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AVVERTENZEI testi qui pubblicati sono opera mia e solitamente se cito qualcosa di non mio, riporto l'autore della suddetta frase o perifrasi. Gran parte delle immagini qui visualizzate sono realizzate con il mio cellulare (non é di ultima generazione). L'argomento e il tenore di certi post sono adatti ad un pubblico adulto e la lettura ai minorenni è sconsigliata.
Post n°138 pubblicato il 20 Maggio 2013 da Led_61
Tag: racconto
Sono qui, seduta in questo piazzale nella mia macchina e fumo immersa nei miei pensieri, in mezzo a queste querce secolari vedo passare persone vestite di bianco, dallo sguardo vuoto o con strane smorfie in faccia, tutte estranee al mondo che li circonda, che parlano con persone invisibili presenti solo nelle loro menti distorte. La traccia di rossetto permane sul filtro della sigaretta, perché sto fumando nervosamente mentre un rock agitato della Giannini non aiuta il mio stato d'animo come di solito, spengo la radio e abbasso ancora di più il finestrino dal mio lato e lascio che irrompa in me solo la melodia della natura mentre dall'alto cade soffice ovatta bianca. Quanto è cambiata la mia vita in questi ultimi tempi? Tanto. Sono riuscita ad adeguarmi? Esteriormente si, ma sono inquieta e non so quanto ancora potrò recitare, perché così devo fare e in fondo so anche essere spregiudicata e cinica quando le occasioni lo impongono. Abbasso il parasole per guardarmi nello specchietto, con un fazzoletto di carta correggo una sbavatura del rossetto, passo le mani sulle mie calze nere a rete, ma non so ancora decidermi di uscire, ci vorrebbe qualcosa di forte, ma non mi fa bene bere di mattina, però sento che rimarrò ancora incollata al mio sedile di pelle bianca magari leggendo qualche rivista di gossip, solo quando subentrerà la noia mi deciderò ad aprire questa portiera e ad affrontare un ambiente che non è il mio. Ho letteralmente paura di guardare nei suoi occhi azzurri, che prima erano il mio punto di riferimento, ora semplicemente li evito: c'è una espressione che raramente avevo visto in lui, forse espressioni che vedi spesso nei pazienti che qui incontro nei lunghi corridoi bianchi, in cui i miei tacchi creano un rimbombo che non mi piace, anche perché i soffitti sono esageratamente alti. Durerà tanto questa situazione? Chi può dirlo, sicuramente mesi e non settimane, e dopo non sarà più l'uomo che io conoscevo e io voglio vivere ancora e di fare l'infermiera per il resto della mia vita non ci penso nemmeno e di occasioni non me ne mancano. Mi sono decisa e dopo il bip del mio telecomando, ora ci sono solo gli scricchiolii di questi sassolini grigio-bianchi ad accompagnare il mio deciso avanzare verso il portone ad arco di legno di ciliegio finemente lavorato, che devo attraversare al centro nella porta sempre aperta. Il sole sta scendendo e crea effetti strani con le ombre degli alberi e delle statuette romane che sono a lato della carraia che percorro. L'altra volta mi ero soffermata a guardare le rappresentazione ad arco di guerrieri corazzati a cavallo contro improbabili serpenti e draghi, il tutto per arrivare alla fanciulla dai lunghi e leggiadri capelli che attende alla fine dell'arco, almeno a quei tempi dovevano lottare per conquistare una donna, ora sembra tutto più facile. Sistemo il mio cappello bianco a falde larghe, mentre attraverso il vetro forato chiedo al banco di ricevimento se è presente il dottor Piedrotti, no non può ricevermi, e una voce apprensiva mi dice che l'orario delle visite sta per finire perché dopo devono servire la cena, ringrazio e mi avvio verso l'entrata dell'ascensore. Una distinta vecchia signora in una sedia a rotelle trasportata con vigore da un giovane infermiere dai capelli rossi e ricci incrocia il mio sguardo mentre mi avvicino alla grossa scatola metallica che mi porterà al terzo piano. Premo velocemente quel bottone che si illumina e mi sembrano interminabile il tempo che passa prima che quelle due pareti metalliche si chiudano lasciandomi alla luce artificiale del neon sopra di me. Preparo la Laura sorridente e gioiosa per tirare su di morale un Marco che stento a riconoscere, quale l'uomo che ho conosciuto alcuni anni fa.
