VIAGGI ED INTEMPERIEORDINARIE STORIE DI VITA QUOTIDIANA |

Articolo 1: L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione
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Post n°532 pubblicato il 22 Maggio 2012 da BLACKDIAMOND63
Si sono conclusi i cosiddetti test Invalsi, ossia il mega monitoraggio del grado di preparazione degli studenti nelle scuole, prima alle medie ed elementari, poi alle superiori. E subito il ministero si è affrettato a dare i numeri sulla partecipazione delle classi alle prove. Un dato sconcertante: secondo il Miur solo una ventina di classi avrebbero attuato il boicottaggio. Un dato che in realtà ha un valore molto relativo, se non addirittura nullo.L’operazione, un retaggio della precedente gestione di Maria Stella Gelmini, si è svolta tra polemiche infuocate non raramente anche di tipo ideologico. Una ragione in più per i proponenti di fare le cose seriamente, per smontare le resistenze più pregiudiziali. E invece i risultati sono di segno opposto. Innanzitutto sulla qualità dei test. “Ai miei alunni – dice una maestra di matematica di sicura professionalità – sono stati somministrate delle domande che poco o nulla riguardavano il lavoro svolto in classe. Che valore potranno avere dunque i risultati di questa prova? Per noi nessuno”.E poi come si sono svolte le prove? Basta scambiarsi gli insegnanti di classe per garantire un minimo di obiettività. Dalle scuole arrivano segnalazioni di ogni tipo: docenti che aiutavano gli allievi a rispondere ai quiz, docenti distratti che lasciavano copiare l’uno dall’altro, intere classi che hanno consegnato i modelli di prova in bianco. Anomalie a cui i dirigenti scolastici hanno risposto nei modi più disparati: chi ha lasciato fare, chi minaccia sanzioni pesanti sia nei confronti dei docenti che degli studenti che hanno contestato i quiz.Significativa la presa di posizione dell’Uds (Unione degli studenti): “Il Miur – si legge in un comunicato – dovrebbe assumere il dato ampio del rifiuto che gli studenti hanno messo in campo ed aprire un tavolo di discussione serio con le associazioni studentesche, dei genitori e i sindacati dei docenti su come si valuta realmente la scuola italiana”. E mettono le mani avanti sulle azioni di repressione in risposta a chi ha boicottato le prove: “Denunciamo – conclude nella nota l’ UdS – il comportamento vergognoso di alcuni professori e presidi che hanno minacciato voti in condotta ribassati a causa del boicottaggio e valutazioni sui registri di classe delle prove che vanno al di fuori di ogni senno e legalità. Come sostiene anche l’Invalsi le prove devono essere totalmente anonime ed è vietato risalire dalle prove all’identità dello studente per valutarlo o sanzionarlo, siamo inoltre tutelati dalla libertà di espressione sancita dallo Statuto degli Studenti e delle Studentesse che non può essere sanzionata. Invitiamo pertanto studenti e studentesse che hanno subito questi atti ingiusti di denunciarli al nostro sportello diritti”. La verifica degli apprendimenti degli studenti nella classi è tema certamente serio e delicato. Ma l’operazione del Miur non sembra proprio aver azzeccato le modalità di affrontarlo. Insomma una grande occasione persa. |
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Post n°531 pubblicato il 22 Maggio 2012 da BLACKDIAMOND63
“Non possiamo chiedere al vescovo di diventare un pubblico ufficiale: formalizzare la richiesta al vescovo di denunciare i casi di abuso vuol dire andare contro l’ordinamento, del resto su questo problema la cooperazione con la magistratura è un fatto ordinario”. Parola del segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, che stamattina, presentando in Vaticano le linee guida per i casi di abuso sessuale da parte del clero messe a punto dalla conferenza episcopale, ha spiegato l’orientamento della chiesa sul tema in questione. E dato il là a una polemica che si preannuncia aspra. ”E’ chiaro a tutti noi vescovi – ha aggiunto Crociata – che bisogna collaborare con le autorità civili, ciò non vuol dire che noi si possa operare in modo difforme da quanto prevede la legislazione”. Secondo il pensiero della Cei, invece, il vescovo, laddove si riconosca la fondatezza