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Creato da misonorottodellamore il 16/07/2009

PASSIONE E....

TRADIMENTI

 

 

In cerca di una Stella

Post n°30 pubblicato il 25 Gennaio 2011 da misonorottodellamore

Dedicato ad una persona speciale

 

Sai quanto io adori il tuo fiore 
e quanto a te piaccia offrirmelo.
E' un regalo sempre nuovo,
ogni volta una nuova scoperta,
un nuovo piacere. 
Mai "solito", sempre unico,
desiderabile, inebriante,
ed io non posso farne a meno.

 

 
 
 

LE COSE ACCADONO PERCHE SI POSSA COGLIERE IL SENSO

Post n°29 pubblicato il 28 Ottobre 2010 da misonorottodellamore
Foto di misonorottodellamore

Non serve sempre vedere una ragione, che si può essere nudi e scalzi di qualsiasi ragione e non per questo essere meno veri di un fuoco acceso nella notte. So che le cose accadono perché ne possa cogliere il senso. Coglierlo come si coglie un sasso nell’infinità di sassi nel deserto per la sua irresistibile singolarità. Io questo vorrei: sentire il senso delle cose che ho visto. Allora dire che le ho vissute. E le ho anche toccate…. toccare perché si fermino e restino e non per questo essere meno veri di un fuoco acceso nella notte. So che le cose accadono perché ne possa cogliere il senso...

 
 
 

COL FUOCO ADDOSSO

Post n°28 pubblicato il 22 Luglio 2010 da misonorottodellamore
Foto di misonorottodellamore


umida tana
non placa il rogo che
di te s'avvampa

DENTRO DI TE
su quel sentiero
inseguo paradisi
a luci spente

NEL TUO REGNO
frugo l'oscuro
cercando sensazioni
oltre il tempo

DESIDERIO
in quel pensarti
gocce di sole vanno
oltre il cielo

ESPLORANDOTI
oscuro tunnel
dov'è racchiusa in te
luce di stelle

SABBIE MOBILI
affondo in te
ma in quel cadere mio
non cerco scampo

MAPPE D'ESTASI
sul tuo mare
disegno le magie
dell'infinito

NETTARE DI TE
colgo le gocce
d'oscuri paradisi
tra i cespugl

 
 
 

PRIGIONIERO DI ME STESSO

Post n°27 pubblicato il 21 Giugno 2010 da misonorottodellamore
Foto di misonorottodellamore

Sono solo, se muoio adesso, nessuno stasera mi terrà compagnia. Questa gabbia m'impedisce di uscire, questa finestra troppo in alto m'impedisce di vedere, ma lo so che c'è il mare, lo sento non è poi lontano. Ogni tanto qualche sparuto gabbiano si ferma e riparte all'istante, non mi degna di uno sguardo, non ho niente da offrirgli. Sento delle voci, parlano una lingua straniera, danno calci sui muri ogni volta che tento di riposare, ogni volta che sogno. Poi ancora voci, che fanno paura anche di giorno.

Stanotte sarà l’ennesima notte, chissà quante ne saranno passate, non voglio ancora pensarci, ho paura dei topi, di chiunque apra la porta e mi ordini senza ragione. Perché la ragione ha un senso solo quando esiste decoro. E la dignità o qualcosa di simile l'ho persa strada facendo, inseguendo questa  crepa sul muro che sbatte al soffitto e scompare oltre la porta e mi riporta nella mia città, al mio lavoro, a te che mi leggi e non sai cosa ci faccio in questo squallido posto.

Lo so che c’è il mare, lo sento questo rumore continuo, di fiotti e risucchi strascicati, che ti mettono ansia perché non arriva mai la fine. La sento quest’umidità salata che m’infiamma le ossa e m’appiccica i vestiti sulla pelle, e non oso guardarmi allo specchio, semmai ce ne fosse uno, semmai potessi vedermi attraverso quest’oscurità che non mi dà dimensione e mi fa paura, come se si congiungesse al rumore del mare che ora sento più forte.

Non riesco ad immaginare che ora possa essere, riesco perfino a ridere di me stesso pensando a cosa mi potrebbe servire saperlo davvero, a quanto sia inutile calarmi in un punto preciso del tempo e domandarmi dove mi potrebbe portare il pensiero di sapere che sono le cinque di un giorno feriale.

Tanto tra poco s’aprirà quella porta e l’odore stagnante di muffa circolerà rinvigorito e più forte, sulla mia pelle e su queste mattonelle che al tatto non sono più sporche dei palmi delle mie mani. Tra poco s’aprirà quella porta e mi trancerà la notte dal giorno, ieri da oggi e così via fino a credere superati questi pensieri che ora sono tutto il mio avere.

Ricomincerò daccapo pensando al passato quello che ora dico al presente, ma il ricordo, quello vero, che mi vedeva altrove, lontano da questi ragni che mi camminano addosso e mi fanno la tela, si fa sempre più flebile. Non ho più niente di mio, neanche un paio di mutande, o che so io, una lametta per mostrare la mia faccia un po’ più decente.

Tra poco batteranno più forte, porteranno un brodo che dicono latte, qualcosa di molle che ha la forma del pane. Sempre lo stesso, lo stesso sapore, come se fosse quello di ieri, mangiato e rimesso. Tu m’hai promesso che verrai a trovarmi, in un giorno qualunque, quando neanche me l’aspetto, mi porterai una zuppa di ceci e fagioli, che oramai non ricordo più il gusto, il sapore, che i miei sensi hanno cancellato come fare l’amore o che so io, farmi una doccia bollente quando fuori c’è neve.

Ma davvero ora non ricordo se fuori c’è inverno o un sole che picchia e crepa la terra, non ricordo se sono venuto fin qui coperto di lana, sento solo freddo, quel freddo di brividi che ti coglie indifeso quando sei solo, e s’infila padrone nelle parti più intime gelando cuore e polmoni.

Sembra passata un’eternità da quel giorno maledetto e forse sarà trascorsa davvero, a giudicare dalle tante domande a cui non ho dato risposta; non ho dato il minimo senso per pensarle di nuovo. Tutto è successo senza rendermene conto e senza per questo pensare che non sia accaduto, che queste sono solo le mie lenzuola sudate dall’ansia, che ora mi alzo e vado in cucina a prepararmi un caffè vero che ne ho tanto bisogno. Ma le sento davvero queste voci, miste a quelle straniere, come mi pare d’udire un sibilo di vento simile a zanzare fastidiose di notte, come mi pare di sentire la voce di un ragazzino che gioca sul pavimento all’ingresso.

Ma se mi concentro sento la voce distorta di una donna, la voce di una Stella Errante che di là in cucina pulisce cicoria e s’affatica attorno a quei pomelli opachi della sala da pranzo. La sento la voce, ora sempre più intensa, che grida perché non può più accettare che io stia qui dentro, sento una specie di pianto che, come ora silente, mi bagna la faccia e segue remissivo le rughe del viso fino a posarsi negli angoli della bocca, fino a ridarmi equilibrio e coraggio di subire un altro giorno che nasce, e distinguere nitido questo rumore di mare.

Se solo potessi vedere sul muro i contorni della mia ombra, m’aiuterebbe a ricordare chi ero là fuori, basterebbe uno straccio di luce per darmi una faccia, un’altezza, un carattere e da lì non ci vorrebbe che niente ricordare il motivo che m’ha relegato qui dentro, inghiottito da questa oscurità dove i ragni continuano a farmi la tela intorno ai miei polsi fasciati. Ma non sono catene, non ho ferri attorno alle caviglie o lenzuola che mi tengono stretto, neanche un bavaglio per tacere.

Mi chiedo perché non urlo, perché non m’alzo e scappo da quella porta e perché rimango paziente ad attendere questo giorno che nasce. Ma poi lo so perché sono dentro e perché non urlo e non scappo. Tanto non servirebbe a niente, se anche potessi, perché il dolore è dentro il mio cuore ed il male che sento mi seguirebbe ovunque potessi fuggire.

Solo quattro mura che ormai hanno confinato la mia fantasia, solo strisce con numeri impressi sulla mia pelle, 4237 e poi un codice a barre, come un dentifricio alle erbe, la mano della cassiera che delicatamente mi prende, m’afferra, manca solo il bip della cassa. Ecco lo sento! Vedo le sue unghie, rosse smaltate, la luce del neon che riflette. Cosa mai ci sarà da sorridere, ma lei ride e raccoglie i capelli. Il seno proteso sotto il camice a strisce. Tu credi che abbia memoria di una donna? Di quello che si fa al cospetto di un paio di tette?

Cerco nelle ombre della mente capelli freschi di shampoo che frivoli al vento fanno la ruota, ma mi tornano in mente soltanto puttane. Quelle di strada. Esisteranno ancora? Che battono i tacchi e consumano asfalti. Quei fuochi romantici sui marciapiedi di sera, quegli inviti sfacciati che ti fanno illudere quanto il paradiso può esserti accanto, quanto sia sporco come la terra che ingoiavo da bimbo.

In questa mia prigione non ci sono puttane, ma solo secondini con falli di gomma che non hanno alcuna voglia di sorridere. Li sbattono sui muri e fanno paura, sulle sbarre e fanno rimbombi. Tu sai cosa c’è dentro un boato? Un uomo piccolo vestito di niente, che nudo s’appiattisce alle pareti e si rannicchia inseguito da un fascio di luce, freddo e accecante.

Ancora battono, come se i manganelli fossero sessi, duri, ritti davanti ad una donna, ma qui siamo tutti uomini e per alcuni di loro non facciamo differenza, perché il sesso è un buco che si tappa e si schiude, una bacinella di plastica per scaricare le voglie. 

Anche a me un tempo veniva duro. Bastavano due gambe in un bar all’aperto. Un drink arancione mentre accavallava le gambe. La gonna che s’alza, cosa mai ci sarà lì sotto?

Ora, invece, non ho calze di donna da guardare, non ho indumenti usati da annusare, tutto ha il colore della morte, triste gioco che mi vedrà sicuramente sconfitto. Davvero basterebbe poco! Non sogno d’uscire, pensare cosa potrei fare domattina se mi svegliassi nel mio letto. Chiedo di meno, un rossetto da respirare mentre m’addormento. Chiudo gli occhi e vedo la bocca, le labbra che si stringono a forma di culla. Non ricordo quanto è umida una bocca. Impazzisco all’idea dei tuoi capelli tra le mie gambe. La faccia a contatto con la mia voglia, che mi respira, che m’accarezza.

Ma non riesco a concentrarmi, l’odore di sporco prende il sopravvento, il rossetto è svanito, la tua faccia un giornale appiccicato sul muro. Ma non c’è faccia, non c’è seno, solo fica in primo piano, pieghe intime di carne rossa, sanno di macelleria e di delinquenza.

Davvero tu verresti a trovarmi? Non sai nulla di me, non conosci la mia faccia, se sono brutto o il solco sul viso mi taglia in due la faccia! Oddio devo farmi la barba! Davvero verresti? Mi fa impazzire l’idea, ma voglio che sia lontana. Sai, qui il tempo scorre lento, non è come fuori! Non voglio bruciarla, ma godere del piacere che possa accadere.

Qui si coltivano semi, non si comprano fiori! Perché sul mio certificato è scritto: FINE PENA: MAI.

 
 
 

FERMATA DI TRENO

Post n°26 pubblicato il 20 Aprile 2010 da misonorottodellamore
Foto di misonorottodellamore

Quante volte hai desiderato prendere un treno quando di fuori la pioggia gronda ed inzuppa i muri di noia, quando alle dieci del mattino accendi le luci di casa e ti domandi che forse era meglio saltare un giro completo rimanendo a dormire. Quante volte hai desiderato prepararti come se dovessi fare da testimone alle nozze della tua amica migliore, solo perché avevi ricevuto un invito in un albergo del centro, di questa piccola città sparsa tra la nebbia, dove conosci tutti e non conosci nessuno. Per accorgerti poi che volevano solo venderti spazzole e pentole con in omaggio una gita in pullman a far visita ad un santo minore nato per sbaglio in un paese vicino. Tante volte sei arrivata fino alla stazione con in mano soltanto un ombrello, a ripararti dalla folle intenzione di prendere il primo treno qualunque, ma sperando in cuor tuo che qualcuno t’avesse distratta, che t’avesse fatto almeno sperare che in questa città ogni tanto riflette un raggio di sole, s’adagia uno spicchio di luce che di rado riscalda i tetti delle case se proprio non riesce a scendere fino a terra. Ma poi nessuno ti ferma, nessuno che ti faccia cambiare direzione per uno sguardo più intenso, finché t’accosti ai binari tenendoti alla larga quel tanto per non avere pensieri molesti. Vedi i treni arrivare taglienti e veloci come se ti squarciassero in due dal resto del mondo creando un risucchio di vuoto e silenzio che poi è difficile riempire. Alle volte ritorni sui tuoi passi perché la voglia di partire s’affloscia prima d’arrivare, prima che un urlo di treno ti faccia davvero tremare che è giunto il momento. Cammini convinta che tanto non saluterai nessuno perché nessuno che conosci percorrerà mai questo viale di alberi e foglie che porta alla stazione. Hanno fatto dei figli per non pensare più a se stesse, per riempire gli stessi tuoi vuoti all’uscita di scuola o in qualunque parco di giochi, per giustificare il tempo che corre veloce ed è giunta già l’ora di cena. Ma tu non hai bimbi e non porti neanche una fede, porti solo un cappello nero per sentirti più bella, perché i tuoi capelli lunghi escano lisci e più biondi dalle falde che ti fanno ombra e ti coprono gli occhi. Non vuoi confonderti con chi ora sta andando al mercato, con chi a braccetto fa spese per riempire compleanni e Natale. Porti solo il ricordo di averci provato a vivere in gabbia turandoti il naso, che ora paghi e t’illudi che sia stato diverso da come t’appare, da come ti guarda quando lo incontri con in braccio un bambino e un tailleur di fianco, comprato nella stessa boutique dove ti servi da anni. Lo incontri distante da questo viale, da queste foglie dove porti a spasso la tua solitudine che ogni tanto ha bisogno d’uscire, che come un cane t’abbaia e gratta alla porta. Alle volte ti sorprendi a pensare che in questa città ci sei nata, conosci a memoria ogni scritta sui muri, ogni ti amo scolorito che grida ancora vendetta. Potresti attraversare ad occhi chiusi questo viale perché conosci esattamente i tempi di rosso e di verde di ogni semaforo. Ma quello che non riesci ad accettare sono questi volti sconosciuti, queste ombre anonime che incroci, che mai ti potranno far sentire d’essere preda appetitosa di giorno quando ancora non è calata la notte. Rallenti i passi per farti venire in mente una scusa credibile, per domandarti cosa diavolo ti sei dimenticata questa volta per rinunciare a partire. T’accorgi d’essere senza valigia, nemmeno un cambio di mutande per arrivare a domani, per poi rassegnarti su questa panchina di pietra ed aspettare che le insegne della stazione ti colorino il viso di viola. Perché coscientemente ti basta l’illusione, il sapere che prima o poi andrai a trovare la tua amica Marianna in montagna, che indosserai un vestito di fiori o salirai davvero su un treno a caso per cercare due occhi troppo identici ai tuoi. Non cerchi amore che duri una vita, perché da anni hai smesso di crederci, hai smesso di farti imbrogliare che insieme ci si possa sentire meno soli. Non cerchi amicizie, perché non saprei cosa confidare d’un passato che a te dà nausea soltanto a pensarci. Cerchi soltanto uomini slegati che chiedono quello che pensano senza che il problema di chiedere sia più grande di quello che vorrebbero. Cerchi occhi folli che ti guardino fissa senza paura d’essere indiscreti, che ti trasmettano quella pazzia che non ti ha mai dato il coraggio di lasciarti andare o di prendere un treno per una sola fermata perché le altre sarebbero inutili. Non li desideri belli! Vorresti soltanto due fari che t’abbagliassero come puttana di notte e ti scrutassero come mani senza riguardi e senza paura di farti del male. Che non rimangano in superficie ad accontentarsi dei tuoi seni, ma che ti scavino infondo per sapere perché ora sono così dritti e duri sotto questa maglietta che ti modella e che indecentemente deformi. O forse infondo lo sanno che stai aspettando il tuo treno, che non ci sarebbe tempo per imbastire un incontro, che ad una donna così bella non si può chiedere nulla direttamente, ma occorre farle la corte ed impegnarsi per mesi ed attendere ansiosi un risultato qualunque. Perché una donna così sarà già impegnata a rintuzzare gli assalti, a difendersi ogni giorno da attacchi pressanti e che tra l’altro non può essere sola e quindi bisognerebbe combattere col suo cuore e quello degli altri. Se invece sapessero che è tutta una farsa, che non è il freddo, che non è l’aria umida che indurisce i tuoi seni, che questa bellezza sta sfiorendo ogni giorno che passa e le tue gambe hanno fatto dei muscoli sodi per camminare frenetiche fino a questa panchina. Se solo sapessero che queste caviglie gonfie nascondono un vuoto nel cuore, che basterebbe soltanto un sorriso per squagliarti d’amore, che non rifiuteresti uno sguardo fisso sul punto dove provi piacere, per poi invitarti senza tanti giri di piazza e parole dentro una qualsiasi stanza con un letto rifatto alla buona illuminato dal viola d’una squallida insegna. Se solo non chiedessero il tuo nome, se solo sapessero che non hai bisogno di promesse, ma solo di due occhi gonfi di desiderio che ti guardino senza abbassare le palpebre per tutto il tempo che consuma la voglia. Se solo non vedessero in fondo ai tuoi baci un fine diverso, ma capissero davvero cosa vai cercando, che non c’è altro che quello che vedono, dove in fondo alla voglia c’è solo altra voglia senza per questo impegnarsi per mesi e per anni o tirare fuori dei soldi nel momento sbagliato. Ma sei sicura che niente di questo troverai su questi volti grigi quanto questi portoni, perché non ci sarebbe evasione, perché saresti costretta a fare l’amore con la loro noia e la loro sconfitta. Ed tu non ho più voglia, più forze per sobbarcarti i pesi degli altri, le ipocrisie di vivere fotocopie di giorni. Sapessero invece che non cerchi promesse, che non cerchi parole, che non ti serve né un tetto né due spalle che ti proteggano quando rincasi la sera. Cerchi solo quel treno, qualsiasi treno perché la prima domanda è dove si scende e seppure riuscissero a guardarti le gambe non ne conoscerebbero la voglia e la storia. Sei sicura che mai e poi mai ne vorrebbero sapere il futuro perché tanto da qualche parte si scende, prima che cali la notte, prima che qualcuno fissi un prezzo ai tuoi seni e ti domandi sorpreso come fai a svendere carne bianca allo stesso prezzo di quella di colore! In questa città dove anche la nebbia sa di razzismo invece li offri per una singola fermata, perché oltre diverrebbero solo due palle di carne ingombrante, due buste di latte per bocche di bimbi affamati! Solo una fermata di treno! Dove non abbiano il tempo d’impoverire l’amore con il desiderio di viverti accanto scambiandovi gli umori del sesso che prima o poi diverrebbero insopportabili odori. Non chiedi che una fermata di treno per poi scendere prima che i tuoi occhi verde bosco possano prendere il colore di fango e detriti, prima che il sapore delle tue parole diventi chiacchiericcio noioso. Vuoi vederti specchiare nelle pupille allargate, riempirle sature del solo tuo corpo senza che rimanga neanche un piccolo foro per distrarsi, per girarsi verso il primo culo che passa per strada. Soltanto una fermata! Una passione improvvisa che t’avvolge di tanti piccoli rimpianti nonostante non sia ancora un ricordo, che sa di pentimento per non averti afferrato il vestito di fiori mentre scendevi dal treno o per aver osato oltre il lecito senso d’ogni pudore che ti sazia d’amore, ma ti lascia uno strascico di mille domande in quella mente confusa che ancora non s’è resa conto di cosa è successo. Scenderesti contenta ricordando per caso il suo volto, per caso quelle mani frenetiche che dopo giorni ancora infilerebbe nel naso per sentire l’odore di sesso e detersivo delle tue mutande slabbrate, del tuo reggiseno incollato nei ricordi delle sue labbra che invano tentavano di farsi strada da sole. Ti chiamerebbe tutte le notti finché memoria le dia forza di avere ricordi, di rischiarare quell’unica immagine che gli ha riempito una vita. Per giorni e giorni salirebbe alla stessa ora sul solito treno, occupando lo stesso identico posto e sperando in cuor suo di rivedere una donna con in testa un cappello, di rivederla identica e bella, esattamente uguale al ricordo con gli stessi capelli che lisci uscivano lunghi e più biondi.

