della fondazione del culto di Apollo Delfinio e del reclutamento dei primi sacerdoti che celebreranno i riti ed annunceranno i vaticini del dio, mentre l’alloro sacro, posto nell’adyton del tempio, agiterà le sue fronde:

Poi Febo Apollo meditò nel suo cuore

quali uomini dovesse prendere come sacerdoti,

perché celebrassero i riti a Pito rocciosa.

Mentre rifletteva, vide sul mare bluastro

una nave veloce, e sopra di essa molti uomini egregi

Cretesi di Cnosso minoica (sono quelli che celebrano

i sacri riti del dio e annunciano i responsi

di Febo Apollo dalla spada d’oro, qualunque cosa egli

profetizzi accanto al lauro, nelle gole del Parnaso.

(ibidem, 388-396).

Assunto l’aspetto di un enorme delfino, Apollo saltò a bordo della nave e si fermò sul ponte, grande e terribile mentre i marinai rimasero in silenzio, pieni di paura. La nave, non obbedendo più al timone, navigò per una nuova rotta guidata dal dio e arrivò al porto di Crisa luminosa. Apollo, ripreso il suo aspetto divino, invitò i Cretesi a sbarcare e spiegò loro che erano stati scelti per essere i custodi del suo tempio, che sarebbe servito da oracolo per gli uomini. Profetizzò il dio:

Conoscerete i pensieri degli immortali, e per loro volere

sarete sempre onorati, giorno per giorno, in eterno.

[...]

Prima io sul mare velato di nebbia

balzai nella nave veloce in forma di delfino;

così invocatemi con l’epiteto di Delfinio: anche l’altare

sarà chiamato delfico, e sarà famoso in eterno.

(ibidem, 484-485; 493-496).

Il mito delfico raccontava che Apollo, al principio dell’inverno, si allontanava dal suo tempio per ritirarsi presso il misterioso paese degli Iperborei e ritornare poi al principio della primavera, salutato dai canti sacri. Durante la sua assenza era il dio Dioniso a sostituirlo nel tempio. Nel periodo del suo soggiorno presso il favoloso popolo, che non conosceva la malattia né la vecchiaia ed al quale erano ignote fatiche e lotte, Apollo si dilettava, nei giorni in cui si celebravano le sue feste e si sacrificava a lui sulle are e le frondi lucenti dell’alloro ornavano il capo dei lieti banchettanti, ad ascoltare i cori delle vergini accompagnate dal suono delle lire e dei flauti, come ricorda Pindaro:

Né la Musa è bandita dai loro costumi;

e ovunque volgono cori di vergini e voci

di lire e squilli di flauti,

e cinti le chiome d’auree fronde d’alloro

banchettano giocondamente.

 

(Pindaro, Pitica, X).

 
 
 

Apollo, il dio dell'alloro

Post n°299 pubblicato il 02 Settembre 2016 da maria_zema
 

2. Apollo, il dio dell’alloro

 

Nel corso dei secoli il culto di Apollo si diffuse straordinariamente dall’Oriente all’Occidente ed alla sua divinità si aggiunsero nel tempo forme, funzioni e competenze sempre più complesse. Come racconta Omero nell’Iliade, il dio, orgoglioso e crudele, poteva colpire col suo arco micidiale provocando terribili pestilenze e seminando morte e desolazione. Questo è l’Apollo che, ascoltando la supplica del suo sacerdote Criseide, oltraggiato dai Greci, fece volare per nove giorni i suoi strali pestiferi nel campo greco:

«Ascoltami, dio dell’arco d’argento [...]»

Così disse pregando, e Febo Apollo l’udiva:

scese dalle vette d’Olimpo, irato nel cuore,

portando sulle spalle l’arco e la faretra ben chiusa.

Risuonavano i dardi sulle spalle del dio adirato

al suo passo, e veniva avanti come la notte.

Lontano dalle navi, si abbassò e lanciò una freccia:

un tintinnio terribile venne dall’arco d’argento.

Prima colpì i muli ed i cani veloci,

poi scagliò contro gli uomini le frecce aguzze,

e sempre bruciavano fittissimi roghi di morti.

(Omero, Iliade, I, 37; 43-52).

