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Messaggi di Aprile 2017

ONG-trafficanti: vietato parlarne, perchè?

Post n°3987 pubblicato il 28 Aprile 2017 da ninograg1
 

Allora ci sono delle intercettazioni fatte da servizi segreti stranieri acquisiti non secondo i canoni delle leggi italiane (.....) che PROVANO contatti fra trafficanti di esseri umani in terra di Libia e alcune navi di ong che prendevano accordi!! Capisco, anzi la prudenza del Magistrato nel parlare di sospetti, è materiale non ufficiale, ma qualcosa c'era eccome!!!!!!!!! Ora toccherebbe al governo rendere ufficiale quel materiale, ma siamo nel paese dei balocchi... e se tutto ciò fosse solo in parte vero una prova dell'aver toccato un nervo, che definire scoperto è un eufemismo, arriva proprio dalle reazioni scomposte delle stesse ong e dei vari loro sostenitori, in buona fede e non, che si trovano in giro per il paese!!!! Io al Magistrato dò CREDITO e dico: lasciamolo lavorare e vediamo se le ONG non hanno nulla da nascondere non hanno nemmeno nulla da temere, vi pare? O forse è il timore di perdere il giro di mld di euro che girano per la varie tasche?

 

Detto quanto sopra...

buon 1° Maggio

 
 
 

E’ tempo di sognare (Andrea Scanzi)

Post n°3986 pubblicato il 27 Aprile 2017 da ninograg1
 

E’ tempo di sognare: facciamolo con Renzi. In questo video, durante il quale ha dato il 197esimo bacio della morte a qualcuno o qualcosa, il nostro eroe dà il meglio di sé. Era il 2015 e RenziRegna era all’apice del successo, quindi delle cazzate. Notate anzitutto la postura, la mimica, le faccette da “boro” nei film di Verdone. Si alza, petto (pancia) in fuori, e ha la faccia di chi si sente figo (ahahahahah). Poi si guarda attorno, continua a pensare “So’ fico” e strofina le mani assumendo la posizione della foca monaca triste. Bei momenti.

Quindi, dopo un leggendario “Caro Luca” (Montezemolo), parte con la solita messa cantata sul futuro, l’ottimismo e soprattutto stocazzo. La cosa buffa è che per anni ci hanno detto che uno così ha carisma, sa parlare ed è mediaticamente forte. Come no: al bar di Montione ne conosco almeno 74 che sono più efficaci. “Buona strada, buon volo, buon lavoro” (come gufa lui, nessuno mai). Poi butta là delle frasi a caso in inglese (“veri veri arddddd momenzzzz”, stavolta con un’esaltante espressione da prugna corrucciata).”Il futuro è sembrato sempre dietro di noi” (questa gliel’ha scritta Farinetti). “Il futuro sembrava dietro di noi” (eddai: gli piace proprio il pensiero forte da bacio Perugina). “Quello che sta cambiando è il progetto, che guarda per la prima volta in maniera non episodico alla più grande opportunità che ha l’Italia: quella di essere noi stessi” (parole e concordanze lessicali in libertà, con supercazzola prematurata antani). Ecco poi un’altra messa cantata: le due Italie. Oddio che due coglioni. “Ci sono due Italie davanti a voi”. Ancora con ‘sta sega: bastaaaaaaaaa. Quando distribuivano la banalità, era proprio in prima fila. Faccetta da D’Urso incupita, sbrodolata sui “lamentoni” che criticano tutto, “l’Italia del pianto e del rimpianto” e bla bla bla. Vuoto cosmico, fiera della scontatezza: si vola. Ovviamente la seconda Italia è la sua (?), ovvero quella “che può scrivere la pagina del futuro”. Siamo proprio a livelli di Smemoranda per bimbominkia. Gran finale, comicamente enfatico e con smulinare inutile di mani, braccia, mascelle molli e pappegorge fiere: “Vorrei chiedervi di allacciarvi le cinture di sicurezza” (Moccia in confronto è Faulkner). “Qui stiamo decollando davvero, piaccia o non piaccia”. Evidentemente non è piaciuto. “Il decollo dell’Italia è il decollo di Alitalia”. E allora siam messi male di nulla, vai.

Da facebook.com/andreascanzi

 
 
 

Quando Emmanuel Macron...

Post n°3985 pubblicato il 26 Aprile 2017 da ninograg1
 

dall'Huffington Post

 

Astro nascente della sinistra liberal alternativa ai partiti tradizionali, tirato per la giacca dalle forze europeiste e in Italia dal Partito Democratico (che già si accalora interrogandosi su chi sia il Macron italiano tra i candidati alla segreteria), il vincitore del primo turno delle presidenziali francesi ha un trascorso politico non privo di inciampi e uscite fuori luogo che poco si attagliano a un profilo "progressista". Tralasciando il suo passato come banchiere in Rothschild, il "simpatico ma maldestro" (copyright Dominique Strauss-Kahn) Emmanuel Macron ha infatti un passato ancorato nel socialismo francese.

