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lughe_sarda
   
 
Creato da lughe_sarda il 03/12/2007

Il VENTO dell'OVEST

graffi blu su pagine bianche per fermare il vento...

NOTE NEL VENTO

       

Dedicato: ....
*Ludovico Einaudi*  - *Divenire*

  

 

©A SAX

©Corre la forbice...

corre la forbice
tra fili e colori
di seta, di cotone, di lana, di panno
lieve la mano piega, imbastisce, rifila, allunga, ferma
sfumature in balli imperfetti, in canti leggeri
un lungo telo di vita costruito tra mani tremanti
coraggio immutato, ombre negli occhi nel cuore impavido
sguardi fieri nel coraggio di viversi
una danza leggera tra pezzi mancanti,
vite stropicciate, accartocciate, strattonate
la danza della volontà di vincere sul male
la danza della vita
per fermare il Vento
Lughe1

 

QUESTO BLOG RIVENDICA IL DIRITTO ALLA LAICITÀ

 

NEI PASSI VICINI

ANIME AFFINI

il cielo
di rosso si tinge
nella sera che avanza
scie di fuoco
a ricordar emozioni
che nell'attimo
parole han regalato
parole
come note
di un pentagramma
a suonar melodia
di anime affini
©Lughe

Dew
Specchio
Morgan
Marion
Julieanne
Ladyjane
Electra

 

DONNE, SCONFINATE EMOZIONI DELL'ANIMA

..Voglio rimanere me stessa nella folle corsa dei miei giorni, pagine bianche da riempire a matita..
*R. Cosentino*
 

nature_4-1

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a la prochaine!
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"se ti emozioni con gli scritti che trovi nel web rendi onore a chi ti regala un pezzo d'anima.. Quando copi qualcosa cita sempre in calce l'autore"
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Cristina Khay*
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AREA PERSONALE

 

 

un minuto

Post n°474 pubblicato il 09 Febbraio 2010 da lughe_sarda
 

Dammi un minuto per guardare il cielo cambiare colore.
Un minuto per assaporare le sfumature che lievi si alternano rendendo il paesaggio così particolare e speciale.
Un minuto per sentire il suono lontano del sax, il canto lieve di quella poesia tanta amata.
Un minuto che sembra eterno nei ricordi che affiorano: credevo dimenticati.
Le dita scivolano al ritmo del piano in un crescendo di emozioni e sensazioni perdute o solo archiviate in cassetti troppo profondi da raggiungere.
Dammi un minuto e le parole continueranno a scivolare lievi nei suoni lontani che fan parte di noi.
Un minuto, solo un minuto..

 

Era Febbraio e come oggi un giorno particolarmente freddo-umido e, quell'umidità, penetrava nelle ossa senza che lana che copriva il corpo riuscisse a tenere lontano il gelo.
Il respiro caldo sembrava cristallizzarsi a contatto con l'aria gelida. Il freddo e la stanchezza rendevano il passo più lento di quanto fosse nell'intenzione.
Le notti erano lunghe ore senza sonno per quel pianto disperato che squarciava il silenzio della notte.
Così trascorrevamo la notte in poltrona avvolte in coperte che non riuscivano a placare il gelo che l'avvolgeva per quei mostri che disturbavano il suo sonno di bimba: non riusciva a spiegare a raccontare perchè erano dejavou di frammenti di ricordi in quel letto d'ospedale tra la vita e la morte.
Si accoccolava tra le mie braccia e stringeva forte, tra le sue piccole manine, il maglione o la felpa che indossavo per paura che se il sonno avesse vinto la sua volontà di star sveglia non potessi rimetterla nel suo lettino. Così notte, dopo notte.
Ero sfinita, i mesi passavano e il sonno cominciava ad essere un miraggio lontano che consumava lentamente entrambe e per quanto razionalmente sapevo che col tempo gli incubi causati dalla malattia sarebbero passati, le energie erano agli sgoccioli e i pericoli che questo comportava erano così tanti da terrorizzarmi.
Con questi pensieri molesti quella mattina nonostante il freddo, la stanchezza ci siamo vestite tra facce buffe, piccole storie e canzoncine per una passeggiata lenta verso quei giochi freddi in un paesaggio surreale e lunare.
Gli alberi del parco erano ancora spruzzati di brina come un quadro a gessetto su cartoncino nero e per un attimo tutto sembrò assurdo, complicato, difficile.
Mi sentivo inadeugata ad aiutare mia figlia a distruggere quei mostri che la tormentavano, che non capiva, e la mancanza di sonno non aiutava nè lei, nè me.

