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Marco Bazzato

Si è solo assenza di materia prima del rigetto della morte verso la vita, un nulla assente dall'universo, dove l'essenza stessa è permeta dalla madre morte che abortisce verso la vita

 

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Costa Concordia: Dominika Cemortan, l’eroina moldava che salva dei passeggeri


 

È stata vituperata e massacrata dai media italiani.  Dominika Cemortan, 25 anni, la giovane donna moldava dal passaporto rumeno, che parla quattro lingue, descritta come se fosse stata la grande prostituta di Babilonia, Messalina, o Salomè che chiede la testa di Giovanni Battista. Dove invece di farle un monumento viene attaccata.

 

 Ma quale sarebbe stata la sua colpa? Quella di essere ospite del capitano, non iscritta nelle liste passeggeri? Qui le versioni divergono, c’è chi dice no, c’è chi dice sì, ma se questa presenza a bordo avesse una rilevanza penale sarà la magistratura che dovrà appurarlo, compresa la responsabilità di chi l’ha presa a bordo, se fosse vero.

 

 Dominika Cemortan, è stata dipendete di Costa Crociere, e come tutti i dipendenti, era stata istruita su come comportarsi in caso “abbandono nave”, cosa che sembra aver svolto egregiamente. Ma questo non le viene riconosciuto, anzi? Tutti a guardare la pagliuzza nel suo occhio, quando tante travi sono negli occhi altrui, e visto quanto sta emergendo sembra trovarsi innanzi ad una foresta pluviale disboscata.

 

Le sue presunte colpe? Quella d’essere ospite del capitano, di sedere alla sua tavola alle 22.30, quando la frittata era fatta e la nave iniziava a inclinarsi, ma che responsabilità dirette o indirette aveva costei innanzi agli eventi accaduti?

 

 E poi, cosa peggiore: aver salvato degli ex sovietici, de cittadini della Federazione russa. Si è al paradosso. Una persona salva dei cittadini che parlano la sua lingua, e chi può dire se questi conoscessero l’inglese, l’italiano o le altre lingue internazionali usate per l’emergenza, e invece d’essere trattata come meriterebbe una donna che responsabilmente ha svolto una mansione, di cui non era obbligata, essendo il quel mentre una semplice passeggera, viene additata come colpevole non si capisce di cosa?

 

Se invece d’essere stata una moldava, descritta come lasciva dissoluta cosa che anche una minoranza di italiane potrebbero esserlo, ma se fosse stata un abitante del Bel Paese, si sarebbero sperticate lodi fino a trasformare il pianeta terra in una scatola quadrata, sventrando foreste per fare carta da giornale, sarebbero state riversate tonnellate di inchiostro – tossico – per descriver il coraggio e lo sprezzo del pericolo della prode italiana.  Se si fosse ancora nella Guerra Fredda si potrebbe parlare di propaganda ideologica, ante caduta del Muro di Berlino.

 

La ragazza moldava, piaccia o no, non era obbligata a salvare nessuno, tranne se stessa, visto che non sembra che su quasi 4.200 persone ci siano stati 4.200 eroi, anzi. Ognuno, e i video parlano chiaro, pensavano a salvare, come è giusto che sia, la propria vita e quella dei loro cari, mentre questa donna, che ha  salvato dei cittadini dell’ex Unione Sovietica, oggi Federazione Russa, viene vista dai media italiani di sghimbescio.

 

Si è detto che i russi sono stati i primi a scendere a terra, perchè salvati da questa donna. Dove sta il dramma? Dominika Cemortan non era obbligata a mettere in salvo prima vecchi, diversamente abili, donne e bambini, quell’onere spetta ai componenti dell’equipaggio, non a una passeggera. E la colpa dei russi salvati da una cittadina moldava che aveva due anni quando si è dissolta l’Unione Sovietica, sarebbe, a detta di tanti special giornalistici d’aver subito intentato causa alla compagnia armatrice, appena rientrati in patria. È colpa degli italiani se sono lenti a muoversi contro l’armatore o sono stati intelligenti i cittadini russi, rapidi nel depositarla? Cche tra l’altro stanno facendo anche gli americani, intentando una class action, affilando le armi legali.