Da fedelissimo di Francois Hollande è diventato ministro dell'Economia nel governo Valls II. Ed è da allora ha disseminato le sue uscite pubbliche di una lunga serie di gaffe. Pochi giorni dopo la sua nomina a ministro innescò una raffica di proteste per una frase infelice: intervenendo nel settembre 2014 ad un dibattito sui mattatoi di Gad, in Bretagna, dove i lavoratori vivevano forti difficoltà e gli stabilimenti erano alle prese con una profonda crisi aziendale, Macron si lasciò sfuggire che le lavoratrici del posto "sono perlopiù ignoranti". "In questa società - disse l'allora ministro - c'è una maggioranza di donne, per lo più ignoranti. Viene spiegato loro: 'Qui o nei dintorni non avete futuro, andate a lavorare a 50 o 60 chilometri'. Ma loro non hanno la patente. Che facciamo? Diamo loro 1.500 euro, e aspettiamo un anno?". La frase sulle donne "ignoranti" con difficoltà a prendere la patente suscitò non poche polemiche perché seguì di pochi giorni l'accusa al presidente Hollande di chiamare in privato "sdentati" le persone povere. Per queste parole Macron si scusò il giorno stesso in Assemblea Nazionale: "Il primo rimpianto è per le affermazioni che ho tenuto stamani se ho offeso, e perchè ho offeso alcuni operai. E' inaccettabile. E non è quello che volevo fare".

Non fu un bel biglietto di presentazione per il giovane e liberal ministro delle finanze francesi. Pochi mesi e Macron viene di nuovo investito dalle polemiche. In un'intervista al quotidiano Les Echos in occasione del suo viaggio a Las Vegas per il Ces affermò che "c'è bisogno di giovani francesi che abbiano voglia di diventare miliardari" perchè il Paese abbia successo nell'high tech, "un settore di superstar". Una frase che rompeva con le posizioni tradizionali della gauche francese, da sempre critica con l'eccessiva ricchezza e la sua ostentazione. Frase che gli attirò gli strali non solo dei suoi oppositori politici ma anche del suo partito: "Macron si smaschera, l'uomo dei miliardari - commentò Gerard Filoche, una delle voci più polemiche dell'ala sinistra del partito - quando la Francia ne ha già troppi, e anche troppi poveri".

il resto sul sito del Huffington

 
 
 

L’uomo nuovo (BERNARDO VALLI)

Post n°3984 pubblicato il 25 Aprile 2017 da ninograg1
 

Verso il ballottaggio del 7 maggio pesano le incognite dell’islamismo radicale Il duello per l’Eliseo non riguarda solo la Francia ma tutta l’Unione europea.

Da Fillon a Hamon, tutti contro Le Pen Un “fronte repubblicano” per l’Europa.
PARIGI – SI PRECISANO i contorni dell’ottavo presidente della Quinta Repubblica. E indicano Emmanuel Macron. Né il populismo, né il terrorismo sono riusciti a cancellare la figura del giovane garante di una lineare continuità democratica. Alla sua avversaria, a Marine Le Pen, è andata male, anche se ha preso oltre 7 milioni di voti, un bel pezzo di Francia. Il personaggio Macron appare un “uomo nuovo” rispetto al vecchio establishment, il quale è stato relegato in seconda fila.

 