Il rumore di una macchina mi distrasse riportandomi alla realtà.
Eravate Voi e il silenzio si trasformò in caos con la bimba che rideva ed io che vi guardavo senza riuscire a dire nulla.
Quattro donne adulte con nasi da pagliaccio, cappelli buffi e parrucche improbabili che ballavano davanti al passeggino cantando filastrocche facendo facce buffe.
Ancora oggi non so come tornammo a casa, so solo che una volta entrate nel tepore della tana con autorità fui costretta ad andare a riposare mentre Voi prendevate possesso della casa dividendovi i compiti: chi giocava con la bimba, chi faceva da mangiare, chi stendeva il bucato rendendo quei lavori motivo di sorrisi e burle.
Ancora oggi se ci ripenso mi torna in mente l'ultimo suono che sentii prima di scivolare finalmente nel sonno ristoratore: le risa di mia figlia di poco più di un anno e il battito delle sue mani nel girotondo che le "zie" pagliaccio facevano con lei.



Dammi un minuto, solo un minuto e i pensieri diverranno parole nei tanti suoni che ci uniscono ovunque noi siamo.

Lughe1 

 
 
 

©post-me

Post n°473 pubblicato il 05 Febbraio 2010 da lughe_sarda
 
Foto di lughe_sarda

In tutte le difficoltà che si affrontano è il "post" la parte più difficile.
Post violenza, post operatorio.
Una parolina (post) piccola, piccola che racchiude un universo di sensazioni - delle più svariate - non sempre spiegabili.
Perchè la verità è questa, non tutto è spiegabile a parole. Come si può spiegare la sensazione di vuoto dentro o le conseguenze che il vuoto porta con se.
Un giorno sei una persona sana, energica e il giorno dopo sei una persona a rischio.
A rischio infarto, ictus, emorragia celebrale e la tua vita viene rivoltata come un calzino senza che tu possa fare nulla, se non accettare che è il male minore.
Tu non hai più voce in capitolo perchè le scelte non sono scelte. E' come percorre una strada di paese senza vie laterali.
Di fronte ad un cancro non recidivo che vuoi che sia cambiare completamente la tua vita non potendo più fare oltre la metà delle cose che facevi.
Certo è il minore dei mali e razionalmente è chiaro, ma in un percorso di recupero tutto questo va metabolizzato, sminuzzato e assimilato come nuova normalità e facile diventa un vocabolo sconosciuto.
Spiegare quelle mille sensazioni diventa quasi impossibile perchè chi ascolta per quanto sia sensibile e provi affetto, amore, non capisce.
Ecco perchè è importante farsi supportare dal medico che quel percorso di analisi e scelta l'ha fatto con te: la conoscenza della malattia e del post malattia è fondamentale per aiutare a superare la convalescenza con tutti i suoi alti e bassi.
Non è facile lo stesso, ma almeno chi ascolta può aiutare a vivere questa nuova normalità con serenità.
Lughe1

 
 
 

©solo parole..

Post n°472 pubblicato il 02 Febbraio 2010 da lughe_sarda
 
Foto di lughe_sarda

Come navi troppo grandi per solcare i fiumi, così le parole si incagliano tra i pensieri troppo complicati e difficili per diventare suoni.
Il senso si perde sbattendo contro il muro di silenzio che edulcora la realtà rendendola meno dura di quel che è.
Le dita scivolano sul foglio bianco pasticciando sfumature che forse diventaventeranno paesaggi naif o solo macchie colorate in questo cielo che trattiene la luce rendendo tutto stranamente diverso.
Le immagini scorrono come da un finestrino senza che nulla riesca a fermarle, senza che nulla riesca ad impressionarle nitidamente.
Solo scatti sfuocati tra parole che sanno di sale.
Continuare a volte sembra un inutile perdita di tempo..
Lughe1