Post n°137 pubblicato il 10 Maggio 2013 da Led_61
Tag: racconto
Mi ero risvegliato sudato e con un sapore amaro in bocca, doveva essere tarda mattinata e la luce faceva capolino tra le tapparelle ancora abbassate, i miei occhi osservavano quella nuova parte del mio corpo posticcia e il mio cervello dava ordini a quelle dita facendole muovere alternativamente con risultati soddisfacenti. Era un poco più grande della destra e sul polso c’era una benda rigida che avvolgeva il punto del mio corpo che era stato chirurgicamente trattato da qualche luminare della scienza per chissà quante ore. Un forte mal di capo mi fece portare la mano destra alla fronte, forse per vedere se avevo qualche linea di febbre, strano pensai lo faccio di solito con la sinistra, ma è naturale avere titubanza con un nuovo arto, e comunque è ancora fasciata. Lentamente i ricordi annebbiati ritornarono nella mia mente, ma erano tanti flash, avevo perso e ripreso conoscenza varie volte e non sapevo quanto tempo era passato dall’incidente che ricordavo vagamente. Il letto dove giacevo stava di traverso al muro e sulla destra vedevo una porta foderata di bianco mentre alla mia sinistra c’era un letto vuoto e in fondo una porta ad infissi bianca che dava sul balcone. Il cigolio della porta di entrata che si stava aprendo lentamente, il parlottare di due infermiere riguardo ai turni di lavoro, poi silenzio, luce che entra, un carrello fa la sua comparsa nel vuoto della stanza spinto da una donna energica. La mia vista non ancora a fuoco intravvede una figura massiccia in cui si alternano il bianco e l’azzurro con un copricapo bianco che presenta una visiera rovesciata in alto e sotto un viso tondo e in carne. “Signor Pavo, si è svegliato finalmente!” Non reagisco all’esclamazione dell’infermiera perché nonostante voglia parlare ho la bocca impastata e faccio fatica a muovere la lingua. Lascia il carrello a fianco del letto, prende la cartella che sta nel contenitore metallico nella parte frontale dello stesso e la pone sula tavolino alla mia destra, dal taschino estrae un termometro, ne leva l’involucro e me lo mette sotto l’ascella, contemporaneamente toccandomi la fronte con l’altra mano. “Ha dormito molto ma ora la vedo già meglio di ieri”, si sposta dall’altra parte del letto a controllare il clistere attaccato al mio braccio. Il suo viso con quegli occhi tondi e vivaci mi ricorda qualcuno, quando col carrello mi stavano portando in sala operatoria, persone che accompagnavano la lettiga a rotelle in cui ero disteso inerme, echi di voci che parlavano in modo secco e perentorio. Allora tutto si era svolto in breve tempo, io ricordavo solo il persistente dolore alla parte sinistra del mio corpo, e mentre le dita del piede riuscivo parzialmente a muoverle, invece non potevo avere alcuna influenza sulla mia mano. Ora collego anche il senso di parole sentite quale donatore, compatibilità, rigetto e piano piano il quadro mi si fa più chiaro. L’infermiera è indaffarata sull’ago posto sul mio braccio destro ed i miei occhi riosservano delle dita che alcuni giorni fa toccavano persone ed oggetti che io non ho mai conosciuto, forse afferravano strumenti da me mai visti, perché c’erano dei calli evidenti. “Non le muovi troppo quelle dita, ci vuole ancora tempo” e intanto ritornava dall’altra parte del letto, estraeva il termometro, scriveva sulla cartella, prendeva un vassoio