delle accuse, “può incoraggiare le vittime a rivolgersi alla magistratura”. Nelle linee guida presentate, inoltre, non è prevista l’istituzione di un vescovo responsabile a livello nazionale per il dossier abusi, figura presente in moltissimi altri paesi. “In Italia non c’è bisogno di un’autorità terza per seguire questi casi, il vescovo è responsabile di tutto nella propria diocesi anche in questo campo” ha detto monsignor Crociata, che ha poi messo in luce il particolare rapporto che esiste in Italia fra i singoli vescovi e la Congregazione per la dottrina della fede, sottolineando che i vescovi spesso si rivolgono direttamente al Vaticano agli organismi competenti per la questione pedofilia. Scendendo nel particolare, invece, all’interno del documento presentato stamattina dal segretario Cei si legge che, secondo quanto previsto dall’attuale legislazione italiana e dagli accordi concordatari, “i vescovi sono esonerati dall’obbligo di deporre o di esibire documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto per ragioni del proprio ministero”. Questo perché “nell’ordinamento italiano – è scritto – il vescovo, non rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale né di incaricato di pubblico servizio, non ha l’obbligo giuridico di denunciare all’autorità giudiziaria statuale le notizie che abbia ricevuto in merito ai fatti illeciti” di abuso sessuale da parte del clero. Quindi le postille: “Eventuali informazioni o atti concernenti un procedimento giudiziario canonico possono essere richiesti dall’autorità giudiziaria dello Stato, ma non possono costituire oggetto di un ordine di esibizione o di sequestro”. Oltre a questo, inoltre, è specificato che “rimane ferma l’inviolabilità dell’archivio segreto del vescovo” e che “devono ritenersi sottratti a ordine di esibizione o sequestro anche registri e archivi salva la comunicazione volontaria di singole informazioni”. Non solo. Nel documento è anche precisato che “nessuna responsabilità, diretta o indiretta, per gli eventuali abusi sussiste in capo alla Santa Sede o alla Conferenza episcopale italiana” e che “risulterà importante la cooperazione del vescovo con le autorità civili, nell’ambito delle rispettive competenze e nel rispetto della normativa concordataria e civile”. Il Segretario generale della Cei, inoltre, ha spiegato che in Italia i casi di pedofilia da parte di chierici fino ad ora registrati sono 135 nel periodo che va dal 2000 al 2011. Per quanto riguarda i procedimenti oggetto dell’intervento della congregazione per la dottrina della fede, “ci sono state – ha detto monsignor Crociata – 53 condanne, 4 assolti e altri casi in istruttoria”. Sono invece “77 le denunce alla magistratura: di queste due le condanne in primo grado, 17 in secondo, 21 sono i patteggiamenti, 5 gli assolti e 12 i casi archiviati”. |
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Post n°530 pubblicato il 22 Maggio 2012 da BLACKDIAMOND63
Mentre Facebook approda a Wall Street e i social network da mesi sono sbarcati in Borsa, in Italia torna la protesta delle tute arancioni, le stesse che a inizio millennio tentarono di salvare il proprio posto e di aprire per tutti lavoratori della nascente new economy il grande capitolo dei diritti. A dieci anni di distanza la rete è esplosa, i diritti sindacali sono rimasti al palo, ma si torna da capo: i dipendenti di Matrix, la società di Telecom che gestisce il portale di contenuti Virgilio, tornano sul piede di guerra. Nell’aria c’è la vendita in blocco a una società concorrente e il rischio che l’operazione porti a licenziamenti ed esternalizzazioni. La controparte data per certa, dopo il ritito di De Benendetti e Banzai, è infatti il gruppo dell’imprenditore egiziano Naguib Sawiris, che controlla già l’altro grande portale italiano, Libero.it. Il 18 maggio le due società hanno stretto accordi mai “girati” ai lavoratori su cui ricadono. A Libero lavorano 180 persone, a Virgilio 275 su Milano e 15 su Roma. La sovrapposizione delle attività fa preludere a un qualche piano di riassetto che possa sconvolgere la vita dei 300 dipendenti della controllata Telecom. Il punto è lo stesso di undici anni fa: chi viene estromesso da una web company non ha