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Un blog creato da DANIELE0802 il 21/08/2009

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La produzione dussekiana per tastiera - 2

Post n°12 pubblicato il 08 Dicembre 2009 da DANIELE0802
 

Ripartiamo proprio da Becker, e dai suoi due CD pubblicati dalla tedesca CPO.

Avevamo detto che la sua interpretazione è una delle migliori in circolazione, e non dicevamo, alla maniera del Commissario Montalbano, “minchiate”: Becker è un’interprete moderno, giovane (si fa per dire: ha la mia stessa età mia, 46 anni!), ma che al momento sa interpretare, sa abbandonarsi e farsi cullare e assieme cullare l’ascoltatore, sulle note della più celebrativa delle sonate di Dussek. Non cerca mai di autoreferenziarsi o di celebrare, e in questo sta la novità del suo modo di suonare Dussek; non cerca mai di imporlo, presentandolo come un novello Schubert; e non supera mai la soglia dell’abbandono romantico, chiudendolo in una sorta di gabbia dorata schumanniana, togliendolo al suo contesto temporale e relegandolo altrove. Per questo, piace; ed è una lettura fresca, ed un ascolto stimolante. Al pari dell’interpretazione della sonata in Si bemolle maggiore op.77, altrettanto stimolanti sono le tre sonate dell’op.9: molto meno pretenziose dell’op.77 che ha un sottotitolo quasi a dichiararne la natura didascalica e l’importanza cercata, le tre sonate in Si bemolle, Do maggiore e Re maggiore sono affini a quello stile di cui si fa portatrice “la scuola inglese”: J.Philipp E. Bach, J.C.Bach,  Haydn, Cramer, Clementi. In un certo senso, proprio nell’alteranza dei passaggi volutamente d’effetto e virtuosistici, richiamano certe sonate clementine.

Sono delle sonate però che per il tempo in cui furono presentate, si inquadrano nel soggiorno parigino, immediatamente pre-rivoluzionario (1789). Quello che colpisce nelle sonate di Dussek, ed è quasi la caratteristica costante, è la ieraticità dei suoi movimenti lenti: è come se descrivendo un momento di intimità, egli abbandonasse tutta la frivolezza e il clamore dei momenti estremi e si impegnasse in un qualcosa di estremamente serio:lo si vede chiaramente nel Laghetto con espressione della Sonata in Do maggiore. Lo si vedrà maggiormente espresso nell’inzio programmatico della sua sonata op.44 “The Farewell”: l’addio a Londra (a Clementi), quando dovette scappare, incalzato dalla bancarotta, dalla città londinese, per sottrarsi all’arresto per debiti.

The Farewell op.44 è una sonata anticipatrice: anticipa Les Adieux di Beethoven, che è pure nella stessa tonalità d’impianto cioè il Mi bemolle maggiore, soprattutto in certe soluzioni armoniche; del resto è cosa accertata come Dussek abbia influito su certe composizioni del primo e secondo Beethoven, per es. sulla Patetica. The Farewell comincia con un caratteristico “Introduzione.Grave”, soluzione che si individua in un gruppo di sonate preromantiche, di primissimo ottocento: ricordiamo assieme a questa sonata di Dussek, la Grande Sonata in Do min. op.25 di Woelfl, la cosiddetta “Sonata preceduta da Introduzione e Fuga”; la .. di Clementi: la.. di Cramer, e che si caratterizzano per la severità della forma. Sono quasi tutte sonate celebrative di qualcosa di mesto, di tragico, e come tale questo momento di dolore viene presentato subito.

Nel disco di Becker c’è anche la famosa “èlégie armonique” in Fa diesis minore op.61, che si dice avesse ispirato nelle sue arditissime soluzioni armoniche e nei suoi cromatismi, da Schumann a Liszt; e l’altrettanto celebre sonata op.64, di cui abbiamo parlato nella prima parte: la Sonata Plus Ultra che ha anche altro titolo e con questo viene qui presentata, “Le Retour a Paris”: si intende il ritorno a Parigi nel 1807, nella Parigi non più rivoluzionaria da cui era fuggito, ma nella Parigi napoleonica, al servizio del Principe di Talleyrand. Una sonata piena di verve. Becker le asseconda, e crea sul pianoforte una tavolozza sfaccettata di colori, reinterpreta sul pianoforte contemporaneo delle sonate inventate per dei fortepiani inglesi del tempo, ma lo fa senza mai abbandonarsi alla contemplazione romantica inappropriata qui.

