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Studi sulla letteratura italiana contemporanea: V. Brancati
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Vitaliano Brancati
Vitaliano Brancati (1907-1954), nonostante Giulio Ferroni in tempi recenti lamenti il fatto che lo scrittore siciliano non sia stato adeguatamente valorizzato, ha sempre goduto di buona stampa, a partire dalla fine degli anni '20 per arrivare poi a nomi di critici di indubbia rinomanza (1). In fondo, parlare intorno a Brancati non sembrerebbe particolarmente difficile, anche perché i contorni della sua narrativa parrebbero ormai ben delineati: borghese che conosceva benissimo il mondo in cui viveva, seppe dare un quadro estremamente realistico di certa mentalità siciliana; e con il termine "gallismo" pare si possa pressoché esaurirne il senso della di lui scrittura. Del suo primo romanzo, «Don Giovanni in Sicilia», la critica ha saputo cogliere gli elementi caratterizzanti di quello che potremmo definire l' "Oblomov" della Catania inizio del secolo (2). Il protagonista è un tipo abulico, che conosce una fiammata vitale per poi ricadere nell'inerzia e nell' "oblomovismo" totale. Inquadrato in tal modo, il romanzo ha conosciuto interpreti che ne hanno messo in vista anche gli aspetti più reconditi, e in letteratura non credo vi sia stato critico migliore del "Don Giovanni" di Giorgio Pullini (3).
Nel "gallismo" si è voluto giustamente vedere altresì il modo con cui Brancati si è rapportato al fascismo, irridendone appunto gli aspetti decisamente più superficiali e ridicoli, specie allorché i nostri borghesucci di provincia si cimentano nelle loro spesso più immaginate che realmente vissute avventure erotiche, come accade per esempio nel cap. II del "Don Giovanni", quando i tre amici catanesi fanno il loro viaggio a Roma e lì, tra sguardi e pedinamenti, finiscono per sfiancarsi dietro a niente, spendendo tutti i soldi e perciò prestamente richiamati a casa dalle famiglie:
"... Passavano un'ora del mattino e una del pomeriggio in piazza Fiume, sotto la pensilina per gli autobus, guardando salire le ragazze. Le anche rompevano le vesti, nel difficile passo. " Ma quante ce n'è! Ma quante ce n'è! Ma quante ce n'è!", mormorava Scannapieco. " E tutte belle!"... "Mandruccia!" rispondeva Percolla. " Guarda questa! ... L'altra guarda, bestione!... Laggiù, laggiù, maledetto!" (4).
Si è anche posto l'accento sul fatto che Brancati, pur riuscendo benissimo nei tocchi d'ambiente, nel cogliere ironicamente gli aspetti anche più retrivi della mentalità siciliana, abbia spesso rasentano la "macchietta", divertente fin che si vuole, ma che mancherebbe di vera umanità, riducendosi appunto ad un androide che si muove sì sulla scena del mondo, ma privo di carne e di sangue (5). In realtà Brancati è uno scrittore che sa dar vita a ritratti umani solo all'apparenza sbilenchi e riducibili a risibili marionette. Sotto l'occhio impietoso dello scrittore i personaggi "minimi" sono ritratti con fortissimo realismo, e soprattutto lo scrittore vuol far cogliere al lettore il "valore simbolico" che assumono quegli uomini dentro quegli spazi borghesi. Non sono marionette, sono "fatti così": e proprio per essere fatti in tal modo, se subiscono un irrigidimento, è solo perché Brancati ha fatto di loro dei "simboli" di un determinato "stile di vita", che poi è quello borghese, che, effettivamente, crea stereotipi a livello mentale e a livello "vitale". Brancati si muove, baudelariamente, in una "foresta di simboli", e di ogni albero di quella foresta ci dà il "ritratto simbolico", cercando in tal modo di farci capire sempre meglio l' "inferno" dell'uomo piccolo borghese...
Tuttavia, e nonostante il lungo lavorìo della critica intorno allo scrittore siciliano, c'è un tassello che manca, ed è su questo tassello che vorrei richiamare l'attenzione, indagando non tanto il notissimo "Don Giovanni", ma il secondo romanzo di Brancati, «Il bell'Antonio» (6).
