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Creato da riclon il 20/12/2011
Commenti alla politica, all'attualità, alla letteratura, alla storia
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NEMESI (5)
IL COMUNISMO E’ MORTO? NO, LO RESUSCITA IL CAPITALE
SCOMPARSE LE CLASSI SOCIALI RITORNA IL PROLETARIATO
di RICCARDO LONARDI
Dell’invasività del capitale si sono ampiamente occupati e ovviamente continuano ad occuparsene, soprattutto per gli effetti devastanti a livello globale, le grandi testate, quali The Economist, Wall Street Journal, Financial Times, Corriere della Sera, Il Sole24 Ore e molte altre.
ANALISI - Analisti, economisti, sociologi, opinionisti e persino filosofi (Emanuele Severino, Corsera del 18 febbraio 2012) convergono su una conclusione: il capitalismo cosiddetto creativo – eufemismo di speculazione – ha certamente distribuito ricchezze, incrementando però povertà. Sennonché gli eccessi della creatività, generati dalla speculazione famelica – ne portiamo le conseguenze tutti – hanno fatto esplodere, proprio in senso letterale, la creatività stessa provocando la sublimazione dei capitali quasi esclusivamente a danno dei piccoli risparmiatori, facendoli appunto regredire alla povertà.
CAPPIO - Con quale macro-conseguenza? Che molti popoli – Islanda, Portogallo, Spagna, Italia, Grecia – si ritrovano alla mercé dei rispettivi governi, che a loro volta hanno il cappio al collo di banche e banchieri degli stati più forti e quindi sono alla mercé internazionale. L’assurda salvezza per queste nazioni, che emerge tra le righe delle analisi giornalistiche, anche se non esplicitata in modo ruspante come invece faccio io, é il capitalismo di stato. E qui si ferma il coro.
CLASSI SOCIALI - Soltanto qualcuno ventila ciò che io invece esplicito con chiarezza perché la realtà quotidiana mi dà ragione. Ovvero che il capitalismo creativo, trasformatosi ora in capitalismo di stato, altro non è che una forma aggiornata di comunismo, alla faccia dei liberalismo, che ha promosso, diffuso, proclamato il capitale presunto creatore di libertà. Nessuno infatti può negare che in Italia il capitalismo speculativo ha ormai cancellato la classi sociali. Tant’è che la lotta di classe predicata da Karl Marx, realizzata da Lenin e Stalin in Russia e nei Paesi satelliti con la violenza, in Italia, settant’anni dopo, la sta realizzando e la sta completando senza l’uso del piombo, proprio il capitale. In che modo? Livellando quelle che un tempo erano le classi intermedie – colletti bianchi, insegnanti, medici e via elencando – a quello che era definito proletariato, operai e contadini, impinguando invece la classe dirigente, che, nell’impero sovietico era incarnata da gerarchi e milizie del partito, mentre oggi sono i finanzieri, i banchieri, i grandi imprenditori.
“SALVEZZA” - Contro propria scelta, per il neo-proletariato dunque l’àncora di salvezza, pur in regime di democrazia – che di fatto non è più tale ma soltanto nominale, guarda caso, coincidendo esattamente con le democrazie dei soviet (esempio storico classico la DDR tedesca) – sarebbe rappresentata dal capitalismo di stato. Il quale nelle attuali democrazie occidentali sta solo producendo ulteriori danni oltre quelli già prodotti dal capitalismo creativo. Al contrario, laddove il comunismo è sopravissuto (Cina), sposando, contra la sua stessa natura, il capitale, ovvero passando dall’economia di stato al capitalismo di stato sta producendo effetti positivi. Effetti ampiamente invidiati dagli stati nominalmente democratici, i cui imprenditori stanno trasferendo le proprie imprese nel continente giallo.