Formidabile per le sue frecce, il luminoso dio lungisaettante era pronto, ogni volta che occorreva punire l’arroganza e la presunzione oppure far trionfare la giustizia, a tendere il suo arco ed a colpire con le sue infallibili frecce. Fu spietato con il satiro Marsia, famoso suonatore di flauto, punito per la presunzione di aver creduto di poter vincere il dio in una gara musicale. Apollo gli strappò la pelle da tutto il corpo mentre il sangue stillava dappertutto e i muscoli restavano allo scoperto. Si raccontava anche la punizione inflitta al famoso re Mida che, dopo aver ricevuto in dono la facoltà di trasformare in oro tutto ciò che toccava, odiando la ricchezza, viveva in campagna onorando il dio Pan, il dio silvestre che si vantava della sua bravura nel modulare melodie con la sua zampogna di canne e un giorno aveva osato disprezzare i canti di Apollo esaltando i propri e lo aveva sfidato in un’impari gara. Nelle Metamorfosi Ovidio narra il celebre episodio e, con pochi versi, crea la magica atmosfera della natura silenziosa in attesa di ascoltare il canto della cetra di Apollo, che appare in tutta la sua magnificenza, coronato d’alloro. Come giudice di gara era stato scelto il vecchio genio dello Tmolo che, assiso sulla sua montagna

si scostò gli alberi dalle orecchie; la sua capigliatura azzurrognola restò cinta soltanto di quercia, con ghiande pendenti sulle cave tempie. Quindi rivolto al dio delle greggi disse: «Il giudice è pronto: si cominci pure». E Pan si mise a soffiare nell’agreste zampogna, incantando Mida, che per caso era lì, col suo barbarico canto.

Quando Pan ebbe finito, il sacro Tmolo girò il suo volto verso il volto di Febo; e tutti i suoi boschi si girarono, insieme al suo sguardo. Febo, col capo biondo incoronato di alloro del Parnaso, spazzava il suolo col suo mantello impregnato di porpora di Tiro, e con la sinistra reggeva la cetra tutta intarsiata di gemme e avorio indiano; nell’altra mano teneva il plettro. Anche la posa era da artista. E ora col pollice aperto sollecitò le corde con tal bravura, che lo Tmolo, affascinato da tanta dolcezza, dichiarò che Pan con la sua zampogna era battuto (Ovidio, Metamorfosi, XI, 157-171).

Tutti accettarono il giudizio del sacro monte, solo Mida espresse un parere contrario al verdetto e allora il dio della musica punì le stolte orecchie di Mida trasformandole in orecchie d’asino. Mida riuscì a nascondere le lunghe orecchie sotto il berretto frigio, ma il suo barbiere si accorse della deformità e, benché il re gli avesse proibito di svelare il suo segreto, pena la morte, provò l’irresistibile tentazione di parlare. Il barbiere scavò dunque una buca sulla riva di un fiume e, dopo essersi assicurato che non ci fosse nessuno, sussurrò dentro la buca il suo segreto e la riempì di sabbia, convinto che le sue parole non potessero uscire. Ma un giunco spuntò proprio da quella buca e sussurrò il segreto a tutti quelli che passavano sulla riva del fiume. Quando Mida seppe che la sua vergogna era sulla bocca di tutti, condannò a morte il barbiere.

Ma Apollo non era soltanto il terribile spargitore di peste, come nell’Iliade, era anche Peana, dio delle guarigioni, padre di Esculapio dio della medicina, e Sotere, salvatore, perché allontanava dal male. Licio era un altro appellativo di Apollo, collegato al mito del re Danao che aveva dedicato al dio il famoso tempio di Apollo Lupo convinto che, sotto le spoglie di un lupo, Apollo lo avesse aiutato a conquistare il trono di Argo. Ma, secondo il Graves, Apollo Licio significa forse “Apollo della Luce” più che “Apollo Lupo” anche se i due concetti sono in rapporto tra loro perché i lupi hanno l’abitudine di ululare alla luna piena. Dal pesce a lui sacro Apollo era detto anche Delfinio e Parnopio, da parnops, cavalletta, perché difendeva le messi dalle cavallette. Del grande Fidia esisteva un’opera giovanile, l’Apollo Parnopio, citata da Pausania tra le statue collocate sull’Acropoli. Molte leggende riferibili agli effetti della luce e del calore del sole avevano come protagonista Apollo. Egli era adorato anche con il nome di Thargelios, il calore che fa maturare i frutti della terra e da qui il nome di Targelione al mese di maggio. Ma il sole estivo può anche essere dannoso per la vegetazione e gli animali e, forse, espressione di questa condizione era il mito di Giacinto, il giovane dalla straordinaria bellezza di cui Apollo si era innamorato. Ma anche il Vento dell’ovest si era invaghito di Giacinto e un giorno, mentre Apollo stava insegnando al fanciullo come si lancia il disco, il Vento, accecato dalla gelosia, fermò il disco a mezz’aria e lo mandò a sbattere contro la testa del giovane, uccidendolo. Dal suo sangue nacque il fiore del giacinto, su cui si vedono le lettere iniziali del suo nome.

