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Creato da lllll_June_lllll il 08/08/2008
Pensieri liberi in un cervello non cablato
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Certi gendarmi della memoria...dalla memoria troppo corta.
Recentemente dove abito è stato presentato un libercolo sulla resistenza nella nostra zona, scritto a tre mani da tre ignoranti.
E uso il termine ignorante nella sua accezione originaria, di colui che ignora.
Infatti questi tre non solo ignorano la lingua italiana, ma anche la storia italiana e soprattutto la storia locale.
A questi tre soggetti calza benissimo la definizione di Pansa sui "gendarmi della memoria", ossia di coloro che "imprigionano la verità sulla guerra civile!
Questi tre individui hanno deciso di scrivere un libero sulla Resistenza, a livello locale.
E che hanno fatto?
Hanno raccolto testimonianze dai vecchi del posto, che sono assai pochi e di quei pochi alcuni non li hanno nemmeno mai interpellati.
Quel che non hanno potuto apprendere dalle testimonianze dirette, lo hanno inventato, immaginato, supposto, fantasticato.
Infatti ne è uscito un libro pieno di "forse", "si pensa", "si dice"; cosa che rende oltraggio alla storia e alla verità storica.
Ultimata la loro fatica letteraria, i tre l’hanno presentata in una pubblica piazza, dove hanno regalato a tutti gli astanti una copia del loro libercolo, attendendo ad un tavolino che la gente andasse a farsi firmare gli autografi.
Quando mio mio padre -80 anni- atteso il suo turno, è arrivato al tavolino dei tre, ha aperto il libro in una pagina precisa (una delle pagine più dolorose della sua vita familiare) e invece di chiedere l'autografo si è rivolto ai tre così: “dovreste vergognarvi per esservi inventati questa pagina di storia”.
Allibiti, esterrefatti, ma soprattutto imbarazzati,chiedevano a mio padre delucidazioni sulla sua affermazione che demoliva il loro lavoro di indefessi storici del "forse"..
Mio padre puntava il dito su una pagina dove si parla dell’uccisione di un prete da parte dei partigiani; un prete che i tre sedicenti scrittori dicono fosse "PROBABILMENTE" collaborazionista dei fascisti e lo dicono in questi termini : “se fosse veramente un confidente dei fascisti probabilmente non lo sapremo mai, ma molte persone pensavano che fosse così”.
Ecco la storia raccontata non attraverso i fatti, ma attraverso i forse!
Il libro non menziona minimamente la grande carità che questo prete faceva ai poveri (di cui tutti ancora oggi sono informati, ma che i tre scrittori hanno preferito tacere)e la sua grande bontà: mia madre mi ha sempre raccontato che quando quel prete, in bicicletta, vedeva un gruppo di ragazzi, specie poveri come lei, lanciava loro delle monetine per comprarsi qualcosa. In realtà qualche volte non erano solo monetine, ma monete di valore. E sempre mamma racconta che un giorno lei tornò a casa con una di queste monetine in tasca e la nonna trasalì, perché il prete le aveva donato più di quanto il nonno avesse guadagnato nei 15 giorni in cui era andato a tagliare il grano per conto di un fattore a decine di km di distanza.
Oltre alla sua grande bontà, questo sacerdote -su preghiera di madri apprensive, che celavano i figli cagionevoli perchè non fossero mandati in guerra- intercedeva presso le autorità pubbliche quando taluno di questi ragazzi veniva scoperto e arrestato.
I tre scrittori questo lo hanno detto!
Ma in modo osceno e vile: hanno scritto che questo suo intercedere in favore delle persone in difficoltà "fosse dovuto ai suoi presumibilmente poco chiari rapporti col fascismo".
Ovviamente il "presumibilmente" non manca mai nel libro.
Il racconto prosegue poi fino ad arrivare all’uccisione del prete, riferita così: "un partigiano sparò alla testa del prete 25 colpi, dopo avergli fatto scavare la propria fossa".
Credo che i tre scrittori abbiano fatto una fatica immane a dire che fu un partigiano a sparare al prete, ma visto che questa è una verità ormai appurata, negarla sarebbe stato come dire che cappuccetto rosso abbia sparato alla nonna essendo complice del lupo.
Non si menziona mai nel libro il nome del partigiano che uccise il prete, un partigiano noto per le sue scorribande, che hanno spesso messo a repentaglio la vita dei cittadini, e per le sue scorrerie nei locali pubblici, dove arrivava a tarda sera e, col mitra spianato, si faceva dare il portafogli da tutti e qualcuno, anziano e spaventato, se la faceva sotto (e non in senso figurato) per la paura.
Non capisco il motivo per cui non si faccia nel libro il nome e cognome del partigiano che uccise il prete, visto che anche i sassi lo sanno e che fu proprio questo partigiano a spargere la voce del proprio capolavoro di morte, a monito contro eventuali collaborazionisti.
Gli scriventi forse vogliono preservare la memoria del loro compagno partigiano e preferiscono dire che il prete fu ucciso da un anonimo partigiano.
Nella narrazione dell’evento dell’uccisione del prete, probabilmente collaborazionista, i tre scrittori riferiscono poi che un contadino di una frazione fu chiamato per il trasporto del cadavere verso il cimitero.
