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Wikileaks hackerato da OurMine? Uno scherzetto su cui riflettere

Post n°4066 pubblicato il 05 Settembre 2017 da ninograg1
 

di | 4 settembre 2017  Il Fatto Quotidiano



Chi la fa, l’aspetti.

Wikileaks promuove l’hackeraggio della combriccola di pirati arabi OurMine e diventa bersaglio proprio dei soggetti che si augurava di vedere arrembati. Chi si è collegato all’insediamento virtuale che abitualmente svela ingombranti segreti di Stati e multinazionali si è trovato dinanzi ad una imbarazzante pagina in cui l’hacking team saudita mostra un proprio logo e spiega l’avvenuta incursione. Il sito web dell’organizzazione dell’ormai celeberrimo Julian Assange affonda non per una debolezza propria, ma per la fragilità insita nel sistema di comunicazione di Internet.

La manovra posta in essere dagli spregiudicati esperti di protezione informatica di OurMine.org (che vende penetration test e altri discutibili check di sicurezza in Rete) consiste in un attacco ai Domain name server (Dns) ovvero agli apparati che instradano chi naviga online verso la destinazione desiderata.

Questi dispositivi “traducono” l’indirizzo digitato dall’utente (nella fattispecie www.wikileaks.org) nelle coordinate telematiche (in questo caso il numero IP 141.105.65.113) necessarie per raggiungere quanto di interesse. Il funzionamento dei Dns evoca la romantica atmosfera della telefonia degli anni Sessanta, quando – prima che nascesse la teleselezione e chiunque potesse collegarsi in autonomia a qualsiasi utente in qualunque altra città – per fare una chiamata interurbana si doveva passare attraverso i centralini della società telefonica. Come allora si forniva il nome e l’indirizzo dell’interlocutore desiderato e la centralinista stabiliva il contatto, oggi si digita l’url desiderato e il Dns provvede a “comporre il numero” richiesto e a generare la connessione.

Come un’immaginaria operatrice ubriaca avrebbe potuto collegare una persona sbagliata, così un sistema Dns “ipnotizzato” da un malintenzionato può dirottare il cybernauta su un sito totalmente estraneo anche se sulla barra di navigazione del browser utilizzato compare il nome del web desiderato. In questa maniera, si immagina una violazione delle misure di sicurezza adottate dalla presunta vittima dell’attacco e invece ci si trova di fronte ad una sorta di dirottamento, ma l’utente (anche quello non inesperto) ha l’impressione che la sua meta sia stata profanata.

Lo “scherzetto” a Wikileaks è stato di breve durata e la situazione di normalità è stata rapidamente ripristinata, ma il pur ridotto lasso di tempo del disservizio è stato sufficiente a creare disagio anche perché il sito di Assange è sempre stato considerato inespugnabile e ben lontano dal soffrire debolezze di sorta.

In circostanze del genere, il problema della sicurezza è facile a capirsi, riguarda i fornitori di servizi telematici che assicurano anche la corretta “circolazione” di chi naviga online e il regolare rintraccio e raggiungimento di dati, informazioni, notizie.

La tecnica del Dns poisoning – quella dell’avvelenamento o inquinamento dei server di risoluzione dei nomi a dominio – costituisce una minaccia tutt’altro che trascurabile. Cosa succede se qualcuno decide di applicarla in danno a siti o sistemi istituzionali che erogano servizi alla cittadinanza?

In un momento storico in cui il governo riscopre il ruolo strategico delle reti di comunicazioni e delle aziende del settore, varrà la pena non risparmiare qualche riflessione anche a questo proposito.

@Umberto_Rapetto

di | 4 settembre 2017

 
 
 

La grande fuga dai nuovi voucher L’Inps: “Ci sarà un crollo dell’80%” (MARCO RUFFOLO)

Post n°4065 pubblicato il 04 Settembre 2017 da ninograg1
 

Il caso.I vincoli introdotti con la riforma per evitare il referendum hanno ridotto le prestazioni occasionali. Ora il rischio è il sommerso.
ROMA.
«La vendemmia anticipata la facciamo con amici e parenti: i nuovi voucher sono troppo complicati, non riusciamo a utilizzarli. Chi può, arriva addirittura a preferire i contratti a tempo determinato». Gli agricoltori della marca trevigiana sono in buona compagnia nel denunciare la burocratizzazione di uno strumento pensato in origine per lavori occasionali e veloci. Ma non è solo un problema procedurale. Pochi mesi fa, una legge fatta in quattro e quattr’otto per evitare il referendum anti-voucher della Cgil, ha trasformato i vecchi buoni-lavoro in contratti di prestazione occasionale, vincolati a un complicato intreccio di limiti e divieti, che impedisce alla maggior parte delle imprese di accedervi.

