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Creato da riclon il 20/12/2011
Commenti alla politica, all'attualità, alla letteratura, alla storia
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NEMESI (2)
IL COMUNISMO E’ MORTO?
NO, LO RESUSCITA IL CAPITALE
di RICCARDO LONARDI
OGGI IN ITALIA
Al decimo anno dall’entrata in vigore dell’Euro la maggioranza degli italiani si chiede se, per il nostro Paese, l’avvenimento abbia costituito un vantaggio o una perdita. Se è la maggioranza a chiederselo, è evidente che la risposta implicita pende per la perdita. Ma è altrettanto evidente che una parte ne ha tratto vantaggio. Chi?
CUI PRODEST? - Grandi e medi industriali e istituti di credito. Non a caso parliamo di grandi e medi industriali e non di industrie, perché la realtà quotidiana dimostra che le maestranze non ne hanno affatto tratto vantaggio, sia in termini di sicurezza del posto di lavoro, sia economici. E la precarietà che vivono gli operai dipende dal fatto che i padroni sono sempre pronti a trasferire gli stabilimenti in quei Paesi dove la manodopera è a costo prossimo allo zero: Cina, India, Romania. Vale a dire, in quei Paesi dove non esistono organizzazioni sindacali.
PIL - Che l’adozione dell’Euro e la rinuncia alla Lira non abbiano costituito alcun vantaggio per l’intera nostra nazione lo dimostra il fatto che da dieci anni, ossia da quando l’Euro è entrato in vigore, il Pil italiano non è cresciuto. Anzi, è costantemente diminuito. Segno che la manovra non ha prodotto quei frutti tanto predicati ed esaltati sia a destra ma soprattutto a manca. O se ha funzionato, il vantaggio è stato accaparrato soltanto da un stretta oligarchia, vale a dire industriali e banchieri. Del resto la situazione finanziaria delle famiglie italiane è sotto gli occhi di tutti. Meno di chi non vuol vedere: ancora una volta finanzieri, banchieri, speculatori. E’ un caso?
STILE DI VITA - Da quando l’allegra speculazione finanziaria ha fatto saltare alcune banche in Usa, con la conseguenza di mettere in crisi l’intero mondo capitalista, i nostri politici, ispirati dai banchieri, hanno diffuso l’idea che la crisi italiana ha origini lontane trovando radici in uno stile di vita ampiamente al di sopra delle nostre potenzialità economiche. Tradotto: il debito pubblico accumulato dallo Stato italiano è stato causato dal popolo che da troppi anni fa l’americano senza averne i mezzi. Qualche solone dell’economia spieghi allora come si concilia la spinta che proviene da imprenditori, ma anche da larga parte dei politici di ogni colore, a consumare di più in modo da avviare il volano dell’industria e quindi dell’occupazione? Consumare di più forse che non significhi vivere al di sopra delle disponibilità economiche di ciascun cittadino?
IPOTECA - La realtà è assai diversa da quella che ci vogliono ammannire i padroni del vapore tramite televisioni e grande stampa. La realtà è che per anni l’economia italiana, soprattutto, ma anche europea, è dipesa dall’America. La quale America, è vero, ha sacrificato tanti suoi figli per soccorrere, nel 1944-45 l’Europa che stava soccombendo ai panzer tedeschi. Ed è altrettanto vero che tramite il piano Marshall ha inviato grandi quantità di derrate nell’immediato dopoguerra, contribuendo in certa misura anche al boom economico italiano degli anni Sessanta. Generosità, sì. Ma generosità interessata. L’ha fatto anche per salvaguardarsi un mercato, all’epoca, assai più redditizio per il dollaro, che quello d’Oriente.
TORNACONTO - L’influenza economica americana ha determinato quel consumismo incontrollato e non pianificato, come invece avrebbe dovuto fare la nostra classa politica dirigente. La quale ha sempre guardato all’immediato tornaconto nel presente e non al futuro della nazione, ipotecando in tal modo l’avvenire delle generazioni successive. Ciò sotto l’aspetto economico.