Dal dio, rivelatore del logos, gli uomini ricevevano le leggi morali di derivazione divina. I suoi oracoli guidarono le migrazioni dei coloni, indicarono le modalità nel tracciare le fondamenta delle nuove città e ispirarono buone leggi. Erodoto scrive che si diceva che fosse stata la Pizia, sacerdotessa di Apollo, a suggerire a Licurgo le leggi che per 500 anni regolarono la vita di Sparta, Durante il periodo di una corrente migratoria di greci (VIII-VI sec. a.C.) che determinò la fondazione di molte nuove città, l’oracolo delfico di Apollo ebbe un ruolo notevole nelle decisioni prese dai colonizzatori. Diodoro scrive che nel 743 a.C. alcuni esuli calcidesi, si recarono a consultare l’oracolo per avere consigli sulla scelta di un luogo adatto alla fondazione di una nuova città. La sacerdotessa rispose che la nuova città doveva sorgere nel luogo dove una femmina si univa ad un maschio, nel punto in cui l’Apsias, il più sacro dei fiumi, si gettava nel mare. I coloni seppero interpretare il responso perché si fermarono nel posto dove c’era una vite avviluppata ad un fico selvatico e fondarono la città di Reggio Calabria. Anche la città di Crotone fu fondata in seguito ad un oracolo delfico come ricorda lo stemma della città che riporta il trìpode delfico che già appariva sulle prime monete crotoniate risalenti al VI secolo a.C.

Anche nell’Inno ad Apollo di Callimaco è ricordato il legame tra il dio e l’alloro:i devoti si trovano davanti al tempio dal quale probabilmente sta per uscire un simulacro del dio. Il suo arrivo è annunciato dallo stormire delle foglie dell’alloro, tradizionalmente considerato segno della presenza della divinità, dal canto del cigno e dalla magica apertura delle porte del tempio mentre il coro si prepara a cantare le lodi e le virtù del dio. Così i versi, nella traduzione di G. B. D’Alessio:

Come ha vibrato l’alloro, virgulto di Apollo!

Come ha vibrato l’intero santuario! Lontano, lontano, ogni empio!

Ecco, la porta col bel piede certo colpisce.

Non vedi? Ha accennato dolcamente col capo la palma di Delo

all’improvviso, e nell’aria risuona il bel canto del cigno.

Da soli, chiavistelli, volgetevi nelle porte

e da sole, voi spranghe: non è lontano ormai il dio.

E preparatevi, giovani, il coro e la danza.

Apollo non appare a tutti, ma solo a chi eccelle.

Chi l’ha visto è grande, chi non l’ha visto è meschino:

noi vedremo, o Lungisaettante, e mai saremo meschini.

[...]

D’oro Apollo ha la veste e la spilla,

la lira e l’arco di Litto e la faretra,

d’oro anche i sandali. È ricco d’oro Apollo

e ricco di beni: osservando Pito lo puoi giudicare.

Ed è sempre bello e sempre giovane: mai a Febo

giunse neanche un po’ di peluria sulle guance femminee.

Le chiome gocciano al suolo olii odorosi.

Non unguento stillano ad Apollo le ciocche,

ma Guarigione stessa: e nella città in cui quelle

stille cadono a terra, intatto tutto rimane.