 

L’80 PER CENTO IN MENO
I primi 45 giorni di vita del nuovo strumento ci consegnano in realtà un bilancio assai magro. Sono appena 6.742 i lavoratori che hanno svolto finora prestazioni occasionali: quasi tutti (6.056) al servizio di microimprese, e solo 686 per lavori familiari. Sulla piattaforma Inps si sono registrati 16.250 utilizzatori e 10.767 lavoratori, per un totale di oltre 27 mila utenti. «Non potevamo attenderci un livello più alto di ricorso al lavoro occasionale », commenta il giuslavorista Pietro Ichino, senatore del Pd. «La legge ora esclude da questa opportunità tutte le imprese con più di 5 dipendenti stabili: in questo modo si è tagliato fuori il novanta per cento della platea di datori di lavoro che nel regime precedente potevano utilizzare i voucher». Ecco uno dei nuovi paletti, sicuramente il più ingombrante. Tanto da ridimensionare drasticamente le previsioni di accesso ai nuovi voucher elaborate dall’Inps. Secondo l’Istituto di previdenza, non si supererà il 20% di quanto realizzato nel 2016, anno che registrò un picco di 1,6 milioni di lavoratori e 134 milioni di voucher. L’80% in meno significa che ci dobbiamo aspettare a regime poco più di 300 mila prestatori di lavori occasionali. La spiegazione che viene data sta tutta nella nuova costruzione di vincoli e divieti. I quali sono stati inseriti per tutelare meglio i lavoratori, per evitare l’abuso di lavori normali spacciati per occasionali (anche se si era già provveduto a rendere obbligatoria la tracciabilità). E soprattutto per scongiurare il referendum incombente.
VINCOLI E DIVIETI
Vediamoli allora questi nuovi vincoli. Non c’è solo il limite che circoscrive la platea delle imprese a quelle con non più di 5 dipendenti a tempo indeterminato. Ci sono vincoli anche al tipo di attività: le imprese agricole sono ammesse solo se impiegano pensionati, studenti under 25, disoccupati e cassintegrati. Sono escluse imprese edili, cave, miniere e opere e servizi svolti in appalto. Le pubbliche amministrazioni possono accedervi con progetti speciali per categorie svantaggiate, attività di solidarietà, manifestazioni sociali, sportive, culturali e caritative. Le famiglie, invece, possono chiedere piccoli lavori domestici, assistenza domiciliare a bambini e anziani malati o disabili, e lezioni private. Tetto alle ore lavorate: 280 l’anno. Tetto agli importi: ogni lavoratore non può incassare più di 5 mila euro l’anno da tutti i suoi datori di lavoro (contro i precedenti 7 mila), e non più di 2.500 euro dallo stesso utilizzatore. Se si supera questo limite, il rapporto si trasforma in contratto a tempo indeterminato. Il compenso giornaliero non può essere inferiore a 36 euro. Quello orario deve essere di almeno 9 euro netti e 12,37 lordi per le imprese, e di almeno 8 euro netti e 10 lordi per le famiglie. Il vecchio regime prevedeva cifre inferiori: 7,5 e 10 euro.
Facile prevedere, di fronte a questo ginepraio di vincoli, un forte ridimensionamento del fenomeno voucher. «I primi dati dell’Inps mi sembrano molto bassi», commenta il presidente della commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano. «Segno evidente che questa norma è stata pensata non per trovare uno strumento utile a lavoratori, imprese e famiglie, ma solo per evitare il referendum, per scoraggiare l’uso del lavoro occasionale. Che è diventato anche molto complicato da utilizzare».
Oltre ai paletti legislativi, infatti, ci si è messa pure la procedura di accesso alla piattaforma on line dell’Inps a complicare le cose, anche se ad agosto la situazione è migliorata. Lavoratori e utilizzatori devono registrarsi nel sito dell’istituto. Tre i modi: con il Pin, ma servono giorni per ottenerlo, con lo Spid tramite le Poste o con la Carta nazionale dei servizi. Dopo la registrazione, scatta il versamento dei datori di lavoro sul proprio “portafoglio elettronico”: all’inizio si poteva usare solo il modulo F24, da agosto è ammessa la carta di credito. A questo punto bisogna comunicare la prestazione: i dati dell’utilizzatore e del lavoratore, il tipo di impiego, il luogo, la durata e il compenso pattuito. Una volta terminata la prestazione, il lavoratore deve accedere nuovamente al sito e confermare l’avvenuto lavoro. Ed entro il 15 del mese successivo viene pagato dall’Inps.
IL RISCHIO SOMMERSO
Insomma, un percorso molto più accidentato di quello richiesto con i vecchi voucher, reperibili dal tabaccaio e facilmente utilizzabili; un percorso che richiede il più delle volte la guida di un consulente.
Articolo intero su La Repubblica del 01/09/2017.