 
 
 

Nel ventre dell'anima

Post n°25 pubblicato il 20 Aprile 2010 da misonorottodellamore
Foto di misonorottodellamore

Ora aspetti un qualcuno che sia diverso da tutti gli uomini che t’hanno invitata a salire le scale. Tutti uguali con le facce diverse, odori diversi, tatuaggi diversi, ma tutti coll’inconfondibile desiderio di scopare se stessi. Sentirsi sovrani sopra una donna che montano e le fanno l’amore con l’autocompiacimento d’essere forti, di sbattere pelle di femmina contro qualsiasi stipite a portata di mano.

Ti fai forza pensando a quando l’impeto scema e rimane poesia. Rimangono sospese parole d’amore che ti dicono bella, le mani di colpo gentili che ti coprono il seno, le labbra che ti danno vapore e t’inumidiscono il collo. Come ora, in questo momento, dove ti pare di sentire il rimbombo di parole che pensi d’amore, l’odore giallo di rose che ora non vedi, il tatto di una mano che t’ha accarezzato per ore. Vivresti solo per questo momento, solo per sentire le tue palpebre fragili pronte a traboccare emozione! Ma allora t’ha scopata! Perché dunque ti sei svegliata col dubbio d’essere intatta? Dove sarà finito il tuo vestito, perché la tua calza è smagliata? I tuoi seni che fanno volare farfalle non sono per niente arrossati! Ma allora perché sei nuda se non t’ha ancora scopata? Il rumore dell’acqua non smette e tu non ricordi la faccia, non ne senti l’odore.

Non senti il bruciore dentro quel vuoto che ti rende incompleta, dentro il tuo cuore che spalanca le cosce per sentire poesia. Perché non esce dal bagno? Perché continua a farsi la doccia e non esce, e ti prende nuda, prima che l’alba ti ritrovi per strada a pensare perché diavolo sei finita in questo buco di mondo.

Sarai più capace d'essere femmina normale? Di sederti e coprire quei pochi centimetri di coscia quando sale la gonna? D’offrire questo tesoro senza per questo sentirti chiamare puttana? Perché non ti ci senti, perché non può essere puttana chi in ingresso dentro una cassapanca, che dicono antica, fa muffa e ingiallisce un corredo da vomito. Sorridi ripensando a tua madre che faceva prove di pianto, come se fosse stato domani, come se avessi avuto un pretendente o una pancia da nascondere a parenti e vicini.

Non puoi essere puttana se hai incamerato come spugna tutta la disperazione che t’allevia la rabbia lasciandoti dietro soltanto il dolore e la disillusione d’essere capace d’innamorarti solo di te stessa.

Ti sei data consigli come se fossi esperta di cuore, come se l’amore che avevi in mente fosse stato distante da quelle mutande che stranamente porti soltanto una volta ad ogni luna che nasce, che cresce e ti ricorda d’essere femmina come tutte le altre.

Ti chiedi se oltre quest’alba sarai capace di provare piacere come adesso confondi il dolore dentro queste tette. Le guardi e sanno di mignotta, sanno di sesso a portata di mano che inutilmente copri cercando un fragile e sconosciuto pudore. Sono trote di fiume, spigole di mare che nude sopra un banco di pesce annaffi e addobbi con foglie di vite per farle apparire più fresche. Le stringi perché siano più sode, le raccogli dentro le mani per illuderti che sfameranno ancora una volta qualsiasi bocca anche quando, a forma di pere, caleranno senza riguardo.

Perché nulla ora serve degli anni che porti, degli uomini che stanotte ti baciavano frantumandoti l'anima come se fosse una fica, come se delusi si rendessero conto che non è altro che un buco, un misero squarcio che nessuna bellezza potrà mai affinare.

Eppure queste scarpe che nuda indossi trafiggono gli occhi di chiunque ne voglia sentire l’odore, sgocciolano lingue e appannano gli occhi di tutti gli altri che s’accontentano di vederli passare. Ti fanno sentire bella più di quando scalza camminavi per casa e tuo padre ti urlava preoccupato perché ti saresti raffreddata, ignorando i problemi che incontravi la notte quando sopra di lui non riuscivi a respirare col naso.

 
 
 

CONFIDENZE DI UN'AMICA

Post n°24 pubblicato il 07 Aprile 2010 da misonorottodellamore
Foto di misonorottodellamore

“Quella stronza come al solito ti fa aspettare!” Guardi l’orologio impaziente mentre ti esce un’imprecazione violenta e corposa come uno sputo denso di raffreddore. Poggiata sul solito muretto davanti al solito locale di gente in, aspetti e maledici senza motivo queste nuvole basse che ti fanno da cappa all’ansia di non essere perfetta, di non essere al meglio ai tanti occhi che a breve pretenderanno soltanto il piacere di guardarti immacolata. I tuoi capelli afflosciati hanno già esaurito tutto il tempo disposti ad aspettare, come le tante sigarette a metà finite sotto le suole non prima d’averti consumato lucido e contorno di labbra. Dentro un misero specchietto ti vedi sciatta e inguardabile, immaginandoti come una qualsiasi donna ordinaria che si trucca alla buona per avere una chance prima che l’ennesimo sabato finisca ancora in un nulla di fatto.

“Ma perché non arriva?” Mentre ti sale una stupida paura di vedere la faccia incredula di tuo padre che ti guarda conciata con una sola striscia di gonna che non ti copre vergogna e mutande se solo stasera avessi deciso di portartele appresso. Hai voglia a dirgli che hai preso otto in latino, che quest’anno non ti fai fregare! Chissà forse ti guarderebbe con quel solito disgusto di chi non capisce, di chi non si degna neanche di fare uno sforzo di intuire che in quel locale non vai per farti invitare a ballare. 

Con tua madre nessun problema, sono anni che si pompa il vicino di casa chiamando contemporaneamente tuo padre amore e tesoro! Ma oramai conosci il suo viso che s’increspa di ansia se in tutti i giorni feriali non riesce ad uscire dalle due alle quattro. Ti viene fastidio vederla che ti ruba patetica i perizoma più stretti, che s’inventa ogni giorno una scusa diversa agitando le mani per asciugare lo smalto. Più di una volta hai tentato di esserle solidale, in fin dei conti tutte due entrate nello stesso bagno ad ore diverse e vi truccate le labbra con lo stesso desiderio di vederle sgualcire. Ti verrebbe d’abbracciarla anche se usate tonalità di rossetto diverse, anche se lei consuma bombolette intere di lacca, anche se lei è costretta ad abbassarsi almeno una volta al mese ai doveri del letto. Ti verrebbe da dirle che l’hai vista quando esce di casa e continua a truccarsi mentre toglie la sottogonna per farsi vedere quel residuo di stoffa che ancora chiamiamo mutande. Ma è di una vecchia generazione, ha imparato l’amore dai fotoromanzi che credo sia l’unica ancora a comprare. Non cerca altro che poesia, illusione di una vita diversa, ma poi si è ridotta a sbattersi il vicino di casa sicura di riuscire nell’intento di colmare dei vuoti facendosi imbottire d’amore. 

 

La stronza è Barbara che ancora non si vede! Mai una volta che arrivi in tempo, mai una volta che hai il gusto di vederla aspettare, magari, come te, poggiata su questo cemento che divide la spiaggia dall’asfalto. Tra poco arriverà attraversando la strada di corsa senza guardare, senza il minimo dubbio che anche così bella e perfetta potrebbe finire sotto una macchina. La conosci da qualche mese, vi siete incontrate e piaciute mentre patetiche tentavate di fare i primi passetti sopra questi tacchi che vi fanno più oche. Come te è una pazza scatenata e non c’è voluto poi molto per andare d’accordo. A quindici anni nel bel mezzo di una mattina piovosa s’è rifiutata di andare a scuola ed ora a ventidue vive alzandosi quando sua madre apparecchia la tavola per la cena. Si chiama Leonilde, ma credo nessuno, tranne i genitori, la conosca col quell’orribile nome. Lei è Barbara, perché ribelle e sconclusionata, perché si tinge i capelli con i colori a tempera e usa pennelli da imbianchino per truccarsi la faccia. Si vanta di non pensare e di agire con il solo fiuto dell’istinto che a notte fonda o all’alba inoltrata la riporta comunque verso casa.

 Sarà questo vento fastidioso che ti sparecchia la gonna, saranno questi occhi che s’accalcano all’entrata e ti vorrebbero più nuda di quanto questa luna già illumina. Sarà che non sopporti rimanere ancora un istante appoggiata su questo muretto, ma stasera avresti voglia di fare un altro lavoro, magari la cameriera se non fosse che comunque fai l’alba e tuo padre non sarebbe contento. Ma senza Barbara saresti una normale puttana di notte intenta a sfidare carichi di truppe che si riversano a sera. Senza Barbara sarebbe tutto più serio, davvero un lavoro, vuoto di questa sottile pazzia che invece colora le vostre notti, vuoto di quest’enorme competizione d’essere padrone del mondo con qualsiasi mezzo. Che vi fa essere sfrontate e irraggiungibili, Paradiso ed Inferno dove in entrambi i casi offrite il vostro meglio. Perché insieme riuscite a soddisfare ogni mania, perché ognuna di voi è specializzata in un buco che vi permette di variegare l’offerta e di sentirvi orgogliosamente vergini dall’altro. Senza di lei dovresti accontentarli dove nessuno è mai entrato, dove riservi quel posto al primo che avrà gli occhi d’amore, al primo che solo potrà baciarti le labbra anziché schiacciarti i capelli.

“Questa stronza ti fa sempre aspettare” ripeto malferma sugli stivali di vernice. Nonostante la pioggia ed il vento che ti alza la gonna, anche stasera al in quel locale si balla e si tenta d’arrivare indenni fino a domani. Chiunque da mille miglia vi dia un’occhiata distratta può scommettere di vincere senza timore centinaia di euro che tu e Barbara non siete lì per divertirvi. Anzi, nei pochi momenti di buco, vi annoiate maledettamente guardando militari del posto e badanti di colore che ballano osceni. Incredibilmente anche stasera c’è il pieno e di sicuro in quel pieno qualche disperato avrà voglia d’un buco finto d’amore che offrite alla modica cifra di due buone bottiglie di Porto o Tequila. Oltre la strada c’è il mare e ci sono folate intermittenti di musica che il vento trasporta e si riprende, ma soprattutto quell’oscurità che fatti due passi li fa sentire consapevolmente clienti, capaci di assaporare la fortuna guardando contemporaneamente nei tuoi e negli occhi di Barbara. Capaci di rendersi conto che hanno già pagato il dovuto e non rimane che adagiarsi dentro due profumi diversi, dentro il ricordo domani di non riuscire ad abbinare questo di dietro imbottito, dove difficilmente risalgono, con la faccia di Barbara che fuma ed aspetta.

 Sarà che stasera queste nuvole non presentano nulla di buono, sarà che Barbara non viene, sarà che questi occhi li senti addosso più di due mani quando lavori, sarà che per la prima volta Ti sento impacciata con questo vento che Ti asciuga i sudori, ma senza Barbara Ti senti slegata, senza  non Ti senti la prima. Vabbè non credo che morirai di fame se davvero stasera dovessi saltare per sempre la corsa. Ma senza i tuoi stivali neri ti senti fuori luogo, senza questo locale che ora ti reclama dovresti davvero pensare a cosa fare da grande. Tornare anonima ed in fila con gli occhi degli uomini che ti guardano di traverso, diversi da quelli che adesso ti mirano dritto il cuore e l’anima e questa striscia di gonna che ti fa sentire una stella che luccica quanto il tuo lucidalabbra. Anche se in fin dei conti non fai che scolare piacere di maschio, il tuo futuro è lì sotto, il tuo lavoro vicino la riva tra quelle due barche che non si muovono da anni. Il tuo domani è fare la puttana senza per questo dover fare concorsi o abbassarti per reclamare un lavoro più di quanto ora fai vicino alla riva.

Alle volte ci pensi davvero a cosa fare da grande, se per uccidere questa insofferenza dovrai dire amore e tesoro come fa tua madre per spianarsi la strada, oppure continuerai a mostrare queste due tette e considerarlo lavoro, ma che in fin dei conti è troppo anarchico per pensarlo tale, perché è troppo distante da tuo padre perché tu non possa continuarlo a fare. Ma stasera non ti senti più tanto sicura, hai paura che dovrai smettere e come un fumatore incallito ti dovrai accontentare di ciucciare caramelle. Hai paura di diventare vecchia che tra due o tre anni nessuno più sentirà il desiderio di leccarti gli stivali. Hai paura che Barbara non venga né oggi né mai perché sbadatamente ha attraversato una strada, una strada qualunque. Hai paura di rimanere senza riparo, che questo vento porti in alto mare le barche, che l’acqua risucchi il bagnasciuga, che l’alta marea sommerga per sempre quel tratto di spiaggia. Hai paura che tua madre non si tolga più la sottogonna mentre scende le scale, che tuo padre s’accorga che ha una figlia puttana. Hai paura di non essere in grado di far la cameriera e di servire ai tavoli due bottiglie di Porto o Tequila.

 Ormai Barbara non viene e queste scale sono troppo ripide per i tuoi stivali, quelle voglie troppo gonfie per i tuoi tacchi che dondoli e cerchi di non farli strusciare. Cerchi nella mente una scusa per essere tornata a casa troppo presto, mentre guardi la tua gonna obbediente all’ennesimo strappo di vento. Sei nuda, completamente nuda! Ti sale un leggero sorriso misto alla sorpresa d’essere ancora vergine e alla convinzione che quando T’innamorerai sarà davvero la prima volta.

 
 
 

SUCCHIATE E SUCCHIATE.....

Post n°23 pubblicato il 02 Settembre 2009 da misonorottodellamore
Foto di misonorottodellamore

Hai conosciuto tuo marito durante una settimana bianca a Cortina. Al tempo abitavi da sola in una mansarda a Roma e seppure gli anni correvano veloci non avevi nessuna urgenza di cambiare la tua vita. Ma ti sposasti lo stesso e unicamente per amore trasferendoti tra la nebbia del nord. Per i primi tempi tutto andò per il meglio. Il circolo del tennis il giovedì sera, le serate a teatro, le cene con i colleghi di tuo marito e le loro mogli sempre impeccabili. Finché un leggero dubbio di quelli dove trovi tanti sospetti e poche giustificazioni incominciò ad arrovellarti il cervello. Un venerdì sera, mentre la colf filippina portava un piatto di spaghetti in tavola, lo incalzasti a bruciapelo. Tuo marito si alzò di scatto e ti diede la triste notizia. Si era innamorato di una ragazzina bionda, alta e con la faccia da modella, conosciuta per caso nel bar sotto il suo studio. Aveva un'amante!