 

È spiacevole dirlo, ma in questa tragica situazione sono usciti fuori – indirettamente – tutti i luoghi comuni italiani nei confronti delle donne dell’Est Europa, segno di un relativismo e un provincialismo culturale, difficile da cancellare, dove anche giornalisti e commentatori navigati hanno le loro colpe, spinti dall’emozione del narrare i fatti, lasciandosi andare a opinioni che non tengono conto dei molteplici fattori in gioco, e alimentano il pregiudizio, non corroborato sull’esatta interpretazione oggettiva degli eventi in questione.

 

Ai cittadini dell’Isola del Giglio è stata proposta una medaglia al valor civile per l’aiuto e il soccorso prestato ai naufraghi, mentre a una donna moldava che ha aiutato dei russi, si è commesso quasi un atto di sciacallaggio mediatico. Poi l’Italia non può lamentarsi se all’estero cresce lo stesso pregiudizio anti italiano, quando i media italiani fanno del loro meglio per alimentare quelli nei confronti di una cittadina di un Paese dell’Est, dimenticando quel passo dei Talmud che dice: chi salva una vita umana salva il mondo intero, basta che non sia una moldava, ospite del capitano, che salva dei cittadini russi.

 

Se ha commesso dei reati, dovrà risponderne alla giustizia, ma se all’interno di una situazione di emergenza ha salvato delle vite umane, indipendentemente dalla nazionalità, gliene deve essere dato merito, al pari di tutti gli altri, altrimenti anche questa potrebbe essere considerata una discriminazione e in un’Italia che ha la pretesa di dirsi civile davanti al mondo, questo non dovrebbe accadere.

 

Marco Bazzato

25.01.2012

http://marco-bazzato.blogspot.com/

 

 
 
 