(5 – Segue)
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NEMESI (4)
IL COMUNISMO E’ MORTO? NO, LO RESUSCITA IL CAPITALE
ELEZIONI FA RIMA CON CORRUZIONI
di RICCARDO LONARDI
Il capitale diventa sempre più invadente e invasivo. Non gli basta mettere in ginocchio molti piccoli imprenditori e potenziare viepiù i grandi speculatori. Ma crea anche il caos politico, preparando il terreno per la dittatura economico-finanziaria a dispetto del popolo. Lo Stato, alla mercé del capitale, reinventa tecniche e metodi tipici del comunismo, ammodernandoli in senso non cruento. Avanzano i segni della dittatura non prevista da Karl Marx, perché questa volta non è quella del popolo, ma è senza il popolo, quella di finanzieri e banchieri. Proseguiamo nell’analisi.
TIRO AL BERSAGLIO – In quest’ultimo paio d’anni le crescenti difficoltà economiche sia interne che internazionali hanno accresciuto la litigiosità politica, con la conseguenza di bloccare la dinamica gestionale del Paese. In parallelo si intensifica ancor più il tiro al bersaglio concentrico di media e partiti sul presidente del consiglio in carica Silvio Berlusconi, reo di non provenire dalla casta politica, ma da quella industriale.
CORDATE - La casta degli industriali plaudente al sorgere del fenomeno-Berlusconi nella convinzione di strappare ulteriori privilegi, in seguito si divide in due distinte fazioni. La maggiore, guidata dall’industriale delle scarpe Diego Della Valle, fortemente appoggiata dalla presidente di Assindustria Emma Marcegaglia; finisce per fare il gioco della sinistra. La minore: formata da alcuni sconosciuti industriali del Nord-Est in appoggio a Berlusconi, che tuttavia non hanno gran peso nella diatriba. Tra queste due s’inserisce una terza cordata di industriali, capeggiata da Luca Cordero di Montezemolo, che vagheggia addirittura l’ipotesi di scendere nell’agone politico con un proprio partito, soprattutto per contrastare il passo a Berlusconi. A ciò s’aggiungono i comportamenti privati alquanto discutibili dello stesso presidente del Consiglio rendendolo facilmente ricattabile e quindi banale bersaglio.
CRIMINALITA’ - Parallelamente alle difficoltà economiche accresce la criminalità a tutti i livelli. A quelli alti, con l’aumento della corruzione e dell’evasione fiscale, la fuga dei capitali prodotti in Italia. Ai livelli bassi, con l’esplosione della microcriminalità, ma anche della criminalità violenta e sanguinaria sia di matrice extracomunitaria sia di matrice classica espressa da mafia, ndrangheta, camorra, corona unita, nonostante i successi dei vari corpi di polizia alle dipendenze del ministero degli interni in mano al leghista Roberto Maroni.
CORRUZIONE DUE – Il collateralismo tra politica, camorra, ndrangheta, mafia incrementa la corruzione rappresentata da illecite sovvenzioni ai partiti da parte di imprenditori e richiedenti di ogni tipologia di favori prosegue imperterrito. Ma emerge anche una corruzione interna ai partiti stessi, che fruendo di rimborsi elettorali dovuti per legge (ovvio che siano per legge! Del resto chi le fa le leggi se non i parlamentari?), ma non dovuti per morale (infatti i rimborsi sono direttamente proporzionali al numero degli aventi diritto al voto e non, come invece dovrebb’essere, all’effettivo numero di quanti hanno votato!) tanto più che la sovvenzione statale ai partiti é stata abolita per referendum. E’ inoltre stato reso di pubblico dominio che vengono rimborsati persino quei partiti che non esistono più, mentre si continua a chiedere sacrifici agli italiani, per evitare il baratro economico all’Italia! Inevitabile: tutto ossigeno all’antipolitica, come la chiamano i politici. E té credo! Che lezioni facciano rima con corruzioni?
OCCHIO DELLO STATO – Lo Stato, a evasione ed elusione fiscale, a interferenza di mafia e a varie forme di criminalità organizzata, reagisce. Da una parte, accrescendo la pressione fiscale strisciante, accise, tasse locali. Dall’altra, con l’elefantiasi burocratica intesa a scoraggiare corruzione, ma soprattutto evasione. Intanto per loro conto banche, istituti di credito, esercizi commerciali, enti locali incrementano l’installazione di telecamere e telespie. Lo stesso fanno alcune industrie per controllare la regolarità del lavoro. Insomma dall’antico “Dio ti vede” siamo allo “Stato ti vede”.