Da allora, chissà quante volte ti sei domandata come il caso possa cambiare totalmente la vita. Sarebbe bastato che entrasse nel bar un attimo prima o un attimo dopo oppure ..., e quante volte ti sei presa in giro semplicemente non accettando il fatto che comunque sarebbe accaduto.
Da quel giorno cambiò tutto, la tranquillità, i soldi, le serate mondane che cadenzavano i giorni della settimana, le passeggiate in montagna, il sacchetto dell'immondizia chiuso prima di andare a dormire, la filippina licenziata per vergogna, i week-end nella vostra casa al mare dalle parti di Jesolo. Con la testa piena di pensieri giravi nelle giornate vuote alla ricerca di un qualcuno o qualcosa che le riempisse. Ma più che altro cercavi di dare ai tuoi giorni un ritmo cadenzato, quasi metodico, che in quanto abitudine non ti creano vuoti e non ti lasciano per forza pensare a cosa fare un momento dopo.
Ti sentivi sola e seppure tuo marito non perdeva giorno per rassicurarti, ti sentivi ancora più sola circondata da un mare di ipocrisia tutto intorno. Bastò una minima confessione ad un'amica che la notizia si propagò nell'ambito della vostra cerchia di pettegolezzi, i pochi conoscenti che provarono a contattarti avevano un solo scopo, si avvicinavano con la scusa di parlare, ma un attimo dopo si materializzava immancabilmente la fatidica richiesta. Gli altri, gli amici delle domeniche al mare o del sabato sera, erano e rimasero amici di tuo marito, pronti in qualsiasi momento a giustificare e perdonare. Vivevi il trauma del cambiamento interno e ti sentivi alla ricerca di un punto fermo, sballottata tra le sponde di un fiume in piena, e per di più relegata in questa città borghese del profondo Nord, dove anche i cestini della spazzatura erano di un colore diverso.


Eri confusa e devastata nell'orgoglio al punto di non pretendere da tuo marito di separarvi definitivamente. Forse perché non avevi perso tutte le speranze o forse, come al solito, perché attiravi su di te tutti i sensi di colpa e non ultimo quello di essere stata parte della causa del tradimento. Avevate solo separato i letti, tuo marito dormiva sul divano nello studio, ma facevate due vite completamente diverse, tanto che molte sere non rincasava ed tu naturalmente non glie ne chiedevo la ragione.
Lo smarrimento durò mesi e mesi contaminando perfino i pensieri più elementari della giornata. Anche ricordarsi di comprare il latte o annaffiare le piante o, che so io, spegnere lo scaldabagno diventavano grossi sforzi quotidiani ai quali ti saresti sottratta volentieri. Avevi vissuto per anni nella più ingenua incoscienza e per prima cosa t'impegnasti ad avere tutto sotto controllo. Cercasti di analizzare le ragioni e soprattutto le colpe che ti avevano portato a trascurare ogni cosa al di là del tuo lavoro. Ti sei resa conto che era sopraggiunto il momento di pensare a te stessa. Allora cominci ad uscire presto dal lavoro senza concedere agli altri un attimo di più della tua vita. Ma poi non facevi assolutamente nulla, passavi pomeriggi interi in giro per negozi senza nemmeno acquistare la minima stupidaggine. Tutti i giorni seguendo lo stesso itinerario facevi il giro delle pasticcerie del centro, in poco tempo avevi imparato a conoscere tutte le specialità di ogni singolo negozio. Non contenta cercavi di non farti mai mancare nella dispensa di casa e nell'armadio dell'ufficio ogni tipo di cioccolata compresa la vecchia e cara Nutella.


E proprio in una pasticceria all'angolo con Piazza delle Erbe incontri Maddalene. Di madre cinese e di padre europeo faceva la cameriera per sbarcare il lunario. "Signora, i suoi occhi sono tristi." Ti disse in un italiano incerto e vellutato mentre Ti serviva una fetta di Sacher. Sei rimasta sorpresa, era la prima persona dopo mesi che ti rivolgeva una domanda così diretta indovinando, senza ombre di dubbio, il tuo stato d'animo. Non potevi negare, sorrisi in cerca di parole che camuffassero il tuo stato interiore salvaguardando la tua immagine di donna di un certo rango. Era giovane, il suo viso orientale non poteva avere che vent'anni o giù di lì. Le sue mani, perfette e delicate, si muovevano innocenti e incontaminate. "Io vedo dolore nei tuoi pensieri." Disse ancora, quasi malinconica, scuotendo i suoi capelli lisci e neri. Sorridi di nuovo imbarazzata soprattutto da quel tono confidenziale di quel piccolo esserino senza alcuna autorità.


Gelosa dei tuoi pensieri più intimi, così evidenti, paghi il conto e te ne vai. Ma il giorno dopo torni, come il giorno dopo ancora, finché un pomeriggio di un qualunque venerdì ti chiese di uscire. Aveva notato la tua nuova eleganza e intuito quelle sfaccettature di soggezione che immancabilmente comunicavano quello che non avrebbero mai detto le tue parole. Era vero, avevi solo bisogno di parlare con chi avrebbe potuto capire l'intensità del tuo dolore. Davanti ad una pizza in un ristorante orientale trabocchi situazioni e sentimenti, persone e stati d'animo mescolando tempi, luoghi e la sua stupefacente pazienza ad ascoltare. Non esprime giudizi, non rincuora la tua sofferenza, ma per la prima volta ti senti meglio, svuotata di vendette e recriminazioni, di risentimenti e fughe all'indietro. Aveva la capacità di ascoltare e non parlare, dopo una settimana non conosci ancora niente di lei, mentre tu ormai nuda ti sorprendi a pensare come era possibile che una piccola ventenne mezza orientale e pure cameriera potesse riempire fino all'orlo la tua voglia di compagnia. Vi frequentate ancora.


Durante la giornata non ti riesce altro che pensare a lei. Non dici una parola quando una mattina al telefono ti sussurra delicatamente: "Io potrei venire a stare con te." In effetti hai bisogno di lei, ma la presenza di tuo marito mi fa accogliere freddamente la richiesta. Non so, forse il tuo spirito di rivincita nei suoi confronti desiderava farti vedere a fianco ad un uomo stupendo, magari un avvocato suo collega principe del foro, ed invece quella piccola e minuta figura, anche se oramai indispensabile, non t'avrebbe permesso di vantarti più di tanto attenuando il dolore dell'orgoglio ferito.
"Maddalene ci devo pensare" Prendi tempo a malincuore. Ma quando la sera chiami la pensione per chiederle scusa e ancora scusa ti dice che è già pronta sulla porta e che ti stava aspettando con la valigia già fatta. "Io capisco sai, tu hai paura d'innamorarti di me." Questo veramente era un tasto che finora non avevate toccato e sinceramente non l'avevi mai vista sotto questa ottica, anche perché, a parte una situazione ambigua con la tua amica Silvia, non avevi mai avvertito attrazioni verso lo stesso tuo sesso. Sottolinei la sua ingenua tenerezza prendendola sottobraccio. "Io non avere problemi." Ti disse quando le proponi di spacciarsi per cameriera davanti a tuo marito. Quella sera ridete di cuore.


Dopo solo qualche giorno la tua casa sembrava come nuova, sotto i colpi della mitica grazia orientale acquistò dignità e decoro di una vera casa. Maddalene si rendeva utile oltre il lecito di una convivenza paritaria. Faceva la spesa, ti faceva trovare la cena pronta e la sera non smetteva mai di rigovernare. Sei quasi felice, la sua presenza ti inorgogliva e allo stesso tempo ti spazzava via il miele appiccicoso e malinconico della solitudine interiore. Dopo cena non mancava di riempirti d'attenzione e spii i suoi occhi pieni di emozione quando ti guarda segretamente. E di lì a poco, una notte, inevitabilmente, la senti scivolare dentro le tue lenzuola. Il cuore ti batte e rimani ferma nella posizione facendo finta di dormire. Senti inconfondibile l'umidità della sua lingua incunearsi tra le tue gambe fino a centrare senza un attimo di sbandamento il tuo piacere per poi proseguire tra le mucose ansiose del tuo ventre ormai in balia della sua tenacia.


Era la prima volta e preghi Dio che non fosse l'ultima! Senti la sua bocca remissiva, fedele e piena di abnegazione continuare a baciarti per minuti e minuti, succhiando quel liquido di passione che sgorgava copioso fino ad orlare le linee della sua bocca. Se ne andò in punta di piedi come era venuta senza nessuna pretesa di compiacenza o ringraziamento. Da quella notte, ogni notte non aspetto altro, mi corico sempre più tardi per abbreviare il tempo dell'attesa, e la tua piccola orientale, puntuale come una disgrazia, respira il tuo calore senza avere in cambio niente. "Tu, signora, non parlare, tu essere felice e ok così." T'interrompe la mattina a colazione ad un minimo cenno di gratitudine. Diventate ormai inseparabili, lei si era licenziata dalla pasticceria ed tu ti sei consumata in un mese tutti i permessi di un intero anno.
Passano altri giorni e soprattutto altre notti finché quando, a suo insindacabile giudizio, ti sei definitivamente liberata dalla tenia della malinconia, iniziò ad accettare le tue carezze. Dapprima imbarazzate ed inesperte divennero in poco tempo avide ed audaci. Non puoi più fare a meno di lei, del suo corpo, della sua grazia, di quel mistero orientale infarcito di filosofia e benessere. Ti sorprendi ad essere più protettiva di un uomo e più indifesa di una donna. Ci amate ovunque e ovunque senti il tuo corpo fremere, che in poco tempo, simile ad una mappa, divenne terra di conquista, deserto per i predoni e mare per i pirati. Sei felice e non chiedi altro, la sera ti riempie di coccole e la notte di ogni tipo di sesso.


E come quando tocchi il cielo con un dito nel tuo animo cominci a covare la paura di perdere quello che lo stesso cielo ti ha donato. Non dormi la notte per assicurarti che non scappi, di giorno sei sempre all'erta, quando torna dalla spesa la sottoponi ad un vero e proprio interrogatorio, ti divora il dubbio che può incontrare altre persone, magari ragazzi e ragazze del suo stesso paese. Finché per lenire la tua angoscia le proponi di incatenarla. "Se questo serve, signora, nessun problema." E così scendi dal ferramenta sotto casa e compri una corda, dei lacci, un bavaglio, un lucchetto.


Contenta torni a casa e la incateni. Ora la senti veramente tua. La notte ti dorme accanto legata e nonostante le corde strette fino a segarle i polsi, ti sorride, senza mai un attimo di risentimento. Potresti benissimo  giurare che è felice, perché tu sei felice. Non hai mai conosciuto un essere simile come mai ti ero scoperta possessiva e ladra di fronte a tanta bellezza.
Tuo marito nel frattempo vive la sua vita come se nulla fosse cambiato. Immerso totalmente nel lavoro dedica il poco tempo libero agli amici ed ai suoi hobby preferiti. La presenza di Maddalene sembra non interessarlo e lei lo ignora totalmente, finché una maledetta domenica pomeriggio vedi nei loro sguardi un inconfondibile cenno d'intesa. Aspetti che tuo marito esce per la solita cena con gli amici e per la notte chissà dove. Accecata dalla gelosia la leghi alla gamba del tavolo della cucina pentendotene amaramente quando verso le due del mattino senti inconfondibili i suoi gemiti. T'alzi di scatto come una furia, tuo marito era rientrato furtivo e lasciandola legata la sta baciando tra le cosce. Ti tuffi invasata urlandogli contro gli improperi che escono più facilmente dalla tua bocca. E mentre la ragazzina sorride, tutti e due inginocchiati lottate con le vostre lingue, per conquistare qualche centimetro in più del suo sesso. Ingoi peli e saliva con la sola ostinazione di non recedere centimetri di quella pelle morbida. Finché dopo tanto lottare riuscite contemporaneamente ad entrare nel suo piacere umido ed eccitato da tanto possesso, rivendicando ognuno per la sua parte la responsabilità di tanto godere. E in quella posizione a carponi, come mucche al mattatoio in attesa del colpo di grazia, succhiate succhiate, sbavando su quel sesso frustrazioni, insicurezze e voglie di riscatto. E succhiate Cortina e la vostra storia d'amore, gli amici di sempre, le feste e i compleanni. Succhiate la vostra apparenza e il vostro perbenismo misto a colate di piacere di quell'extra comunitaria dagli occhi a mandorla. Aspirate boccate di fetore di basso ventre incuneandovi nelle pieghe della sua carne intima. E succhiate la sua energia vitale, la sua pazienza, la sua apparente sottomissione, il suo Dio più solido del vostro, i suoi valori incontaminati dall'Occidente. E indecenti vi contendete pelo su pelo a colpi di lingua e saliva rifilandoci colpi bassi e mosse sleali, succhiandovi il vostro matrimonio, l'album con le foto, la  carriera e il ritratto del nonno generale.
Lei ride ed tu impazzisci urlandole contro tutte le notti passate insieme, lei ride mentre tuo marito cerca di darti testate per conquistarsi il Paradiso, lei ride e voi succhiate, eh sì succhiate il tuo cappotto d'Armani, le fedi antiche dei trisavoli, le sue camice di Trussardi, il viaggio di nozze nello Yemen del Sud, il filmino visto e rivisto nei sabato sera, le vacanze estive al Club Med. E succhiate senza contegno e decoro fino a logorarvi le lingue ed essiccarvi le ghiandole puntando in quel gioco la sua amante bionda, le partite a calcetto, le tue ricette vegetariane e i tanti pomeriggi di massaggi e abbronzature. E succhiate succhiate, con i vostri culi in alto e la ragione dentro le cosce, i vostri fallimenti, il suo navigatore satellitare e i vostri sentimenti anoressici, il quadro di Cascella in sala da pranzo e l'amore insulso della domenica mattina, la porta blindata e gli SMS inviati di nascosto. E succhiate succhiate ................................................

 

 
 
 

E' SAMBA, LATINO....

Post n°22 pubblicato il 26 Agosto 2009 da misonorottodellamore
Foto di misonorottodellamore

Ti svegli. Dio che ore sono? Quanto hai dormito? Guardi la sveglia. Le otto di sera! Ti eri appoggiata solo un attimo sul letto, oggi è stata una giornata tremenda. Oddio sì, oggi è il tuo compleanno! Te ne eri scordata. Senti dei suoni in giardino, c'è un tecnico che sta provando l'impianto dello stereo. Tuo marito  ha organizzato una festa a sorpresa tutta per te! T'alzi di fretta. In sala sul tavolo c'è un enorme mazzo di rose lilla.

"L'ha portate il fioraio dieci minuti fa." Ti dice Marco, tuo marito, senza cura. Ti precipiti e cerchi il biglietto. Dio non sarà mica pazzo! Pensi.

C'è scritto PER CLAUDIA, DANIELE. Sorridi e t'accorgi che devi dare spiegazioni. "E' l'amico di Cecilia." Ma tuo marito ha altro da fare. Sta discutendo col cameriere del catering dove mettere il tavolo degli antipasti. Gli vai vicino. "Ed io cosa devo fare?" Ti sfiora la guancia "Nulla cara." "Allora vado a prepararmi."

Chissà se un'ora ti basta. Sì vuoi essere bella e ballare in faccia alla luna, non conosci le mogli degli amici di Marco. Ma sarai più bella di loro perché stasera è la tua festa! Perché stasera davvero sei inavvicinabile, e la bellezza più vera è quella non colta. Mentre l'altra che accarezzi e tocchi, passa e va via alla prima lavata di mani.

Sei nel bagno che ti guardi allo specchio. Devi essere bella, bella per te stessa e gridare al mondo che la femmina è femmina quando si nega, ma è ancora più femmina quando si sente inviolata e padrona d'ogni maschio che balla, che la porta e le struscia il vestito, di seta da sera che stasera hai deciso.

Oddio quanto è tardi! Senti già Cecilia che ride e che strilla, Cecilia sa di noi, di te e di me. Senti altre voci che non conosci, ma non senti quella  mia, "forse non sarà venuto", "forse Cecilia non l'avrà avvertito oppure la sua cagna bastarda ha deciso di partorire stasera".

Di là tutto è pronto e tu sei ancora qui chiusa, non è carino fare aspettare gli ospiti, ma ti sei persa dentro lo specchio, perché vuoi assomigliare alla donna del sogno, che sciama e cammina lungo una fila di maschi e si sente padrona e non pensa che il vuoto che sente, possa essere riempito da uno qualunque che stende le mani. Ti giri tre volte ti guardi e ti scruti, il vestito ti fascia senza una piega.

Oddio quanta gente! Il giardino è pieno di urla, di garbo e discorsi, di uomini in nero vestiti eleganti, di belle signore e una musica bassa che alza le gonne e tintinna i bicchieri e colora i piatti, e le giacche di due camerieri pazienti e cortesi.

