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Creato da: LaDonnaCamel il 16/09/2006
Il diario intimo della Donna Camèl con l'accento sulla èl

 

 

EDS - Non cosa ho veduto, ma come l'ho veduto.

Post n°749 pubblicato il 17 Maggio 2013 da LaDonnaCamel
 
Tag: EDS, sensi, vista
Foto di LaDonnaCamel

Non cosa ho veduto, ma come l'ho veduto.
Ho veduto ogni cosa: adesso, quindi, non si tratta di quello che ho veduto, ma di come l'ho veduto.
Anton Cechov, Senza trama e senza finale, 99 consigli di scrittura, Minimum Fax


Ho citato questa frasetta ennemila volte, appena ne ho avuto l'occasione: con una sintesi straordinaria riassume tutte le qualità di un narratore. Per poter descrivere bisogna prima guardare, ma guardare non basta perché bisogna anche vedere. Come l'ho veduto vuol dire che ci sono diversi modo di vedere le cose, nessuno che sia necessariamente quello giusto ma tutti giustificati.
Ho sempre trovato affascinante che di ogni fatto possano esserci diverse interpretazioni, diverse versioni a seconda del punto di vista: già questo è il nocciolo di una storia, sottintende un conflitto, crea nel lettore curiosità e fa venire voglia di leggere: chi ha torto? Chi mente e chi dice la verità? Chi ha visto giusto e chi ha sbagliato? E se avessero tutti ragione?
Ci sono poi molte tecniche per mettere in scena questo modo diverso di vedere le cose: dialoghi in cui i personaggi si confrontano direttamente, oppure attraverso un terzo che raccoglie separatamente le testimonianze, ma anche due monologhi separati in cui ciascuno racconta la propria versione, oppure il narratore onnisciente che passando dall'uno all'altro rende conto delle varie facce della verità, triangoli amorosi e poligoni sfaccettati. Il cinema e la letteratura hanno affrontato più volte questo tema, lasciando spesso aperta la soluzione: non starò qui a portare altri esempi.

Quello che ti chiedo di fare è scrivere un raccontino con una storia che può essere vista in modo molto diverso a seconda del personaggio su cui è puntato il focus, oppure due raccontini staccati della stessa storia che tengano conto della differenza di chi guarda.

Il punto di vista può anche essere metaforico o simbolico, più bello però sarebbe se potesse in qualche modo comprendere anche il senso della vista in quanto tale.
Non aggiungo altri paletti perché questa volta la mia richiesta è già abbastanza difficile così, ma il livello dei partecipanti è diventato sempre più alto, dunque osiamo!

Facciamo per lunedì tre giugno a mezzanotte: hai tre fine settimana per lavorarci, non trovare scuse...

Come al solito scrivi sul tuo blog e poi vieni qui a dirlo, se non hai un blog fai come Effe che mi spedisce il racconto e io lo metto sul mio blog.

Pronti?
Via!

 
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Il senso dei sensi

Post n°746 pubblicato il 11 Maggio 2013 da LaDonnaCamel
 
Tag: EDS, gusto, sensi
Foto di LaDonnaCamel

Tutto questo mi sembra avere un senso, anzi più di uno. Dopo l'uditol'olfatto  e il tatto  ci siamo cimentati con il senso del gusto  non senza un certo piacere orale, oltre che scritto, ammettiamolo.

Il fatto è che siamo anche noi dei buongustai, ci piacciono le cose buone oltre che quelle belle, che male c'è?

Il bandolo in breve era questo:

- scrivi un racconto sul tuo blog
- parla dei sapori sopraffini
- mettici una ricetta
- mettici un po' di dialetto, ma poco!
- due settimane di tempo: scadenza lunedì 6 maggio a mezzanotte
- quando hai fatto dillo

Fatto abbiamo fatto e ora tocca a me.

Dario, per esempio, a sto giro l'ho favorito e non ho nessun problema a dirlo: lui ci ha una maestria consumata a plasmare il suo dialetto. Bada bene che la lingua che usa non è il dialetto siciliano tale e quale e non è nemmeno un omaggio a Camilleri, lo so perché leggo Dario da prima che Camilleri diventasse Camilleri, la lingua di Dario è una cosa originale, difficile e affascinante, suona musicale come poesia e la senti cantare nelle orecchie anche se non sei mai stato più a sud di Piacenza. (Non è il nostro caso, per fortuna fino a Parma almeno ci siamo stati tutti o quasi).