ORECCHIO DELLO STATO - Ma non c’è solo l”occhio dello Stato” a spiare. E’ in funzione da anni anche l’“orecchio di Stato”. E’ la magistratura che controlla milioni di telefoni con gigantesca spesa a carico del contribuente. Sicché basta che in una conversazione intercettata due intercomunicanti venga citato anche soltanto per burla un terzo tizio, che costui si ritrovi dapprima sulla stampa e quindi convocato in tribunale.
AUTODELAZIONE – A sua volta il privato cittadino, ovunque si rivolga per ottenere una risposta, un documento, un’informazione è costretto a compilare moduli che autorizzano l’ente a cui si è rivolto a fare l’uso che vuole dei dati sensibili del richiedente. E’ questione di “privacy”, di “consenso informato”, che di fatto si traducono in autodelazione.
(4 – continua)
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NEMESI (3)
IL COMUNISMO E’ MORTO? NO, LO RESUSCITA IL CAPITALE
ARRIVANO I CLANDESTINI, SCAPPANO I CERVELLI
di RICCARDO LONARDI
E’ indubitabile: l’Italia, tra gli anni Sessanta e fino a metà anni Ottanta, ha conosciuto una certa prosperità economica, che ha permesso a molti d’arricchirsi, aumentando però il divario tra abbienti e meno abbienti.
BISOGNI - Con l’arricchimento é comparso e si è ampliato in modo esponenziale il consumismo, che ha influenzato anche la classe operaia. Sono aumentati i comforts, trasformatisi poi in esigenze e quindi in necessità, in fine in pretese, definite “bisogni”.
CLIENTELE – In campo politico, un “bisogno” – in verità, lo stesso da sempre – è quello di accrescere il proprio elettorato. Come? Non con la buona politica economico-amministrativa, bensì soddisfacendo i “comforts=esigenze= necessità=bisogni”. In che modo? Tramite raccomandazioni, occupazioni virtuali, collocazioni di vario genere, favoritismi, clientelismi. Si sono così sovraccaricati di personale enti pubblici statali, parastatali e compartecipati. Si sono moltiplicati gli stessi enti, sempre e soltanto in funzione dell’ampliamento dei voti.
CONTRIBUTI - Si sono persino elargiti contributi mostruosi. Qualche esempio. In campo agricolo: per aumentare gli allevamenti, piantumare vitigni, seminare soia. Sei mesi dopo: per abbattere mucche, segare vitigni, distruggere soia. E così in ogni altro campo. Si persino sono inventate le pensioni-baby. Soprattutto nella scuola, per altro con la complicità dei sindacati. Si sono pagate e ancora si pagano mega-pensioni ai dirigenti di enti pubblici, statali e parastatali. E via elencando. Tutto, naturalmente, a carico del contribuente.
CORRUZIONE – Ovvio che in un simile sistema s’inneschi ben presto la corruzione e il collateralismo tra politica, camorra, ndrangheta, mafia. Ma soprattutto ovvia la corruzione rappresentata da illecite sovvenzioni ai partiti da parte di non pochi industriali e imprenditori.
TANGENTOPOLI – La corruzione dilagante, che per altro coinvolge tutti i partiti, nessuno escluso, raggiunge un tale livello da provocare l’intervento della magistratura. Nel 1992 nasce Tangentopoli col Pool “Mani pulite”, che pur di interrompere il chinale della corruzione, fa uso anche della spettacolarità delle manette per vari esponenti politici. Gli italiani sembrano svegliarsi da un incubo e inneggiano ai magistrati. Il cui lavoro però colpisce soprattutto i partiti di centro. Il pool sembra infatti usare guanti di velluto verso la sinistra. La quale, rimanendo pressoché indenne da Tangentopoli, accentua il ruolo di moralista, già prerogativa di Togliatti e poi dei suoi eredi.