tutele sindacali, non ha ammortizzatori sociali e al massimo può sperare di negoziare una qualche buona uscita intavolando una trattativa da posizione a dir poco debole. E’ successo già con le vendite precedenti. Rischia di accadere ancora. Per questo la scorsa settimana i lavoratori di Virgilio hanno rispolverato le tute simbolo della protesta e si sono presentati davanti alla sede di Matrix Spa in via piazza Einaudi 8. Due ore di sciopero che potrebbero ripetersi presto. Oggi stesso l’area risorse umane della società doveva incontrare una delegazione di lavoratori, ma l’appuntamento è stato rimandato. Anche delle intenzioni dell’acquirente si sa ancora poco. Sawiris ha già acquisito la società Joyent e con l’abbinata Libero-Virgilio punterebbe a realizzare una sorta di hub per la vendita di servizi cloud alle piccole e medie aziende. Non è chiaro, in questo quadro, cosa ne sarebbe dei lavoratori sull’uno e l’altro fronte dei portali che, messi insieme, farebbero una corazzata da 6,7 milioni di utenti unici al giorno. Sul lato Telecom la vendita sarebbe dettata da ragioni di cassa. Negli ultimi tre anni Matrix ha presentato conti in ordine e fatto investimenti ma il 2011 è stato segnato da un ridimensionamento dei margini e perdite crescenti che in bilancio ammontano a 12. Tanto che i lavoratori della ‘business unit Captive’ che realizzavano il web per Telecom sono stati internalizzati dalla stessa Telecom. Diversa però la prospettiva in caso di vendita: senza una controparte sindacale attiva e in un quadro giuridico inesistente, per i lavoratori del web il trasloco negli uffici di Sawiris è un salto nel buio e chi sta fuori lo fa ancora senza reti. Si guarda a questa vicenda con preoccupazione anche perché quella su Matrix potrebbe essere la prima di una serie di operazioni frutto delle grandi manovre che sotto traccia si muovono per cambiare la geografia del comparto. Dopo la rivoluzione del digitale la tv del futuro è quella connessa e soliti big sono ai nastri di partenza. Le nuove televisioni si connettono alla rete tramite cavo telefonico e questo porterà a far uscire Internet dal pc per piazzarlo direttamente in salotto trasformato in prateria per i bisonti della pubblciità. Non a caso si rincorrono ipotesi su un acquisto successivo dei due aggregatori da parte di Mediaset finalizzato a rafforzare il fronte meultimediale del Biscione prima che arrivi davvero il gigante Google a far saltare il tavolo. Poi ci sono le rivoluzioni epocali che vanno avanti con l’ordito fine e sfuggente della politica, la privatizzazione della Rai e la vendita di La7 e tante altre. E mentre si sciolgono e annodano i fili per un mercato rimescolato, le regole sono rimaste al palo. A giorni si saprà chi sarà alla testa dell’Agcom, l’autorità che vigila sull’assetto delle telecomunicazioni, Internet ed economia digitale. In gioco sia la poltrona di presidente (al posto dell’attuale Corrado Calabrò) che quelle dei commissari, dimezzati dal decreto Salva Italia. E tutto questo senza che i lavoratori abbiano garanzie occupazionali o paracadute di alcun genere. Domani alle 11 l’aula della Camerà sarà chiamata a indicare una rosa di nomi e tra i quali spiccano due componenti dell’Agcom ma avrà 60 giorni di tempo per farlo. In lizza la candidatura governativa di Antonio Catricalà, attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei Ministri e già presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato. Ovunque, ma soprattutto in rete, fioccano richieste di trasparenza e candidature alternative come quella via web di Stefano Quintarelli, direttore dell’area Digitale del Sole24Ore, forte di quasi 15mila firme raccolte in una petizione online. La decisione spetta al governo e le candidature sono al vaglio del ministro Passera. In questa vicenda si intravedono fili, interessi di parte, logiche industriali e di appartenenza polica. Non si vede proprio nulla, invece, per il futuro di chi sta sotto, quegli strani operai della rete come in Virgilio che sono iperqualificati in un settore tra i più innovativi, ma vanno incontro al futuro con meno tutele e siede sulle macerie di un’industria in crisi e non va più in Paradiso, come voleva il film di Petri, già nel 1971. Il loro luogo di incontro oggi, ovviamente, è la rete. Chi vuole seguirli e sostenerli può farlo su Facebook con il gruppo Tute arancioni e anche su Twitter con l’hashtag “#occupyVirgilio”. |