Teobaldo Martinelli e l’aggressione violenta al figlio dell’avvocato

Post n°701 pubblicato il 24 Gennaio 2012 da marcobazzato
 

“Impresa famigliare”
Era il 1981 e nei jukebox andava quasi a rotta di collo la canzone “Santa Maria” degli Oliver Onions, lo stesso gruppo che nel 1976 aveva contribuito a sancire il successo dello sceneggiato televisivo “Sandokan”, tratto dal ciclo dei romanzi della Malesia del veronese, Emilio Salgari e a Secondo Martinelli, “Santa Maria” piaceva moltissimo. Tanto è che in quel pomeriggio d’autunno si era recato, come faceva spesso, nel patronato parrocchiale, l’ex asilo gestito da quelle maestre di pedagogia infantile che erano le “pinguine”. L’ex asilo era un monolite a due piani, con i soffitti altissimi e i pavimenti scricchiolanti, dove sui muri esterni della “Casa della Dottrina Cristiana”, edificato ai tempi della buonanima di Benito Mussolini e poi, con la caduta del fascismo, erano stati tolti i fasci littori dalle facciata anteriore, lasciandone le tracce, come una cicatrice mal nascosta dai muratori del secondo dopoguerra..
Secondo aveva in tasca 300 lire, per prendersi delle rotelle alla liquirizia Haribò  e giocare nei videogiochi, nella sala che quando c’era l’asilo era destinata alla ricreazione e dove c’era il bancone del bar, in passato destinata a sala da pranzo per i bambini, con i vecchi che giocavano a carte, fumavano e leggevano i tre quotidiani disponibili: quelli locali, il settimanale “Famiglia Cristiana, e il settimanale diocesano, altre letture erano bandite, come se esistesse ancora “l’indice delle letture proibite” del Sant’Uffizio.
Nella sala, oltre a quattro videogiochi ci stava anche un vecchio tavolo da ping pong, che pendeva da una parte, con le palline che anche se non volevano erano costrette a seguire gli ordini del piano inclinato. Anche a quel tempo le leggi della fisica non scherzavano.
Secondo era andato a prendersi dei “ciucetti” tra cui le rotelle Haribò, e prima di andare al videogioco che andava per la maggiore in quel periodo – di guerra, dove nei vari livelli, gli aerei dovevano distruggere le aeromobili nemiche,  e i mezzi, da livello a livello, diventavano più evoluti, dal biplano della prima guerra mondiale fino all’astronave che distruggeva la nave madre degli alieni – era passato al Juke box, aveva inserito la moneta e premuto le cifre della canzone scelta: “Santa Maria”, attendendo che il braccio meccanico, dopo che il rullo con i dischi aveva fatto il suo giro, andasse su quello selezionato, venisse prelevato e messo sul piatto, dove una volta che la puntina si fosse posizionata, e il piatto si fosse messo a girare alla velocità di 45 giri, la canzone iniziasse. Una volta iniziata la canzone, Secondo si era posizionato sul videogioco, aveva inserito la moneta, premuto il pulsante di inizio e messo la mano destra sulla piccola levetta, il Joystick, in quell’epoca primitiva dei videogiochi era ancora lontano da venire – almeno nei patronati parrocchiali –  e la sinistra sul pulsante spara missili. Era tranquillo e sereno. La canzone continuava ad andare, così come il primo schermo era stato fatto. Sorrideva. A pochi metri da lui un tizio che conosceva di vista, aveva circa sei anni più di lui, indossava un paio di jeans e un maglione bianco e aveva lo sguardo bovino, che non è mutato nel corso degli anni. Costui era il figlio di un avvocato assai temuto e omaggiato di salamelecchi, che guardava di sghimbescio gli abitanti del quartiere della città.
Poi, per una distrazione, il terzo aereo di Secondo venne distrutto, gioco finito e record  personale ancora distante. Nello stesso attimo che l’aero esplodeva, la canzone terminò. Nella sua innocenza di bambino indottrinato, Secondo era ben distate da aver la coscienza e la conoscenza delle bestemmie e dei bestemmiatori, esseri demoniaci che insultavano, come da tradizione regionale, Dio e le varie divinità. Sospirò: “Amen”. «Merda.» il massimo che a quel tempo si concedeva. Era un vero bambino modello, pio, rispettoso dei genitori e della famiglia, timorato da Dio, che anche se faceva qualche volta i capricci con i cibi che non gli piacevano, tutto sommato era abbastanza obbediente, come un buon cane ammaestrato, pensava Secondo una volta giunto all’età adulta, riguardando la sua infanzia.
Lasciò il videogioco, recandosi nuovamente al jukebox, inserendo una nova moneta e dopo aver selezionato la medesima canzone e atteso tutto il movimento del meccanismo e aspettata la partenza del disco, si recò verso il videogioco.  Ma non aveva fatto conto del bullo che gli stava alle spalle, il quale irritato forse per la canzone ripetuta o per altro, gli appioppò una sberla sulla testa e lo prese per il collo.