E così l'ho favorito e lui mi ha ricompensata con due storie, una puntata dei suoi condomini ricca di profumo e piena di sottintesi, perché è un palazzo con tanti piani di lettura e quelli che ci abitano si capiscono molto bene anche se è comune dire una cosa per indicarne un'altra, di fatti u pisci continua a fetiri dalla testa. L'altra è una piccola parabola che se la ascolti bene impari molto più che una ricetta, impari una filosofia, un segreto, un arte zen: il solo trucco è avere pazienza come nella vita insomma che ora tutti currunu e si perdono u megghiu di ogni cosa.

Dal pesce con contorno di cavolfiori passiamo direttamente al caffè, ma pensalo con la c aspirata, è così che si beve dalla Norma.
Hombre  ha messo su un'atmosfera che è già una piccola comune, come si potrebbe fare solo in vacanza dove il tempo ha le sue indulgenze. Ma il tempo quelli che sanno vivere se lo prendono per fare le cose che vale la pena di fare. E il momento per il caffè è uno di quelli, e le diverse tecniche, le diverse miscele, le macchinette, gli aromi, tutto quanto lo possono capire solo quelli che si sanno godere il tempo,  e schiccherare i cucchiaini, la televisione era spenta, e il telefono, dimenticato di là e fisso, a mille miglia da noi, nell’ombra fredda dell’andito.

Oh Cielo, anche solo il titolo è già una poesia più della poesia citata:  Lettera alla donna che ami sulla felicità e il ragù. C'è già dentro tutto: il conflitto e gli ostacoli che si mettono in mezzo e il desiderio impossibile e proibito. Ma non solo, c'è anche una confessione stupenda, un peccato originale che appartiene all'umanità: tutti vorrebbero che la propria moglie sapesse cucinare il ragù proprio come a mammà ma è un sogno che purtroppo non si può avverare, per nessuno al mondo.
Mi sembra che di senso in senso la scrittura di Cielo vada crescendo, si fa più ricca, più profonda e più significativa: non lo dico solo io, i commenti pullulano.
Se ci pensi questo paese è cominciato ad andare a puttane da quando le famiglie non hanno cucinato più il ragu.
Se la gente cominciasse a cucinare di più il ragu’ questo paese tornerebbe ad essere migliore.

(E anche il pd potrebbe avere una possibilità, aggiungo ascoltando in streaming l'assemblea.)

Non c'è niente da fare, le cose assaggiate nell'infanzia si portano dietro un altro sapore, un colore più brillante, una emozione che niente potrà più cancellare. I piselli in scatola poi sono tremendi, non li sopporto e comprendo l'epifania della scoperta di quelli veri, lo sarebbe stata anche senza il contorno della campagna e del nonnino di Heidi con i monti che sorridono le caprette che ti fanno ciao :)
Ma ciò che mi lasciò più basita, dopo che la Beppina li ebbe cucinati, furono la consistenza ed il sapore. Nulla a che vedere col molliccio e col retrogusto da brodo di lattuga zuccheroso e dolciastro dei Cirio, ovviamente. Dev’esser stato allora, quella prima volta che ho mangiato i piselli davvero, che ho imparato che può esister la dolcezza anche se non c’è zucchero."
Hai ragione sai? A chi piacciono i piselli mollicci

Lillina è la mia leggenda vivente, difatti ha pigiato di persona l'uva con i piedi e lo può perfino raccontare! Apro una mezza parentesi autobiografica, visto che qui tutti lo fanno, per raccontare a mia volta quanto imbranata fossi io da bambina che avevo paura perfino dell'erba, davvero mi dicono che se mi portavano in un prato mi mettevo a urlare dallo spavento per il contatto con le foglioline, per non parlare delle formiche, le mosche e i ragni, aiuto. Poi sono cambiata e son diventata wonder woman, vabbè, ma a leggere questa bella storia di Lillina mi sembra di immergermi in un mondo di fantascienza come quella che leggevo da bambina: dalla terra a alla luna, il capitano Nemo, i piedi nei tini. I piedi nei tini poi è pazzesco, nel mondo in cui sono stata educata io ti picchiavano se li mettevi sul divano, che cose straordinarie si imparano qui. Di questo racconto non mi è rimasta solo la leggenda ma anche questa piccola cosa: Vedendoci arrivare, tirava giù dalla paniera (un trabiccolo di legno appeso al soffitto) una pagnotta ed iniziava ad affettarla, ci passava sopra un pomodoro maturo, un pizzico di sale e tanto olio di oliva. Quel pane aveva il sapore del sole di luglio e il gusto dolce e salato del mare di agosto.
Ci credi che dopo averlo letto ho preso anch'io un pomodoro e l'ho strofinato sul pane, poi ci ho messo un po' di olio e di sale e l'ho mangiato, era buonissimo! E non l'avevo mai fatto, pensa che cosa mi sono persa.