Uno che invece si diverte e continua a suonare sui fortepiani è Malcolm Binns, che in un CD della Bridge, propone proprio la Sonata op.44 assieme a delle Variazioni sul Flauto Magico di Cramer, e alla Sonata in Mi bem. Magg. Hob/52 di Haydn: potremmo dire un programma da Scuola Inglese. E sicuramente Binns guarda in quella direzione, perché anche il fortepiano è una copia di un Longman & Clementi, di quel tempo (Clementi oltre che musicista era costruttore di fortepiani); e dimostra, nonostante l’età, che sia ancora un maestro nel definire l’era del post-classicismo londinese preromantico e pre-biedermeier.

Completamente dedicati alla Scuola Inglese sono anche 3 dischi dell’americana Arabesque, incisi da Ian Hobson: in essi trova spazio la Sonata op.44 di Dussek, assieme a lavori di Cramer, Moscheles, Clementi, J.C.Bach etc..  Dischi interessantissimi, diciamo subito: e splendidamente interpretati. Ian Hobson non è nuovo a esperimenti di questo tipo: sa suonare, non si perde in chiacchiere, è soprattutto efficacissimo nel repertorio brillante e virtuosistico di primo ottocento (lo testimoniano i CD per la statunitense Zephir in cui ha inciso l’integrale, una integrale vera dell’opera per pianoforte e orchestra di Moscheles). L’importanza di questi dischi sta soprattutto nel fatto che Hobson è riuscito a trovare dei pezzi assai difficili ad essere reperiti, perfetti per inquadrare quel particolare momento storico, di autori più ma anche meno conosciuti o anche assolutamente sconosciuti. Di Hobson parleremo quando tratteremo Hummel, perché ha anche inciso una tre dischi sempre della Arabesque dedicati al compositore maestro dedicatario delle ultime tre sonate di Schubert.

 

 
 
 

La Musica pianistica per tastiera di Dussek

Post n°11 pubblicato il 06 Novembre 2009 da DANIELE0802
 
Foto di DANIELE0802

LA PRODUZIONE DUSSEKIANA PER TASTIERA

(Breve analisi..si fa per dire)

Jan Ladislav Dussek è figura per certi versi importante della musica fine settecento-inizi ottocento.

Innanzitutto attraverso più stili :“rococo” - “classico”- “preromantico”. Non ho inserito il termine Musicista Biedermeier, al quale spesso viene associato, perché secondo me non è tale: il Biedermeier comincia musicalmente intorno al 1799-1800 e il suo carattere più peculiare è la scomparsa della cadenza nei concerti con pianoforte; storicamente comincia col Congresso di Vienna. Quindi, almeno musicalmente Dussek potrebbe starci, ma..non era personaggio da Biedermeier: come secondo me non sono assimilabili a quel termine, Cramer, Clementi, Woelfl.

Sentendo la sua musica e leggendo la sua vita si nota come egli fu ancora musicista di corte, mentre il musicista Biedermeier non lo era (Moscheles, Hummel, Ries, Czerny, Herz etc..), anzi..

E come tale profondi sono ancora gli influssi di stile classico.

Come disse giustamente Piero Rattalino, recensendo anni fa su “MUSICA” un volumetto di CD della Hunt credo, con interpretazioni di Dino CIANI (Kozeluh, Asioli, Hummel, Rossini), “per interpretare la musica Biedermeier, ci vogliono i fiocchi e i controfiocchi”. Giustissimo. La musica Biedermeier è musica di intrattenimento, quasi sempre virtuosistica, sfiziosa e brillante. E quindi ci vuole una tecnica pianistica atta a consegnarci questi gingilli; poi ci vuole anche un’operazione di testa: bisogna entrare nel brano e saperlo far cantare. Molti, quando interpretano musica del periodo Biedermeier, suonano come se fosse Schumann o Beethoven: rallentano i tempi, o rendono uniforme il tutto, spesso abbondano col pedale di risonanza, etc..