E' samba latino, è una cena all'in piedi, è Cecilia che appena ti vede, grida al mondo che non c'è donna più bella. Oddio che figura. Eppure lo sei, porti un vestito rosso che si svasa leggero sopra il ginocchio, che si spacca tra il seno mostrando un collier che da anni non porti.

E' samba latino passetti di nani, è gioia di dire che stasera ci sei, che è la tua festa. Marco fa capannello con tre signore avvenenti, mogli di amici che tu non conosci. Sicura che sta raccontando una storiella un po' spinta, magari quella del genio che dice ogni volta. E' felice lo vedi, ci teneva stasera a farti vedere bella e che donna davanti ai suoi amici e colleghi! Che non cambierebbe un giorno da quando siete sposati, ma neanche un istante.... , convinto che non possa esistere al mondo un'altra donna come sua moglie.

E' samba latino, una coppia che balla, due amici di scuola che non vedevi da tempo. E poi eccomi ... Oddio ti eri scordata! Che seduto in disparte guardo i tasti del piano, e ripeto sottovoce parole spagnole. Ti tremano i tacchi, ma fai la vaga, "gli vado incontro e gli chiedo se vuole bere qualcosa", "gli vado incontro e gli vedo le mani", che ieri dopo l'amore ti facevano senso, ed ora sembrano più distanti di tuo marito nel letto.

Ci diamo del lei e ti senti sicura, in fin dei conti non avevi dubbi che mi comportassi da persona discreta, mi domandi se mi piace la casa e questo giardino pieno di piante e fiori che curi con le tue mani. Cecilia è lontana in sala da pranzo, e come sempre a suo agio, immersa in discorsi d'arte e pittura, a sbracciarsi d'elogi su un quadro sul muro che nemmeno sapevi che avesse valore. Mi alzo e ti prendo da bere, ti vengo vicino e ti parlo all'orecchio, "E' incantevole mia splendida signora! Cosa darei per farci l'amore stasera." D'istinto indietreggi di colpo e cerci con gli occhi tuo marito che balla.

E' samba latino è un brivido forte che si irradia a rami dal seno e ci torna insolente come una punta di spillo. Vedi tua suocera e t'allontani stordita, le vai incontro e la baci in uno slancio che lei non capisce. Ti dice che è ora di far servire la cena, che sei troppo distratta e che i rustici al miele sono davvero gustosi. Ti parla la senti, ma il brivido caldo ti fa un vortice dentro, ti fa tremare le gambe e maledire le scarpe, troppo alte per non desiderare un appoggio.

Ti siedi su un vimini a dondolo e ti fai portare una grappa, tuo marito ti vede e ti viene vicino. "Sei splendida  Claudia, ti amo!" Ma non aggiunge nient'altro. Eccola la differenza tra marito ed amante, la differenza tra la trasgressione e l'amore, il suo ti amo non fa effetto, non ti penetra in pancia, rimane un complimento sospeso nell'aria, che ti serve e t'aiuta quando sei depressa, quando fa buio la sera e ti senti da sola, ma ora non serve, è samba latino è sangue bollente nelle vene che scorre. Due primi ed un secondo e fiumi di vino, ogni tanto qualcuno s'avvicina e ti bacia, e fa battute dicendo che gli anni che festeggi non sono quelli che porti.

E' samba latino, mezzanotte passata, tra poco la torta con quarantacinque candeline, poi di nuovo si balla. In un gioco di specchi mi vedi rimasto fuori dal gruppo, ti faccio cenno col capo, mi vieni vicino, ormai sollevata da ogni tipo di rito. Mi inviti a ballare e subito accetto, sopra il suono melenso di una musica lenta. E  dimmi pure che stasera vuoi fare l'amore! Ricordarmi che ieri m'hai preso nella mia auto, in un parcheggio, tra un cane che corre ed una puttana che batte, ed una lampo che scende senza farti la corte.

Ti senti tranquilla perché la festa è piaciuta e sta per finire, ti striscio e mi struscio il vestito da sera, ma è un normale ballare tra la padrona di casa e un ospite che per tutta la sera è rimasto in disparte. Pronuncio il tuo nome come se contenesse magia, voluttà inappagata di una donna che finge che se volesse all'istante si ritroverebbe distesa dentro l'auto di un parcheggio di notte a sbattere gambe su un cruscotto, ed arrotolarsi la gonna per farmi godere. Ma non è così e io non capisco che stasera ti senti solo sposa e fedele, che il segreto di ieri si è dissolto nell'aria, tra i calici alzati ed un coro di baci. Ti stringo e ti costringo a tenermi distante, quella distanza di niente che salva la faccia, che non fa le pieghe al vestito e tiene a parte gli sguardi. Mi ripeti che m'ami che hai bisogno di pochi minuti dove nessuno possa interpretare il labiale e guardarti negli occhi e sentirti l'odore del seno che mostri e fa fatica a guardare, delle gambe gemelle che vorresti ti spartissi.

Ti struscio e ti tocco ora è più forte il vapore, di parole pungenti che fanno la breccia, voglio che taci perché non credo a quest'aria di moglie appagata, di padrona di casa. Mi chiedi della cagna bastarda, di mia moglie per farmi freddare, ma niente ora senti il mio sesso che sfiora d'incanto il vestito. Benedici la pianta di benjamin che a stento ci ripara, appena puoi mi molli ti sento che cedi, che cede la carne, ma la musica gira e ti lasci rapire, poi di colpo urli e frastuono. Cecilia è svenuta, qualche bicchiere di troppo, c'è confusione, ti  prendo e ti senti rapire, ti trascino dentro casa, nessuno ci guarda e io ne approfitto, avanzo sicuro come se conoscessi il tragitto, sicura che ho fatto le prove! Con una mano ti tengo la spalla con l'altra il sedere, ora siamo nel bagno, chiudo a chiave e non mollo la presa, ti conosco e so che devi sbaragliare la mente, perché la carne tifa per me, il seno le gambe la bocca sono dalla mia parte.

E' samba latino, spumante che picchia, mani asincrone che vanno da sole, ti appoggio alla porta e ti bacio con forza e violenza... Se qualcuno ci ha visto? Abbondi saliva ma l'amore non scorre, abbiamo poco tempo non possiamo aspettare, qualcuno bussa, la paura sale, ma  non demordi, ti tiro su in piedi e t'appoggio al muro, ti volto, ti giro e ti tiro i capelli, ti sollevo il vestito e non credo ai miei occhi. Normale dirmi per chi t'eri conciata, mi eccita sentirmelo dire che fiocchi e merletti hanno ancora un padrone, che ora sta accudendo Cecilia, che ora ti cerca mentre sale un sospetto, che sua moglie è con un uomo incontrato per caso alla festa.

E' samba latino, un sesso che entra, è amore che dico? Passione neanche, è solo la rabbia di zittirti la voglia, l'orgoglio di una femmina che preme e  si riempie, l'attesa che a breve esploderà in un fragore. "Tappami la bocca, se ti è rimasta una mano. Perché tra poco io urlo e nient'altro più conta. Perché mi fai sentire femmina persa, d'essere presa a due metri dall'onda." Ad un passo da amici e parenti che adesso di certo avranno capito! Esco e ti entro poi rallento e rimango, i miei baci più caldi ti mordono dentro, ti saziano l'anima e ti fiaccano le gambe.

Di colpo qualcuno che bussa, è Marco che chiede cosa è successo, rispondi che non ci sono problemi, ma la tua voce è debole, ti manca la forza. t'avrà cercata in ogni angolo di casa e giardino e non potevi che essere in bagno, naturalmente sola, visto che Daniele, tranne Cecilia, non se lo ricorda nessuno. Ti chiede se ci sono problemi. Ma quali problemi potresti mai avere! Col seno schiacciato contro le piastrelle del bagno, col vestito sgualcito arrotolato sui fianchi. Quali problemi potresti avere con quest'ossesso che ti cerca per bene, che se ora potesse ripartirebbe all'istante. "Tutto bene?" La sua voce è più calma. Ci divide soltanto una porta di legno, se fosse un pensiero lieviterebbe la voglia. Ma è realtà cavolo!

Ora immobile con il respiro strozzato maledici la sua premura. Sarebbe bastato un secondo, un attimo dopo per sentire il piacere. Sei gonfia di voglia come una diga che sale, senza uno sbocco per inondare la terra, la casa, il bagno tuo marito che chiede.

Sento il mio cuore che batte, quasi ti sposta, muta mi fai cenno di uscire, dalla finestra che dà sul vialetto vicino al cancello. Intanto ti riaggiusti il vestito, speri che anche stavolta Dio ti abbia dato una mano e che solo Cecilia ti strizzerà l'occhio. Tuo marito ribussa ed tu ora sei tranquilla, speriamo che di questo trambusto non se ne sia accorto nessuno, in fin dei conti come Cecilia hai avuto soltanto un leggero malore, ma ora stai meglio e apri la porta. Marco ti guarda ma è soltanto un gran bene di affetto, non sospetta e perché mai dovrebbe pensare, che sua moglie stava in bagno per altro!

Ora ti sorregge e ti bacia sul viso. Chissà se si accorge che non porto più il rossetto? Che una calza fa le pieghe, troppe, tante! Ora ride, sollevato ride e t'accomuna a Cecilia, solo che lei è svenuta davvero, mentre sua moglie faceva l'amore e tornerebbe decisa a chiudersi a chiave. "Chissà se lui mi aspetta nella sua auto?" Chissà che daresti per uscire un secondo! In giardino ancora si balla, tua suocera è alla prese con un bambino trentenne, le due amiche di Marco ballano assieme.

E' vero, c'è carenza di uomini, magari di uno che ti trascini di peso nel tuo bagno di casa nonostante il marito! Chi se ne fotte del finto rispetto, che una donna non va toccata nemmeno con un fiore! E prende coraggio se la voglia le sale, e prende il suo sesso per puntarlo deciso, per centrarlo laddove si schiude e si apre, una rosa al primo sole di marzo, un ventre di donna come conchiglia di mare, che fiacca e si nutre della forza del maschio.

E' samba latino sono pensieri indolenti, di una donna che ora farebbe di tutto, quando la festa è finita e c'è un letto che aspetta. A questo punto davvero sei arrivata? Così ti sei ridotta? Chiedere a tuo marito di finirti la voglia, che un altro stasera ha portato su in alto, senza che un deltaplano ti facesse planare. Lo vedi non ci pensa nemmeno, saluta gli amici e sbadiglia dal sonno, sei sua moglie e potrebbe farlo domani. In fin dei conti non c'è ragione di farlo stasera, non c'è motivo che tu sia attratta, e stringi le cosce per non sentire la brama, e ti preme sul ventre per far tacere la voglia. Sono punti di spilli tra le tue gambe infuocate, sono rose che sembrano gigli, che urlano e gridano in sala da pranzo.

Lentamente ti spogli e spremi la carne come arance e limoni in un succo di voglia nel solo bisogno di sentirti leggera, perché della passione che sbatte e ti sbatte contro la porta del bagno ne è rimasto soltanto l'odore, un uomo che corre dalla sua cagna bastarda e l'altro che russa disteso nel letto.

 
 
 

DURANTE L'AMORE

Post n°21 pubblicato il 25 Agosto 2009 da misonorottodellamore
Foto di misonorottodellamore

Ti prego non chiedermi nulla, perché il passato improvviso a volte ritorna, e mi prende ogni volta quando dici che m'ami, quando il mio fiato sul collo t'arriccia i capelli. Aspetto la notte per non fare più ombra, alle tante ragioni che ti vorrebbero ora, su una strada qualunque in un budello di luna, oltre questa terrazza dove mi prendi e ti sazi, di quest'incanto d'amore che t'offro che dici, che è pelle di cuore ed il resto non conta. Respiri la notte e ingoi gli odori, per sentirti padrona su quel viale, di nuovo regina dei gatti di strada, dei pali di luce che scorrono storti, al vento che tira e t'alza la gonna, e soffia e poi fischia come un branco volgare. Sa di mare e d'invidia d'incoscienza e piacere, di quando a vent'anni t'era tutto concesso, di trucco che cola come anima munta, di piscio che scola sotto le suole.

Lo senti quel vento che t'asciuga le pieghe, d'un sesso stanotte che nessuno ha disfatto, perché tu t'affanni e ti giuro non serve, se non mostri il tuo seno e non sa di mignotta, inutile ai fari che passano in fretta, sterile e vano come lacrime fiacche, d'una donna che piange sotto la pioggia. Ti slacci il cappotto e chiudi l'ombrello, fai due passi per metterti in vista, perché non ci siano dubbi di quello che vuoi, che fai stasera dentro un cono di luce, sopra un lembo d'asfalto che s'abbina al colore, di queste mutande che t'ingombrano il sesso. "Se qualcuno dovesse chiederti quanto?" Chissà quale prezzo può valere una bocca, quanta saliva ne serve per sentirti padrona, per sentirti regina ed essere brava. Ma stasera vorresti che andassero oltre, che ti cercassero dove s'aggruma l'istinto, tra queste gambe che scopri e cali la gonna, e resti in balia del primo che passa.

Ecco ora sei nuda! Nascondi i vestiti dietro una siepe, t'allontano e li guardi per essere certa, che la tua dignità giace accanto ai rifiuti, ai bisogni di cani che ci fanno di giorno. Cammini verso la strada ed hai quasi l'affanno, chissà se il tuo sesso ha un aspetto decente, se vale più di quando lo copri di seta, di quando di giorno ti dicono bella, al solo vederti che accavalli le gambe, e uno spicchio di calza nutre la voglia, che sotto che dietro c'è una femmina calda, che in fondo che in parte c'è una preda che scappa. Ma stasera è diverso e non ti serve un uomo, due occhi due mani che ti fanno la corte, vuoi il primo che passa e si ferma e ti prende, in un gesto d'istinto senza pensarci, come un biglietto al casello quando s'alza la sbarra, o un giornale gratuito sotto la metro. Lo vuoi muto senza respiro, che si senta in dovere di stapparti la voglia, di cercarti nel fondo dove sei te stessa, e sturarti l'ingorgo che senti e t'intasa, come un portiere solerte che ripulisce un tombino, da foglie e cartacce portate dal vento.

Di colpo ti svegli e ti senti davanti, sopra questa terrazza mentre facciamo l'amore, mi ripeti che m'ami che sono più bello, che sono un incanto di rossore e purezza, e al mondo mi giuri non esiste davvero, una donna che trema e s'abbandona all'amore, come ora ti senti e ti pare e lo credi, d'essere tua mentre dici che m'ami. Chissà quante parole hai perso stasera? Mi preghi di non chiederti nulla, perché il passato a volte ritorna, e ti prende nel sogno quando facciamo l'amore, quando esci da sola e ti sfili la gonna, ed aspetti la notte perché io non m'accorga, di quello che senti e non potrei capire. Mi preghi di non chiederti nulla, chi è quella donna perché ti somiglia, mi dici di non domandarti se ora provi piacere, se l'amore che senti buca la pelle del cuore. E con un urlo straziante  dici: ""Se m'ami davvero taci ti prego, lascia che i miei occhi serrino entrambi, a sentire il lamento d'un'anima impura, a sentirla più nuda della carne che offro, proprio dietro la siepe dove pisciano i cani, dove lascio i vestiti e m'immagino altri, che non hanno il tuo odore il tuo viso perfetto, ma avanzi di mondo che riconosco dal tatto. Ti prego non chiedermi dove vado di notte, dove vado ogni volta durante l'amore""

 
 
 

DOVE FIORISCONO I CAPELLI

Post n°20 pubblicato il 18 Agosto 2009 da misonorottodellamore
Foto di misonorottodellamore

Ti accarezzo dove fioriscono i capelli, sopra le macerie fumanti dei tuoi sudori, così che tu possa distinguere il verso d'una passera che cova, da una merla che canta ed avverte il suo maschio, lo stesso che negli anni non sei riuscita a sentire.

Non dico nulla che non sappia d'amore, ascolto il silenzio di questa trama di seta, di questa foglia che lenta danza e si posa, e cade e t'avvolge come regalo che offro, e tu slacci e lo sciogli e ti meravigli di farlo. Ripeti il mio nome come se non m'avessi mai chiamato, come se non t'avessi mai toccata e le mie dita ancora ignorano al tatto la spugna e il velluto che incarta i tuoi seni.

Chiamami, perché il paradiso non può essere altrove. Sono queste le mani che disegnano esatte il profilo dei fianchi, il ventre del sesso dove intingo le dita e poi come un bimbo le avvicino alla bocca, tiro fuori la lingua e ne gusto il sapore. M'avvicino in un gioco dove non si capiscono regole e ruoli, e i tuoi occhi sanno già che perdono, che il pegno che trattieni tra le gambe sarà disponibile come una sposa, come una madre che brama dalla voglia di esserlo.

Fa che l'odore di terra che sento mi salga dal cuore, che la pioggia che batte si faccia leggera e rimanga a scintillare contro il sole al tramonto e componga un alone sopra i capelli, perché tu sia santa, perché tu sia donna, sia identica al mare quando solo galleggi, sia vento e poi cielo quando di notte ti culli e spicchi quel volo al solo agitare di mani.

Non parlare. Qualsiasi parola, che non sia il mio nome, qualsiasi verso che non sappia d'amore, righerebbe il silenzio, striderebbe nell'aria, come spine di rose sul tuo seno proteso, che ti cerco e pretendo e te ne fai sorgente in un orizzonte di cielo, di sabbia e d'arsura.