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Post n°529 pubblicato il 22 Maggio 2012 da BLACKDIAMOND63
Tag: atos, bypass, Citizens Advice Bureau, craven, greatrex, Londra 2012, Newman, paralimpiadi, Parkinson “Atos è parte integrante delle Paralimpiadi, è un top sponsor delle Paralimpiadi di London 2012 e siamo molto onorati che lo sia” ha detto Sir Phillip Craven, il presidente del Comitato Paralimpico Britannico alla presentazione della Paralimpic World Cup: una manifestazione cui partecipano 200 atleti da 30 paesi e che è l’ultimo grande torneo prima dei XIV Giochi Paralimpici estivi che cominceranno a Londra il 29 agosto 2012. Peccato che, nello stesso momento, nelle strade stesse montando la protesta dei diversamente abili e delle varie associazioni che, contrari al fatto che fosse proprio un’azienda come Atos a sponsorizzare i giochi, sono arrivati a minacciare il boicottaggio delle Paralimpiadi.Perché Atos – una compagnia francese che sul suo sito italiano si presenta come “una società internazionale di servizi IT, con ricavi pro forma per il 2010 pari a 8,6 miliardi di euro (…) offre servizi transazionali hi-tech, di consulenza, di system integration e managed services” – in Inghilterra è il terrore delle persone diversamente abili. Almeno dal 2008, da quando il ministero del Lavoro britannico versa ogni anno 100 milioni di sterline alla Atos per condurre attraverso i computer i test per stabilire se persone diversamente abili e con problemi di salute siano titolati a ricevere il sussidio statale.“Non siamo robot, e i computer di Atos impiegano 15 minuti per decidere delle nostre vite” dice un manifestante in carrozzina. Perché in quel terribile quarto d’ora Atos decide, con modalità tutte sue, se la persona è davvero impossibilitata a lavorare o meno e, se ritiene che non lo sia, lo comunica al dipartimento della Social Security che sospende i ‘benefits’, ovvero il sussidio sociale. Peccato che il Citizens Advice Bureau (CAB) già da anni abbia segnalato come siano stati considerati abili e arruolabili persone con uno stadio avanzato di Parkinson o sclerosi multipla, o addirittura in lista d’attesa per operazioni chirurgiche a cuore aperto. Per non parlare delle malattie mentali che, secondo i test di Atos, sono inesistenti nella maggior parte dei casi testati.Il CAB porta ad esempio la storia di un tecnico 50enne cui di recente è stato inserito un triplo bypass per problemi di cuore e cui è stato diagnosticato un cancro incurabile allo stomaco e al fegato. Durante il test condotto da Atos ha risposto che sì, era in grado di camminare visto che doveva farlo ogni giorno come terapia di convalescenza e che sì, era in grado di sollevare le mani al di sopra della sua testa. In base a ciò è stato considerato abile al lavoro e non gli sono stati rinnovati i benefits.O la storia di Larry Newman, ancora più tragica e assurda. Nel marzo del 2010 Larry, che per un problema degenerativo ai polmoni che gli aveva fatto perdere diversi chili era impossibilitato a tornare al lavoro nel laboratorio di vernici per legno in cui aveva passato la vita, si presentò al test. Aveva bisogno di 15 punti per essere considerato impossibilitato a lavorare e bisognoso del sussidio. Lo staff medico di Atos gliene assegnò zero, considerandolo totalmente sano. Larry fece appena in tempo a presentare ricorso prima di morire, tre mesi dopo quella visita. “Non l’hanno nemmeno toccato né misurato la pressione – racconta la vedova – Se solo lo avessero fatto spogliare avrebbero visto le cicatrici sui polmoni. Invece niente, lo hanno guardato e gli hanno detto che era abile al lavoro“.A breve il governo aprirà un nuovo bando per gli appalti sui test per stabilire se il richiedente ha diritto al sussidio, lo scopo è di diminuire del 20 per cento la spesa sui benefits concessi alle persone disabili. Il governo ha messo a disposizione delle aziende appaltatrici private una cifra variabile tra i 300 milioni e il miliardo di sterline per i prossimi 4 anni, a partire dal 2013. E Atos è di nuovo in prima linea nel bando. Sperando di far fruttare la mega sponsorizzazione da 100 milioni che ha firmato con il Comitato Paralimpico Britannico (IPC) e che ne fanno uno degli sponsor principali delle prossime Paralimpiadi.