Melusina mi hai fatto impazzire col tuo venesian del Doge Strigheta, me lo sentivo nelle orecchie come a essere là tra un ponte e un campiello. E poi non basta, sai sceneggiare situazioni, sai far muovere protagonisti e comparse, distribuendo con sapienza il colore, senza mai eccedere e mantenendo saldissimo il manico dello stile, che è tuo e fortemente tuo, personalizzato, inimitabile ma tuttavia riconoscibile, qualsiasi machiavellico esercizio io mi arrovelli di proporre, e che tu rispetti in tutte le mie pignolissime prescrizioni.
Ti me gà fato far ‘na figurassa, ma ti me la paghi. Via, in presón, e doman te fasso tagiar la testa – ordinò.

- Oh William, ch’a-t végna un cancher, et ancàra al mand?! [che ti venga un accidente, sei ancora vivo?!]*

Villiam con la v, come diciamo noi, mi raccomando! Ancora oggi mentre lo riguardavo per scrivere le mie note ridevo da sola come una scema, cercando di pronunciare le frasi più significative e l'ho dovuto leggere a voce alta a mia figlia, che era lì vicino a studiare, perché voleva sapere cosa ci fosse di tanto divertente. L'arguzia dei dialoghi e il sovrapporsi dei piani di lettura mi ha mandato in solluchero (che non ho mai capito dove sia ma so che è bello di certo).
Cara amica, in questo piccolo pezzo c'è dentro di tutto un po': la storia e la letteratura, l'umorismo e l'antropologia culturale, la botanica e biologia, e poi una bonaria condiscendenza per i vecchi e per i giovani che mi scalda il cuore.

io me medesima con Mia nonna era Google
Il mio pezzo è postmoderno e magari a qualcuno può dare fastidio. È il fatto di smontare quello che avevo appena finito di costruire, di intersecare tempi e piani di lettura, di smentire quello che ho detto e ridirlo di nuovo subito dopo. Sono giochi intellettuali, magari masturbazioni mentali, cosette da blog. Chiedo scusa, non lo faccio più.

La mia amica Effe costruisce il set dei suoi racconti come piccoli quadretti a punto croce: Ormai mangiava come un uccellino. Aveva apparecchiato con zelo, messo la tovaglietta di raffia color ciliegia, il tovagliolo verde acqua, il bicchiere del servizio buono e nel piatto tre cracker, un pezzetto di parmigiano e una prugna.
Ogni particolare svolge la sua funzione e tutto contribuisce a creare l'ambiente, i personaggi possono muoversi appena o anche stare fermi, non importa, il senso universale, se non mi vergognassi della parolona direi il pathos - emerge dalla somma delle minuzie, la tragedia si consuma tra le ciabatte sul tappeto e il porta ombrelli. Troppo brava.

 
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EDS ipogeusia finito

Post n°743 pubblicato il 07 Maggio 2013 da LaDonnaCamel
 
Tag: EDS, gusto, sensi

L'EDS è finito in bellezza con il racconto di Effe e i vostri commenti. Nei prossimi giorni scriverò i miei, come al solito, lo so che ci tieni ma sono stata via, chiedo scusa e mi prendo il mio tempo.

 

Udine

 
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RANECLODE

Post n°742 pubblicato il 05 Maggio 2013 da LaDonnaCamel
 
Tag: EDS, gusto, sensi
Foto di LaDonnaCamel

Questo racconto è dell'amica Effe e partecipa all'EDS sul gusto. L'eds finice domani sera, poi come al solito tiro le fila con i miei commentini...