È stato messo in castigo, perché giudicato incapace di affrontare le continue minacce terroristiche e i vasti mutamenti della società quasi senza confini. Dirigenti dell’Europa unita burocraticamente non hanno osato difenderla idealmente.
Soltanto tra due settimane è in programma l’ultimo atto: l’incoronazione ufficiale del presidente monarca, che ormai ha la scettro in tasca. Il confronto definitivo sarà una faticosa formalità perché per arrivarci oltre ai i comizi e alle polemiche ci sono le incognite dell’islamismo in collera e assassino. Il duello decisivo sarà tra l’Europa e l’ anti Europa: la prima rappresentata da Emmanuel Macron, ieri arrivato in testa con il 23,9 per cento dei voti, la seconda rappresentata da Marine Le Pen, rimasta sotto il 21,7 percento. Questo è il principale significato del doppio voto. Dopo il primo scrutinio possiamo tirare un respiro di sollievo. Chi teme e rifiuta una disintegrazione dell’Europa può rallegrarsi del 23 aprile francese. Una diserzione elettorale dei transalpini, sulla traccia dei britannici, avrebbe avuto tristi conseguenze.
L‘elezione di Macron a presidente della Repubblica è garantita dalla formazione di un “fronte repubblicano”, spontaneo o concordato, per evitare l’ingresso di Marine Le Pen, la leader populista, nel palazzo dell’Eliseo. Lo stacco tra i due finalisti, stando ai pronostici, dovrebbe aggirarsi sul quindici per cento in favore di Macron. L’esito iniziale della maratona elettorale allontana il rischio di gravi traumi, anche istituzionali, alla Quinta Repubblica. Sarebbe infatti problematico per larga parte dell’apparato statale eseguire le direttive di un esecutivo populista.
Il voto di domenica ha comunque sconvolto la società politica. I principali partiti, quelli che hanno dominato, alternativamente, al potere e all’opposizione, la vita politica francese degli ultimi decenni sono stati esclusi dal ballottaggio. Cioè dalla possibilità che uno dei loro esponenti occupi la massima carica dello Stato. Né un socialista né un notabile del centrodestra (seguito bastardo del gollismo), parteciperà al secondo turno. La République ha cambiato connotati. Non è stata una rivoluzione, ma c’è mancato poco.
Marine Le Pen è presidente del Front National, partito escluso da quello che definivamo in Italia “ arco costituzionale”. Emmanuel Macron, pur avendo un intenso passato politico, prima come consigliere di François Hollande, il presidente socialista, e poi come ministro dell’Economia, ha creato un movimento nuovo, “In marcia!”, che vuole sfuggire al sistema basato sull’equazione destra-sinistra. Gira le spalle, almeno ufficialmente, all’attuale classe politica. Nonostante il suo netto rifiuto di confondersi con l’establishment alle sue spalle, gli avversari continuano a indicarlo come la continuità, sotto un’altra veste, di François Hollande. Visto che la barca stava affondando, il giovane ministro l’avrebbe abbandonata con il consenso tacito del capitano.
Il presidente socialista, afflitto da una pesante impopolarità, non avrebbe osato riproporsi per un secondo mandato, e considererebbe Macron un suo delfino segreto. L’ex primo ministro socialista. Manuel Valls e due ministri pure loro socialisti hanno girato le spalle al candidato ufficiale del partito, Benoit Hamon (che ha ottenuto un modesto 6,3 per cento), e si sono schierati con Macron. Numerose sono le diserzioni socialiste in favore del fondatore di “In marcia!”, che tuttavia accetta quelle adesioni a titolo individuale. Come accetta del resto, secondo lo stesso principio, gli appoggi provenienti dal centrodestra. Riferendosi al suo passato di funzionario della Banca Rotschild, gli avversari indicano Macron come vicino al mondo degli affari. Lui si definisce progressista ed europeo, e come tale parla. Dice: mantengo l’equilibrio democratico della Francia.
La maratona elettorale non è tuttavia conclusa. Restano le due settimane, fino al 7 maggio, durante le quali gli sconfitti dovranno curarsi le ferite e i vincitori prepararsi al nuovo duello. Nessun grande partito democratio oserà appoggiare il Front National. Né a destra né a sinistra. Tutti i leader democratici, compresi Fillon e Hamon, si sono già pronunciati per Macron contro la Le Pen.
Il partito socialista esce frantumato dalla prova elettorale. Il candidato designato dalle primarie è stato abbandonato al suo destino dai compagni. Giudicato troppo a sinistra, Benoit Hamon, è stato lasciato solo. Si è avuta l’impressione che il vecchio partito socialista, di Guy Mollet e di François Mitterrand si fosse in larga parte trasferito nel movimento di Macron, “In marcia!”. Una diserzione di massa. Comandanti in testa, che non pronunciandosi apertamente per Hamon, si sono pronunciati in silenzio per Macron. E coloro che non hanno voluto fare la piroetta hanno appoggiato Jean-Luc Mélenchon, alla testa della “Francia indomita”, grande tribuno di estrama sinistra con un cuore socialdemocratico. E convinto euroscettico. Ha ottenuto un buon risultato, 19 e qualcosa per cento.
Il candidato dei Républicains, di centro destra, ha avuto gli stessi voti. Ma era un canditato zoppo per via degli affari a suo carico. Perduti per strada due loro leader, Nicolas Sarkozy, l’ex presidente della Repubblica, e Alain Juppé, ex primo ministro, entrambi bocciati alle primarie, i Républicains si sono accodati con fatica a François Fillon, il candidato zoppo, preferito dai cattolici conservatori che non amano i matrimoni gay e neppure troppo i musulmani. Hanno tenuto insieme il partito per le legislative di giugno, quando ci sarà il terzo turno.
La Quinta repubblica è semipresidenziale: il capo dello Stato eletto al suffragio universale dispone di ampi poteri se ha la maggioranza parlamentare o ne ha molto pochi (politica estera e difesa) se non ne ha.
Articolo intero su La Repubblica del 24/04/2016.