Mi disseto dentro questa natura. T'ingozzi di questo mistero che ti fa regina ogni volta che scopri, e mi fa suddito a branchi come file mansuete di cani che docili e buoni aspettano il turno.  Vorrei dare un nome ad ogni foglia che calpesto, impararlo a memoria e ripeterlo piano, così come ad ogni passo, un suono ed un tono, per ricordarlo domani e chiamarlo per nome.

Vorrei che questo corpo non avesse più pelle, e io possa dissetarmi del sangue del cuore, di tutti gli uomini che hanno goduto prendendolo a calci, di quelli onesti che t'hanno insegnato, a schivare per strada lo sterco dei cani, a truccarti la faccia di porpora e pepe.

Non ti chiedo perché ora ti offri, se nei tuoi anni c'è un uomo con gli stessi tuoi occhi, se c'è una folla di ricordi a forma di maschi, che t'hanno educato a sentire la colpa, per quello che senti, per come ti doni.

Ti guardo, come se t'avessi scovata dentro un guscio di noce, tra le spine dei rovi come more e lamponi. Accecati al rosso delle tue labbra perfette, mi abbaglio e pretendo rispetto per ogni goccia di sangue che s'addensa e s'aggruma, per ogni goccia di seme che ti sfama e disseta, i canali prosciugati.

Lascio che le tue gambe diventino foce di tutte le piogge che corrono al mare, di rami, di trote e bottiglie di mare, che riparano gelose invocazioni d'amore. Ascolto il rumore di questo seno che dondola e selvaggio mi sfida ad esser fedele ad un'unica bocca, ad un'unica donna.

Ti prendo, prima che le mie mani esitino all'angoscia di non farti godere, prima che le tue dita ritornino esili e riprendano forma. Ti prendo, saprò di nulla e bugia se proprio vuoi che rimanga nel sogno, se proprio non vuoi che sia fatto di carne e dolori. Sarò etereo e fragile come una rosa in inverno, come un bimbo racchiuso dentro la mano di un padre.

Se questo fosse il paradiso vorrei già essere morto, ma se per caso fosse l'inferno peccherei ogni giorno per guadagnarmi questo oblio di spirito e carne che addensi e rimescoli, perché se t'amo non posso avere una forma,  se non quella che foggi e modelli per darti piacere.

Ora le senti, queste mani scellerate che continuano a toccarti, a sfiorarti come se conoscessero ogni istante che segue, come se alba e tramonto non avessero un giorno di mezzo e continuassero a girare in un vortice di brama e passione. ti faccio sentire incompleta perché mi desideri, convinta che il tuo corpo sia imperfetto da quando sei nata, difettoso d'amore ad ogni angolo di strada.

Ora mi senti! Impaziente come qualsiasi uomo, ti cerco dove l'anima si scompone al piacere. Ti volto e mi rivolto per riempirti di maschio in ogni dove natura t'ha fatto capiente. Incredula tremi e m'implori di urlare, di chiamare il tuo nome perché di null'altro hai bisogno.

Amore, infinito amore, ti dico che esisto, che queste mani non sono le mie, e il vapore che alita il ventre sono parole che non potresti mai ridire. Ti dico che ci sono, che sono ragione ed istinto, natura che torna, corpo che viene, come l'aprile che sboccia le rose, come l'estate che matura il suo grano, prima che la falce non lo recida dal gambo.

Amore, infinito amore, ti dico che esisto, che svuoto i tuoi anni e ti riempio di istanti, ma se ti dicessi amore sarebbe pazzia, se ti dicessi che t'amo sarebbe un sogno soltanto. Allora taccio, mi impongo di tacere, perché se l'amore esiste, non ci sono parole dentro questo silenzio

 
 
 

DIMENTICA

Post n°19 pubblicato il 14 Agosto 2009 da misonorottodellamore
Foto di misonorottodellamore

Vorrei che tu venissi da me senza passato, non truccarti gli occhi il viso le labbra, perché anche i colori hanno un ricordo,  perché anche le forme riempiono un vuoto. Lascia il cappello sul tappeto all'ingresso, come fosse un cane che docile aspetta, lascia il vestito sopra il vaso di rame, come fosse un ombrello che anonimo giace. Perché quando vieni s'alzerà forte il vento, e porterà pioggia come Dio la manda, e porterà una donna con la tempesta nel cuore, con l'anima in mano e i brividi accanto. Bussa alla porta e chiamami se non t'apro, bussa di nuovo nuda e impaziente, perché io sia certo che stai andando di fretta, che niente e nessuno potrà più fermarti.

Ti prego se vieni non dirmi che scappi, non serve davvero se non ci sono ricordi, se dentro di te c'è soltanto rimbombo, e nel vuoto galleggi in cerca d'autore. Dimmi davvero che sei in cerca di mani, d'artista e padrone che modella la creta, per essere acqua che prende la forma, per essere sabbia che si sgrana in un pugno. Dimentica ogni cosa prima di dirmi che m'ami, perché l'amore non diventa ma nasce ogni volta, perché l'amore si secca tale e quale a una rosa, che vede a suo fianco un altro fiore sbocciare.

Dimentica gli uomini che t'hanno presa per sbaglio, e quelli convinta che t'illudevi d'amare, dentro stanze da letto ancora calde d'amore, e quelle spoglie d'inverno come case di mare. Dimentica il nome non serve se vieni, che senso avrebbe se ti chiamassi nel modo, come tanti di notte tra le ingiurie e le offese, che ti piaceva ridire per sentirti più persa. Perché tu eri bella ma bella davvero, con indosso il cappello che ricordati fuori, con indosso un vestito di fiori d'organza, che ad ogni soffio di vento faceva la ruota, e faceva le pieghe che sembravano onde, che gialle di seta le lasciavi posare, sulle tue gambe come fossero api, che ti succhiavano nettare dalle parti del cuore.

Perché io t'ho vista che cercavi una guida, un filo di fiato che ti indicasse il verso, per asciugarti quegli occhi pieni di pioggia, anche se fuori da giorni non cadeva una goccia. Mi hai chiesto un sorriso per poterti fidare, mi hai chiesto del fumo perché la notte era lunga, perché le attese alle volte finiscono all'alba, ed era un gioco mi hai detto come fossi convinta, ma alla pioggia negli occhi non potevi mentire. Era un gioco davvero lì seduta all'aperto, che aspettavi il destino con la faccia da uomo, e guardavi l'asfalto con la testa pesante, da un cappello ripieno di uova ormai schiuse.

Ti ho preso la testa e guardato negli occhi, ti ho baciata la bocca per alleggerirti anche il cuore, ma dalle tue labbra usciva solo saliva, di pena e di strazio per chissà quale uomo. Non ti ho chiesto per come, non ti ho detto per dove, ma solo che il tempo t'avrebbe permesso, di volare leggera senza pesi e zavorre, di venirmi a bussare dove ora t'aspetto. Perché l'amore che provi non ha bisogno di appigli, di reti da pesca che dividono i mari, di passati che lasciano strascichi eterni, come veli di spose gonfiati dal vento. L'amore che provi è anima e pelle, è carne viva senza squarci e ferite, è saliva d'un bacio che non conosce lo sputo, il tuo tacco che scivola e non struscia di notte. L'amore che provi è un ventre di vacca, mammelle che danno solo latte e biscotti, e sanno di sale e le lasci leccare, come un ciuccio t'illudi intinto nel mare

Ti prego se vieni muori e rinasci, perché non servi obbediente se quello che cambia, sono solo dei fili che muovono l'anima, e la carne d'intorno sa d'odore vissuto. Anzi non dimenticare lascia stare, non serve davvero se non ci sono ricordi, vieni e bussa forte alla porta, perché io capisca che tu sia sola, e dentro di te ci sia un ventre bambino, ancora non pronto per nutrire le uova. Ti prego vieni e lascia il cappello all'ingresso, come fosse un cane che docile aspetta, lascia il vestito sopra il vaso di rame, come fosse un ombrello che anonimo giace, perché non c'è altro modo per sentire l'amore, per sentire che dentro il cuore si spacca, e vieni ti prego bussa alla porta, non truccarti gli occhi il viso le labbra, perché anche i colori hanno un ricordo, perché anche le forme riempiono un vuoto.

 
 
 

DIETRO LA SIEPE

Post n°18 pubblicato il 13 Agosto 2009 da misonorottodellamore
Foto di misonorottodellamore

...non ti sento da giorni. Da giorni rimango stordita ad aspettare un messaggio. Avrei tante cose da raccontarti, giornate che passano svelte nel vortice dei soli e delle lune spaiate. Oramai tu eri il mio giorno, il mio cofanetto dove tengo segrete perle e collane, il mio polmone sinistro dove comprimo inebriata i miei fiati sospesi. Non ti sento da giorni!, oramai Tu sai di famiglia, di pranzo, di marito che conosce a memoria ogni mia piega di sesso, il momento più adatto per affondarci i bisogni.

Sai l'altro ieri sono stata in una villa, ieri mi sono vestita di foglie e di fiori aspettando che un vento leggero mi spogliasse di dentro, proprio dove la mia preda mi stava fissando. Ero seduta su una panchina, sai, proprio nel posto dove le coppie si scambiano mani. Ma tutto ad un tratto s'è bucato quel sogno, come una ruota a duecento sull'autostrada. E' piombata di colpo una ragazza. Era bella, sai, bella davvero più di quanto mi ero vestita, truccata, scosciata per quegli occhi che non erano i miei.

Come avrei voluto essere al suo posto! Ho cercato perfino di carpire lo sguardo dell'uomo mentre un bacio avvolgente gli spalmava la voglia. Mi sono sentita ridicola! Avrei voluto volare mentre il rumore strascicato dei miei tacchi sulla ghiaia ingrandiva ad ogni passo la certezza d'essere sola. Lungo la siepe che porta giù in strada ho cercato di rendermi conto quanto tu mi manchi davvero, quanto questi seni rifiutino di mostrarsi rimanendo più soli. Dietro una nicchia di foglie mi sono seduta per terra, distesa sull'erba ho simulato l'amore, il tuo viso, le braccia che stringendomi mi fermavano il cuore.

Eri tu sai che mi stavi davanti, come ora ti supplico di sopportare queste parole melense, di chiamarmi stasera se hai ancora la voglia di dirmi puttana. Sei tu che mi hai fiaccato le gambe e nutrito la fica, che mi hai lasciata sospesa pensando che se non fossi esistito sarei solo bucata qui in mezzo, tra queste gambe che ora slargo e cospargo, perché tu non possa trovare mai attrito. Sei tu ora che mi spezzi il respiro e mi stringi la gola, fino a zittirmi parole che riduci a vapore mentre mi rintani la voglia e mi fai sentire ripiena non appena la mia bocca si schiude come un cannolo che mordi e trasborda di crema.

Lei è nuda e non la copro di nulla! Perché non sia mai che possa incauta sbarrarti la strada, dentro qualsiasi ora tu la sorprenda, dentro qualsiasi posto ti salga la voglia. Ringrazio il cielo per avermela fatta più bella di qualsiasi rosa che tu possa incontrare, cogliere come una conchiglia dove poggi l'orecchio e invano ne ascolti i flutti di mare.

Ti sento sai. Sei dietro di me e t'imploro di strapparmi i capelli, di farmi capire quanto dolore può sopportare il mio ventre, quanta donna c'è dentro quest'anima che a carponi lecca la terra e mastica erba. Fammi davvero sentire il pianto d'un bimbo, che affiora innocente da questo strazio di carne, laddove il mio sogno mi conduce ogni notte, dove vado cercando il contrario di questa voragine che mi convince ogni volta d'essere fatta solo di pelle, d'essere faccia e mani che tu chiami mignotta mentre ti trascini nell'impeto d'una voglia che cresce.

Ti prego non farmi domande! Non cercare risposte dentro queste pieghe che stiri e si fanno capienti senza avere il pretesto di fingere amore se non esiste ragione. Perché non servi per nutrire il mio cuore, non servo per baciarti le labbra, perché mai ne conoscerò il sapore se m'assale la voglia quando abbaio alla luna, se m'aggrappo alla terra e m'imbratto la faccia. Dimmi solo che non valgo poi nulla, quanto un semplice buco che incontri per strada, che se solo volessi lo troveresti al di là della siepe, sotto qualsiasi gonna, che come me s'asciuga le voglie al vento che filtra. Voglio sentirtelo dire perché di null'altro ho bisogno! Scopami l'illusione fino a scardinarmi l'incanto, che domani potrei avere una faccia per avere rispetto o un sentimento per lasciarmi montare guardando la luna. No, oddio, se fosse così, avrei vissuto per niente, non avrei capito che l'uomo è fatto solo di sesso, che è lì pronto a contare i minuti che mancano, alla certezza che spalancherò altra carne.

Amore! Ma che dico? Che stronza parola che ci infarcisce la bocca e ci illude le vene per il solo motivo di sentire la brama che avida penetra, che ingorda trattengo. Amore! Ma che dico? Giurami solo che questa passione non attraverserà mai quella siepe, che sarà sempre impregnata d'odori di foglie e di muffa, che non avrà mai luce d'alba che rischiara il mistero e ne assopisce la forza, che ora mi spacca e frantuma la timida larva di senno che incerta s'annida dentro la pelle.

Giurami che non mi seguirai avvolta nel neon, lungo questa città che cancella le orme dei miei tacchi indecenti, che mi ridà maniere e contegno fatti appena due passi. Fino a quando queste labbra ricomposte baceranno la fronte dei miei nipotini, e diranno tesoro a chi mi sta aspettando in poltrona e mi bacia tra i seni che crede esclusivi. Dimmi che mai nessuno potrà riconoscermi come animale che struscia a bocconi, come bidone che fa incetta di pioggia, come cucchiaio di miele che cola quando avvicini la bocca.

Confrontami con chi ora culla il suo bimbo, che seduta in panchina conta i minuti per la prossima pappa. Fammi sentire che non sei come gli altri, che non cerchi parole per convincermi di quello che faccio, ma che sono esattamente come mi giudicherebbe chi utilizza il suo seno allattando suo figlio. Una cagna in calore che offre lividi invece di latte, che baratterebbe orgoglio e decenza per illudersi che ci sono ancora dei metri, dove tu affondi fino all'essenza che mi dà vita, fino a quella coscienza che se solo tu sfiorassi, potrei giurare d'averla davvero.

Chiamami come finora m'hai sempre chiamata, scopami per tutte le volte che l'hai solo scritto! Dimmi che sono brava a rimanere immobile e ferma sotto la tua voglia che scava e poi scava come se per incanto dovesse trapassarmi e sfiorare la terra. Ti prego non avere rispetto di chi nuda ed in ginocchio ti giudica soltanto perché la scopi per bene, di chi t'ha scelto soltanto perché le fai credere d'avere l'anima in mezzo alle cosce. Nulla sarebbe servito se ora dovessi girarmi per chiedere amore, per guardare quanto mare s'agita dentro i tuoi occhi, per scoprire davvero che l'amore che sento non mi fotte soltanto.

Perché di cos'altro potrei aver altro bisogno? Quando attraverso queste gocce sul vetro filtra il mondo di fuori, quando una voce straniera mi dice "Signora, è pronta la cena", quando solo a pensarti mi fiacchi le gambe e mi nutri la fica.

 

 
 
 

DIETRO IL CENTRO COMMERCIALE

Post n°17 pubblicato il 06 Agosto 2009 da misonorottodellamore
Foto di misonorottodellamore

C'è una strada deserta dietro il centro commerciale, un lungo viale di alberi frondosi finisce a budello contro una cancellata di una villa stile ottocento. Ci sono due cani che abbaiano ed un vecchio inserviente che non si cura del mondo, estirpa erbacce e emette dei suoni comprensibili soltanto ai due grossi animali.

C'è un parco giochi distante e deserto a quest'ora di mattina.

Fermi la macchina di traverso sopra un marciapiede di foglie secche. Ti guardi, ti giri, nessun'anima viva fino all'orizzonte che vedi.

Ti guardi allo specchietto, sei bella, bella davvero! Ti riallinei le labbra alla certezza d'essere degna al sussurro ossessivo che t'ha invitata in questo posto. T'accendi una sigaretta e sorridi al pensiero che è la prima volta che accogli quel fumo. Come se la tua strada interiore passasse per una banale sigaretta, come se il volersi in quel modo t'obbligasse ad accogliere ogni vizio che finora t'era passato distante.

Alzi la gonna quel tanto che ti faccia sembrare soltanto sbadata, incauta mossa di donna che legge un qualsiasi libro comprato a caso per non destare sospetti. Lo sfogli ma non presti attenzione, lo strofini del nylon ti ruba i sensi e ti comprime la gioia che batte e ribatte tra le pareti del tuo cuore incredulo. Se avessi saputo che t'avrebbe procurato quest'effetto! Se l'avessi saputo, non avresti passato giorni d'inerzia, ore di vuoto dentro l'insoddisfazione d'essere donna.

Fuori c'è sole e c'è freddo, c'è tramontana che tira e che soffia attraverso le maglie di questo silenzio. Ti guardi ed alzi ancora la gonna. Sarai all'altezza? Qualcuno davvero potrebbe darti attenzione? I tuoi tacchi non sono alti abbastanza? Eppure prima d'uscire ne eri sicura, persuasa che occhi di maschio si sarebbero persi nel desiderio di vederti più nuda, oltre queste pieghe di ombre che ora non mostrano nulla.

Ma tu non sei una di quelle, sì, una puttana che scoperchia la gonna e mostra le tette. Che da qualsiasi distanza è piatta l'evidenza di non essere altro.