Nelle arti nessuno è versatile quanto Apollo;

a lui appartiene l’arciere; a lui l’aedo

(Febo infatti dell’arco è custode e del canto),

a lui i profetici ciottoli e gli indovini: da Febo

i medici hanno appreso a ritardare la morte.

(Callimaco, Inno ad Apollo, vv. 1-11; 32-46).

 

 

 

 
 
 

Apollo, il dio dell'alloro

Post n°298 pubblicato il 02 Settembre 2016 da maria_zema
 

3. Apollo, il dio dell’alloro

In epoca classica la filosofia, la musica, la poesia, la matematica, la medicina e la scienza erano sotto la protezione di Apollo. Nemico della barbarie, il dio predicava la moderazione in ogni cosa e le sette corde della sua lira, che corrispondevano alle sette vocali del tardo alfabeto greco, avevano un significato mistico ed erano usate per suonare musica terapeutica. Il dio fu detto anche Musagete perché era capo e guida delle Muse, protettrici delle arti a cui i greci riconoscevano un valore divino di verità. Pindaro dà una bella descrizione del suono divino della cetra apollinea, che guida i canti e la danza, ricordando come a quel suono il fulmine si spenga e l’aquila, vinta dal ritmo, si addormenti sullo scettro di Zeus:

Cetra d’oro, tra Febo e le Muse dai riccioli viola

tesoro indiviso, che induci

i passi alla danza, principio di festa,

e i cantori secondano i segni

quando propaghi percossa gli accordi

dei preludi ai cori seguaci;

e spegni dal fuoco perenne la folgore astata:

dorme sullo scettro di Giove

l’aquila, sui fianchi

abbandonate le ali veloci,

sovrana degli uccelli, cui il capo

grifagno avvolgevi d’una nuvola buia

che serra le palpebre soave;

e arca il madido dorso

nel torpore, vinta dalle tue onde.

(Pindaro, Pitica, I).

Sulla cetra di Apollo, Pausania, nella sua Guida antiquaria e artistica della Grecia, scritta tra il 160-170 d.C., in cui rievoca con cura i miti legati ai luoghi ed ai monumenti, riporta questa curiosa leggenda: nella città di Megara c’era la pietra su cui Apollo aveva deposto la sua cetra mentre aiutava a costruire le mura della città. Se colpita da un sasso, la pietra risuonava come una cetra che veniva pizzicata.

Sembra che il culto di Apollo sia stato introdotto in Roma prima della fine dell’epoca regia. All’epoca di Augusto, il dio romano aveva assunto le caratteristiche di Apollo-Febo, dio del Sole, splendente di luce e di forza spirituale e profetica. La protezione di Apollo, nume tutelare dei valorosi Troiani, dei quali i Romani si consideravano discendenti, accresceva il prestigio e l’autorità della figura di Augusto. Ovunque Apollo apparve come il genio familiare di Augusto. Svetonio, ad esempio. afferma di avere letto nei Teologùmenoi di Asclepìade di Mende che Augusto era considerato figlio di Apollo a seguito di una strana vicenda accaduta alla madre Azia che, arrivata in piena notte nel tempio per assistere ad una solenne cerimonia in onore di Apollo, dopo aver fatto deporre nel tempio la lettiga, mentre le altre donne già se ne tornavano a casa, si addormentò e un serpente improvvisamente scivolò fino a lei, e poco dopo uscì; Azia, svegliatasi, si purificò, come dopo aver fatto l’amore con suo marito; e sùbito sul suo corpo comparve una macchia, come se vi fosse stato dipinto un serpente, macchia che non si poté mai più cancellare, tanto che da allora dovette astenersi per sempre dai bagni pubblici. Dopo nove mesi nacque Augusto, che per questo fu ritenuto figlio di Apollo. Nella notte successiva all’incontro di Azia con il serpente, scrive ancora Svetonio, il marito Ottavio ebbe l’impressione di vedere il figlio in aspetto più maestoso di un semplice mortale: con il capo cinto da una raggiante corona, in mano il fulmine, lo scettro attributi  di Giove Ottimo Massimo, stava su un carro ornato di alloro, tirato da sei coppie di cavalli di abbagliante candore. In ringraziamento della protezione avuta nelle sue prime imprese, Augusto innalzò al dio della luce, sul Palatino, a fianco della sua domus, in quel settore del suo palazzo che gli aruspici avevano detto essere rivendicato a sé dal dio perché era stato colpito dal fulmine, un tempio di marmo splendente in cui fece collocare tre statue di grandi maestri greci: Apollo di Scopa, Latona di Cefisòdoto e Diana di Timòteo. Nel basamento della statua di Apollo, riposti in teche dorate, furono deposti i Libri Sibillini che erano conservati nel temipo d Giove sul Campidoglio. Anche il fuoco sacro a Vesta, che in tempi arcaici si trovava proprio sulla cima del Palatino, fu trasferito nel tempio. In occasione dei ludi saeculares del 17 a.C. Orazio scrisse il celebre Carme secolare in lode di Apollo e della sorella Diana. Le strofe che compongono il carme furono cantate alternativamente da 27 fanciulli e 27 fanciulle patrimi e matrimi, cioè coi genitori viventi, sul Campidoglio davanti al tempio di Giove. Nelle opere letterarie frequentissima è l’invocazione ad Apollo come ispiratore di ogni bellezza poetica come fa Dante, all’inizio del Paradiso:

O buono Appollo, a l’ultimo lavoro

fammi del tuo valor sì fatto vaso,

come dimandi a dar l’amato alloro.

(Dante Alighieri, Paradiso, I, 13-15).

Apollo era un magnifico soggetto per l’arte statuaria. Specialmente la scuola di Atene, di cui i massimi esponenti furono Scopa e Prassitele, rappresentava il dio come un bellissimo giovane vigoroso, spesso nudo, talvolta coperto da una morbida veste e coronato d’alloro. Scopa scolpì un Apollo citaredo di eccezionale bellezza e Prassitele un Apollo in atteggiamento nuovo, nell’atto cioè di uccidere una lucertola: Per molti, la più bella statua raffigurante il dio è l’Apollo del Belvedere, che si trova nei Musei Vaticani, una copia romana risalente al 130-140 d.C. di un originale greco. Nel Museo di Villa Giulia, a Roma, si può ammirare l’Apollo di Veio, una statua di terracotta policroma, celebre per il suo sorriso, capolavoro dell’arte etrusca.

 

 

 

 

 

 

 
 
 

Alloro vittorioso

Post n°297 pubblicato il 20 Maggio 2016 da maria_zema
 

quando davanti al suo cocchio come prede di guerra,

porterà con l’alloro in capo

le spoglie delle città conquistate;

e il soldato, cinto d’alloro agreste,

canterà a gran voce: “Evviva, trionfo”.

 

(Tibullo, Elegie, II, 5)

 
 
 

Alloro vittorioso

Post n°296 pubblicato il 20 Maggio 2016 da maria_zema
 

1. Alloro vittorioso.

I Romani consideravano l’alloro un simbolo di vittoria. Scrive Plinio:

        L’alloro è in se stesso portatore di pace perché, brandito anche tra i nemici armati, è simbolo di tregua. Messaggero soprattutto di gioie e di vittorie per i Romani, esso è congiunto alle lettere, alle lance e ai giavellotti dei soldati e adorna i fasci dei comandanti. Prendendolo dai fasci lo si depone sulle ginocchia di Giove Ottimo Massimo, ogni volta che una nuova vittoria abbia apportato gioia, e questo non perchè è una pianta sempreverde e pacifica – sotto questi due aspetti l’olivo gli è preferibile - ma perché esso cresce particolarmente rigoglioso sul monte Parnaso e, conseguentemente lo si ritiene caro ad Apollo. (Plinio, Storia naturale, XV, 133-134).