La musica Biedermeier è musica di agilità, più che di peso; è musica di salti, trilli e glissandi, terzine, scale più che di accordi; è musica che si eseguiva allora su fortepiani (Graf o Molitor) e non pianoforti dell’età lisztiana. Ed è musica soprattutto che, mancando di peso sonoro e spesso (ma non sempre) di peso spirituale, per essere valorizzata deve essere necessariamente elettricamente interpretata.

Di interpreti che lo sappiano fare non ce ne sono stati e non ce ne sono molti in giro. Dussek, pur non essendo compiutamente Biedermeier in senso stretto (è il compositore più vicino a Clementi che io abbia potuto riscontrare), vive però anche parte di quel tempo, e quindi risente anche delle stesse forzature.

Pochi coloro che l’hanno inciso, e ancora meno coloro che l’hanno compiutamente interpretato.

Innanzitutto, io direi che tra i contemporanei, il maggiore, colui che l’abbia valorizzato appieno, è stato anni fa il tedesco Andreas Staier. Stayer è pianista molto curioso, con una tecnica fluida e di prim’ordine, che si è indirizzato sulla riscoperta delle pagine di autori della fine del settecento inizi ottocento, eseguiti quasi sempre su strumenti originali del tempo, quindi fortepiani. Mi ricordo che ha inciso Boccherini anche, ma nel caso nostro specifico, incise anni fa per la Harmonia Mundi, 2 CD bellissimi con musiche di Dussek : uno comprendeva le tre sonate op.35 e l’op.31 n.2, l’altro la celeberrima sonata “Plus Ultra”, celeberrima ovviamente al tempo di Beethoven, anche per il confronto con un altro compositore in quei tempi molto apprezzato ed ora praticamente sconosciuto, ossia Joseph Woelfl, che aveva intitolato una sua sonata “Non plus ultra” volendo significare che non c’era nulla di più virtuosistico a quel tempo; Dussek rispose con la sua Plus Ultra che realmente la superava. Va detto che però Dussek non fu solo pianista, ma anche sensibile alle innovazioni strutturali dei nuovi pianoforti tanto da comporre opere per pianoforte tra cui concerti che rispondessero alle nuove sfide. Per me Stayer potrebbe benissimo uscire dal cappello una grande interpretazione della Sonata in Do minore di Woelfl, la celebre sonata che al primo tempo ha una Introduzione con Adagio e Fuga, tanto da essere stata appellata “Sonate précédée d’une Introduction & Fugue” op.25, che è sonata di quel tempo, e che al momento, a parte una incisione della ORION (Lp) di molti anni fa, è stata incisa che io sappia solo da Jon Nakamatsu, un gran bel pianista, virtuoso, vincitore di un “Van Cliburn”, ma anche fine interprete che ci ha consegnato finora le più belle interpretazioni di Woelfl (CD HARMONIA MUNDI : sonate opp.25 & 33/1-23).

Ritorniamo a parlare di Dussek, per dire che Stayer ne ha inciso un altro bellissimo, questa volta con la CAPRICCIO, un Cd di 14 anni fa, ma veramente notevole: coi concerti per pianoforte in Sol minore op. 49, in Si bem. Magg. op.22 e a completare il CD, il Tableau “Marie Antoinette” op.23.

Notevolissima secondo me l’interpretazione del concerto in sol minore, che è reso con una tecnica indiavolata ed una contabilità ad alti livelli (che io mi ricordi e che abbia sentito, i soli CD che potrei mettergli accanto, sarebbero quelli di Rudolf Serkin /G.Ormandy coi Concerti per pf. di Mendelssohn e il Capriccio Brillante, della CBS/SONY; e i 2 Concerti opp. 85& 89 con Steven Hough/B.Thompson della Chandos),sempre di musica del genere, si intende. Ovviamente mettendo da parte la lezione di Michael Ponti e Raymond Lewenthal, che tratterò in un domani.