Vedi un ragazzo con una tuta da operaio che si avvicina a passi svelti. Non ti dà tempo. Passa e ti guarda. Non sai cosa fare, ma oramai non serve. Si ferma quel tanto per dirti una parola volgare, credo che sia in dialetto romano, ma non ne conosci il significato che comunque tu non  hai mai detto, che comunque alle tue orecchie non fa poesia. Arrossisci, ma tieni ferme le tue mani, non vuoi cedere. Il ragazzo s'allontana ed tu cominci a sperare che inverta il suo passo che magari ti dica parole gentili.

Ti rimetti a leggere il libro come nulla fosse successo, ma quella parola ti rimbomba nel cervello, sa di amore orale, di labbra che schiudono e trattengono sapori. Fa tremare le tue viscere perché brutale, perché ti fa sentire quella che vuoi. La ripeti sottovoce guardandoti allo specchio, rifai le labbra perché ti lasci i segni d'un proibito sopra il rossetto.

Ad un tratto una voce discreta ti dice buongiorno signora, è un uomo anziano, avrà sessant'anni. Ti chiede se hai tempo da dedicargli. Lo guardi, lo scruti i suoi occhi hanno vissuto abbastanza. Ti parla leggero e ti dice che fa la comparsa al cinema. "Mai negli anni ho visto gambe più belle! Mai ho visto un seno che cala e allunga l'incavo!" Rimane in piedi e non sai cosa fare. Hai soggezione, potrebbe essere tuo padre. Ti dice che ha una figlia che s'è persa per strada. Ti dà tranquillità, lo fai accomodare.

Oddio come sei in imbarazzo, come vorresti essere vestita con una tunica nera. Ha capito e ti mette a tuo agio. T'infila una mano dove prima giocava l'ombra ed tu sorpresa non reagisci anzi le porgi con una mossa improvvisa quell'incavo che prima ha apprezzato. Ti chiede se sei in cerca d'amore. "Sto cercando soltanto me stessa." Ti chiede se è da tempo che parcheggi dentro questo budello, ma sa già che è la prima volta, che le tue cosce sono troppo inesperte per far le puttane. Ti dice di rimando che non può darti nulla, oltre quelle mani che secche ora ti graffiano l'anima. Ma tu t'accontenti e lo preghi di non smettere, d'avere cura di queste gambe, che tra il mistero c'è il timore d'essere considerate più di quanto sanno fare. Hanno solo il difetto di battere come ora a sproposito sta facendo il tuo cuore. T'accarezza di nuovo finché la sua lampo scende e fa un rumore assordante.

Sono piccoli segni del tuo percorso, sono grandi passi che ti portano dove da sola ti sta portando. Dalla sua stoffa esce un qualcosa che sa di molliccio, un essere informe che non ha mai visitato i tuoi sogni. Ti dice che è il massimo che può offrirti, che quel movimento di mani è l'amore che s'accontenta. Lo agita di nuovo ma lo stato non cambia, lo agita e ti cerca con la mano che gli rimane.

Oddio ora come vorresti che seduto qui accanto ci fosse quel ragazzo che ogni notte ti prende nel sogno, ma ti rendi conto di non essere nella condizione di scegliere. Il destino ha voluto quest'uomo, che per quanto vecchio ti sembra affidabile e non è poco per una donna che inizia un percorso. Ti chiede la bocca, le mani, ma ti ritrai. Non sei ancora pronta a scendere, ad odorare bassi ventri che non avevano previsto quest'occasione.

Lui lo capisce e ti chiede di fare uno sforzo e scendere, di mostrare al vento tutta la femmina che c'è sotto la gonna, di provare a misurare quanto questo gioco possa diventare mutande, quanto la trasgressione, di cui hai bisogno, due tette scoperte all'imprevisto che potrebbe passare qui accanto. Cerchi d'essere disinvolta, di calarti nella parte. Lui continua a toccarsi ed tu scendi. T'accendi un'altra sigaretta e cammino sull'erba. Non passa nessuno e  t'alzo la gonna, non passa un'anima ed  t'appoggi sul cofano ed accavallo le gambe. Ti dice che sei brava, che davvero potresti fare invidia a chi lo fa per mestiere. T'invita a toglierti le mutande, e tu obbedisci con tutta la poesia che senti, che vedi. Ora è al limite e ti vuole di nuovo dentro la macchina. Ma tu stai bene, mai nessuno era riuscito a farti sentire così bene. Senti i suoi gemiti più intensi, respiri strozzati che ti danno la forza d'aspettare il destino, d'essere cosciente che un'altra notte che passa servirà alle tue mani, la bocca d'avere il coraggio che stamane è mancato, lo stesso comunque che ti fa stare seduta sul cofano mentre un uomo qualunque richiude la lampo.

La sua .....

 

 
 
 

STAPPA QUEL VINO

Post n°16 pubblicato il 04 Agosto 2009 da misonorottodellamore
Foto di misonorottodellamore

Dai siediti stappa quel vino! Hai messo il vestito come volevo, quello rosso scollato con i lacci davanti. Te lo ricordi vero? Quel Capodanno, quella stanza d'albergo con la tappezzeria dorata, la musica intorno e la danza del ventre, appena accennata perché la mia voglia, sfiorasse i tuoi fianchi e non ti sei lasciata altro tempo.
Dai siediti stappa quel vino! Fresco frizzante, lo stesso che bevemmo la sera, quando mi hai detto che volevi una figlia, e una donna lo sa quale notte è più giusta, quanta luna ci vuole per essere certa.

Dai siediti stappa quel vino,  hai preparato le ostriche al forno, con una noce di burro ed un velo di aceto, l'unico piatto che ancora ti smuove, l'unico pesce che assapori di gusto. La televisione è spenta, ed io e te qui finalmente noi soli, a gustare i dettagli e saziare l'attesa.

Dai siediti stappa quel vino! Guardo fisso il tuo seno come fossi un'amante, è proprio quello che offri e mi doni stasera. Come vedi la prendo alla larga, quasi incapace, quasi bugiardo. Sono giorni che penso come prepararti la scena, perché nulla stasera voglio che ti distolga, da queste labbra che dopo serviranno per quello, ma ora davvero hanno qualcosa da dirti.

Dai siediti stappa quel vino! Vai in cucina a prendere i piatti, e io lo dico perché lo sento davvero, che sei stupenda e "femmina bella", perché tu lo sai che ti guardo le gambe, il velo di nero impalpabile al tatto, la riga che corre e mi nutre e mi sazia. Dai ascolta non farti pregare, devo dirti che mai t'ho visto più bella, e se t'esce dell'altro non sarebbe di troppo, perché stasera lo sai è tutto concesso.

Dai siediti stappa quel vino! io rimango sorpreso e incantato a guardarti, coccolato dal gusto che ti procurano i miei occhi. "Saltiamo la cena?" Mi sussurri a stento, ma hai organizzato tutto da giorni, perfino l'essenza di muschio che sento, perfino la musica soffusa. Mi vieni vicino quasi mi tocchi. Mi sposto e sorriso "Ora puoi solo guardare!" Certo mi avrai ma sono io a condurre le danze, e stasera davvero non potrei non farlo, sono sincero lo sento come un dovere, ma dopo ti prego che mi hai ascoltato per bene.

Ma ora dai siediti stappa quel vino! Io insisto e ti accarezzo la calza. Salgo voglioso di scoprire se sotto, c'è un circo di fiocchi, un paradiso di pizzi. Già senti la mano che t'imbroglia e ti truffa, ma stasera ad ogni costo devi essere porca,  sei bella, sei donna, come ti vedo stasera, ma ti prego aspetta non farmi domande!

Dai siediti stappa quel vino! Vuoi sentirlo che scende e ti scalda, perché stasera non puoi startene zitta. Stasera o mai più mi dici convinta. Dai stappa quel vino! Perchè basta sai, basta per dirmi che è un mese che cerchi di dirmi. Oddio le parole ti svaniscono in bocca, e diventano un fiato, un sussurro, un nonnulla. Strano vero? Ridi e sei contenta, perché così sarà più facile lenire il dolore.


Dai, ora o mai più, stappa quel vino! Perché così sarà più leggero il ricordo. Voglio fissare i punti giusti per evitarti un tormento. E' stata una sera ma non mi chiedere quando, dopo mesi di inviti lasciati cadere, dopo sorrisi ed abbracci che credevo normali, perché davvero non ci trovavo malizia, in quei messaggi che dicevi "tesoro", ed in altri buongiorno, ti penso, mi manchi.

Ti prego seguimi e versami il vino, non farmi domande non conosco risposte, se non questo che dico e voglio che senti. Non ti dico ingenua non sarebbe davvero, la causa sola che giustifica il tutto, perché non credere che poi non l'abbia capito, quando il tuo sguardo si è fatto insistente, quando la mano stringeva la mia, e non era per nulla come diceva, una complice, bella, esclusiva amicizia.

Ti prego seguimi versami il vino, quando le parole ti scaldavano dentro, e vicine e più fitte le sentivi a vapore, che ti prendevano l'anima che poi era seno, che mi dicevano amore che poi era sesso. Non ti sei sorpresa non hai sentito la colpa, per quanto mi sforzassi di pensarti già a casa, mentre tu nella mia auto ti stropicciavi la gonna, ed indossavi le calze, le stesse che vedo, la maglia scollata profonda che invoglia.

Dai versami il vino, perché eri lì ad accarezzarmi ai miei occhi, perché t'incalzavo per fare di meglio, ed tu come bimba obbedivi convinta, seguendo l'istinto che ti ha portata nel punto, dove credevi che mai fosse successo, che sola da sola potessi arrivare all'orgasmo.
E poi il mio dito in un vortice intenso, t'ha scavato sai dentro.... la bocca, e tu che succhiavi e leccavi quell'unghia, come fosse un ciuccio coperto di miele, un leccalecca di bimba di zucchero a velo. Abbondavi saliva e ne chiedevi dell'altra, per riempire il palato e l'anima in gola, per saziare gli istinti come fremiti a pelle, che sentivi dai piedi fin sotto i capelli, e poi ancora fino a sbavare saliva, a colare rigagnoli densi e rossastri, a sbafarmi il rossetto sul mento ed il collo.

Dai ti prego versami il vino, perché davvero non hai sentito la colpa, quando eri già a casa, quando sulla porta  hai detto "tesoro", e nemmeno una parola di dove eri stata, di come il tuo seno aveva fatto da tana, per come le gambe da nido e da culla, per quella lingua che t'ha presa davvero, come fosse un ragazzo alla prima esperienza, come fosse un uomo maestro di vita.


Dai siediti finiamo quel vino, perché hai goduto sei sorpresa e smarrita, convinta di non aver fatto nulla di male, convinta di non avergli tolto niente a tuo marito comunque, perché non ti senti d'averlo tradito, moglie infedele per un cruccio a caso, per strada di sera a due metri da casa. Perché veramente non c'è stato dell'altro, perché veramente ti ho solo baciata, baci e carezze e parole più dure, che simulavano un sogno che non c'era concesso.

Dai siediti finiamo quel vino, non ti guardo allibito non ho altro da dirti, non chiedermi dai, se abbiamo fatto l'amore, perché davvero ti ho solo graffiato, l'anima umida che chiedeva insolente, d'essere sazia fino all'ultimo istinto... ma erano solo le dita che gremivano dentro, erano solo unghie e lingua calda che quasi bruciava....

 
 
 

VIENI ALLE 8

Post n°14 pubblicato il 04 Agosto 2009 da misonorottodellamore
Foto di misonorottodellamore

Dai vieni ti aspetto alle otto, metti una scusa che tua moglie si beva, perché ti ho preparato la cena come previsto, ho preso del vino vellutato di rosso. Dai vieni ti aspetto alle otto, non portarmi dei fiori non perdere tempo, perché la corte che voglio è guardarti negli occhi, e mi dici estasiato che non esiste più bella, di femmina che tu conosca o che dico nel mondo, che quarant'anni passati ne dimostrano trenta, ed anche di meno se m'aggiusto e mi trucco, come stasera che t'aspetto convinta.

Dai vieni non farti aspettare, ti ho preparato un dolce di more, per non farti sentire poi troppo il distacco, da quella che ogni sera ti coccola e sazia, e dici che t'ama e pensi che in fondo, il nostro non sia che un tradimento bugiardo.
Dai vieni ti aspetto alle otto, indosso le scarpe che mi hai regalato, che non metto di fuori perché mi vergogno, mi fanno sentire da strada di notte, ma porto il vestito quello rosso scollato, che sedendo si spacca e t'intrigano i lembi, sapessi che bello se tu fossi di fronte, vedresti una donna che porta le calze, che finiscono prima che inizino i fianchi.

 
Dai vieni ti aspetto alle otto, la tavola è pronta e una candela fibrilla, e illumina in parte la sala in penombra, ed io che ti aspetto su questo divano, che penso alla scusa per venirmi a trovare, in modo che tu sia sereno e tranquillo, con tua moglie che dorme senza avere sospetti. Mi accarezzo le spalle il collo i capelli perché quest'attesa non sia troppo più lunga, perché queste mani siano dure e callose, e stringano a morsa la mia parte migliore.


Dai fai in fretta ti aspetto alle otto, nel dubbio mi chiedo come mai è successo, dopo anni di vita una figlia ed un cane, in un giorno normale hai sbattuto la porta, davvero mi chiedo come è potuto accadere, perché sono qui nel ruolo d'amante, a rubarti ad un'altra che ora è tua moglie, a pensare ad una scusa che non dia sospetti, e non le sia troppo chiaro che in una notte normale, un uomo può avere altre cose da fare.

 
Dai vieni ti aspetto alle otto, non t'ho mai desiderato come adesso ti sento, tutti quegli anni, se solo tentavi di venirmi vicino, e la notte dal giorno non era diversa, e tu che cercavi di darmi calore, ed io che cercavo di fuggirti lontano, nelle braccia di altri che ora sono scomparsi.


Dai vieni ti aspetto alle otto, dai vieni vieni tranquillo, perché non ti chiedo di rimanere la notte, di guardare l'alba con gli occhi del cuore, chiedo soltanto di starmi a guardare, se in caso stanotte ti sei già promesso, se il posto più bello è lì vicino nel letto, nelle sue cosce magari più calde, magari più belle dritte e civette, che non hanno bisogno di cercarsi da sole.

 Dai vieni ti aspetto alle otto, non suonare ti prego la porta è socchiusa, perché m'intriga che entri e mi trovi seduta, che aspetto impaziente e dondolo il tacco, con la mano che affonda dove l'anima bolle. Però mi raccomando vieni alle otto, perché davvero è questione di un niente, anche un minuto può essere grande, mentre ti guardo e mi entri negli occhi, come un tempo facevi durante l'amore, e mi urlavi dicendo ti scopo con gli occhi, perché ci vedevi montagne innevate, ci vedevi il rossastro di un tramonto distante, una pigna che cade e un tonfo silente, una pioggia leggera che mi scioglieva il trucco.

 Dai vieni ti aspetto alle otto, ho messo all'ingresso un vaso di fiori, e mi alzo la gonna e mi guardo riflessa, per offrirti la rosa quella più gialla, che curo da anni e non la lascio seccare, ha i petali grassi che si schiudono all'alba, e la sera si stringe stretta in un pugno.


Dai vieni ti aspetto alle otto, perché le parole siano ancora più fitte, dense quanto una nebbia senza un raggio di sole, che mi avvolge e mi culla come se tu ci fossi davvero, e mancasse un instante, un niente alle otto, ed io sul divano che mi cerco e mi trovo, ed io in vestaglia nonostante le otto, ti penso e ti sogno e mi faccio bene l'amore.

Dai vieni ti aspetto alle otto, metti una scusa che tua moglie si beva, perché ti ho preparato la cena come previsto, ho preso del vino vellutato di rosso. Dai vieni ti aspetto alle otto, non portarmi dei fiori non perdere tempo, perché la corte che voglio è guardarti negli occhi, e mi dici estasiato che non esiste più bella, di femmina che tu conosca o che dico nel mondo, che quarant'anni passati ne dimostrano trenta, ed anche di meno se m'aggiusto e mi trucco, come stasera che t'aspetto convinta.

Dai vieni non farti aspettare, ti ho preparato un dolce di more, per non farti sentire poi troppo il distacco, da quella che ogni sera ti coccola e sazia, e dici che t'ama e pensi che in fondo, il nostro non sia che un tradimento bugiardo.
Dai vieni ti aspetto alle otto, indosso le scarpe che mi hai regalato, che non metto di fuori perché mi vergogno, mi fanno sentire da strada di notte, ma porto il vestito quello rosso scollato, che sedendo si spacca e t'intrigano i lembi, sapessi che bello se tu fossi di fronte, vedresti una donna che porta le calze, che finiscono prima che inizino i fianchi.

 
Dai vieni ti aspetto alle otto, la tavola è pronta e una candela fibrilla, e illumina in parte la sala in penombra, ed io che ti aspetto su questo divano, che penso alla scusa per venirmi a trovare, in modo che tu sia sereno e tranquillo, con tua moglie che dorme senza avere sospetti. Mi accarezzo le spalle il collo i capelli perché quest'attesa non sia troppo più lunga, perché queste mani siano dure e callose, e stringano a morsa la mia parte migliore.