CONTROLLO - Ma vi è anche un risvolto sociale di notevole peso che non viene mai citato da nessun esperto, da nessun opinionista, da nessun giornalista. Con l’esaurirsi del boom economico qualche “illuminato” sociologo, trasformatosi in demografo, ha cominciato ad elaborare la teoria che, se si fosse continuato a mantenere il ritmo di nascite dell’epoca, l’Italia sarebbe tornata ai livelli di fame del dopoguerra. Di qui il controllo delle nascite, con il conseguente dramma dell’aborto, sostenuto non solo dal mondo politico laico, ma anche da parte del mondo politico cattolico.
INVECCHIAMENTO - La conseguenza è stata l’arresto demografico. Ciò ha determinato: primo, un calo pesante nel ricambio generazionale del mondo operaio e del terziario; secondo, un progressivo invecchiamento della popolazione italiana, il cui mantenimento ha cominciato a pesare in progressione sulla classe operaia attiva; terzo, un calo dei consumi; quarto, un parcheggio delle nuove generazioni tra istituti scolastici ed università, avulso dal contesto del mondo del lavoro.
DICIOTTO POLITICO - Questo scenario sociale si è sovrapposto agli aspetti deteriori della contestazione studentesca, che avendo imposto il “diciotto” politico ha creato professionisti impreparati e comunque di livello inferiore a quelli usciti dalle università serie straniere. Il risultato pratico è stata l’abolizione della meritocrazia che ha anche influenzato molte scelte delle organizzazioni sindacali.
(2 – segue)
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NEMESI (1)
DOPO LA RIVOLUZIONE
E’ IL CAPITALE
L'INSTAURATORE DEL COMUNISMO
di RICCARDO LONARDI
Chi avrebbe mai detto che a distanza di 97 anni dalla rivoluzione dell'Ottobre 1917 in Russa, che ha imposto la costruzione della società comunista, e a 23 dal crollo dell'impero sovietico (1989), il comunismo sarebbe stato instaurato in Occidente proprio da quel capitale nel quale Marx ha indicato il male dei mali?
SCENARIO STORICO
PURGHE – Chi è nato negli anni Venti ha vissuto i riflessi del terrore instaurato in Russia e nei paesi satelliti dalla violenta presa del potere dei bolscevichi, capeggiati da Vladimir Il’ič Ul’janov, detto Lenin, che hanno eliminato nel sangue lo zar, con tutto il suo parentado e tutta la classe abbiente, compresa quella parte di popolo a lei asservita e fedele. I nati negli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta hanno a loro volta vissuto il terrore instaurato da colui che si faceva venerare come “padre dei popoli”, Iosif Vissarionovič Džugašvili, detto Stalin. Il quale non si limitò a proseguire sulla strada spianata da Lenin nella eliminazione della vecchia classe politica legata all’impero zarista, ma anche i dissidenti interni della stessa oligarchia comunista. Per Stalin non bastava essere di formazione marxista. Bisognava essere coesi con i suoi dettati senza discuterli.
DELAZIONE – Chi credeva di poter dire liberamente il proprio pensiero anche soltanto confidandosi con un amico o, addirittura, in famiglia, prima o poi doveva renderne conto ad un tribunale del popolo, per finire torturato e quindi eliminato. Nell’ipotesi più rosea, veniva internato in un ospedale psichiatrico, da dove usciva soltanto morto. O veniva trasferito in un gulag, dove comunque moriva di stenti e disperazione. La delazione, basata anche soltanto sul sospetto persino tra familiari stretti, era il sistema propulsore del terrore, che a sua volta era l’architrave della società comunista.
RADICI MARXISTE – Qualcosa di molto simile, seppure di colore opposto, avveniva in Germania e, in forma minore, in Italia, dove s’instaurarono dittature violente di origine cripto-popolare, le cui dottrine avevano pur esse radici marxiste. Insomma, sia nell’impero Sovietico, sia in quello nazifascista e ovunque regnasse la cosiddetta “democrazia del popolo”, il popolo era schiavo di se stesso. Come nell’impero romano: il popolo altro non era che la gleba al servizio della oligarchia al potere.