 
 
 

Dopo 10 anni di crisi finanziarie, arrivano i primi segnali di ripresa. Dobbiamo fidarci?


Sono passati nove anni dal crollo della Lehman Brother, ma la crisi finanziaria iniziò un anno prima, alla fine di agosto del 2007 quando la Northern Rock chiese aiuto alla Banca d’Inghilterra per evitare la bancarotta. A dieci anni di distanza, vale la pena interrogarsi sulla fantomatica ripresa economica di cui tutti parlano.

Nessuno può negare che dall’estate del 2007 fino a quella del 2017, l’economia mondiale ha sofferto a causa di una serie di crisi finanziarie. La prima è partita dal Regno Unito, nonostante gli aiuti Northern Rock venne nazionalizzata per garantire i risparmiatori ed evitare il panico. Poi fu la volta di Bearn Stearns, negli Stati Uniti, all’inizio del 2008, un anno in cui i mercati videro crollare come birilli alcuni dei giganti della finanza.

Nel 2011 fu la volta della crisi del debito sovrano in Europa che è durata più o meno fino al 2013. Nel 2015 è crollato il mercato azionario cinese seguito da una svalutazione del renminbi a sorpresa. Durante tutti questi anni l’economia globale ha registrato un crescita lenta e farraginosa, che in alcuni paesi è stata anche negativa. Ma da qualche mese, gli indicatori economici sembrano dirci che questo lungo periodo di crisi volge al termine. Sarà vero?

Prima di rispondere analizziamo i pericoli. In primis un crollo dei prestiti subprime per l’acquisto di automobili. Negli Stati Uniti il mercato delle auto è cresciuto del 70 per cento negli ultimi sette anni, e la morosità dei prestiti è molto alta. Il rapporto debito/Pil in Cina è salito al di sopra del 300 per cento e viene giudicato da tutti troppo elevato, esiste la possibilità di un crollo. Anche il debito globale è salito vertiginosamente nel 2017 è arrivato a 217 mila miliardi di dollari, 70 miliardi di più che nel 2007. Con tassi d’interesse bassi gli investitori creano continuamente nuove bolle. Infine la concentrazione degli investimenti è salita: sembra un paradosso ma le istituzioni finanziarie sono più grandi oggi di dieci anni fa.

Nonostante queste preoccupazioni molti sono moderatamente ottimisti. Per la prima volta dallo scoppio della Grande recessione del 2007, l’economia globale appare in una fase di ripresa economica sincronizzata, anche se meno forte in alcuni paesi ed in via di accelerazione in altri. Ciò che si sta verificando, insomma, potrebbe essere un’espansione coordinata e sostenibile in tutto il mondo.

L’Europa, in particolare, promette una ripresa forte mentre il Giappone sembra essere in procinto di venir fuori da alcuni sconvolgimenti economici e finanziari che lo hanno danneggiato per decenni. E la crescita della Cina è sicuramente stabile ed a livelli più elevati e veloci di quanto si era previsto. Anche altri mercati emergenti, come il Canada e l’Australia, si trovano in fase di ripresa economica. Ma l’importante è che tutto ciò avvenga in sincronia.

La ripresa attuale segue un rallentamento economico reale in tutto il mondo iniziato nel 2015 a seguito dell’apprezzamento del dollaro e del calo dei prezzi del petrolio. A Wall Street abbiamo ad un rimbalzo dei guadagni negli Stati Uniti, quelli del primo trimestre del 2017 sono stati abbastanza forti, un rally insomma, ma bisogna aspettare la fine del terzo trimestre per averne conferma.

A questo punto alcuni anticipano cambiamenti nella politica monetaria, e cioè la rimozione degli stimoli. Certo se la ripresa è globale e sincronizzata, allora ha senso che le banche centrali inizino a rimuovere alcuni degli stimoli e che lo facciano in concerto. E’ anche vero che nel lungo periodo, la pressione al rialzo dei tassi di interesse potrebbe imporre una correzione sul mercato azionario. In parte il rally del mercato azionario è legato ai tassi di interesse eccezionalmente bassi. La correzione potrebbe essere del 20 per cento se improvvisamente i rendimenti decennali del Tesoro passassero al 3 per cento o a livelli più alti. Tuttavia, se questo avvenisse allora è probabile che i tassi a lungo termine torneranno a scendere, a quel punto il mercato azionario potrebbe avere di un nuovo rally.