 
 
 

©di me, di lei

Post n°471 pubblicato il 01 Febbraio 2010 da lughe_sarda
 
Foto di lughe_sarda

L'atrio in cui si affaccia la zona notte è illuminato solo dal riflesso del fuoco che arde e scoppietta nel camino antico finemente costruito. Un artista del mosaico più che un abile muratore.  Nell'intento, forse, non solo il calore soffuso, ma la sicurezza della solidità nel tempo. Eppure ai miei occhi sembrava un mostro pronto a divorarmi proprio di fronte all'ingresso dell'atrio.
La porta scorrevole, a quadri di vetro disegnato, amplifica il riflesso creando giochi di luce soffusa eppure ai miei occhi spaventosa.
Il pavimento è freddo sotto le dita dei piedi e si mischia col freddo che da giorni gela dall'interno, come se al posto del cuore ci fosse una grande ventola che soffia, soffia senza mai fermarsi e ghiaccia ogni cosa.
Lo sguardo vacuo cambia il colore degli occhi e le sensazioni ovattate dal gelo non permettono di distinguere il giorno dalla notte, l'odio dall'amore.
Giusto e sbagliato si confondono come fossero colori che insieme danno luce al disegno, in realtà, quel disegno è un insieme di strisce nere e grigie che offuscano la luce e avvolgono sempre più nel buio. 
Non ricordo molto altro di quel periodo se non la profonda sensazione di gelo che avvolgeva tutto, anche me. Quel gelo che è quasi riuscito a spegnere le luci per sempre. 

Non ci sono ricette miracolose che permettono di guardare alla realtà per ciò che è. Non bacchette magiche che con un tocco cancellano il dolore lacerante che ti porta via il respiro e ti porta via te, più di quanto non abbia già fatto il mostro.
C'è solo la consapevolezza che tutto quel male è dentro di te e che dovrai conviverci per il resto dei tuoi giorni prosciugando, a volte, l'energia per tenere a bada "l'odore", i rumori, che nella notte si trasformano in mostri a tre teste pronti a divorarti.

Non parlo mai di quel lungo periodo di recupero non per vergogna, semplicemente perché non ho molti ricordi vividi, solo sensazioni che non sempre si possono spiegare.
Era il periodo dell'autodistruzione inconsapevole e tutto era mirato ad annientare quel dolore insopportabile che non mi faceva vivere. E così mi uccidevo un pò per volta, un giorno dopo l'altro: il dolore però era sempre lì, forte e lacerante come il primo giorno.
Più ci provavo, più mi avvolgevo nel buio. Più mi avvolgevo nel buio e più il dolore mi lacerava.
Un vortice che mandava in frantumi qualunque cosa, ma non il dolore.
Cosa esattamente mi fece guardare, vedendolo finalmente, il riflesso di me in quello specchio ancora oggi me lo chiedo. Vedere chiaramente cosa ero diventata, ossa, capelli e occhi con abiti troppo grandi, fece scattare qualcosa.
Non fu facile, negarlo sarebbe sciocco e presuntuoso, ma sicuramente la consapevolezza di quanto era successo mi portò a decidere di combatterlo quel dolore, di superarlo, di prosciugarlo anche bagnandolo con tutte le lacrime che ero in grado di versare. 
Cinque lunghi anni di salite e cadute. Di rinunce e di riprese. Di terrore e di serenità. Di parole e di silenzi. 

Oggi è solo un ricordo, a tratti offuscato, ma le sensazioni quelle, se ci ripenso, sono ancora vive come fosse ieri.
E sono quelle che spesso mi fanno capire - vedere - quell'ombra lunga agli angoli degli occhi di altre donne.
Sono quelle che mi hanno fatto accettare la scelta di rinuncia di chi ho amato profondamente. E sono quelle che mi fanno capire che non sempre spiegarle, raccontarle fanno pacificare il cuore di chi queste sensazioni non le ha provate né, grazie al suo essere uomo, le proverà mai.