I lettori di Brancati avranno notato sicuramente il fatto che lo scrittore siciliano amava far precedere i capitoli del suo romanzo da detti sentenziosi, aforismi e frasi celebri di scrittori classici o anche poco noti. Non c'è bisogno, credo, di essere compulsatori di dotti trattati di psicologia per comprendere che, se si amano tanto i proverbi e i detti degli antichi è perché in fondo non si è proprio sicuri di farcela con le sole proprie forze, e si sente il bisogno di una voce amica che ti sussurri "cosa" è meglio fare in quel frangente: se sia cosa buona, per esempio, agire e parlare, oppure starsene quietamente zitti:
«Quando uno ha fatto la minchioneria è meglio star zitto e non parlarne più ...» (G.Verga) (7).
Le frasi celebri, il detto gnomico e sentenzioso sono un po' il pane e il companatico dell'uomo che si muove circospetto per il mondo, di cui sente la pericolosità, del quale non si fida, ma che non vuole dare a vedere di temere più di tanto. Insomma, la frase celebre e gnomica è compagna inseparabile dell'uomo insicuro, che però agisce con un sia pure irrazionale senso di certezza, perché, rara certezza tra le molte incertezze, egli "sa", o, meglio, "sente", di camminare secondo il detto degli antichi, "che mai fallì", aveva sentenziato Verga attraverso Padron 'Ntoni.
Vitaliano Brancati è uno scrittore di temperamento amletico, e dubbioso; e in fondo non credo che sia casuale il fatto che il primo capitolo de "Il bell'Antonio" si apra subito dopo una sentenza di Shakespeare:
«... And away to Saint Peter for the heavens; he shows me where the bachelors sit, and there live we as merry as the day is long... ». (Volerò verso il cielo e incontrerò San Pietro, che mi mostrerà quella parte del cielo ove siedono gli scapoli e me la godrò per quanto è lungo il giorno) (8).
Il giorno lo puoi godere sino in fondo, per quanto sia lungo, sì: ma non in eterno! Il senso di un divenire incerto, il sentimento dell'effimero e del transeunte è fortissimo in Brancati. Quando Ermenegildo abbandona il partito fascista, richiesto di darne una ragione, afferma che, quando la sua testa sarà cranio nudo, le generazioni future non sapranno neanche più il senso di ciò che significa fascismo o antifascismo. Tutto scorre, e passa inesorabilmente, non vi sono certezze assolute:
«... Tutti si sedettero giro giro intorno a lui. " Vecchio antifascista, eh? Provato!" disse l'avvocato Bonaccorsi, indicando il gentiluomo agli amici... " Non sono più né antifascista né fascista! Rispose Ermenegildo. " Come come come?...". " Sono del partito dei vermi che fra poco mi mangeranno la carne addosso; o se volete, la penso col mio teschio, che certamente si conserverà intatto fino a un tempo in cui fascismo e antifascismo non significheranno più nulla» (9).
Il che costituisce traduzione in volgare di un detto antico, che ben conoscevano i Greci: «... Una generazione se ne va, un'altra viene, ma la terra sussiste in perpetuo...» (10).
E ancora Ermenegildo:
«Non mi domandare chi ha ragione e chi torto, e quale dei due princìpi trionferà in avvenire! Le idee se le tengono dentro la testa e io non le ho vedute»(11).
Anche questa è la traduzione pressoché letterale di un proverbio siciliano, naturalmente registrato da Brancati a mo' d'introduzione al cap. VII de "Il bell'Antonio": « E cu ci leggi, 'nta 'dda testa?». «Che cosa ci leggi in questa testa?».
Un uomo e uno scrittore che fa del dubbio metodico la fonte prima dei propri comportamenti vitali non va molto a genio a chi ama invece la coerenza nella vita. Brancati non piaceva ai coerenti, semplicemente perché, cartesiano per istinto, si ripensava in continuazione, mettendo sempre e comunque in discussione le proprie scelte, che all'inizio del percorso potevano sembrare eterne e incrollabili, ma che poi venivano implacabilmente corrose dal pensiero ruminante, che non gli dava tregua. Uomo del dubbio e dell'incertezza Brancati pescava tra i pensatori e anche nei detti popolari quella sicurezza di cui aveva necessità per vivere. Di qui scaturiscono anche le numerose incursioni nel dialetto siciliano, depositario di una sapienza antica, e strumento con il quale si possono trattare anche i massimi sistemi:
«Ma tu cosa pensi, che te la pigli tu, la mia terra, quando ci sarà il comunismo? Pazzo sei! Nessuno avrà terra, con quelli lì: chi vuole terra, se la cerca al camposanto! E tu dovrai filare diritto, e lavorare buttando sangue, perché se non lavori buttando sangue t'impiccano a un carrubo e ti fanno mangiare dalle formiche...».