“I giochi paralimpici sono la più grande manifestazione per mostrare al mondo cosa riescano a fare le persone diversamente abili – ha detto il presidente del IPC nella sua strenua difesa di Atos – Quindi minacciare il boicottaggio solo perché ci sono dei problemi tra Atos e il dipartimento del lavoro è alquanto bizzarro”. Ci sono dei problemi, già. La risposta è arrivata a stretto giro di posta da Tom Greatrex, deputato laburista: “E’ di un’ironia veramente crudele che lo sponsor della manifestazione sia proprio la compagnia che ha causato così tanti problemi alle persone diversamente abili. Con migliaia di persone hanno sofferto per colpa di Atos e delle sue decisioni sbagliate”. |
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Post n°528 pubblicato il 21 Maggio 2012 da BLACKDIAMOND63
Il danno e la beffa. Non c’è luogo comune più abusato, ma stamattina, quando il terremoto ha scosso il Nord, non poteva non venire in mente che solo un paio di settimane fa, con un decreto, il governo ha chiuso con i risarcimenti ai cittadini colpiti dalle calamità naturali, aprendo la strada alle assicurazioni private. L’iper liberista Monti, dopo aver ripristinato la possibilità di rispolverare la “tassa sulle disgrazie”, attraverso l’aumento dell’accise della benzina, con beffarda lungimiranza ha polverizzato la speranza di chi rimane vittima di alluvioni, terremoti e altri disastri naturali: niente soldi, non ce ne sono. Il Tesoro ha le casse vuote, è stato spiegato al momento, quindi che gli italiani si arrangino. Anche nei momenti più difficili – questo il messaggio, inutile dare letture diverse – non contate più sullo Stato.Già, lo Stato. Questa entità che si sente il bisogno di evocare quando una bomba uccide una ragazzina a Brindisi – e chissà poi se è veramente la criminalità organizzata oppure il gesto di un folle – o quando la retorica inonda la celebrazione dei morti ammazzati dalla mafia o da un destino carogna, come gli operai del turno di notte della fabbrica di Sant’Agostino, caduti sul lavoro sotto le macerie come tanti, sempre troppi ogni giorno. E’ uno Stato che latita, la cui immagine plastica di queste ore è quella di Mario Monti, in pulloverino azzuro polvere (ovviamente di cachemire), che da oltre Oceano parla come un automa di “rigore e vicinanza alle famiglie delle vittime”, ma non sembra sfiorato dal pensiero di fare dietrofront, invece di restare a far passerella (anche personale) ad un G8 inutile come tutti quelli di sempre.Ed è uno Stato che trova il verso d’indignarsi, certo, attraverso la faccia feroce del suo più alto rappresentante, ma solo perché c’è un Grillo che sta attentando alla sopravvivenza del corrotto sistema partitocratico. Che non c’entra nulla con la politica, sia chiaro, ma fa tanto comodo far credere che sia così. “Lo Stato, lo Stato…”, cantilenava amara, scuotendo la testa, dal pulpito di una chiesa stracolma di grandi papaveri delle Istituzioni Rosaria Costa, la vedova dell’agente di scorta di Giovanni Falcone, Vito Schifani, davanti alla bara del marito.Son passati vent’anni e questo Paese è ancora inchiodato lì, vittima di pazzi, di mafia o di anarchici, ostaggio di una politica immonda e di una crisi che prima di essere economica è di identità, di struttura, di principi comuni. E che adesso – proprio adesso – dovrà anche guardare in faccia le vittime di questo ennesimo terremoto e spiegargli che siccome dobbiamo restare in Europa, per loro di Stato non potrà fare nulla; a Ferrara e dintorni non arriverà una lira. Lo stato di calamità non sarà più qualcosa che si dichiara con leggerezza. Come non vedranno un soldo i genitori di Melissa o le altre ragazze di Brindisi la cui bellezza resterà sfigurata per sempre. Gli italiani vittime di qualunque nemico saranno chiamati ad arrangiarsi ancora. L’hanno sempre fatto, in questo Paese logoro e sudato di pazienza antica. Infinita no, però.. |
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