Ci sono "cose" che per quanto chi ci è di fronte sia sensibile, attento, rispettoso, non può capire. Perché una violenza sessuale non porta via solo un corpo: ti porta via te.
Destabilizza i rapporti, nega la fiducia. Ti porta via i profumi quelli lievi, e chiunque si avvicinerà avrà quell'odore.
Certo col tempo passa, ma certi odori ti resteranno impressi nell'anima così profondamente da impedire qualsiasi contatto, anche il più banale, con chi li "indossa".
Per quanto abbia provato a spiegare l'immaginazione non è in grado di avvicinarsi neanche lontanamente a quella che è la realtà del post violenza.
E questi sono solo una parte degli aspetti post trauma.
Come spiegare che il rapporto intimo sarà la faccia più nera di quella medaglia. Che pur amando ed essendo riamata da chi ti sta accarezzando ci vorranno anni prima di non riprovare quel terrore avvolgente e incontrollato. Che pur non sentendo dolore il tuo corpo lo sentirà bloccando ogni più piccolo respiro spaventando chi ti ama.

Sono dura lo so, ma questa è la realtà di chi subisce una violenza.
Si può superare, si può tornare a vivere, insieme a me molte donne possono testimoniarlo, ma non è facile e, seppur crudele, l'amore da solo non basta.
E' fondamentale, ma l'inizio per credere che quell'amore può aiutare a superare deve partire da dentro. La scintilla che ci fa rimanere in vita deve scattare dentro di noi altrimenti per quanto si faccia quel dolore prima o poi distruggerà tutto, fino a spegnere la luce, convinte sia la strada giusta.

A lei è successo questo e per quanto doloroso sia guardare la realtà, questo è.
Era già oltre il baratro e quando abbiamo afferrato la sua mano lei si è staccata.
Ha sbagliato? E' stata una vigliacca? Non ha avuto fiducia? Ha rinunciato alla vita e all'amore senza combattere?
Si, forse. Razionalmente è così, ma se ripenso a quelle sensazioni so che per lei era l'unica scelta possibile e per quanto possa ritenerlo sbagliato o ingiusto lei era l'unica al mondo che poteva decidere se o no sarebbe riuscita a vivere con quel dolore.

La violenza non è una favola a lieto fine, non sempre.
Per lei non lo è stata ed è per questo che parlare, raccontare, forse, aiuterà chi è vicino a quel baratro che tornare a vivere si può.
Non senza fatica, non senza dolore, ma si può.

Mi manca? Ogni ora di ogni giorno, per questo continuo anche quando mi sembra tutto inutile.

 Lughe1

 
 
 

©urla nel silenzio

Post n°470 pubblicato il 31 Gennaio 2010 da lughe_sarda
 
Foto di lughe_sarda

Ha senso? Non lo so.
Lascio che le parole scivolino tra i ricordi vicini e lontani per lenire la ferita che male farà sempre.
A volte sono sorrisi altre lacrime conficcate come spilli nelle carni che a tratti scuotono per il dolore e il sangue che piano scivola.
Son così certi ricordi brutali e sconvolgenti come film dell'orrore senza effetti scenici.
E le domande ripetute e senza risposta non sono limpida acqua di fonte ma poltiglia gelatinosa e putrida per la ricerca di un senso che senso non ha.
Ha senso, lo chiedo io.
Ha senso dopo tutto questo tempo continuare ad aprire ferite che lente come lumache ubriache si son rimarginate.
Ha senso continuare a chiedere senza guardare ai fatti, senza capire che l'amore non sempre basta. Non per tutte, non quando ti portano via anche l'ultimo alito di vita.
Ha senso?
No, non ne ha alcuno.
Quel vuoto per quante risposte io possa trovarti non sarà mai colmo e la ferita non potrà rimarginarsi  finchè non guardarei oltre il buio in cui ti sei avvolto e nel quale, a tratti, provi ad avvolgere anche noi.
Il vuoto che ha lasciato non sarà mai colmo, ma uccedersi lentamente bevendo quella poltiglia putrefatta non la riporterà da noi e ucciderà anche i ricordi meravigliosi dell'amore in cui ci ha avvolto.
Adesso sei solo sta a te decidere se afferrare le mani che da sempre sono tese.
Solo a te.

 Lughe1

 
 
 
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