 

 

RANECLODE

La mano nuda di sua madre mentre impastava gli gnocchi, le sembrò di un’altra. L’anello,  dei fili d’edera con incastonata una giada era appoggiato sul lavandino della cucina vicino alla saponetta. Nina lo infilò. Le stava largo, ma come le piaceva.
“Attenta Nina, non perderlo. E’ l’anello che mi ha regalato papà quando mi ha chiesto di sposarlo. Avvinto come l’edera ha detto e me l’ha infilato al dito” disse la mamma    e con le  mani infarinate mentre faceva rotolare un gnocco sulla forchetta chiese:
“Sai cosa vuole dire avvinto?”
Nina alzò la mano gridando: “Lo so, io lo so.”

Ormai mangiava come un uccellino. Aveva apparecchiato con zelo, messo la tovaglietta di raffia color ciliegia, il tovagliolo verde acqua, il bicchiere del servizio buono e nel piatto tre cracker, un pezzetto di parmigiano e una prugna.
Raneclode, le chiamava suo padre che era torinese. Un giorno le aveva spiegato che le prugne gialloverdi come quella che aveva nel piatto erano la qualità Reine Claude. Mentre l’addentava  il sapore le sembrò  dolce  come quello dell’infanzia.
 Le risuonava ancora in testa, raneclode mentre si sdraiava  per il pisolino pomeridiano. Voleva leggere e sistemò due cuscini per la testa,  tolse le ciabatte e si distese sul letto senza spogliarsi.
Era una silenziosa domenica d’estate e lo stridore del tram che passava nella piazza della stazione le mise allegria.  Le era sempre piaciuto quel rumore e da bambina, quando dormiva nella stanzetta a piano terra e il primo sferragliare del mattino la svegliava era contenta, poteva dormire ancora un po’ prima di alzarsi.
Aprì il libro, ma aveva dimenticato gli occhiali e così lasciò vagare lo sguardo sulla libreria che col passare degli anni era diventata un deposito di ricordi con molte foto incorniciate,  ninnoli e in cima tre file di scatole grigie con le etichette.  Le sarebbe piaciuto curiosarci dentro, ma erano troppo in alto,
così scese con lo sguardo  alla foto in bianco e nero,dove lei col sorriso dei vent’anni,  abbracciava la  cagnetta Flu.
“Sessantanni fa” e guardò il ritratto ad olio appeso sopra il calorifero. Un ragazzo, con una camicia rossa a fiori bianchi, reggeva una teiera. L’aveva dipinto sua sorella da giovane. Era rimasto appeso sempre lì. E ricordò sua sorella sorridente mentre abbracciava il ragazzo del dipinto. Non aveva  più sorriso a quel modo. Non era stata felice.
E lei era stata felice?  Ma si. Un matrimonio troppo breve per essere rimpianto. Poi il ritorno a casa, i genitori da curare. L’unico rammarico non aver avuto figli. Si alzo dal letto e si diresse verso lo sgabuzzino. Sollevò la scala e la appoggiò alla libreria.
“Che grande invenzione l’alluminio” disse alla gatta che si strusciava ai suoi piedi. Tolse le ciabatte e salì fino al penultimo gradino. Allungò le braccia allo scatolone dei quaderni. Era troppo pesante. Spostò il coperchio e infilò la mano afferrandone  alcuni. Scese. Andò in cucina a prendere   gli occhiali e  tornata nel letto cominciò a sfogliarli. C’era scritto quaderno dei pensierini e nella riga sotto seconda A, con la calligrafia infantile di sua sorella.
“La mia mamma ha un anello verde, il mio papà fa il risotto con i funghi, mia sorella si chiama Nina, ma il mio papà la chiama Ninin”.
Finalmente si sdraiò e chiuse gli occhi per mettere a riposo i pensieri.
Sentì la voce di suo padre dire che le raneclode  senza buccia erano più dolci e la pregava di aprirgli la porta.
Aveva ancora gli occhiali sul naso e il dito tra le pagine del quaderno quando aprì gli occhi. Che peccato, aveva sognato.
Il campanello di casa suonò. C’era proprio qualcuno alla porta.
Mentre strisciava silenziosa  sul parquet, lo specchio dell’anticamera rimandò la figura di una donnina striminzita un poco spettinata in una vestaglietta a fiori.
“Chi è?” chiese Nina  passandosi le dita tra i capelli.
“Siamo del Comune, stiamo svolgendo un’indagine demoscopica” rispose la voce di una giovane donna mentre Nina infilava le chiavi nella serratura. Le toglieva sempre  per timore che in caso di malore non potessero entrare a soccorrerla.
Aprì.  La donna non era sola, al suo fianco  c’era un uomo con i baffi. Non fece in tempo ad avere paura. Lo spintone arrivò immediato e   vigoroso. Nina finì  con la faccia a terra.
Quando aprì gli occhi  vide  i colori del tappeto, le ciabatte vicino al porta- ombrelli e il sapore non era quello dolce del sogno, ma quello salato del sangue  che le colava dal naso.
Mentre tentava di rialzarsi una mano di donna con l’anello di sua madre si avvicinò al  suo viso. La giada arrivò dura contro la tempia e i colori bruni del tappeto si fecero neri.