coperto e me lo appoggiava davanti. “Deve mangiare qualcosa” poi guardando il grande orologio davanti a me riprende il carrello ed esce. Sono frastornato ma ho fame e mentre la minestra calda scende nel mio stomaco, la parte memonica del mio cervello si riattiva e presenta scene, primi piani, persone che parlano, ma il tutto è ancora molto scollegato. Parlavano di un uomo sulla quarantina, del suo mortale incidente in moto, del suo casco sventrato, le sue costole schiacciate nell’impatto contro il faggio a lato della carreggiata. Un centauro, una vittima stradale a cui dovevo questo arto, che ora solo a fatica a muovevo e il mio sguardo era rivolto lì, quasi fosse diventata la parte più importante del mio corpo, quella con cui dovevo condividere una nuova vita. Ora avrei dovuto accarezzare Laura, accendermi una sigaretta, infilare monete nel parchimetro, afferrare una calice di birra, tutto con la mia nuova mano, all’inizio lentamente poi in maniera sempre più automatica, una volta che avessi acquistato fluidità di movimento nelle mie dita, una nuova parte di me stesso con cui dovevo fare conoscenza e che doveva armonizzarsi con tutto il mio corpo, obbedendo agli impulsi che il mio cervello ordinava. Cosa sanno questi soloni di cosa passa per la testa ad un uomo a cui viene trapiantato un arto nuovo, per loro sono operazioni che li fanno salire più in alto nella loro scala professionale e noi siamo le cavie, i topi da esperimento.
Post n°136 pubblicato il 07 Maggio 2013 da Led_61
Tag: racconto
Boh… non so proprio da dove cominciare: mi hanno dato questa penna in mano e un quaderno giallo e rosso e mi hanno detto “scriva qualcosa su di lei e su quello che le è successo, le farà bene”. Erano due dottori, il dottor Piedrotti che ormai conosco bene con la sua barba grigia e i suoi occhiali rettangolari, alto, magro e pieno di energia e una sua assistente un po’ grassottella dai capelli rossi ricci e corti, insomma due strizzacervelli in vena di consigli, con aria estremamente paternalistica, attenti a non irritare un paziente ipersuscettibile e da tenere in stretta osservazione quale sono ora io ritenuto. Da dove incominciare, dalla mia vita prima di arrivare in questa idilliaca casa di cura in mezzo ad un paesaggio collinare, oppure ancora prima di quel dannato incidente quando ero un tranquillo imprenditore quarantenne di successo. Come sempre da qualche tempo a questa parte le idee sono poche e confuse, sarà anche per tutte quelle pillole che mi propinano le infermiere che si avvicendano a curarmi, senza grandi risultati per ora. Una volta quando ancora giravo con il mio Suv, non avrei avuto alcun problema a caricarmi su Giovanna, l’angelo bianco con quarta di seno che ho visto questa mattina e ora invece non ci faccio neanche caso, forse perché ha in viso quell’aura di commiserazione che mi leva ogni stimolo. In un film di Villaggio ho sentito dire che la vita è come la scala di un pollaio corta e piena di merda e su quella scala io sono scivolato e ho sbattuto forte la testa. La penna rigira tra le mie mani mentre sono seduto su questo spoglio tavolo bianco e attraverso la tenda semitrasparente guardo due passeri sul balcone, in cerca di cibo. La mia barba è lunga, mi sono solo lavato i denti e ho indossato la tuta giallo-rossa, che mi ha portato Laura, mia moglie alla prima visita, strano contrasto questi colori nel bianco