Il fascio, formato da 30 verghe di olmo, secondo Plauto, o di betulla, secondo Plinio, lunghe circa m. 1,50 legate insieme da corregge rosse e con una scure inserita in alto o di lato, era insegna e simbolo degli alti magistrati, con cui si significava il loro potere sulla vita e la persona dei cittadini. Era portato appoggiato alla spalla sinistra dai littori che precedevano sempre il magistrato quando usciva in pubblico; gli si ponevano accanto quando sedeva o parlava nell’assemblea e stavano nell’atrio della casa quando egli era in casa. Plutarco spiega che le verghe e la scure erano vincolati dalle corregge forse perché si voleva ricordare che lo sfogo della collera del magistrato non doveva essere a portata di mano né lasciato libero da impacci oppure perché il tempo che il littore impiegava nello sciogliere il fascio, producendo indugio e ritardo allo sfogo della collera, desse al magistrato la facoltà di riflettere e cambiare idea sulla pena comminata. La cattiveria, conclude Plutarco, è in parte sanabile e in parte senza rimedio, i bastoni possono correggere ciò che può essere modificato, mentre le scuri troncano ciò che è incorreggibile. Ogni magistrato, secondo l’importanza della sua carica, era preceduto da un determinato numero di littori. I fasci che avevano foglie di alloro nella parte superiore si chiamavano laureati ed erano il segno distintivo di un generale vittorioso. Il Senato accordò ad Augusto il diritto di godere degli onori consolari e l’onore di essere preceduto da dodici littori. A proposito dell’uso di ornare con fronde di alloro i fasci dei comandanti vittoriosi, Plutarco racconta un episodio accaduto durante un incontro tra Lucullo e Pompeo, che godeva di grande prestigio perché aveva condotto campagne più importanti di quelle del suo interlocutore ed aveva celebrato due trionfi. I due comandanti si salutarono in modo amichevole, congratulandosi l’uno con l’altro per le importanti vittorie conseguite come dimostravano i fasci coronati di alloro portati nei cortei di entrambi, ma, poiché i soldati di Pompeo avevano marciato a lungo attraverso regioni aride, l’alloro che avvolgeva i fasci si era inaridito. I littori di Lucullo premurosamente divisero coi littori di Pompeo i bei rami d’alloro fresco e verdeggiante che ornava i loro fasci e questa circostanza fu interpretata come un buon presagio da parte degli amici di Pompeo, perché, simbolicamente, il prestigio di Lucullo ornava il comando di Pompeo.

In occasione di gravi lutti era consuetudine portare i fasci rovesciati, perciò fu considerato segno presago di sventure l’errore di un littore che, durante la cerimonia della lustratio, mise dell’alloro intorno ad un fascio rovesciato. L’episodio è riportato da Giulio Ossequente assieme ad altri segni premonitori che si erano verificati mentre Bruto e Cassio facevano i preparativi per la battaglia contro Ottaviano e Antonio:

          uno sciame di api si insediò nell’accampamento di Cassio: per ordine degli aruspici il luogo fu isolato con la costruzione di un muro tutt’intorno; un grande stormo di avvoltoi e altri uccelli che si nutrono di cadaveri nei campi di battaglia sorvolò l’esercito; un ragazzo che veniva portato in giro nella processione in onore di Vittoria cadde dal carro e nel corso del rito successivo il littore mise dell’alloro intorno ai fasci mentre erano rovesciati; alle porte dell’accampamento un negro si parò incontro ai soldati di Bruto che uscivano in battaglia e fu da loro ucciso. Cassio e Bruto morirono. (Giulio Ossequente, Prodigi. Introduzione e testo di P. Mastandrea. Traduzione e note di M. Gusso, Milano, 2005, 70).

Ossequente segnala i pericoli correlati ad un uso non appropriato dell’alloro che, come simbolo di vittoria, doveva rimanere tra i vincitori e non essere portato tra i vinti e soprattutto tra nemici non ancora sconfitti. Durante il consolato di Decimo Silano e Lucio Murena accadde che:

C. Antonio che aveva vinto Catilina nella campagna di Pistoia, ne riportò i fasci ornati d’alloro nella sua provincia di destinazione; quivi sconfitto dai Cardani fuggì, dopo aver perso l’esercito: egli stesso parve offrire una promessa di trionfo ai nemici, portando tra loro il lauro vittorioso che avrebbe dovuto deporre sul Campidoglio. (ibidem, 61a).

I consoli che assumevano la carica il 1° gennaio davano il nome all’anno ed erano preceduti da littori che recavano i fasci ornati di alloro. Questa consuetudine è ricordata da un verso di Marziale:

        Se tu, che inizi l’anno con i fasci adorni di alloro, consumi al mattino per le tue visite di saluto mille soglie, che cosa dovrei fare io? (M. V. Marziale, Epigrammi, a cura di G. Norcio, Torino, 1980, X, 10).