raneclode

Questo racconto partecipa all'eds Ipogeusia insieme a:

- Dario con Sarde a baccaficu
- Hombre con Caffè alla Norma
- Cielo con Lettera alla donna che ami sulla felicità e il ragù
- Singlemama con La prima volta che ho mangiato i piselli davvero
- Lillina con Lu vinu
- Melusina con risi e bisi
- Dario fa il bis con Bastardi affucati
- Pendolante con Antichi sapori
- io me medesima con Mia nonna era Google

 

 
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Mia nonna era google

Post n°740 pubblicato il 26 Aprile 2013 da LaDonnaCamel
 
Tag: EDS, gusto, sensi
Foto di LaDonnaCamel

Il signor Gardin aveva la fronte alta ai lati e bassa in mezzo, una attaccatura di capelli che lo faceva assomigliare a Topolino. Di Topolino  aveva anche il modo di stropicciarsi le mani tenendo i gomiti larghi, discosti dal corpo. Forse aveva  i guanti gialli ma non so, nel ricordo tendo a metterci dei particolari in più.

Il signor Gardin parlava sempre a voce molto alta perché apriva bene la bocca, lasciando vedere i denti d'oro. Faceva il venditore in un negozio di stoffe ed è lì che mia nonna l'aveva conosciuto, e di conseguenza io. Mia nonna mi metteva a sedere sul bancone in modo che potessi vedere le stoffe che lui sciorinava, così colorate e scrocchianti che facevano venire un pizzicorino nel naso. Lei tastava e accarezzava, Senta che seta pura, è esclusiva!

Esclusiva, mi giravo dentro la bocca questa parola che mi faceva gonfiare le guance e sporgere la lingua nella elle: esclusiva, esclusiva, chissà cosa voleva dire. A volte chiedeva di andare a vederle di fuori e mi lasciava lì sul banco mentre usciva con lui per accostare i colori alla luce naturale, nel negozio c’era il neon.
La burla giò?
le domandava, preoccupato per me.

Ghe minga pericul, l’è un gatt de marm. Diceva così perché ero una bambina tranquilla e ubbidivo, se mi ordinavano di stare ferma non mi muovevo per nessun motivo al mondo.

Il signor Gardin aveva un metro di legno a sezione quadrata, le tacche così consumate che i centimetri si potevano solo indovinare, ma tanto per le stoffe i centimetri non erano importanti o non si pagavano.

Mia nonna praticava l’arte della moda come dilettante evoluta, si industriava a tagliare e cucire un po' a modo suo e il risultato era spesso imprevisto. Sum minga una sarta mì, si difendeva quando mia mamma si lamentava della pence nel posto sbagliato o della manica che cascava male. Questo mi è stato riferito perché io non mi lamentavo di niente. Mia nonna mi faceva paura.

Il signor Gardin l’aveva sfidata sulla cassoela. Non posso sapere come erano arrivati a tanto ma lo immagino: la nonna pontificava su tutto, sapeva tutto e tutti le chiedevano consiglio. Come si concilia con il sum minga una sarta mì non lo so, c’è spesso incoerenza nelle dittature e in ogni caso nessuno si può lamentare.

Dunque mia nonna si vantava di saper fare la cassoela. Più avanti l’ho fatto anch’io.

Mi sono vantata di saper fare la cassoela, che solo a dire la parola ci vuole una certa dimestichezza. Almeno a voce, per scriverlo ancora non so bene come si scrive, ci sono diverse scuole. Me la sono tirata così tanto che quando Ombra, sarà stato il novantanove o l’anno duemila, ha organizzato la convescion autunnale me l'hanno chiesta. Ma deve cuocere un sacco, e poi ci sono gli ingredienti, e poi a Rocca di Papa non ci sono le pentole adatte e il fornello. Cercavo scuse.