EX DC – Da parte sua la sinistra democristiana, il cui partito è stato il maggiormente colpito da “Mani pulite” e quindi non poteva non conoscere l’andazzo dell’ultima generazione dei dirigenti della balena bianca, amoreggia con gli eredi del Pci e qualche anno dopo si sposa con gli stessi e si fa più moralista dei moralisti di sinistra. Ma evidentemente l’abitudine di nascondere le spazzature sotto il tappeto non é stata capace di perderla.
NUOVI POLITICI - Il rullo compressore di Mani Pulite, spazzando via i vecchi partiti, crea il vuoto nella gestione politica del Paese. Con la conseguenza che la nuova classe politica, impreparata, ma saccente e soprattutto assai litigiosa, anche perché i vecchi professionisti della politica non vogliono assolutamente mollare, inchiodati come sono alla carega, non riesce a governare il Paese.
BERLUSCONISMO - Avanza una forma pasticciata di bipolarismo, che altro non è che un puzzle di partiti, partitelli, partitini. Si grida allo scandola della Prima Repubblica per l’applicazione del “codice Cencelli” (=spartizione delle careghe di comando), ma lo si resuscita senza pudore. Ovvio che in tale confusione prevalga un presunto modo diverso di proporre la gestione della res-publica: il berlusconismo. Il quale presentando molti nuovi dà l’impressione di fare sul serio nel proporre la propria progettualità. La quale, ahinoi!, per la massa di problemi personali del premier, rimane nella quasi totalità sulla carta e quindi solo promessa.
CRISI - Intanto il Paese va in crisi. Da una parte per le ragioni già descritte sul mancato ricambio generazionale in ogni settore produttivo e per conseguente eccesso del carico economico sulle spalle dalla parte attiva del popolo, che si riduce sempre più mentre gli italiani invecchiano. Dall’altra per carenza di manodopera nei lavori umili e usuranti. E in fine, perché avanza la prima guerra economica mondiale.
IMMIGRATI - In questo quadro s’innesta l’invasione dei clandestini che, nella prima fase crea ulteriori problemi di: convivenza, tolleranza, sicurezza, contrasti religiosi, recrudescenza degli scontri politici. In una seconda fase invece crea reddito: i clandestini infatti si adattano a quei lavori rifiutati dai giovani italiani, che “avendo studiato” non possono, si capisce, fare il bracciante, l’operaio a catena, il manovale, lo spazzino, lo spedizioniere e via elencando.
CERVELLI IN FUGA - La crisi è altresì alimentata da un sistema scolastico inadeguato ai tempi e alle esigenze economico-sociali produttive che mutano col mutare dello scenario internazionale. L’università italiana, a parte qualche eccellenza, è nella maggioranza assoluta ferma agli anni pre-’68, anche perché in cattedra siedono ora i laureati con il “diciotto politico”. Ovvia la fuga dei cervelli. I giovani universitari italiani che hanno davvero la voglia di studiare e contribuire al miglioramento del proprio Paese, ne sono scoraggiati e quindi emigrano.
FABBRICHE IN FUGA - A loro volta gli industriali, dopo aver ricevuto per anni sovvenzioni dallo Stato, per mantenere i margini di guadagno di un tempo chiudono le fabbriche per riaprirle in Romania, in Cina, In India, In Brasile, dove la manodopera è a costo prossimo allo zero.
(3 - Continua)
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NEMESI (2)
IL COMUNISMO E’ MORTO? NO, LO RESUSCITA IL CAPITALE
DIECI ANNI DI EURO, QUALI VANTAGGI PER L’ITALIA
di RICCARDO LONARDI
Al decimo anno dall’entrata in vigore dell’Euro la maggioranza degli italiani si chiede se, per il nostro Paese, l’avvenimento abbia costituito un vantaggio o una perdita. Se è la maggioranza a chiederselo, è evidente che la risposta implicita pende per la perdita. Ma è altrettanto evidente che una parte ne ha tratto vantaggio. Chi?