PLUTOCRAZIE – Il mondo occidentale, soprattutto anglofono, in particolare Inghilterra, che pure era a capo di un impero, il Commowealth, e gli Usa, fondava invece la propria politica sul capitale. Tant’è che Mussolini, Hitler e lo stesso Stalin, definivano quelle nazioni “plutocrazie”. Ma anche una volta caduti quei feroci dittatori, nel mondo regnarono tensioni e paure causate e alimentate dalla contrapposizione tra società comuniste e società capitaliste. Più volte il mondo fu sull’orlo di una nuova guerra mondiale, dopo quella immane del 1940-45. La guerra in Corea, in Vietnam, la crisi Cuba-Usa non furono altro che prove generali di misurazione dei rispettivi muscoli tra mondo comunista e mondo capitalista. Prove che avrebbero potuto sfociare in altrettante guerre mondiali.
GUERRA FREDDA – La tensione tra mondo occidentale, capeggiato dagli Stati Uniti, e mondo comunista, dominato dall’impero Sovietico, raggiunse livelli che sfociarono per l’appunto nelle prove muscolari testé ricordate. Stranamente, ma anche fortunatamente, la diffusione della bomba atomica funse da deterrente per scongiurare la guerra cosmica, consapevoli mondo comunista e mondo capitalista che allo scoppio di una guerra atomica non sarebbero sopravvissuti né vinti, né vincitori. Assurdamente la guerra fredda funzionò da garante di un lungo periodo di pace armata, ovviamente tra enormi diseguaglianze sociali, prodotte tanto dal capitalismo, quanto dall’economia di stato.
CADUTA – Il 9 novembre 1989 implode il comunismo reale, il cui segno evidente è la caduta del muro di Berlino, a cui segue il più vasto crollo dell’impero comunista sovietico. Avvenimento storico che sancisce di fatto il fallimento del comunismo sul piano economico, ma soprattutto sul piano sociale, anche se persiste tuttora in Cina – ma sta diventando qualcosa di assai diverso dell'originale marxismo-leninismo – e nella Corea del Nord.
IL CAPITALE – Intanto in Occidente il capitale riempie i negozi di derrate e luci sfavillanti, facendo arricchire molta gente, ma a scapito delle fasce più deboli delle popolazioni. Appagate, comunque, queste da una forma di libertà sicuramente non presente nel mondo comunista, dove l’economia, partorendo piani quinquennali di produzione, illude le popolazioni, accrescendone la povertà, essendo lo Stato unico proprietario, che ha alti costi basandosi su un mega apparato governativo, ovviamente gestito da una oligarchia, che ne approfitta per arricchirsi, contro i dettati teorici del comunismo.
BOOM ECONOMICO – In Italia, che fa parte del sistema capitalista del libero mercato, negli anni Sessanta, in parte grazie agli aiuti ERP del piano Marshall, ma soprattutto grazie ai sacrifici di tutti gli italiani, che si rimboccano le maniche per ricostruire il Paese da zero, conosce un vero e proprio boom economico, tanto da entrare nell’Olimpo dei sette Paesi più industrializzati del mondo. Il capitale sembra dimostrare nella pratica la propria netta superiorità sull’economia di stato, vanto del comunismo.
RIUNIFICAZIONE TEDESCA – E’ ovvio che con la riconquistata libertà gli ex stati sovietici facciano la corsa all’economia capitalista. E il cancelliere, democristiano di ferro, Helmut Kohl ne approfitta per riunificare nell’Ottobre 1990 alla Germania federale l’ex DDR, che era retta dal 1946 da un duro regime comunista. La manovra è a spese di tutta l’Europa. All’interno della quale a sopportarne il maggior peso sono le economie più deboli come quella dell’Italia.
L’EURO – Nel 1998 nasce l’Euro - entrando però in vigore nel 2001 – per contrastare la potenza del Dollaro, che domina i mercati mondiali. L’avvenimento esige però un aggiustamento delle economie interne di ciascun stato membro. Per funzionare bene e mantenere il proprio potere d’acquisto, a fronte delle oscillazioni valutarie del mercati internazionali, ogni stato deve ripianare i propri debiti senza aggiungerne altri. Impresa da Sisifo.
VALORE AGGIUNTO – Va da sé che se un Paese possiede risorse naturali come la Germania – nella Ruhr dispone di miniere carbonifere e siderurgiche e per di più può contare su una popolazione abituata alla disciplina e all’autodisciplina, che in termini economici è un notevole valore aggiunto – non ha difficoltà ad equilibrare i conti. Ma se un Paese è povero, non può certo contare soltanto sulle sole proprie forze.
(1 – continua)
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