Portala già fatta, la riscaldiamo.

Evabbè. Non avevo scuse. Il periodo era quello: la cassoela si fa al giorno dei morti, ma solo se la verza ha preso una bella gelata. A quell'epoca il buco dell'ozono era piccolo e le mezze stagioni facevano quello che andava fatto, era possibile che ai primi di novembre ci fosse già stata una gelata. La gente aveva perfino i soprabiti, e li metteva! adesso non esistono più, non li trovi nemmeno alla caritas, bisogna spiegare ai giovani cosa sono: il soprabito è come un cappotto, ma leggero, oppure come una giacca, ma lunga e pesante. Una via di mezzo tra l'estate e l'inverno, hai presente quando non fa ancora freddo freddo ma nemmeno si suda, le giornate diventano corte e l'umidità... no eh? Fidati, te lo dico io.

Mia nonna non cercava scuse come me. Si offriva volontaria. E mi offriva volontaria anche a me, mi immolava come commensale di accompagnamento perché il signor Gardin mica lo poteva ricevere da sola.

Perché no?

Eh, non si può.

In certi momenti diventava improvvisamente evasiva e io non capivo,  mi mancava l’extratesto. Stava lì ore e ore a spiegare della verza, che prima bisogna scottarla nell’acqua bollente così diventa più digeribile, a freddo, a caldo, strizzata bene e via così. (Credimi, non è vero, si può mettere direttamente nel battuto di sedano carota cipolla, tanto la mazzata non è mica la verza), e poi se le facevo una domanda precisa, non rispondeva.

Cosa avevano da ridere, per esempio: c’è il maiale, e allora? la cotenna, i verzini, che sono salamini fatti apposta, salsicce mignon più che altro, e le puntine, ovviamente. Fanno ridere ste cose? Gardin sosteneva che ci volevano le costine, la nonna inorridiva: eretico! le puntine! mai le costine! Gridavano e ridevano, litigavano? A me non facevano ridere e nemmeno al nonno quando tornava a casa la sera facevano ridere.

Il salamino fa ridere? dicevo al nonno.
Perché?
faceva lui, e mi guardava da sopra gli occhiali.

No, così.

Ah. Chiudeva il giornale e andava nel cucinino a bisbigliare con la nonna.

Ma appena entravo io, smettevano.

Se avessi dovuto imparare da mia nonna, stavo fresca.

Quella volta che l’ho portata ai castelli romani avevo chiesto al salumiere che c’era qui sotto ma adesso guarderei su google.

Mia nonna non ne aveva bisogno: google era lei e tutti andavano a chiederle le cose, qualsiasi cosa. Sapeva tutto e si ricordava tutto. Io non so un bel niente e però so cercare bene dove stanno scritte le cose, è come se avessi qui mia nonna a portata di mano per chiederle quello che non so, che comunque probabilmente non me lo avrebbe detto.

Io ero piccola e la cassoela non mi piaceva neanche, con tutte quelle verdure. Giusto i salamini. La mangiavo lo stesso, ero stata abituata così, però potendo scegliere avrei fatto a meno. Della cassoela e del signor Gardin, che rideva con la nonna quando da ridere non c’era proprio niente.

Per la convenscion avevo ceduto e l’avevo preparata a modo mio, senza scottare la verza, buttandola direttamente nel soffritto e poi le puntine di maiale (non ho ancora capito la differenza tra puntine e costine, se lo sai tu dimmelo) e la cotenna raspata bene, che non ci siano rimasti i peli, e infine i salamini. Non ci vuole nemmeno troppo tempo, un’oretta o poco d più che se insisti si disfa. L’avevo messa in un contenitore tapperware dentro una valigia e l’avevo portata in aereo come bagaglio a mano. Ti lascio immaginare cosa è successo in quota quando la cabina si è depressurizzata, il contenitore ha fatto pfff e l’odore di cavolo si è diffuso a bordo, non è questo l’eds adatto. Tutti zitti che si guardavano l’un l’altro con sospetto.

Ai romani non era nemmeno piaciuta molto, ne era avanzata una bella scodella. La mattina dopo Charlie se l’era mangiata per colazione, così fredda di frigo col grasso solido e giallo da far venire i brividi come un film dell’orrore e giuro che un finale così non l’avevo previsto.

 

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