CUI PRODEST? - Grandi e medi industriali e istituti di credito. Non a caso parliamo di grandi e medi industriali e non di industrie, perché la realtà quotidiana dimostra che le maestranze non ne hanno affatto tratto vantaggio, sia in termini di sicurezza del posto di lavoro, sia economici. E la precarietà che vivono gli operai dipende dal fatto che i padroni sono sempre pronti a trasferire gli stabilimenti in quei Paesi dove la manodopera è a costo prossimo allo zero: Cina, India, Romania. Vale a dire, in quei Paesi dove non esistono organizzazioni sindacali.
PIL - Che l’adozione dell’Euro e la rinuncia alla Lira non abbiano costituito alcun vantaggio per l’intera nostra nazione lo dimostra il fatto che da dieci anni, ossia da quando l’Euro è entrato in vigore, il Pil italiano non è cresciuto. Anzi, è costantemente diminuito. Segno che la manovra non ha prodotto quei frutti tanto predicati ed esaltati sia a destra ma soprattutto a manca. O se ha funzionato, il vantaggio è stato accaparrato soltanto da un stretta oligarchia, vale a dire industriali e banchieri. Del resto la situazione finanziaria delle famiglie italiane è sotto gli occhi di tutti. Meno di chi non vuol vedere: ancora una volta finanzieri, banchieri, speculatori. E’ un caso?
STILE DI VITA - Da quando l’allegra speculazione finanziaria ha fatto saltare alcune banche in Usa, con la conseguenza di mettere in crisi l’intero mondo capitalista, i nostri politici, ispirati dai banchieri, hanno diffuso l’idea che la crisi italiana ha origini lontane trovando radici in uno stile di vita ampiamente al di sopra delle nostre potenzialità economiche. Tradotto: il debito pubblico accumulato dallo Stato italiano è stato causato dal popolo che da troppi anni fa l’americano senza averne i mezzi. Qualche solone dell’economia spieghi allora come si concilia la spinta che proviene da imprenditori, ma anche da larga parte dei politici di ogni colore, a consumare di più in modo da avviare il volano dell’industria e quindi dell’occupazione? Consumare di più forse che non significhi vivere al di sopra delle disponibilità economiche di ciascun cittadino?
IPOTECA - La realtà è assai diversa da quella che ci vogliono ammannire i padroni del vapore tramite televisioni e grande stampa. La realtà è che per anni l’economia italiana, soprattutto, ma anche europea, è dipesa dall’America. La quale America, è vero, ha sacrificato tanti suoi figli per soccorrere, nel 1944-45 l’Europa che stava soccombendo ai panzer tedeschi. Ed è altrettanto vero che tramite il piano Marshall ha inviato grandi quantità di derrate nell’immediato dopoguerra, contribuendo in certa misura anche al boom economico italiano degli anni Sessanta. Generosità, sì. Ma generosità interessata. L’ha fatto anche per salvaguardarsi un mercato, all’epoca, assai più redditizio per il dollaro, che quello d’Oriente.
TORNACONTO - L’influenza economica americana ha determinato quel consumismo incontrollato e non pianificato, come invece avrebbe dovuto fare la nostra classa politica dirigente. La quale ha sempre guardato all’immediato tornaconto nel presente e non al futuro della nazione, ipotecando in tal modo l’avvenire delle generazioni successive. Ciò sotto l’aspetto economico.
CONTROLLO - Ma vi è anche un risvolto sociale di notevole peso che non viene mai citato da nessun esperto, da nessun opinionista, da nessun giornalista. Con l’esaurirsi del boom economico qualche “illuminato” sociologo, trasformatosi in demografo, ha cominciato ad elaborare la teoria che, se si fosse continuato a mantenere il ritmo di nascite dell’epoca, l’Italia sarebbe tornata ai livelli di fame del dopoguerra. Di qui il controllo delle nascite, con il conseguente dramma dell’aborto, sostenuto non solo dal mondo politico laico, ma anche da parte del mondo politico cattolico.
INVECCHIAMENTO - La conseguenza è stata l’arresto demografico. Ciò ha determinato: primo, un calo pesante nel ricambio generazionale del mondo operaio e del terziario; secondo, un progressivo invecchiamento della popolazione italiana, il cui mantenimento ha cominciato a pesare in progressione sulla classe operaia attiva; terzo, un calo dei consumi; quarto, un parcheggio delle nuove generazioni tra istituti scolastici ed università, avulso dal contesto del mondo del lavoro.