Era anche usanza ornare con fronde di alloro gli stipiti della casa abitata dal console romano per tutta la durata della carica. Anche questa usanza è ricordata da un verso di Marziale:

O mio libro, [...] entra nella Suburra, dove, proprio all’inizio, sorge la splendida dimora del mio console. In quella casa adorna di lauro abita il facondo Stella, l’illustre Stella, che si disseta alla fonte della Muse (ibidem, XII, 2(3), 1-12).

Negli scritti degli antichi latini si trova testimonianza anche dell’abitudine di ornare con fronde di alloro i bollettini di vittoria, detti litterae o lauretanae, che i generali vittoriosi inviavano al Senato. Marziale, ad esempio, allude alle tavolette ornate di ramoscelli di lauro nell’epigramma scritto in onore di Domiziano che ritornava vincitore dalla sua spedizione contro i Sarmati:

                Se tieni in conto, o Cesare, i desideri del popolo e dei senatori e la vera gioia dei cittadini romani, rendi la tua divina persona ai voti che la chiedono benchè giungano qui molte lettere adorne di lauro, Roma invidia il suo nemico. Egli vede da vicino il padrone del mondo: il barbaro è atterrito e nello stesso tempo gode del tuo volto (ibidem, VII, 5).

Livio, ricordando la vittoria romana sugli Equi, scrive:

Alla triste notizia che da Muscolo aveva raggiunto Roma precipitando gli abitanti in un inutile panico, fece seguito una lettera ornata d’alloro inviata da Postumio nella quale il generale annunciava la vittoria del popolo romano e la disfatta dell’esercito degli Equi. (Tito Livio, La storia romana di Tito Livio. Tradotta da L. Mabil, IV, Brescia MDCCCV, V, 28).

Ancora Livio, in occasione dell’arrivo a Roma del messaggero recante l’annunzio della vittoria riportata in Macedonia dall’esercito romano, scrive:

Narrasi che a’ venti settembre, nel secondo giorno de’ giuochi Romani, un corriere il quale si diceva venire dalla Macedonia, presentò al console Caio Licinio, mentre scendeva dalla gradinata per dar la mossa alle quadrighe, alcune lettere fregiate di alloro. Il console, lanciate le quadrighe al corso, salì sul carro e tornandosi per mezzo al circo ai seggi pubblici, mostrò al popolo le lettere fregiate di alloro. (ibidem, XLV, 1.)

Giulio Agricola, invece, secondo quanto scrive Tacito per sottolineare il carattere schivo del condottiero, non si servì di lettere ornate di alloro neppure nel resoconto ufficiale della sua vittoria in Britannia non intendendo trasformare il suo successo militare in un pretesto per vanterie.

Marziale, nell’epigramma dedicato all’imperatore Domiziano impegnato nella lotta contro i Sarmati, ricorda le lance verdeggianti di alloro dei soldati vittoriosi:

È dunque vero che Cesare, tornando a noi dalle regioni Iperboree, si prepara a percorrere le vie Ausonie? Manca una prova sicura, ma tutti lo dicono: io ho fiducia, o Fama, in te, perché tu suoli dire la verità. Le lettere di vittoria testimoniano la pubblica gioia, le aste dei guerrieri hanno le punte rivestite di verde lauro. Evviva! Roma acclama di nuovo i tuoi grandi trionfi, e sei salutato, o Cesare, col nome di INVITTO nella tua città: Ma perché ci sia ormai un motivo più sicuro di gioia, torna tu stesso annunziatore della vittoria sui Sarmati (M. V. Marziale, Epigrammi, cit., VII, 6).

 

E Plutarco scrive che, durante la guerra contro Mitridate Pompeo, che si era accampato lontano da Petra, mentre si andava esercitando a cavallo intorno agli alloggiamenti, vide arrivare da lontano dei messaggeri che alzavano sulla punta delle lance ramoscelli d’alloro, forieri di buone notizie: erano infatti i corrieri che giungevano dal Ponto per annunziare la morte di Mitridate.

 
 
 
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