Ecco, questo è il punto del libro che ha fatto uscire dai gangheri mio padre e lo ha fatto gridare pubblicamente, sulla piazza, a quei tre, di bruciare quel libro pieno di ricostruzioni immaginarie ed inventate.
Il contadino chiamato a trasportare il cadavere del prete, di cui questi non fanno nome, era infatti il mio nonno paterno.
E mio nonno paterno non fu “chiamato” a trasportare il cadavere del prete.
A mio nonno questa incombenza fu imposta, e col mitra puntato alla testa.
Mio nonno paterno una sera, tarda sera, si vide arrivare in casa un gruppo di partigiani (comandati da quello che si vantò di aver sparato 25 colpi al prete probabile collaborazionista) che coi mitra spianati verso mio nonno, mia nonna e i loro figli, dissero a mio nonno di coprirsi pesante, di prendere i due buoi migliori che aveva nella stalla e di seguirlo perché dovevano fargli portare via con urgenza un "pacco".
I motivi per cui scelsero mio nonno furono due: aveva una stalla ben fornita di animali (anche se ormai ridotta al minimo, perché saccheggiata da fascisti un giorno e dai partigiani il giorno dopo). E poi perchè, siccome due dei suoi figli erano partiti volontari anni prima per la guerra d’Africa, il fatto di essere partiti volontari deponeva a favore del fatto che credessero nella guerra e dunque fossero fascisti.
Questa era la logica dei partigiani che costrinsero mio nonno a seguirlo col mitra puntato al collo: la nostra famiglia era giudicata come una famiglia fascista perché aveva due figli volontari partiti in guerra. E poco importava se erano partiti volontari perchè tanto sapevano che prima o poi li avrebbero comunque chiamati; e poco importa se uno morì in quel di Tunisi a soli 20 anni; e poco importa se l'altro tornò dall'Afica malato e morì poco dopo; e poco importa se un terzo fratello era disperso sul fronte greco, dove rimase prigioniero per 8 anni.
Queste cose importavano poco ai partigiani che vennero a chiedere a mio nonno di mettere il giogo ai buoi e andare a portare via un "pacco".
Due figli partiti volontari per la guerra erano indice di una condivisione agli ideali del fascismo. E fargli portare via un prete morto (in nonno ancora non sapeva cosa fosse questo "pacco") era un avvertimento a chi, come lui, era additato come fascista...pur non essendolo.
La notte in cui mio nonno paterno giunse sul luogo indicato (dove era il cadavere del prete, ma lui non lo sapeva), era ormai notte fonda, i buoi ebbero un sussulto fortissimo, e si rifiutavano di procedere, perché vedevano qualcosa di scuro (il grande mantello del prete).
I partigiani, puntando i mitra al collo di mio nonno, gli intimarono di ammansire i buoi e sbrigarsi.
Mio nonno lo fece e nel tentativo di calmare i buoi, che non ne volevano sapere di avanzare verso quel fagotto nero (cosa che dimostra che gli animali sono spesso migliori degli uomini!), cadde e venne travolto allo stomaco dai calci ripetuti dei due animali e un ematoma procuratosi quella notte, e non curato, fu dopo poco tempo la causa della sua morte, a soli 68 anni.
I partigiani fecero rialzare mio nonno anche se stava male e lo costrinsero a caricare il fagotto nero: solo allora si accorse che era un prete...quel bravo prete!
Poi sempre col mitra alla testa lo dovette portare nel luogo che i partigiani gli avevano indicato di lasciarlo
Nei giorni e nei mesi che seguirono, mio nonno cominciò a stare sempre più male per quei calci subiti e per quanto subito quella notte.
Era cattolico fervente, e quell'episodio fu per lui peggiore perfino dell'ematoma che riportò quella notte.
A ciò si aggiungeva il fatto che ogni volta che quel partigiano (l’uccisore del prete) passava dal paese di mio nonno e lo vedeva seduto a parlare con alcuni uomini, lo sfotteva dicendo con felicità:”vi ricordate, Carlo, di quella notte meravigliosa in cui abbiamo portato via il prete che ho ammazzato?”
Il libro (meglio tornare a quello o viene a me il magone) non menziona che poi questo partigiano divenne un famoso dirigente di un ufficio pubblico nel dopoguerra.
Non menziona nemmeno che quest'uomo, colpito da cancro alla gola ancora in giovane età, prima di morire chiese con insistenza di poter parlare con un prete.
Mio padre ha sbattuto il libro sul tavolo dei tre scrittori,rifiutandolo ed invitandoli a scrivere verità e non inventarsi la storia.
Il 25 aprile quel grande partigiano che confessò di aver sparato 25 colpi in testa ad un prete amato da tutti, sicuramente in qualche cerimonietta locale verrà ricordato come eroe da imitare.
E non sarà l'unico.
La sinistra oggi rimprovera a Berlusconi di non aver mai commemorato il 25 aprile.
Ma sarebbe ora che anche la sinistra smettesse di fare il gendarme della memoria e ammettesse che anche tra i partigiani c'erano persone ignobili che la guerra civile l'hanno lordata e che la Liberazione non è patrimonio esclusivo dei comunisti.
June
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il 19/10/2009 alle 20:58
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