«La smetti con questa merda?»
Il bambino sbiancò. Si guardò attorno, ma come sarebbe accaduto in futuro, vide che come un branco di pecore, nessuno reagiva, tutti se ne stavano in un angolo come cani rognosi, senza  il coraggio di manco latrare . Secondo era scosso. Era la prima volta che veniva picchiato da un estraneo. Certo, qualche volta passava il “Vescovo”, ossia il genitore, ma un estraneo mai. Era sconvolto e scioccato, non sapeva ne cosa dire e né come reagire.
 «Lasciami andare…» riuscì a balbettare. «Lasciami.»
Lo sguardo bovino del gigante come se fosse tornato in se, lasciò la presa e disse: «Rimettila su un'altra volta e ti meno sul serio.» Il bambino annuì, con le lacrime agli occhi. Tremava tutto, era spaventato. Aveva paura. Prese la giacchettina, la indossò e corse fuori per prendere la bicicletta – pagata 50.000 lire pochi mesi prima, di seconda mano, da suo fratello Primo –  accostata al muro. Ci salì in groppa, come se avesse tra le gambe un cavallo e uscito sulla strada, di fronte alla piazza di ghiaia, si mise a pompare come un pazzo sui pedali, spingendoli su e giù come se le gambe fossero due stantuffi, spinti dal vapore di una caldaia. Arrivò a casa dopo pochi minuti, con ancora le lacrime agli occhi, sudato come un mantice e l’adrenalina alle stelle. Dopo aver aperto il cancello gettò la bicicletta dietro un pilastro dell’officina e facendo tre gradini alla volta, aprì porta, fece irruzione in casa, alzò la tapparella della cucina. Nessuno quella domenica era in casa. Dopo aver gettato la giacchetta su una sedia, uscì fuori come un indemoniato.  Prese un bastone e iniziò a saltare come una cavalletta a cui è stata versata sopra della benzina, che saltava sulle zampette, cercando di scrollarsi di dosso il liquido tossico sparsogli da un sadico sul corpo. Secondo sudava, gli malediceva il padre, la madre, le sorelle, i fratelli – peccato che fosse figlio unico – augurandogli mille morti atroci, mille sofferenze e patimenti, e i nervi lentamente iniziarono a rilassarsi. La paura e la rabbia si stava dissipando, lasciando spazio all’amarezza per l’umiliazione subita, dove nessuno era intervenuto per  richiamare quel ragazzotto, avente lo sguardo d’un bove ritardato.
Suo padre nel frattempo era tornato a casa, e vedendo dalla strada la tapparella alzata della cucina che dava sulla terrazza,, si impensierì. Quando raggiunse il figlio, questi stava ancora saltando da una parte e dall’altra come un capretto a cui si sono dimenticati di fargli un iniezione di calmanti, iniziò a chiedergli cosa fosse accaduto. Il ragazzino cercò di far cadere il discorso, anche se l’agitazione era ancora evidente: era tutto sudato, rosso in volto, con gli occhi come due capocchie di spilli e capelli biondi scompigliati. Alla fine cedette e raccontò l’accaduto, ma non disse il nome del bullo, visto che non lo sapeva.
«Andiamo in patronato e se è lì me lo indichi.» Mentre il piccolo stava riprendendo il suo colorito, quello del padre diventava sempre più rosso porpora, segno che il sangue stava iniziando, come un razzo, ad affluirgli alla testa, pronto a incornare chiunque come un Gallardo pronto a scendere nell’arena, inseguendo la muleta.
«Lascia stare, papà, non è successo nulla…» cercò di rabbonirlo, senza riuscirci. Il padre lo prese per un braccio, chiuse la porta e la tapparella, le due porte che davano dalla cucina verso la terrazza, quella di legno e quella d’alluminio, prodotta dall’Alfalum, gli intimò di prendesi il giubbino e seguirlo. Chiusero i due portoncini di casa, il primo in legno e il secondo in alluminio e scesero le ripide scale e salirono in auto.
I due giunsero davanti al patronato pochi minuti dopo. Il padre parcheggiò, e il figlio che anche mentre era in auto cercava di dirgli di lasciare stare; ma lui no, duro, testardo, arrabbiato, furioso. Aveva guidato con fatica avendo il braccio sinistro ingessato, in quanto la settimana precedente si era schiacciato il polso sui due stipiti dei portoni, mentre li chiudeva. Scesero dall’auto, il padre davanti e il figlio che lo seguiva a ruota. Aprì la porta di alluminio, che aveva uno dei vetri  crepato e tenuto su con lo sputo del nastro da pacchi. Con rabbia il padre entrò e  Secondo a ruota. Il bullo era ancor lì.
«Lo vedi? »
«Sì, è quello vicino alla finestra.»