dominante di questa stanza. “E’ il colore della tua squadra e i dottori hanno detto che indossare colori vivaci ti fa bene… “, queste le parole uscite da due labbra carnose e ben contornate di rossetto, mentre sopraciglie truccate di nero facevano risaltare due occhi azzurri stretti e con pupille piccole, che tendevano sfuggire al mio sguardo distratto. Splendida figliola la mia Laura, quella generosa scollatura che emerge dalla sua camicetta bianca a ricami, o quelle calze nere a disegni concentrici, che aderiscono a due gambe slanciate e ben modellate da ore di danza. Ho sentito la saliva amara, mentre i suoi tacchi creavano un eco strano nella stanza mentre si avvicinava alla porta, un leggero cigolio e poi sono ritornato padrone dei miei pensieri che creano un grande ingorgo nel mio cervello. Guardo lo spazio vuoto della mia manica sinistra e dovrei spiegare perché quella parte del mio corpo non è dotata di quell’arto che usiamo per afferrare o sollevare gli oggetti, accarezzare o indicare qualcosa e talvolta anche picchiare e che io con atto perentorio e deciso ho voluto separare e definitivamente allontanare dalla restante parte del mio organismo. Cosa vogliono sapere da me? Mi sento bene anche se così ho cancellato l’opera di uno dei migliori chirurghi, il risultato di una operazione laboriosa e meticolosa di un team professionale che vanta le migliori menti della chirurgia estetica, oltre ad aver sperperato i miei soldi e il tempo che avrebbero potuto dedicare a pazienti meno ingrati del sottoscritto. Dovrei scrivere dell’incidente, ma non ne ho voglia, oramai me lo rivedo spesso quasi fosse un film registrato, io con il mio Suv insieme a Laura guido sul sentiero sterrato che ci porta alla nostra baita, io parlo e sono distratto ma con la coda dell’occhio vedo quel trattore con i suoi enormi cingoli, causa di tutti i miei mali, mah… lasciamo perdere, scriverò invece della mia nuova mano e di come mi sentivo dopo la riuscita operazione.
Post n°135 pubblicato il 05 Maggio 2013 da Led_61
Tag: calcio anni '70 '80
Un Led nostalgico guarda su you-tube un resoconto della sua squadra di calcio quando ha vinto lo scudetto e precisamente Torino-Fiorentina 4-3 del 18/04/76 forse perchè in quella partita il suo idolo tal Paolino Pulici ha segnato una tripletta. Passati 37 anni a Firenze l'altra domenica la Fiorentina va a vincere su un Toro mai domo con lo stesso risultato stabilito allora dai granata al Comunale di Torino. Volevo vedere la differenza tra il calcio di una volta e quello di adesso, sempre più dominato dal business. Una volta non vi era nessuno sponsor sulle magliette e i calciatori erano meno condizionati da schemi, tabelle di allenamento quindi un modo di fare sport più casereccio e meno scientifico. Ricordo cannonieri che sbagliavano facilmente gol quasi fatti come Egidio Calloni del Milan, o giocatori possenti e dal fiato inesauribile come Romeo Benetti, ex Milan e Juventus e poi ce ne erano tanti stravaganti ma capaci di infiammare una partita come Walter Novellino del Perugia o ammaliatori della palla come il Claudio Sala della mia squadra. Oggi è tutto perfetto e organizzato visto che ci sono dirette televisive, che sono una delle più importanti entrate delle squadre, è raro vedere calciatori con i calzettoni all'altezza della caviglia, perchè non è molto professionale mentre una volta non ci si faceva molto caso.