Il problema in borsa è la composizione del rally ma lo è anche per la ripresa. Dall’inizio del 2017 l’indice Standard&Poor è salito dell’11 per cento, un record ai livelli attuali. Ma quando si va ad analizzare i dati ci si accorge che la crescita è imputabile a una manciata di grosse imprese, tra queste c’è Amazon, Microsoft, Facebook, Apple e Johnson&Johnson. Il problema è che l’eccellente andamento delle azioni di queste imprese ha contribuito per quasi il 30 per cento alla salita degli indici del mercato azionario compensando anche la caduta delle azioni di imprese che operano nel settore dei consumi ed in quello immobiliare. La crescita, in altre parole, è tutta attribuibile al settore dell’alta tecnologia elettronica e di Internet.

Il pericolo è che gli investitori non siano più in grado di differenziare il proprio portafoglio e smettano di acquistare le stesse azioni. Oppure che uno shock esterno, ad esempio un evento imprevedibile a carattere politico, diventi la scusa per una grossa correzione del mercato.

L’alta concentrazione della composizione dei portafogli azionari è il vero ostacolo alla ripresa economica. E sicuramente questo è il motivo per cui le autorità monetarie del villaggio globale sono caute riguardo al cambio di tendenza della politica monetaria. Alzare i tassi per poi doverli abbassare di nuovo non è auspicabile per nessuno.

di | 3 settembre 2017

 
 
 

Sud in crisi, ma di chi sono le responsabilità?

Post n°4063 pubblicato il 31 Agosto 2017 da ninograg1
 


Non tutti condividono l’idea che le classi dirigenti del Mezzogiorno abbiano una significativa fetta di responsabilità sui ritardi che ancora gravano su questa parte del paese. Alcuni ritengono che sia una lettura eccessiva, altri svicolano, attribuendo buona parte delle responsabilità ai Savoia, Garibaldi e Cavour. Riuscendo, in una sola mossa, a distrarre chi li segua dal dovere/diritto di individuare i ben più recenti responsabili delle scelte che danneggiano il Sud. Altri ancora preferiscono (non credo in buona fede) spiegare l’inefficacia in termini antropologici, come se si trattasse di un fatto connaturato e ineludibile.

C’è indubbiamente una mancanza di controllo da parte della popolazione: sui politici e sugli apparati burocratici. C’è un’imperdonabile mancanza di lucidità nel decifrare i progetti retrostanti le proposte politiche. Un esempio? Le vagonate di voti prese al Sud dai partiti che hanno sostenuto le “macellerie sociali” dei governi del nuovo millennio. Pensate ai relativi sostenitori locali che tante scelte hanno avallato, con l’azione politica o subìto, per obbedienza di scuderia, scarsa lucidità o personali logiche di potere. Le politiche di questi governi hanno depresso drammaticamente il Mezzogiorno. I dati Istat, Svimez e Bankitalia sono lì che attendono chi non ci credesse. Certo, la selezione della classe dirigente al Sud è complicata dalle condizioni al contorno: tassi di disoccupazione e di povertà paurosamente elevati favoriscono scelte viziate da fenomeni come il voto di scambio e la corruzione.

Come spesso riportato in questo blog, gli investimenti pubblici sono stati tagliati al Sud che ha pagato lo scotto in termini di servizi e infrastrutture e, soprattutto, welfare. Nel quinquennio 2008-2013 spesa sociale e welfare sono stati tagliati, su tutto il territorio nazionale. Ma le conseguenze più gravi si sono viste al Sud: “Nel 2007 la spesa pro capite per il welfare nei comuni italiani presentava un ampio spettro: si andava dai 755 euro pro capite di Bolzano e i 720 di Trento, in cima alla classifica, fino agli 85 euro pro capite di Vibo Valentia e i 74 di Crotone”, si legge in Buonanotte Mezzogiorno! (Carocci editore) di Tonino Perna e Flavio Mostaccio. Un decimo circa, per i calabresi. In questa classifica risultavano avvantaggiati i comuni delle regioni autonome, visto che i comuni meridionali con maggiore spesa per il welfare risultavano essere quelli sardi e quelli siciliani. Mentre gli ultimi venti posti della classifica risultavano occupati da soli comuni meridionali peninsulari, con meno di 200 euro pro capite. Poco più avanti leggiamo, però, che il trasferimento statale alle regioni vede ai primi posti proprio le regioni meridionali e del Centro: Basilicata, Molise, Liguria, Umbria e Calabria occupano i primi posti. La sorpresa (ma neanche tanto) sta nell’apprendere che “una parte considerevole di questi trasferimenti va alla voce ‘spesa per il personale’”.