DICIOTTO POLITICO - Questo scenario sociale si è sovrapposto agli aspetti deteriori della contestazione studentesca, che avendo imposto il “diciotto” politico ha creato professionisti impreparati e comunque di livello inferiore a quelli usciti dalle università serie straniere. Il risultato pratico è stata l’abolizione della meritocrazia che ha anche influenzato molte scelte delle organizzazioni sindacali.
(2 – segue)
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NEMESI (1)
DOPO LA RIVOLUZIONE
E’ IL CAPITALE
L'INSTAURATORE DEL COMUNISMO
di RICCARDO LONARDI
Chi avrebbe mai detto che a distanza di 97 anni dalla rivoluzione dell'Ottobre 1917 in Russa, che ha imposto la costruzione della società comunista, e a 23 dal crollo dell'impero sovietico (1989), il comunismo sarebbe stato instaurato in Occidente proprio da quel capitale nel quale Marx ha indicato il male dei mali?
SCENARIO STORICO
PURGHE – Chi è nato negli anni Venti ha vissuto i riflessi del terrore instaurato in Russia e nei paesi satelliti dalla violenta presa del potere dei bolscevichi, capeggiati da Vladimir Il’ič Ul’janov, detto Lenin, che hanno eliminato nel sangue lo zar, il suo parentado e tutta la classe abbiente, compresa quella parte di popolo a lei asservita e fedele. I nati negli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta hanno a loro volta vissuto il terrore instaurato da colui che si faceva venerare come “padre dei popoli”, Iosif Vissarionovič Džugašvili, detto Stalin. Il quale non si limitò a proseguire sulla strada spianata da Lenin nella eliminazione della vecchia classe politica legata all’impero zarista, ma anche i dissidenti interni della stessa oligarchia comunista. Per Stalin non bastava essere di formazione marxista. Bisognava essere coesi con i suoi dettati senza discuterli.
DELAZIONE – Chi credeva di poter dire liberamente il proprio pensiero anche soltanto confidandosi con un amico o, addirittura, in famiglia, prima o poi doveva renderne conto ad un tribunale del popolo, per finire torturato e quindi eliminato (classica la vicenda del mantovano Bruno Rossi, cofondatore del Partito Comunista d’Italia, sfuggito alle prigioni fasciste in patria, finito fucilato nel paradiso comunista in cui aveva creduto). Nell’ipotesi più rosea, veniva internato in un ospedale psichiatrico, da dove usciva soltanto morto. O veniva trasferito in un gulag, dove comunque moriva di stenti e disperazione. La delazione, basata anche soltanto sul sospetto persino tra familiari stretti, era il sistema propulsore del terrore, che a sua volta era l’architrave della società comunista.
RADICI MARXISTE – Qualcosa di molto simile, seppure di colore opposto, avveniva in Germania e, in forma minore, in Italia, dove s’instaurarono dittature violente di origine cripto-popolare, le cui dottrine avevano pur esse radici marxiste. Insomma, sia nell’impero Sovietico, sia in quello nazifascista e ovunque regnasse la cosiddetta “democrazia del popolo”, il popolo era schiavo di se stesso. Come nell’impero romano: il popolo altro non era che la gleba al servizio della oligarchia al potere.
PLUTOCRAZIE – Il mondo occidentale, soprattutto anglofono, in particolare Inghilterra, che pure era a capo di un impero, il Commowealth, e gli Usa, fondava invece la propria politica sul capitale. Tant’è che Mussolini, Hitler e lo stesso Stalin, definivano quelle nazioni “plutocrazie”. Ma anche una volta caduti quei feroci dittatori, nel mondo regnarono tensioni e paure causate e alimentate dalla contrapposizione tra società comuniste e società capitaliste. Più volte il mondo fu sull’orlo di una nuova guerra mondiale, dopo quella immane del 1940-45. La guerra in Corea, in Vietnam, la crisi Cuba-Usa non furono altro che prove generali di misurazione dei rispettivi muscoli tra mondo comunista e mondo capitalista. Prove che avrebbero potuto sfociare in altrettante guerre mondiali.