Il Tableau Marie Antoinette, si spiega con il fatto che Dussek era uno dei musicisti della corte del Re di Francia, protetto da Maria Antonietta: con la Rivoluzione Francese, scappò dalla Francia e si rifugiò come molti altri esuli prima a Londra, e poi alla corte del Principe Luigi Ferdinando di Prussica che morì a Saafeld nel 1807, il suo ultimo grande protettore ed amico: fra l’altro il principe di Prussia era anche un finissimo compositore ben più che dilettante (e secondo alcuni di qualità espressive forse anche superiori a Dussek stesso, forse…), che ci ha lasciato veramente poco però: della sua produzione si fece interprete il Gobel Trio Berlin, per la Thorofon, dischi bellissimi, e interpretazioni all’altezza (Horst Gobel tra l’altro è pianista estremamente raffinato, grande beethoveniano): erano CD coi alcuni Trii, un Laghetto Varié un Notturno op.8, e mi ricordo anche un Rondò per pianoforte e orchestra (se non ricordo male).

Al di là di Staier, abbiamo le interpretazioni degli anni ’70 di Frederick Marvin, reincise su CD Dorian (di difficile reperimento credo ), ma provenienti da matrici Genesis se ricordo bene: Marvin fu lo ricopritore negli anni ’70 di Dussek. Erano gli anni, in cui erano pubblicati notevoli opere monografiche, e tra queste una su Dussek. Marvin si assunse l’onere di togliere la polvere di dosso dai suoi spartiti; ma, secondo me, era troppo americano per poter tentare un’operazione di questa portata: se si sentono i 3 CD pubblicati dalla Dorian, la sensazione è, che a parte una indiscutibile tecnica di base, essa fosse inappropriata per incidere Dussek: troppo concettualmente vicina al periodo romantico, stacchi di tempo troppo lunghi, riflessioni schumanniane più che dussekiane, forse anche pianoforti non adatti (forse senza forse secondo me): l’esempio più lampante è come interpreta la Sonata op.77 “L’Invocation”. Si capisce ciò che voglio dire solo se qualcuno ha a casa sua almeno l’incisione su vecchio LP Vox Turnabout di Rudolf Firkusny, straordinaria incisione, piena di contabilità, di fluidità digitale e melodica, di spigliata brillantezza.

Un’incisione straordinaria, io direi di riferimento.

Tra gli ultimi ad incidere Dussek, il raffronto con Marius Becker che incide per la CPO è interessante: Marius Becker è un interprete dell’ultima generazione che suona con scioltezza ed è pieno di idee: direi che attualmente è il miglior Dussek che si sente in giro. La sua interpretazione della sonata op.77 è magnifica!                             

                                                                                                            1 - continua

P.S.

Dino Ciani i fiocchi e i controfiocchi li aveva davvero!




 

 
 
 

SCHUBERT : Quartetti D. 703 - 804 - 810 - 887 + Quintetto D.956 - Quartetto Emerson (+ M.Rostropovich)

Post n°9 pubblicato il 23 Agosto 2009 da DANIELE0802
Foto di DANIELE0802

Il Cofanetto comprende 3 Cd con gli ultimi quartetti per archi di Schubert, eseguiti dal Quartetto Emerson. Diciamo subito che a me non è che siano proprio piaciute queste interpretazioni: gli stacchi sono troppo rapidi, manca la capacità di abbandonarsi e di saper cantare.

Per Schubert la melodia è tutto: è vero che ci sono sovente dei salti armonici sorprendenti, ma è anche vero che, leggendo gli spartiti, non è che ci sia abbondanza di note: Schubert a differenza di molti altri grandi compositori, costruiva grandi castelli sonori con poche note, sfruttando tutto ciò che la notazione e il suo spirito gli mettevano a disposizione. Se non ti sai abbandonare, non riesci a rendere Schubert al meglio. E l’Emerson non ci riesce: ha quasi fretta a eseguire il pezzo, come se non gli appartenesse, come se lo suonasse solo perché è diventato d’obbligo suonare Schubert, come prima lo era per Beethoven o Mozart o Haydn.

Rispetto ai quartetti, l’incisione del Quintetto in Do magg. è migliore: non tanto per un cambiamento nella maniera di avvicinarsi al lavoro, quanto, direi, per l’influenza del vecchio Rostropovich. Ne esce una registrazione tutto sommato piacevole, senza voli pindarici ma neanche cadute rovinose: è un’esecuzione onesta, che ha qualche momento di interesse nel primo tempo (soprattutto il secondo violino vi da il suo contributo).