Risposta popolar-filosofica del mezzadro: «... Iu nun sacciu nenti, Alfiu. Stai parrannu ammàtula. Iu nun vogghiu né comunismu né autri nòliti: vogghiu sulu travagghiari» ( «Io non so niente, Alfio. Io non voglio né comunismo né altre novità: voglio solo lavorare»). E Alfio: «Travagghiari picca e arrubbari assai: chìstu vòi tu» ( «Lavorare poco e rubare molto: questo vuoi tu».) (12).
E' così accaduto che, in forza di quel continuo ripensamento intorno a se stesso e alla propria scrittura, Brancati, abbandonati i toni del gallismo scanzonato, si proponga negli anni del Neorealismo con testi che si muovono in atmosfere surreali che rimandano a quell'irrazionale incertezza che in fondo governa le nostre vite: qui siamo di fronte al Brancati filosofo del "caso" e dell'imponderabilità, del "non sapere" e del "dubbio" cartesiano. E non solo: ma pare quasi che in Brancati si fosse fatta strada l'idea che la legge del contrappasso stia ad attenderci implacabile. E mi riferisco, in conclusione, a quella bellissima e terribile novella che vede per protagonista Sebastiana, il cui "corpo" subisce avventure macabre e davvero allucinanti dopo la morte. La novella di Sebastiana è dantesca nella sua terribilità, e dev'essere stato il canto V del «Purgatorio» a suggerire a Brancati l'idea della storia incredibile di questa giovane morta prematuramente (13). Ora «del tuo corpo farò altro governo», disse il diavolo, che infatti tormentò il corpo di Bonconte da Montefeltro anche dopo morto per averne vendetta.
Qualcosa era successo negli ultimi anni della vita di Brancati; la sua visione della vita si era fatta dantesca; temeva la legge del contrappasso. Forse un ritorno manifesto a quella grecità di cui la Sicilia, Pirandello "docet", fu la culla. Anche i greci temevano la morte, e anche "Nèmesis": l'eccessiva ricchezza, o fortuna, o tranquillità richiamano l' "attenzione" di Nèmesis; da quel momento le cose cambiano, in meglio o in peggio, perché Nèmesi è giustizia "equilibratrice", conservatrice dell'ordine dell'universo, ove bene e male ci devono essere, ma non in modo sproporzionato. Occorre molta prudenza, diceva Dante a Cino, per sottrarsi allo sguardo di Nèmesis. Scrivendo a Cino da Pistoia, Dante osservava:
«Inoltre, fratello carissimo [Cino da Pistoia], ti esorto alla prudenza, per sopportare i dardi della Ramnusia». La Ramnusia era Nèmesi, perché aveva il suo culto a Ramnunte, in Attica.
Quindi Dante proseguiva: «... Leggi, ti prego, i 'Rimedi delle cose fortuite' che ci sono largiti come da padre ai figli dal più insigne dei filosofi Seneca, e non sfugga alla tua memoria il detto:
' Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò ch'è suo'...» (14).
Quel detto di Seneca-Dante non era probabilmente sfuggito alla memoria di Brancati: il mondo non poteva amare un essere pacifico come Sebastiana, e non avendola potuta tormentare in vita, per la sua esistenza schiva e solitaria, la travolse con crudeltà inaudita dopo la morte.
Era «... come se il mondo feroce, a cui Sebastiana era sfuggita da viva... avutone fra le zampe il cadavere, non si stancasse mai di rotolarlo, di sbatterlo, d'intronarlo, cercando di sfogare il suo urlo rabbioso in quell'orecchio».
Siamo di fronte a un "altro Brancati", forse da riprendere e da rimeditare più a fondo.