PACE FREDDA – La tensione tra mondo occidentale, capeggiato dagli Stati Uniti, e mondo comunista, dominato dall’impero Sovietico, raggiunse livelli che sfociarono per l’appunto nelle prove muscolari testé ricordate. Stranamente, ma anche fortunatamente, la diffusione della bomba atomica funse da deterrente per scongiurare la guerra cosmica, consapevoli mondo comunista e mondo capitalista che allo scoppio di una guerra atomica non sarebbero sopravvissuti né vinti, né vincitori. Assurdamente la guerra fredda funzionò da garante di un lungo periodo di pace armata, ovviamente tra enormi diseguaglianze sociali, prodotte tanto dal capitalismo, quanto dall’economia di stato.
CADUTA – Il 9 novembre 1989 implode il comunismo reale, il cui segno evidente è la caduta del muro di Berlino, a cui segue il più vasto crollo dell’impero comunista sovietico. Avvenimento storico che sancisce di fatto il fallimento del comunismo sul piano economico, ma soprattutto sul piano sociale, anche se persiste tuttora in Cina – ma sta diventando qualcosa di assai diverso dell'originale marxismo-leninismo – e nella Corea del Nord, dove vige ancora il culto della personalità e vetero-comunismo che affama il popolo.
IL CAPITALE – Intanto in Occidente il capitale riempie i negozi di derrate e luci sfavillanti, facendo arricchire molta gente, ma a scapito delle fasce più deboli delle popolazioni. Appagate, comunque, queste da una forma di libertà sicuramente non presente nel mondo comunista, dove l’economia, partorendo piani quinquennali di produzione, illude le popolazioni, accrescendone la povertà essendo lo Stato unico proprietario, che ha alti costi basandosi su un mega apparato governativo, ovviamente gestito da una oligarchia, che si arricchisce, contro i dettati del comunismo.
BOOM ECONOMICO – In Italia, che fa parte del sistema capitalista del libero mercato, negli anni Sessanta, in parte grazie agli aiuti ERP del piano Marshall, ma soprattutto grazie ai sacrifici di tutti gli italiani, che si rimboccano le maniche per ricostruire il Paese da zero, conosce un vero e proprio boom economico, tanto da entrare nell’Olimpo dei sette Paesi più industrializzati del mondo. Il capitale sembra dimostrare nella pratica la propria netta superiorità sull’economia di stato, vanto del comunismo.
RIUNIFICAZIONE TEDESCA – E’ ovvio che con la riconquistata libertà gli ex stati sovietici facciano la corsa all’economia capitalista. E il cancelliere, democristiano di ferro, Helmut Kohl ne approfitta per riunificare nell’Ottobre 1990 alla Germania federale l’ex DDR, che era retta dal 1946 da un duro regime comunista. La manovra è a spese di tutta l’Europa. All’interno della quale a sopportarne il maggior peso sono le economie più deboli come quella dell’Italia.
L’EURO – Nel 1998 nasce l’Euro - entrando però in vigore nel 2001 – per contrastare la potenza del Dollaro, che domina i mercati mondiali. L’avvenimento esige però un aggiustamento delle economie interne di ciascun stato membro. Per funzionare bene e mantenere il proprio potere d’acquisto, a fronte delle oscillazioni valutarie del mercati internazionali, ogni Stato deve ripianare i propri debiti senza aggiungerne altri. Impresa da Sisifo.
VALORE AGGIUNTO – Va da sé che se un Paese possiede risorse naturali come la Germania – nella Ruhr dispone di miniere carbonifere e siderurgiche e per di più può contare su una popolazione abituata alla disciplina e all’autodisciplina, che in termini economici è un notevole valore aggiunto – non ha difficoltà ad equilibrare i conti. Ma se un Paese è povero, non può certo contare soltanto sulle sole proprie forze.
(1 – segue)
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