Non se lo fece ripetere due volte. Lo aveva individuato. Non gli diede nemmeno il tempo di reagire. Gli si avventò contro come un Navvy Seals si scagliava contro quelli che venivano chiamati dagli americani “Charlie” i Viet Cong. Il bullo quando lo vide era  troppo tardi.
 Si trovò “appeso” contro la parete, quasi sollevato da terra di due centimetri, con il braccio ingessato che gli premeva il collo e la carotide, facendoli mancare il respiro.
«Fai un’altra volta una cosa del genere a mio figlio e ti ammazzo, ci siamo capiti? Te ne do così tante che ti cambio i connotati, per sempre!.»
Secondo era spaventato, cercava di dirgli di smetterla, di lasciarlo stare, che non era successo nulla; ma il padre niente, duro, con gli occhi rossi come se cento demoni gli stessero camminando nel cervello. Il bullo si era sgonfiato, tutta la boria era sparita. Aveva il terrore stampato nello sguardo. L’aria gli stava venendo meno, il volto si faceva sempre più arrossato, fino a passare quasi al pallido cadaverico.
«Ci siamo capiti?» gli ripetè il genitore.
L’ex bullo annuì, bucato come un palloncino delle sagre paesane. E i piedi toccarono nuovamente terra. Anche il padre sembrò sgonfiarsi, ma lui era facile all’ira e lento a farsela passare. I rancori e l’impossibilità di analizzare i suoi comportamenti e quelli altrui, dandone i giusti pesi e le giste misure era sempre stato uno dei suoi punti deboli.
Il Cerca e distruggi (Search and Destroy)  non è durato più di cinque secondi, dal momento dell’individuazione del soggetto, fino a quando questi è stato lasciato dalla presa che gli faceva mancare l’aria, per via della carotide premuta dal braccio ingessato. Cinque secondi di terrore visti da Secondo negli occhi del bullo, figlio dell’avvocato.
I due, padre e figlio, uscirono dal patronato, non prima che il padre gettasse un'altra occhiata torva e aggressiva all’indirizzo del “pupazzo che aveva sgonfiato.”
Secondo, seppur spaventato e scioccato, non tanto dal comportamento del bullo, ma dall’aggressività esagerata ed esagitata del padre, pensava, a quel tempo, che quello del genitore fosse un comportamento dettato dalla proiettività paterna, ma poi, leggendo glie venti con sguardo distaccato, più ampio, meno infantile e, comprese che per quell’uomo, suo padre, i figli non sono stati altro che per lui “oggetti” di sua proprietà, dove solo lui aveva il diritto indiscutibile di maltrattarli come e quando voleva, secondo il suo opinabilissimo metro di giudizio e giustizia, eternamente sbilanciato verso il proprio interesse, totalmente privo del senso di altruismo e di comprensione degli altri, come se l’empatia e la possibilità di capire e comprendere, fosse soffocata e come un bambino eternamente impaurito spandesse  il suo terrore e paura, desiderio di dominio,  tenendolo celato sotto una patina apparentemente bonaria e accondiscendente, ma pronto ad esplodere come una cluster bomb, anti uomo e antiumanità, che sparge i suoi frammenti, taglienti come lame metalliche, che gli fecero poi pronunciare le fatidiche frasi:  Quando sarò morto potrete pure scannarvi tra di voi.
E Secondo, rileggendo quell’evento con l’occhio e le parole che il padre gli disse nel settembre del 2011, continuava a chiedesi se avesse mai avuto uno spirito e un animo paterno nei confronti dei figli, o come disse sempre in quel fatidico settembre:: ho fatto solo i miei interessi!  segno che l’interesse per i figli è sempre stato uguale  a…, basta che gli fossero utili per i suoi scopi , ma lasciamo l’opinione e il giudizio agli altri.
Ma ci potrebbe essere anche una chiave psicologica e psichiatrica più profonda nell’aggressione al figlio dell’avvocato: ossia scaricare sul figlio la rabbia che Teobaldo Martinelli ha sempre avuto nei confronti delle persone laureate, perché le famiglie le hanno sostenute spingendoli a istruirsi, cosa che lui non ha mai fatto con i propri, e Terzo Martinelli lo sa bene. Tanto è che con la moglie di Secondo Martinelli la sua aggressività – solo verbale – per il semplice fatto che stava guidando, si è manifestata quando ha iniziato ad accusarla pesantemente per il fatto che lo sia, cosa che a Teobaldo Martinelli ha sempre roso, segno che il soggetto soffre di un tossico complesso di inferiorità e cerca di sopperire con aggressioni fisiche e verbali, perché l’intelletto, in certi frangenti, non lo supporta e sopporta..
Secondo vuole solo continuare a raccontare la storia della sua vita…
Dall’autobiografia inedita di Secondo Martinelli
I stesura
Marco Bazzato
23.01.2012