Dai fai in fretta ti aspetto alle otto, nel dubbio mi chiedo come mai è successo, dopo anni di vita una figlia ed un cane, in un giorno normale hai sbattuto la porta, davvero mi chiedo come è potuto accadere, perché sono qui nel ruolo d'amante, a rubarti ad un'altra che ora è tua moglie, a pensare ad una scusa che non dia sospetti, e non le sia troppo chiaro che in una notte normale, un uomo può avere altre cose da fare.

 
Dai vieni ti aspetto alle otto, non t'ho mai desiderato come adesso ti sento, tutti quegli anni, se solo tentavi di venirmi vicino, e la notte dal giorno non era diversa, e tu che cercavi di darmi calore, ed io che cercavo di fuggirti lontano, nelle braccia di altri che ora sono scomparsi.


Dai vieni ti aspetto alle otto, dai vieni vieni tranquillo, perché non ti chiedo di rimanere la notte, di guardare l'alba con gli occhi del cuore, chiedo soltanto di starmi a guardare, se in caso stanotte ti sei già promesso, se il posto più bello è lì vicino nel letto, nelle sue cosce magari più calde, magari più belle dritte e civette, che non hanno bisogno di cercarsi da sole.

 Dai vieni ti aspetto alle otto, non suonare ti prego la porta è socchiusa, perché m'intriga che entri e mi trovi seduta, che aspetto impaziente e dondolo il tacco, con la mano che affonda dove l'anima bolle. Però mi raccomando vieni alle otto, perché davvero è questione di un niente, anche un minuto può essere grande, mentre ti guardo e mi entri negli occhi, come un tempo facevi durante l'amore, e mi urlavi dicendo ti scopo con gli occhi, perché ci vedevi montagne innevate, ci vedevi il rossastro di un tramonto distante, una pigna che cade e un tonfo silente, una pioggia leggera che mi scioglieva il trucco.

 Dai vieni ti aspetto alle otto, ho messo all'ingresso un vaso di fiori, e mi alzo la gonna e mi guardo riflessa, per offrirti la rosa quella più gialla, che curo da anni e non la lascio seccare, ha i petali grassi che si schiudono all'alba, e la sera si stringe stretta in un pugno.


Dai vieni ti aspetto alle otto, perché le parole siano ancora più fitte, dense quanto una nebbia senza un raggio di sole, che mi avvolge e mi culla come se tu ci fossi davvero, e mancasse un instante, un niente alle otto, ed io sul divano che mi cerco e mi trovo, ed io in vestaglia nonostante le otto, ti penso e ti sogno e mi faccio bene l'amore.

 
 
 

DAVANTI AD UN HOTEL

Post n°13 pubblicato il 01 Agosto 2009 da misonorottodellamore
Foto di misonorottodellamore

Sarà quest'inverno che mi piace e mi sfiora, tra questa Roma che umida patina i tetti, e mi lascia da sola fino ad essere certa, che niente potrebbe scaldarmi le mani, come queste castagne che stringo gelosa, e m'illudo ed aspetto che il calore che sento, m'arrivi tra poco dalle parti del cuore, perché sarà il rumore dei tacchi che risuona sui muri, sarà il fruscio del mio nylon che sento tra i passi, mentre avanzo e cammino come se avessi una meta, magari un albergo con lampadari e cristalli, seduta sul rosso d'un divano importante, che risalta e contorna tutti i dettagli, che mi fanno più bella unica e rara, e intanto accavallo le gambe che snelle, sospese si fermano a metà della ruota, e in uno sfondo di specchi mi rifletto più bella, e faccio le pose e tiro dietro i capelli, e soffio del fumo contro il soffitto, poi aspiro di nuovo tenendo tese le dita, lasciando che la luce dell'insegna di fuori, sbatta diretta sulle mie unghie riflesse, e crei una pioggia rossa di luci, che a rivoli scende disperdendosi al nulla, tra mazzi di rose incastonata nei vetri, per farmi guardare come una pietra preziosa.

Sarà che cammino e cammino da sola, intuendo i pensieri di chi incrocio a quest'ora, che distratti e veloci non s'accorgono quanto, uno sguardo svagato possa dare piacere, che quello che sento è un cuore che batte, d'una donna stasera che è uscita di casa, per sconfiggere il male che a quest'ora mi prende. Non vorrei più svegliarmi ed essere certa, che sono i miei tacchi che fanno rumore, che stasera li ho messi maledettamente più alti, per essere bella ma bella davvero, per non esser regina e tana d'insulti, di chiunque che a caso ha scambiato l'amore, con un paio di tette perché sono più grandi, e senza dubbio hanno sfamato nel tempo, bambini neonati e quelli cresciuti, che ciucciavano latte grasso e materno. Sarà che m'illudo e cammino lo stesso, ma i miei occhi al tramonto non sono più verdi, di quando qualcuno negli anni ci ha visto, dei boschi e pianure traversate da fiumi, oppure uno sfondo d'autunno inoltrato e in primo piano una foglia che cadeva rossiccia, perché saranno queste scale di Piazza di Spagna, quando appena sedicenne mi sentivo una diva, magra modella con le tette accennate, giovane ed acerba senza un filo di grasso, che ora nascondo come se davvero servisse, stringendomi in vita con una cinghia di pelle e lasciando ai fianchi la mia parte abbondante.

Saranno questi balconi stipati di fiori e queste case che m'hanno vista perfetta, coperta soltanto di pelle di luna, che al tempo valeva una notte ed un'alba, ed oggi per questo mi ritrovo una casa, un conto in banca che solo mi fa stare tranquilla, e non mi fa dubitare d'essere stata poi bella, quando non ci vedevo nulla di male, a sentire scivolare le mani vogliose, che come palle da bigliardo andavano in buca, tra le pieghe di carne che riprendevano forma, tra le pieghe di carne che ora si lasciano andare. Saranno gli anni passati che passano ancora, e quelli presenti che passano in fretta, e gli sguardi degli uomini infilati nei seni, come se in un niente rifiorisse una rosa, e le mie gambe s'aprissero ancora sbadate, come porte d'un bagno in un albergo diurno, dove entri e non bussi e soddisfi i bisogni, ed esci di fretta frugandoti in tasca, una sciocca moneta che toglie disturbo.

Sarà che ora ci penso e ci penso davvero, ed ogni letto d'amore è una siepe di rovi, spine seccate che mi graffiano dentro, prima che il cuore se ne faccia ragione o s'accorga che è ora di levare le tende, perché l'alba da tempo non fa più poesia, perché l'alba da anni è incorniciata ai vetri, della mia stanza da letto che guarda sul prato, e a quell'ora ci vanno solo i cani a pisciare. Perché saranno queste luci che non sanno il mio nome, e m'ingialliscono il viso come corredi marciti, ma io stasera vorrei andarmene oltre, magari in quell'albergo di specchi e di luci, dove il tempo è rimasto fuori per strada, e tra i divani nessuno invecchia o sta male.  Portassi ancora la seta come ai tempi di piazza di Spagna, coperta di pieghe di luce di luna, saprei questa notte dove portare le tette, per farle ciucciare e farne confronto, con le tante che ora danzano al vento, e si mettono in mostra a questo sole che rosso, non ci fa dubitare d'essere a Roma.

Portassi almeno un cappello nero di panno, ed una veletta che scende quel tanto, che appena d'un niente mi copra lo sguardo, che sa di vissuto che sa di mistero, di donna inviolabile come un castello, con tanto di fosso ed olio bollente, con tanto di merli e di frecce al veleno! Se portassi davvero un cappello, saprei dove farmi invitare stasera, e su quale sedia di paglia di Vienna, sfilare la calza e rubare lo sguardo, ad uno dei tanti che incerto si chiede, quale stoffa m'adorna sotto il vestito, quale trama leggera lambisce la parte e quale tinta di rosa mi copre e mi sfiora, che potrebbe scostare se gli abbozzassi un sorriso.

Portassi almeno dei trucchi! Arresterei la smagliatura con un filo di smalto, prendendo del tempo tra il vedo e non vedo, quando il nero diventa pelle di pesca, ed il bianco un sorriso dell'uomo che guarda, discreto mi chiede se prendo qualcosa, per togliermi dall'impaccio e non esser scortese, per tornar poco dopo con una rosa pervinca, perché una donna per bene non risponde all'invito, e fa cadere leziosa il primo saluto, e il secondo lo lascia sospeso nell'aria.

Sarà che ne sento la smania e il bisogno, d'essere affascinata da un uomo cortese, che si toglie il capello abbozzando un inchino e mi chiama signora aspettando paziente, ed anche se ha capito non perde la forma, dandomi del voi quando mi offre la rosa, e mi offre il suo braccio per il ballo d'onore, mentre confusa io sto nella parte e confondo la storia della favola bella, perché sarà che ora vedo ferma che aspetta, una carrozza di legno a forma di zucca, un cocchiere con i guanti che tra poco ci porta, dove il sogno più vero non potrebbe arrivare. Saprei veramente come ripagare quel garbo, sfogliandomi a strati le sottogonne di seta, finché il cuore che batte si gonfia nel petto, e distante avverte un tremore di freddo, ma la favola bella continua e mi scalda, con l'odore d'un ceppo che sale e che arde e si confonde al rumore di zoccoli in strada, di voci volgari che s'attardano a notte, mentre il mio uomo m'accarezza gentile e sussurra che mai ha visto una donna, con un tocco di grazia che fa femmina vera, con un tocco di classe che la fa più signora. Ed io che l'ascolto e rimango incantata, saprei come arrossire e ripagarlo di tutto, del mio turbamento che m'ingrossa il respiro, alla vista d'un uomo al contatto di pelle, fino ad illudere gli occhi ed illudermi ancora, macchiando di rosso le lenzuola di lino.

Sarà questo vento che mi taglia la gola, e questa luce più gialla ogni notte che passa, questi uomini belli che passano in fretta, e mi lasciano appena uno sguardo distratto, ma stasera davvero affogherei leggera, dentro un letto di piume ed onde di raso, nel mare di voglie che attutisco e dilato, che carico a miccia in attesa che scoppi, perché tutto questo dà senso all'amore, che altrimenti sarebbe come il regalo, che per anni ho trovato sul comodino di fianco. Saranno queste castagne che stringo gelosa, ma ora tiepide non arrivano dalle parti del cuore, sarà questa luna che uguale promette, notti d'incanto e albe diverse, ma stasera davvero mi sfilerei una calza, se solo servisse a costruirci un'attesa, davvero sbufferei boccate di fumo, se non sapessi che una donna che fuma all'aperto, col tacco che preme su questo lampione, non fosse soltanto che l'immagine antica, di una vecchia puttana che aspetta un cliente, uno qualunque purché abbia un compenso.

Con fare distratto mi slaccio un bottone, perché ci sia il posto per infilarci una rosa, o un sogno che mi porti lì dentro in albergo, e mi faccia specchiare sopra quei divani, che sanno di caldo e d'attesa e di scale, d'amore ai piani senza che nessuno disturbi. Sarà, ma credo che stasera finisca come tutte le altre, che al prossimo bottone s'avvicini il portiere, e con fare discreto mi chieda d'andare, d'allontanarmi quel tanto per non destare imbarazzo, a questi uomini che entrano vestiti eleganti, sottobraccio a signore alte quanto un lampione. Sarà che non mi sento all'altezza, e questi occhi sono troppo marcati, che a vederli bene sanno di vecchio, e mi fanno pensare che il mio seno stasera, non diventerà mai un giardino fiorito, e nessuno si degna d'infilarci una rosa. Saranno i miei tacchi sopra questi sampietrini, il fruscio del nylon che sento ad ogni mio passo, sarà che mi allontano e tutto coincide, come ogni sera precisa a quest'ora, come il mio cavaliere che è arrivato in ritardo, ed ora in albergo mi cerca e mi brama, la calza sfilata e la carrozza e la zucca, e come ogni volta s'accontenta deluso, di quella alta quanto un lampione, che è magra poverina quanto uno stecco, con due piccole pere che s'intuiscono appena, e beve un drink sul divano di raso, che sa d'attesa di scale e di caldo ai piani.

Sarà che il mio cavaliere deluso non sta nella pelle, ma s'accontenta e la invita a salire le scale, e davanti gli si aprono due gambe gemelle, fasciate di nero di seta leggera, che sanno di moda di Chanel e Parigi, e lei ora si spoglia al chiaro di luna, con i vetri aperti e le chiome dei pini, e lui di sicuro s'avvicina e la bacia, ed ora scommetto ci sta facendo l'amore, addosso alla porta damascata di stoffa, poi sopra quel letto in penombra su Roma, ma lui è distratto, lo vedo lo sento, per via di quel maledetto fottuto ritardo, e mentre lei geme lui si volta di scatto, perché sul comodino è rimasto un bocciolo, che neanche stasera ha trovato un giardino, un presente abbondante a forma di seno, per farci l'amore, per farlo fiorire.

 
 
 

DALLE 2 ALLE 3

Post n°12 pubblicato il 31 Luglio 2009 da misonorottodellamore
Foto di misonorottodellamore

Dalle due alle tre ti aspetto, dentro una stanza con le veneziane abbassate, dalle due alle tre una donna elegante, s'avvia di fretta e fa fatica sui tacchi, vestita di bianco con un twin-set d'Armani. Ha pochissimo tempo ma non deve mancare, il figlio la figlia il marito la casa, come zavorre rimangono appese, ai dubbi che crescono ed ingrossano il cuore, e fanno tremare le gambe e la voce, che se dovesse parlare non uscirebbe che fiato, caldo bollente come d'inverno il vapore.

Dalle due alle tre sono un uomo di cui non conosci neanche l'età, e aspetto impaziente spiando dai vetri, una donna che spunta da sotto l'insegna, vestita di bianco come fosse una sposa, che corre e s'affanna per essere in tempo, per sentire se è vero e cosa c'è di diverso, nell'amore che nasce tra due corpi d'amanti. Ha lasciato l'auto parecchio distante, "non c'è mai un parcheggio quando ti serve", e pensa al suo trucco al sudore che scende, al suo viso disfatto sotto il sole d'agosto. Solo una donna potrebbe capirla, perché sa che fibrilla dentro due tette, quando l'amore l'aspetta dentro una stanza,  e la scruta tra le veneziane abbassate.

Dalle due alle tre Pensione Aurora, primo piano due stelle e sembra un tugurio, l'acqua corrente che arriva a singhiozzo, ma oggi per lei vale più d'una villa, una governante servile che la chiama signora, dentro uno specchio antico e barocco, che incornicia il suo viso e il cappello di seta, che guarda e riguarda per esser bella, per chiunque stanotte al ballo di corte.

Dalle due alle tre lei entra di corsa, la portiera la scruta da sotto gli occhiali, si chiede che ci fanno due gambe senza difetti, coperte da calze che costano un occhio, come mai una donna così bella si spreca, senza futuro per un cuore vuoto d'amore, con la faccia da pupo e la barba accennata, che tutto sommato potrebbe essere chiunque.

Dalle due alle tre la saluta di fretta, lui sa che ha un marito e dei figli, zia di nipoti che li ama e li adora, che ogni domenica li accompagna alla messa.

Dalle due alle tre la donna sale le scale, e sente i suoi occhi incollati e perplessi, le sembra di vederla che scuote la testa, mentre fissa la riga che corre lungo la calza, mentre s'asciuga con uno cencio e si chiede, quanto caldo può avere in pieno d'agosto.

Dalle due alle tre indossa un corpetto, comprato stamane in un negozio del centro, una pennellata di giallo che la copre e la indora, le strozza il respiro stringendola ai fianchi. Sa d'essere bella ammaliante e signora, che uomini a frotte farebbero a turno, a spogliarla in un fiato o lasciarla vestita, perché quello che conta è sentirne il possesso, governarle l'istinto che tracima e cola, saziarle la carne che d'incanto dischiude, la porta dell'anima che chiamano labbra. L'uomo la guarda mentre si spoglia, non crede ai suoi occhi non crede sia vera, vorrebbe sfogliarla come una rivista, come fosse una foto che respira e cammina.

Dalle due alle tre lei s'avvicina, vorrebbe che lui la stesse già divorando, con l'occhio che sfama e la mano che tocca, col fiato che appanna la voglia infinita, d'essere presa nell'intimo dentro, con l'ardore impaziente che smaglia la calza, e la brama la stessa che scompone la piega, dei capelli che biondi ha raccolto con cura, nel negozio dove ora ha lasciato clienti, con le teste bagnate per correre incontro, per aver la certezza di essere in tempo, di ricevere amore senza sognarlo.

Dalle due alle tre si riguarda e s'ammira, dentro quegli occhi desiderati da giorni, dentro messaggi sul cellulare segreto, inviati nel bagno quando calava la sera, e la voglia più intensa non la faceva dormire, nel bisogno più assurdo d'aver sicurezze, che lui a quell'ora la stesse pensando, nel suo letto di marito a due piazze.

Dalle due alle tre e durante il giorno, tra tagli e tinte e colpi di sole, sogni ed amanti e Novella 2000, credendo davvero che fosse giunto il momento, che l'avrebbe rivisto dopo giorni d'attesa, dopo una volta l'unica ancora, in fila alla posta ed un sorriso che s'apre, e poi lungo il filo di un mattino diverso, camminando leggeri a fianco e distanti. "Oddio che pazza, avrà solo vent'anni!", ma la mano che stringe è muta ed è liscia, come di notte quando cade la neve, come in quel posto al riparo di sguardi, quando sale la gonna e si stropiccia la stoffa, e sgualcisce anche il cuore se lo trova assopito, se negli anni passati mai ha fatto un sussulto.