Enzo Sardellaro, professore di Lettere Italiane e Storia
Note
1) G. Ferroni, «Passioni del Novecento», Donzelli, 1999, p. 15: «... A Vitaliano Brancati non viene ancora riconosciuto il posto che gli spetta di diritto nella letteratura di questo secolo: l'immagine della sua opere, bruscamente troncata dalla morte nel 1954, resta ingiustamente schiacciata in mezzo ad autori ed esperienze in cui si suole risolvere il senso della vicenda letteraria italiana tra gli anni del fascismo "di regime", la prima guerra modiale e i primi anni del dopoguerra... Brancati è davvero un grande scrittore, uno dei maggiori di questo secolo ( più grande di tanti narratori suoi coetanei )...». Molto importante, all'inizio degli anni '50, l'intervento di L. Russo, «I Narratori», Milano, 1951, pp. 301 sgg. Il Russo riporta nel suo saggio un articolo di Geno Pampaloni apparso su «Belfagor», 1949, fasc. 6: « Il racconto del bell'Antonio è certamente un racconto singolare, ed è probabilmente destinato a fare spicco tra i libri narrativi di questi anni. Infatti, il tema erotico ed il tema « politico » che sono al centro del libro del Brancati hanno trovato qui modo di arricchirsi a vicenda. Poi, l'umorismo tipico del Brancati, che risulta dall'accostamento o contrasto tra un fondamentale tono moralistico ed una vivace rappresentazione macchiettistica, ha qui grande ricchezza di sviluppi e di modi. Infine, una certa amarezza o malinconia o nostalgia che continuamente alimenta le pagine dello scrittore, e serve a dargli il necessario distacco...». Lo stesso Russo è quindi intervenuto osservando che «...in effetti, e qui dobbiamo rifarci a quanto ho detto all'inizio, l'umorismo del Brancati è sorretto dall'accostamento o contrasto di due elementi eterogenei: un colorito mondo di macchiette, di « pupi », ed un sempre presente moralismo; un acceso repertorio dialettale, una drammaticità epidermica o addirittura epilettica, ed un piacere ragionativo che fa balenare quelle immagini su uno sfondo universale e dietro il loro illusorio agitarsi scopre un lontano equilibrio umano. Il Brancati è quindi un umorista che vuol tirare delle conclusioni, e in fondo allo spumeggiare del suo ridere precipita una pensosa malinconia. In questo, come del resto in molte cose, egli si dimostra figlio di Luigi Pirandello...».
2) Oblomov, il protagonista del romanzo omonimo di è da considerarsi un po' il precursore del pigro e sonnolento protagonista del "Don Giovanni" di Brancati: «... Oblomov è diventato ormai proverbiale. E' l'antenato di ciò che di meglio è stato scritto sulla umana pigrizia, e noi citiamo costantemente il suo nome allorché intendiamo riferirci ad un abulico...». Cfr. I. Gončarov, «Oblomov», a. c. di Leone Pacini Savoj, Milano, Mursia, 1965, «Presentazione», p. 5.
3) G. Pullini, «Il romanzo italiano del dopoguerra», Padova, Marsilio, 1965, pp. 236-237: «...Giovanni appartiene alla suddetta fauna di seduttori provinciali ed è sempre vissuto fra due sorelle più anziane di lui, digiune d'ogni esperienza amorosa. Cullato dalla loro materna vigilanza, in una vecchia casa abbandonata ad una torbida sporcizia, Giovanni è cresciuto inerte, flaccido, trascorrendo la maggior parte della giornata a letto o in compagnia degli amici. Un giorno si innamora e pare che la sua vita si capovolga; la cura della propria persona, l'esigenza di una casa pulita e fresca, il ritmo di una vita giovanile, lo spingono a ribellarsi alle sorelle e al proprio passato: è il primo risveglio alla gioia di vivere e di agire. Si sposa, si trasferisce a Milano, si crea una posizione nuova. Ma è fenomeno di breve durata... Gli basta ritornare per breve tempo nella casa delle sorelle per ritrovare il piacere sensuale di quella vita apatica, fra il vecchio letto e le vecchie stanze impolverate, e il gusto di pensieri solitari sulle donne, tanto più eccitanti delle esperienze concrete. Giovanni... è un don Giovanni in pantofole, privo di iniziative e di baldanza, a metà bambino e a metà vecchio, tradizionalista e viziato, negato alla maturità e rassegnato al fallimento. Il romanzo procede un po' a fatica... ma riprende quota nel finale ritorno di Giovanni alla sua casa, quando gli oggetti e l'aria parlano per lui... L'atmosfera polverosa della vita provinciale, resa con varietà di toni lirici e ironici, costituisce, insieme autobiografia e giudizio critico...».