Mi aspettavo di meglio: pazienza, sarà per la prossima volta: Vedrò di procurarmi il Quartetto di Rorem e vedremo: ho come la sensazione che questo Quartetto possa esprimersi in maniera migliore soprattutto nella musica del Novecento. Staremo a vedere.

3 cd DGG + Libretto in 4 lingue

 
 
 

INTEGRALE DEI QUARTETTI DI MENDELSSOHN: ARTIS QUARTETT VIENNE - 3 CD ACCORD

Post n°8 pubblicato il 23 Agosto 2009 da DANIELE0802
 
Foto di DANIELE0802

Sostanzialmente si tratta di una ottima incisione dell’opera quartettistica di Mendelssohn, un tantino sotto quella del Melos che secondo me rimane l’edizione di riferimento, ancor oggi: tanto più per una certa frettolosità nell’enunciazione e nella declamazione, che toglie qualcosa al risultato finale: vedasi per es. l’inizio e lo sviluppo del primo tempo, “Allegro assai”. Ma la chiave di volta è come sempre nell’Adagio: lì si vede lo spessore. E del resto essendo stato concepito da Mendelssohn, questo quartetto, come un Requiem per la sorella, ci si sarebbe aspettati una tensione ed un mesto compatimento maggiore, di quello che si ascolta qui: dei tempi più lenti avrebbero forse giovato maggiormente. Migliori risultati nei quartetti dell’op.12 e 13, creazioni di un autore ancora molto giovane, dove la freschezza delle idee si sposa ad una ricchezza timbrica e cromatica. Qui e anche sostanzialmente nei 3 quartetti dell’op.44, il quartetto si muove molto meglio.

3 cd Accord + Libretto in due lingue (francese e inglese)

 
 
 

MOZART : INTEGRALE DEI QUARTETTI PER ARCHI - Quartetto Italiano

Post n°6 pubblicato il 22 Agosto 2009 da DANIELE0802
 
Foto di DANIELE0802

Questo sì che è un cofanetto da acquistare al volo! Non so se in questa edizione, ma comunque da prendere, se vi capita: il Quartetto Italiano era un complesso formato da quattro persone con un affiatamento leggendario. E se ha acquisito un alone di vera e propria leggenda è anche per queste interpretazioni: la Philips, legandoseli con contratto esclusivo, dette origine ad un mito destinato a sopravvivere ancor oggi, che Borciani e Farulli non sono più tra noi. La loro capacità di suonare, facendo gruppo, di vivere assieme gli stessi impegni e le stesse partiture, consentiva loro, in virtù anche di una maestria altissima, di scavare le partiture, e di rilevare laddove gli altri restavano in superficie, le profondità. Un Mozart così, non era solo bella musica, era anche arricchimento, era una continua scoperta di perle nascoste. Va detto però che non tutto Mozart luccica di luce propria: i primi quartetti sono solo quasi un esercizio, diciamo un tentativo di fare propria la nuova forma del quartetto d’archi, imitando ma non riuscendoci pienamente Haydn: Mozart non riesce quasi mai, nei finali fugati, ad eguagliare Haydn. Per i quartetti del periodo 1785-1786, entriamo invece in una dimensione nuova: sono tutti grandi quartetti di dimensioni e qualità sorprendenti: è come dire che con essi Mozart fece il salto di qualità, e testimoniano il raggiungimento pieno e maturo della forma, e soprattutto il superamento dell’insegnamento haydniano. Soprattutto i due ultimi quartetti il KV 464 e 465 sono monumenti fondamentali della letteratura: essi influenzeranno pesantemente Beethoven, e soprattutto quello “Delle Dissonanze” influirà sui capolavori dell’ultimo periodo beethoveniano, a dimostrazione della grande modernità e dell’anticipazione di idee che non erano del suo tempo. Per non parlare poi degli ultimi 3 Quartetti, “I Quartetti Prussiani” KV 575, 589 e 590, veramente anticipatori di idee nuove.

Il Quartetto è magnifico, va detto subito: e lo è in un repertorio molto classico come questo, anche con la qualità dei suoi strumenti, superlativa.

Edizione con libretto solo in italiano + 8 CD : registrazioni dal 1966 al 1973.

 
 
 
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