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ci sono fascismi e fascismi e non sempre quelli evidenti sono i peggiori... il caso Macron è emblematico

 
 
 

Manovrina, soldi a tutti tranne a disabili e poveri (Carlo Di Foggia)

Post n°3983 pubblicato il 23 Aprile 2017 da ninograg1
 

Dietrofront – Nelle bozze del decreto non c’è traccia dei 250 milioni tagliati ai fondi per il sociale trasferiti alle Regioni che il governo s’era impegnato a restituire.

Di tutto di più, tranne i fondi per le categorie più a rischio, in barba alle promesse. La rassicurazione era arrivata il 17 marzo scorso: quel giorno il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, accompagnato dal presidente della Conferenza delle Regioni Stefano Bonaccini aveva promesso di ripristinare le risorse destinate al fondo per le non autosufficienze e alle politiche sociali appena tagliate tra polemiche feroci. Nel primo provvedimento utile, però, della misura non c’è traccia: nelle bozze della manovrina del governo, il cui testo ufficiale dovrebbe uscire oggi, lo stanziamento infatti non compare.

E le speranze che possa spuntare all’improvviso sono poche. Tra i governatori – da quanto filtra – c’è molta preoccupazione, e per questo ne hanno discusso nell’ultima conferenza delle Regioni tenutasi giovedì scorso. Al termine è toccato a Massimo Garavaglia, assessore in Lombardia e coordinatore per gli affari finanziari della Conferenza lanciare l’allarme: “C’era l’impegno del governo, ma da quanto risulta dalla versione fantomatica del decreto non c’è nulla. È opportuno che venissero messe le risorse e venisse mantenuta la parola, anche perché a farne le spese sono le categorie sensibili”.

Breve riassunto. Il 23 febbraio scorso, per effetto di un’intesa nella Conferenza Stato-Regioni è stato deciso un maxi-taglio di 485 milioni ai fondi sociali che vengono trasferiti dal governo centrale ai governatori. Tra questi: 50 milioni al fondo per la non autosufficienza (disabili, malati gravi e familiari che li assistono), che è tornato così ai 450 stanziati solo nell’ottobre scorso e 211 milioni a quello per le politiche speciali, che passa così da 311 a 99 milioni (-67%). Soldi che finanziano asili nido, misure di sostegno alle famiglie più povere, assistenza domiciliare e centri anti-violenza. Il fondo per le non autosufficienze, peraltro, era appena stato incrementato di 50 milioni dal “decreto Mezzogiorno” come promesso dal governo alle associazioni che seguono i malati di Sla.

La scure calata il 23 febbraio viene da lontano: le Regioni, infatti, dovevano ripartire i 2,7 miliardi di tagli sul 2017 imposti dalle manovre finanziarie del governo Renzi. Di questi, 2,2 miliardi per effetto del decreto sul “bonus Irpef” del 2014, i famosi 80 euro in busta paga (finanziati in buona parte con questa partita di giro a danno degli Enti locali). Una volta resa pubblica l’intesa, è arrivata la rivolta delle associazioni, in primis la Federazione italiana per il superamento dell’handicap. I 5Stelle, ma anche Sinistra italiana e parte del Pd hanno chiesto lumi al governo, che ha fatto finta di scoprirlo in quel momento (le trattative, però, erano state fatte con Palazzo Chigi).

Per spegnere le polemiche, il governo ha così promesso di tornare sui suoi passi riportando il fondo politiche sociali a 311 milioni e incrementando quello per la non autosufficienza di 37 milioni (destinati al capitolo del trasporto dei disabili). Dal canto loro, le Regioni s’erano impegnate a trovare altri 50 milioni. Il tagli erano a valere sui fondi 2017, c’era quindi una certa urgenza. La manovrina era la destinazione perfetta per lo stanziamento, anche perché il decreto, nato per correggere di 3,4 miliardi il deficit pubblico come chiesto dalla Commissione europea, nel frattempo è diventato un provvedimento “omnibus” di 68 articoli. “È quasi una finanziaria”, ha ammesso ieri il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Nella bozza del testo, però, i fondi promessi non compaiono.

In compenso, c’è la garanzia pubblica da 97 milioni per la Ryder cup, la gara internazionale di golf che l’Italia ospiterà nel 2022 e i fondi per permettere a Cortina d’Ampezzo di ospitare le finali di Coppa del mondo e dei Campionati mondiali di sci alpino nel 2020 e 2021. Nel testo ci sono anche risorse (poche, per la verità) per i Comuni e le Province, oltreché per il trasporto pubblico locale.

(Articolo intero su Il Fatto Quotidiano del 22/04/2017.)

 
 
 

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