4) V. Brancati, «Don Giovanni in Sicilia», Milano, Bompiani, 1991, cap. II.
5) L'espressione "macchietta" o "pupi" ricorre negli interventi sia di Geno Pampaloni sia di Luigi Russo citati alla nota 1. Il termine viene ripreso poi quasi meccanicamente nella letteratura critica posteriore.
6) Le citazioni sono prese dalla seguente edizione, V. Brancati, «Il bell'Antonio», Milano, Bompiani, 1949.
7) V. cap. VI, p. 121.
8) V. cap. I, p. 7.
9) V. cap. X, p. 240.
10) La frase in Arnaldo Momigliano, «Il tempo nella storiografia antica», in «La storiografia greca», Torino, Einaudi, 1982, p. 73. «... L'analogia prossima nel pensiero greco si trova tra gli epicurei, che non ammettevano eterni ritorni: 'eadem sunt omnia semper'...», Ivi.
11) V. cap. VIII, p. 171.
12) V. cap. IV, pp. 90-91.
13) V. Brancati, «Sebastiana», in «Il vecchio con gli stivali», a c. di L. Sciascia, Milano, Bompiani, 1987: «... Fra quattro piccole mura, Sebastiana era capace di rimaner seduta per ore e ore, emanando all'intorno la verità del suo cuore; umiltà, amore, dedizione, speranza, perdono si versavano piano èpiano da lei sugli oggetti che ingombravano il tavolo e la credenza... Felice del silenzio, beata di star ferma, rapita dall'essere dimenticata e trascurata, Sebastiana visse fino al nove settembre 1939, giorno in cui prese un febbrone al mattino e al tramonto morì. Fu sepolta nel piccolo cimitero di Castelmola. Ma ahimé! Non vi ho detto che questo cimitero sta quasi in bilico su una sporgenza della montagna e che le tombe han l'aria di far mille sforzi per non precipitare nel vuoto. Da questo luogo cominciarono le disgrazie di Sebastiana, se disgrazie si possono chiamare quelle di un povero corpo abbandonato così presto dall'anima... Una giornata di vento, il cimitero franò, e Sebastiana, precipitando per il pendio, prima dentro la cassa di noce, poi tutta sola, con l'abito bianco mangiato dal buio e dall'umido, andò a finire nel mezzo della piazza di Taormina... Sebastiana fu risepolta nel cimitero di Taormina, presso un sentiero non troppo numeroso, ma nemmeno silenzioso... Lo scoppio della guerra... La guerra s'avvicinò, s'avvicinò, finché un colpo di cannone svelse Sebastiana dalla terra e la precipitò sulla spiaggia presso la stazione...». Quindi Sebastiana è chiusa in una cassa di munizioni da un ufficiale folle, che nel viso dei lei vide i lineamenti della sua ragazza morta sotto i bombardamenti; quella cassa di munizioni con dentro Sebastiana finì in un capo di concentramento in Polonia. Era, conclude Brancati, «... come se il mondo feroce, a cui Sebastiana era sfuggita da viva... avutone fra le zampe il cadavere, non si stancasse mai di rotolarlo, di sbatterlo, d'intronarlo, cercando di sfogare il suo urlo rabbioso in quell'orecchio».
14) Dante, «Epistole», III, in «Tutte le opere», a. c. di Luigi Blasucci, Firenze, Sansoni, 1965, p. 322. Su Nèmesis cfr. anche «Enciclopedia dantesca», Lun-N, Treccani ( Milano, Mondadori, 2005), pp. 557-558. « Una giornata di vento, il cimitero franò». Persino la congiuntura atmosferica è stata ripresa da Brancati; infatti Dante scrive: «...Giunse quel mal voler che pur mal chiede/con lo 'ntelletto, e mosse il fummo e il vento...», («Purg.», V, 112-113).
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