Post n°134 pubblicato il 26 Aprile 2013 da Led_61
Tag: filosofie di viaggio
Leggendo i commenti al mio post precedente su Masada volevo affrontare l’argomento sul viaggio in generale e quale significato può assumere per ognuno di noi. Forse la vita fatta in questi ultimi anni mi crea una certa competenza nella materia; nel mio caso più che di viaggi si tratta della ricerca di un posto in cui stabilirmi, ma per fare ciò ho dovuto viaggiare molto, e anche adesso rimangono alcuni punti interrogativi che solo nei prossimi anni riuscirò a chiarire. In effetti a giugno saranno tre anni da quando sono andato al comune di questa piccola località al centro della Germania, dove convivo con una donna tedesca. Fa specie essere sulla cinquantina e decidere di cambiare non solo città ma anche paese, ma la vita talvolta ti pone di fronte a questi bivi e forse come ho spiegato in post precedenti una mia “multiculturalità” mi ha facilitato in questa scelta. Non sono un tipo avventuroso, rischio se c’è rischiare, ma ho un carattere abbastanza tranquillo e questi spostamenti sono stati dettati al 90% da ricerca di un posto di lavoro e quindi li ho subiti più che ricercati. Sicuramente ho fatto una vita da fuggiasco, ma comunque cercando di mantenere le mie responsabilità quale padre di due figli a cui devo pensare di dare un futuro decente, e questa vita mi ha comunque lasciato degli strascichi da un punto di vista psicologico, che col tempo si stanno affievolendo. Questo mio istinto nomade mal si concilia con una società organizzata e regolata quale quella attuale ed è visto come indice di poca affidabilità della persona e per questo ci sto dando un taglio principalmente perché non sono solo e devo pensare a due adolescenti che hanno bisogno di un padre che dia loro delle certezze e non sia una figura evanescente che talvolta sentono al telefono, per scambiare qualche parola anche perché non sono un tipo molto loquace. Chi viaggia molto manifesta certe fissazioni dettate dal fatto di muoversi in un ambiente estraneo e quindi adotta dei metodi di difesa o di rilassamento che alla fine diventano quasi automatici, perché anche il viaggiare può diventare una abitudine, se il tuo lavoro te lo impone o se te lo puoi permettere. In generale si presta maggiore attenzione agli oggetti quali portafoglio, cellulare, sigarette e accendino (per chi fuma), chiavi di casa e della macchina, occhiali per gli orbi, nonché navigatore o altre diavolerie elettroniche di cui dobbiamo disporre per accedere a luoghi con accesso riservato. Fondalmentalmente non sono un tipo organizzato, anche se amo l’ordine, e sicuramente in questi anni ho affinato alcuni comportamenti per velocizzare o minimizzare i tempi ogni qual volta mi devo spostare, anche se ora riguardano solo gli spostamenti casa-lavoro. Mi stressa preparare tutto prima, alla maniera tedesca perché loro sono specialisti in queste cose, arrivo sempre all’ultimo minuto ma cerco nella velocità un sistema, che poi ognuno ha il suo l’importante è arrivare puntuali. Nel viaggiare gli inconvenienti capitano spesso e creano sicuramente ansia e frustrazione, ma con gli anni incominci a reagire in maniera più razionale e propositiva e impari molto anche dalle esperienze negative che a primo acchito hanno rovinato la tua giornata o i tuoi piani. Io due o tre mesi fa ho avuto un incontro ravvicinato con un cinghiale alle 05:30 di mattina e nevicava di brutto, lui avrà avuto un livido sulla sua pelosa e muscolosa coscia ma si è rialzato e ho visto il suo enorme posteriore che scompariva su una distesa bianca in direzione di un boschetto, mentre la mia utilitaria cominciava a sgocciolare perché il radiatore era andato. Boh… che devo dire, ho imparato come ci si muove con autorità e assicurazioni varie in questo caso, mi servirà per il futuro. La filosofia del viaggiatore è la sua curiosità del mondo, per cui una situazione negativa si trasforma in una occasione per imparare qualcosa di nuovo.
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Inviato da: ladyesis
il 21/05/2013 alle 23:23
Inviato da: lorifu
il 20/05/2013 alle 15:02
Inviato da: Led_61
il 15/05/2013 alle 21:39
Inviato da: Ivre.Cynique
il 15/05/2013 alle 16:32
Inviato da: Led_61
il 11/05/2013 alle 05:29