 
 
 

Schettino: “La Costa mi chiese l’inchino”

Ormai sembra una faida famigliare, dove l’esperto di schettinate, Francesco Schettino, il tanto vituperato comandate – codardo – della nave da crociera Costa Concordia, sembra che stia tirando in ballo i vertici della società armatrice, per la prassi concordata “dell’inchino”,  sia come veicolo pubblicitario, ma anche come una di sfida tra capitani, per dimostrare il loro coraggio, passando il più possibile a fil di scogli.  Se veramente le cose stessero così’, per anni i passeggeri,sarebbero state le involontarie cavie de duelli “al singolar naufragio schivato” tra i comandanti di questi “Centri commerciali e SPA galleggianti.”
Dal ritratto del capitano agli arresti domiciliari che fa dell’armatore, molti potrebbero pensare che le immense navi siano comandate da scapestrati, che come guappi adorano impennarsi con  una vecchia vespa elaborata per far colpo sulla giovenca di turno, condotta come una “vittima sacrificale” sul ponte di comando, per lustrare i turgidi ed eretti pennoni. E la presenza di passeggere o passeggiatrici, non registrate, ossia clandestine, sembrerebbe confermare le voci di mare che girano circa la lucidatura alle teste delle aste dei pennoni.
Ragionando più approfonditamente, allargando il raggio delle responsabilità, se fosse stata la prassi, viene da chiedersi dove stavano le Capitanerie di Porto che dovrebbero controllare il traffico marittimo? Perché o anche i loro radar e i sistemi di ricezione delle posizioni delle navi via gps erano spenti, come risulterebbe dai primi controlli sulla scatola nera recuperata , dove si dice che fosse rotta da quindi giorni, oppure vedevano i passaggi e tacevano, pregando Tritone che non scagliasse il tridente addosso a qualche imbarcazione di sciagurati, cosa che poi, tramite Schettino, ha fatto?
Gli esperti di mitologia dicono che Tritone in quel famoso venerdì 13 gennaio 2012 ne avesse ormai produttori di cellule geminali sfracellati e doloranti e per questo, sentito il parere di Giove Pluvio, abbia provveduto, nascondendo alla vista del capitano Schettino il famigerato scoglio.
Quelli che stanno godendo come mandrilli sono gli abitanti del Giglio, con il sold out assicurato per i prossimi mesi. Per loro questa è una manna, in quanto l’isola è satura di tecnici di ogni risma, giornalisti da ogni parte del mondo, senza contare i turisti amanti del sciacallaggio delle disgrazie,  che come un rigurgito proveniente dallo stomaco e che esce a getto dalla bocca, vengono espulsi dagli intestini  dei traghetti.
Quello che ci vorrebbe in questi giorni è una bella gita della Finanza, a caccia di evasori, casa per casa, hotel per hotel, bar per bar e vista l’esiguità dell’isolala cosa sarebbe facile, così come i conteggi degli ospiti negli hotel, che non potrebbero scappare, permettendo a Equitalia di sfregarsi le mani.
E anche se dovesse proprio andare male, ossia che il gasolio nei serbatoi del cadavere che giace di fianco, come una balena colpita dagli arpioni dei pescatori giapponesi per scopi scientifici, riversandosi in mare, e più di duemila tonnellate, gli abitanti del Giglio godrebbero, in quanto l’isola continuerebbe a essere pregna di volontari chiamati a raccattare la marea oleosa.
Insomma bambagia piovuta dal dio Schettino, sta muovendo un corposo giro d’affari: avvocati, soccorritori, turisti, curiosi, televisioni, parenti delle vittime che attendono notizie dei dispersi. Tutto è diventato un immenso Circo Barum, che sta gonfiando stomaci a dismisura degli abitanti dell’isola e dei partecipanti allo spolpamento a vari titolo del cadavere Concordia.
Ripensando alle crociere e a quanto sta emergendo circa l’ultimo viaggio della Concordia, non può far a meno che venire in mente la mitica Pacific Principess, del telefilm americano “The Love Boat”, dove i personaggi e gli ospiti erano dediti a storia d’amore, ufficiali e baristi compresi, ma che nelle scene non girate, si poteva intuire che alla fine la nave era un postribolo un lupanaro infestato di meretrici e maschi perennemente infoiati alla ricerca di sesso e lussuria, dove i telespettatori si chiedevano come i protagonisti non fossero morti nel corso degli anni per via dello scolo, gonorrea e malattie venere varie.
Marco Bazzato
22.01.2012