Un aspetto degno di nota, peraltro compatibile col dato appena presentato, è rappresentato dalla persistenza di enti elefantiaci che, pur privi di senso, vengono mantenuti in piedi al sol fine di garantire un livello occupazionale socialmente sostenibile.

Poco più avanti un’altra sorpresa, apparentemente contraddittoria: “Se analizziamo, infatti, i dati della spesa sanitaria pro capite in Italia, possiamo osservare come non vi sia una grande differenza tra le regioni italiane: nel 2013 essa è di 1816 euro, in calo del 2.10% rispetto al 2010, quando la spesa sanitaria pro capite era di 1860 euro. […] L’elemento assai rilevante, però, è che regioni come la Calabria e la Puglia, pur spendendo quanto il Veneto e poco meno della Lombardia (Gianino, Tanzariello, 2014), offrono servizi sanitari di qualità nettamente inferiore”. Altrimenti non ci spiegheremmo il drammatico fenomeno dei cosiddetti “migranti della sanità”.

Come giustificare tutto questo? Non si tratta, in tutta evidenza, di un deficit di carattere eminentemente gestionale e amministrativo? Non bisognerebbe quindi spendere risorse ed energie, più che nel combattere battaglie retrospettive, per cercare di capire perché si assista a un simile dispendio di risorse senza che ai cittadini giungano servizi parimenti dignitosi? Al Sud occorrono trasparenza e onestà, ma anche l’individuazione dei responsabili dello status quo. Bisogna conoscere i numeri, in tempo reale, per poter chiedere conto degli stessi. Nuove forme di governance, facilitate dalle tecnologie ormai disponibili. Ma, in primis, occorre che la gente si occupi di politica, di come le risorse vengono amministrate (stando ai dati, non tanto bene).

(Ringrazio il prof Forges Davanzati per le illuminanti chiacchierate).

di | 29 agosto 2017

 
 
 

Frontiere chiuse, cosa faranno dopo? (Furio Colombo)

Post n°4062 pubblicato il 30 Agosto 2017 da ninograg1
 

Frontiera! Frontiera! Cosa importa se si muore. Basta un grido di valore che il nemico arresterà!”. Queste erano le prime parole di un inno fascistafatto ripetere senza fine dai bambini, nelle scuole di regime degli anni Trenta, quando era essenziale inculcare nella testa dei piccoli due concettiche rendono facile, anzi naturale, accettare la guerra.

Uno è che la frontiera esiste non per definire un territorio, ma per essere chiusa e ben guardata, in modo che non passi nessuno. L’altro è che fuori dalla frontiera (che dunque diventa “sacra e inviolabile” e vuole il sangue ) c’è sempre, per definizione, il nemico. Che cosa fa di mestiere il nemico? Invade. E infatti l’inno ti spiega che “il grido di valore il nemico arresterà”. Ovvero, prima che invada lui, invadiamo noi. Il nemico, come dice la parola stessa (e l’inno, in un altro punto ) è “codardo”. E allora (altro inno) “Nizza, Savoia, Corsica fatal, Malta baluardo di romanità. Tunisi è nostra, nostro il nostro mar, tuona la libertà” (intesa come espansione e dominio).

Segue “In armi, Camicie Nere! In piedi, fratelli Corsi!” e la lezione dell’indottrinamento (con buona pace di molti leghisti, che si schierano accanto a CasaPound, ma vorrebbero solo sbarazzarsi dei ”neger” e il diritto di sparare in casa), è completa: sbarrare le frontiere non vuol dire nientese non segue la proclamazione della guerra (“Siamo in guerra!” ti ripetono i loro giornali, che chiamano già adesso “bastardi” quelli che sono fuori e che pretendono di entrare, pur professando la religione sbagliata e ignorando le tradizioni delle nostre valli).

L’Italia, Paese co-fondatore dell’Europa, non è solo l’autore della chiusura ai bastardi, in attesa che la Libia ci aiuti a fare di meglio. L’Italia è stata chiusa fuori a sua volta, da Austria, Francia, Polonia e Balcani. La nostra educata protesta si è sentita appena. Siamo fascisti solo a metà.

Articolo intero sul Fatto Quotidiano

 

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lo posto perchè il suo punto di vista è sempre particolare e profondo anche se, lo dico per correttezza, non ne condivido completamente il contenuto.... la open society è un sogno e resterà tale

 
 
 

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