Dalle due alle tre avanza e si ferma, in un gioco crudele d'esser preda preziosa, Dio davvero l'ha fatta più bella!, con l'ombretto di cielo e gli occhi di mare, che bello che voglia sentirsi sfiorare, da questo filo di perle che si culla e s'adagia, dove una bocca farebbe di meglio, dove i suoi seni s'offrirebbero osceni, a fili di fiato e brividi lunghi.

 Dalle due alle tre sono seduto sul letto,  e ti guardo tra un anello che sale, "Non manca che niente lo sento che hai voglia", per ricominciare da dove s'è fermata la mano, da quella gonna sgualcita non stirata per giorni, da quegli occhi impertinenti che ti dicevano bella, e quel cuore impazzito che scalciava da dentro, come fosse un bambino curioso nel ventre.

Dalle due alle tre avanza decisa, i suoi tacchi scandiscono tre passi soltanto, perché altro non serve per sentirsi una donna, femmina persa tra le braccia assetate, d'un fiume che scende e inonda le sponde, che bagna merletti ed orli e fiocchetti, se solo adesso lui scoprisse la gonna, vedrebbe una foce aggraziata da pizzi, se solo adesso la mano salisse, affonderebbe nel mare di tinte e colori.

Dalle due alle tre lui sta zitto le guarda, la scruta indietreggia e si sposta nervoso, vorrebbe almeno farle piacere, accarezzando il corredo che ammanta la pelle, per non deludere quello che porge e regala, che ora lo preme s'inarca e si curva. Ma è solo un pensiero nient'altro che quello, perché non riesce ad allungare la mano, toccarla e baciarla dove s'offre e gli dona, la rosa che spoglia in un m'ama e non m'ama, come fossero petali schiusi di carne, come fosse conchiglia che danza nel mare.

Dalle due alle tre non s'accorge e non teme, che lui è distante ed è venuto per altro, alle due in punto alla Pensione Aurora, lo spinge sul letto e lenta si spoglia, ride grida mentre cala la gonna, sbottona la seta come modella, una pennellata di giallo di un pittore famoso, che ha dipinto deciso il suo seno ben fatto. Scioglie i capelli e gonfia la bocca, raccoglie il suo seno come un pacco regalo, che nessun altro potrebbe scartarlo, tranne il sorriso in fila alla posta, che per ore e per giorni s'è impresso negli occhi, e di notte ogni notte ci ha fatto l'amore, accanto ad un uomo che dorme e che russa, che sordo non sente la voglia che cala.

Dalle due alle tre lei non demorde, si toglie il corpetto il reggicalze di fiori, ora non manca che un sesso deciso, per essere vestita di baci e carezze, per essere secchio e sapere per quanto, ingurgita acqua sotto la pioggia. Ora non manca che un ti amo e un invito, su quel letto che grida di non essere vuoto, d'esser l'alcova di due amanti segreti, che hanno sfidato il sole d'agosto, gli sguardi invidiosi della portiera, i sorrisi beffardi delle clienti.

Dalle due alle tre lei atterra sul letto, lui si sposta s'alza ed evita l'urto, lei ride urla e lui prende le chiavi, troppo presto per pensare, che il paradiso davvero sia a portata di mano, per apprezzarla nell'intimo complice e perso, di vivere un'ora come fosse una vita. Fissa il suo sguardo smarrito che chiede, è bella davvero ma troppo signora, seria e pesante nel trucco che dona, "troppo donna più grande per giocarci leggero, troppo femmina calda per sentirsi già uomo."

Dalle due alle tre un rumore di chiavi, lei immobile tace e lui apre la porta, pensando alla figlia che tra poco la vede, nella sua stanza e sua moglie tra i rumori in cucina, ed ascoltano musica e parlano piano, jeans strappati dell'identica marca, baci sfiorati distesi nel letto, quello a una piazza con le foto sul muro, un poster gigante di New York di notte. Lei ha vent'anni e sorride contenta, lui che muore a vederla che scopre, la tetta sinistra quella del cuore, e poi con le mani che vanno giù in basso, accarezzano il bianco di un perizoma da poco, quello d'Oviesse comprato a dozzine.

 
 
 

DALLA FINESTRA

Post n°11 pubblicato il 30 Luglio 2009 da misonorottodellamore
Foto di misonorottodellamore

Mi chiedo come una donna possa essere  scopata nella carne e nel cervello, tanto da pensare che un giorno o l'altro sarà ripagata delle tante accortezze che la fanno più bella di quanto natura  non le ha donato in partenza. Me lo chiedo da anni senza pretendere risposta, senza accorgermi che ora stai muovendo la mano lungo i peli radi che coprono il tuo sesso, per sentire la sensazione che darebbero ad un uomo, per impossessarti di quella voglia grossolana che dopo l'amore si sgonfia come bolla.

Mentre t'accarezzi t'illudi di sentire una voce sommessa che ti promette la vita  e va giù in fondo fino a sparecchiarti merletti e quest'anima che ogni sera ci casca, che ogni sera ci crede davvero d'essere bella. Poi tutto finisce e t'immagini in fretta parole d'amore, parole di oggi che non promettono nulla, parole d'adesso che non arriveranno nemmeno a domani. Ma ostinata continui a pensarlo, al punto d'esserne certa mentre fasci il tuo corpo con un vestito di seta, mentre chiudi la lampo e ti guardi le forme facendo attenzione che siano di gusto alla voglia di uomo qualunque, perché quelli veri sono sempre nei sogni, sempre distanti da questi tuoi seni.

Bisogna essere comunque cretine nel pensare che un taglio di capelli, uno smalto di troppo  possa cambiare il destino, possa davvero farti più bella. Ed è per questo che davanti a questa vetrata ti raccogli i capelli e poi li lasci cadere come se di fronte ci fosse quell'uomo, quella faccia che ogni sera ti guarda e ti fa meno brutta. Sono anni che ogni sera l'aspetti, ma ogni volta ti sembra la prima e stiri a spinaci questi capelli che ormai di biondo gli è rimasto ben poco! Ti fissi e ti rifissi tra l'ombra del vetro che traspare, ma ogni volta ti vedi più brutta tanto da essere sicura che sarà l'ultima, tanto da essere certa che un giorno o l'altro aprirà i suoi occhi e ti vedrà come sei.

Sei bianca con questo corpo malaticcio e pieno di nei, ed ogni sera mentre l'aspetti mi domando come farà a desiderare di venirtici dentro. Cos'è che l'attira dentro queste cosce, queste labbra secche come foglie d'autunno, che se almeno potessi le dipingeresti di rosso o di rosa quando sei appena abbronzata! Cos'è che lo attira attraverso questa finestra, attraverso quel cannocchiale puntato su questo buco, più nero d'ogni più roseo timore dove il diavolo sverna gran parte del suo tempo.

Tra poco ti guarderà scorgendosi oltre la tenda, come se davvero fossi la più bella, come se davvero fossi la meta dove riporre sogni e speranze che un uomo consuma da solo nel letto. Vorresti dirgli cosa mai spera di trovare tra le tue pagine vuote, tra le tue pagine bianche di un corpo che altri hanno reso incapace di amare. Vorresti dirgli che, se non fosse per questa distanza, s'accorgerebbe quant'è brutta la meta, che se non fosse per questo vetro che t'addolcisce e t'appanna fuggirebbe d'altra parte del mondo. Cosa mai ci potrà trovare dentro questo reggiseno gonfiato di sola gommapiuma, lungo le ferite procurate da mani impazienti che ti cercano il seno trovandone solo un accenno. Cosa ci potrà mai trovare dentro queste ossa che se davvero schiacciasse farebbero solo dolore? Ti chiedi se non sarebbe meglio spiare un cuscino a forma di donna o una bambola gonfiata senza cervello. Perché, come la vedi tu, è meglio non averla la testa se serve solo per attaccarci capelli, se non può che dare sempre ragione, come fai tutte le sere dietro questi vetri, dove ti spogli e ti vesti al minimo gesto di un dito di maschio.

Ogni volta squilla in telefono ma tu non rispondi, lo vedi desolato che riattacca senza capire che una donna con questa faccia non può confondersi dietro parole di velluto ed essere degna di un momento d'amore, non può per nulla sentire parole d'amore, recitare la parte dell'amata o peggio esserle concesso di spalancare le cosce.

Seduto su quella poltrona si gonfia di passione e non resiste mentre sbottona la stoffa che gli separa la mano. Ti fa cenni evidenti di sporgerti alla luce, di toglierti dall'ombra che gli concede solo profili. Alle volte l'accontenti e ti chiedi come è possibile che non fermi la sua mano, come è possibile che ne voglia ancora?

Conosci sua moglie ed è bella davvero, ha gli occhi di panna e i capelli di grano che cadono a pioggia sulla sua pelle dorata. Avrà dieci anni di meno ed un seno dove affogarci il respiro e passare le ore. Mentre lui indegnamente le passa e le spreca fantasticando dentro questo corpo, che così arrossato sembra passato in un campo d'ortica, che così malmesso sarebbe davvero un tesoro se solo domani tornasse  dietro quella finestra, se solo domani alzassi il  telefono e sentissi parole, parole che t'ama.

Ma tu sei brutta, brutta come davanti ad un bambino che non riesci a dirgli che è bello! Alle volte ti chiedo con quale diritto t'arrabbi, con quale permesso sei felice e provi emozioni,  come in questo momento che ti sale il fiato mentre riaccosti la tenda. Con quale diritto ti neghi alle sue voglie e fai del tuo corpo soltanto un profilo mentre t'accartocci e ti chiudi come se fossi bella, come se avessi forma e bellezza di una statua antica, di un mare che si modella dentro una bottiglia di vetro. E giochi a farii rincorrere dagli occhi di quest'uomo che ora s'illudono e fremono d'accarezzare soltanto bellezza. Chissà quante volte t'ha già scopato anima e cuore, chissà quante volte ti è entrato urlando passione senza  stendere un velo sopra i dettagli della tua pelle, come altri, padroni, hanno fatto, lasciandone fuori soltanto questo indispensabile buco.  ti chiedi se il tuo fegato, i tuoi polmoni sono uguali alla tua faccia, se il tuo utero è più dritto delle tue gambe, se da qualche parte tra la tua carne possa esserci qualcosa di bello per vantarti ed offrire senza vergogna.

Come fa quest'uomo a trattari alla pari come se veramente fossi bella, ad eccitarsi per un reggiseno che nasconde solo l'idea di donna. Come fa ora a stare davanti questa finestra e trascurare sua moglie? Se solo fossi uomo le scoperesti gli occhi e i capelli, così biondi che non ti stancheresti di accarezzarli standole accanto per prosciugarle geloso il profumo. Ed invece è lì attento ad ogni tua impercettibile mossa senza nemmeno pretendere che ti faccia vedere, che tu sia già pronta, magari distesa su un fianco, con il tuo sedere rivolto verso la finestra. Basterebbe così poco per entrarci, senza vederti di faccia, senza che nessun attrito gli dia il tempo di ripensarci.

Ora lo vedi, lo conosci a memoria! Tra poco adagerà sul bracciolo il cannocchiale ed tu dovrai fare soltanto un impercettibile passo, mettere una mano sulla maniglia facendo finta d'aprire la finestra. Facendo finta d'uscire all'aperto per farti vedere quanto indecente ti sei conciata, ti sei preparata per la sua voglia oramai senza ritorno. Ti viene male pensare che sta sprecando energia e piacere di maschio per questa donna che se solo conoscesse davvero farebbe altrettanta fatica a cercare tra le mutande il suo sesso. Ed invece è lì concentrato che consuma il vigore e svuota per questa sera tutta la forza mentre sua moglie lo sta aspettando nel letto. La immagini che finge di leggere, gonfia i suoi seni ed allarga inconsapevole le cosce che anche stasera si riempiranno soltanto d'attesa. Vorresti dirle d'andare dal suo uomo, inginocchiarsi e finirlo, ma lui non ha bisogno di una bocca che conosce a memoria lingua e palato, pretende solo la tua attenzione mentre si svuota e rallenta la mano. Lo vedi che grida senza fiatare, che ti vorrebbe accanto per rovesciarti il piacere, che ora in questo preciso momento nessun'altro essere a forma di femmina gli potrebbe dare altrettanto. E mentre spegne e spegni la luce pensi che ora potresti anche guardarti allo specchio e vederti davvero più bella, davvero alla pari d'ogni donna più bella.

 
 
 

PER LE VIE DESERTE

Post n°10 pubblicato il 24 Luglio 2009 da misonorottodellamore
Foto di misonorottodellamore

Sarà quest'inverno che ti piace e ti sfiora, che s'inoltra gelato nelle tette di sera, tra i vicoli stretti di strade deserte, tra le maglie più larghe della tua camicia di seta. Saranno i tuoi seni che colmano il vuoto, d'una notte che luna non riesce a riempire, tra il rumore dei tacchi che fanno la scia e ti fanno più preda come femmina calda. Offri tette a chi passa come se fossero frutta, al vento che soffia e ti secca le mani, mentre cammini su una strada disfatta, dove neanche una cagna si inoltrerebbe da sola, perché dietro ogni muro c'è un uomo che guarda, una cicatrice alla luce che fa più paura, di un delinquente comune che ride e che piscia, e ti lancia parole d'amore e di sesso.

Hai paura che qualcuno t'aggredisca di colpo, ma cammini e ti tappi le orecchie e la bocca, sapendo che questo ti basta ed appaga, quest'anima informe che tace acconsente, con le membra scrostate dai muri che strusci, dagli angoli oscuri che sanno di muffa. Saranno i tuoi anni che passano in fretta, perché nel tuo letto non è passato nessuno, e l'amore che senti lo trovi ogni notte, nei bassifondi più miseri che sanno di sporco, in fondo alla strada che ripida scende, dentro un culo di sacco dove ti nutri e t'ingozzi.

Ti sei vestita di foglie e di fiori, perché un minimo soffio ti scopra e ti spogli, dei timori dei dubbi che non è solo piacere, e l'amore che senti non è altro che vuoto, che buco che fica da riempire nel collo, di brividi intensi tra la carne e le ossa. Cammini decisa cadenzando i tuoi tacchi, senza sapere cosa c'è oltre il rumore, se nell'infinita ricerca c'è davvero il bisogno, di conoscere il fondo di dimenticare chi sei, infangando di notte il cognome che porti, come macchie indelebili di seme biancastro, sul tuo twin-set attillato nero di Fendi.

Ti inginocchi ed allarghi lentamente le gambe, sopra questo tombino che rigurgita fango, alzi la gonna e scopri il tesoro, ed aspetti paziente un rivolo d'acqua, che ti sfiori leggero e bagni il tuo sesso, i peli che radi li tagli con cura, ogni sabato all'alba dopo la doccia. Che direbbe ora se ti vedesse qualcuno, con un cappello da sera ed i guanti di rete, che aspetti e raccolgli solo acqua piovana, avanzi di mondo come bestemmie, come seme infecondo lasciato scolare? Che direbbe se ti vedesse strusciare, contro l'asfalto per sentire il bisogno, d'essere l'ultimo anello del mondo, prima del quale c'è una donna borghese, che si lava le mani dieci volte ogni giorno. Che direbbe se ti vedesse strusciare, accovacciata come femmina che piscia, a carponi che pendi i tuoi seni abbondanti, come vacca in attesa d'essere munta?

Questo rivolo d'acqua diventa uragano, t'inumidisce le pieghe che apri e spalanchi, perché nemmeno una goccia vada poi persa, e l'amore che sfami non rimanga deluso. Con una mano apprensiva t'alzi la gonna, perché sia mai che s'insozzi di fango, con l'altra più esperta accompagni la voglia, dove l'acqua da sola non potrebbe arrivare. Sono baci e carezze sono spremute di seno, mentre un fiotto improvviso ti esce da dentro, e l'acqua s'insinua e stai per godere, come al cospetto d'un amante che lecca, la voglia impetuosa che fluisce viscosa, e generoso t'aspetta per sentirti gridare, perché nulla è più intenso d'una donna che gode, mentre sgorga d'umore e la bocca poi lava.

Sei delta di fiume e foce di mare, tombino che succhia e raccoglie nel ventre, la parte del mondo dove non esiste l'inferno, in questo culo di sacco dove non esistono scale, per andare più in basso per sentirti migliore. Sei vicolo cieco di un viottolo d'erba, canale di melma ai bordi del cuore, dove la sera senti rane gracchiare, uccelli che dritti t'additano bella. Oddio che daresti per entrarti di dentro, scoprire l'intarsio dove deponi le uova, di questa brama ossessiva che la sera ti prende, e ti lascia pensare che se fossi puttana, saresti una regina che ti guarda dall'alto. Eccoti ci sei! Ti strusci e m'imbratti, ti bagni e t'infanghi e rimani nel dubbio, se il mondo ti sporca, o è la tua voglia che cola, che inquina quest'acqua immonda e piovana.

Sarà che ora ti riaggiusti il cappello, ti riassetti la gonna che leggera ti fascia, cammini orgogliosa come se nulla è successo, signora per bene che ha sbagliato la strada, e si ritrova per caso in questo culo di mondo, tra un uomo che fischia e l'altro che piscia, in una nausea intensa che ti tura la gola, che ti fa schifo soltanto a sentirne l'odore, di questa miseria volgare e violenta, mentre a casa t'aspetta un letto di seta, che candido avvolge le tue notti pulite, i tuoi sogni leggeri che non partoriscono fogne, che non finiscono all'alba dentro un culo di sacco

 
 
 
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