 
 
 

Solidarietà al “Movimento dei forconi?”

Post n°699 pubblicato il 22 Gennaio 2012 da marcobazzato
 

È risaputo, le grandi rivoluzioni partono sempre da piccoli atti, apparentemente isolati, in molti casi fomentati dall’estero. Si dice che la famosa primavera araba e l’assassinio a sangue freddo di Gheddafi sia stata una mossa studiata – ufficiosamente – fuori dai confini libici per evitare che i governi africani volessero una valuta loro per il pagamento delle materie prime – in altri come per autocombustione, alimentandosi del disagio e del malcontento crescente della popolazione, stremata da un regine politico,  clientelare vessatorio e corrotto, che riduce i cittadini, i lavoratori a servi della gleba – con il telefonino e il caso del “Movimento dei Forconi” siciliano, che sta paralizzando l’isola, sembra essere uno di questi.
 Ora bisogna capire da che parte stare.
 Perché è troppo facile, da distante, quando le cose accadono in altri Paesi, incitare moralmente la piazza sovrana, quando reclama libertà, pane, diritti, rispetto, meno clientelismo e corruzione, con ampi reportage dalle zone interessate, con i giornalisti uccisi dai cecchini, che non si sa da chi sono prezzolati.
 Mentre quando queste manifestazioni accadono in Italia, in Sicilia, la copertura dei mass media, specialmente dei Tg delle venti o dei programmi per casalinghe del pomeriggio, è ridotta a misere veline, lette con la velocità di un Freccia Rossa o di un TGV, per evitare che il popolo solidarizzi con i manifestanti, che subito vengono accusati d’avere infiltrati  mafiosi che li fomentano – ma se la cosa è risaputa, cosa aspettano,i marziani, per intervenire e arrestarli, in presunta flagranza di reato, ma quale?
Oppure certi “messaggi subliminali” sono fatti per gettare fango sulla protesta, in modo da dimostrare che è etero guidata dalla mafia? Messaggi trasversali televisivi?
Non ci sono rivoluzioni che avvengono senza vittime, è normale, accade in ogni parte del mondo. Non ci sono rivoluzioni che iniziano anche con scioperi ad oltranza, con magazzini, supermercati, farmacie e distributori di benzina rimasti a secco di carburante. È la prassi, piaccia o no.
Ma quello che secca alla politica e ai politicastri “benpensanti” che ora smarriti fingono indignazione è che il “Movimento dei forconi” sembra essere un trasversale, svincolato dai partiti – che sono tutti uguali, solo che hanno marchi, pardon bandiere, diverse, ma nella sostanza mirano all’accrescimento del loro potere personale nel territorio, e che votano sempre uniti quando si tratta di appiopparsi nuovi favoritismi di casta – che come una mandria di mustang imbizzarriti, cavalcano liberi per le praterie siciliane, vittime dell’abusivismo edilizio, delle infiltrazioni mafiose e delle regalie del nepotismo parentale. E un movimento che non può essere etero guidato da qualche frangia politica è un movimento scomodo, da sopprimere sul nascere, da dileggiare, come se loro fossero i responsabili e gli affamatori della Sicilia e del suo spolpamento economico dall’interno, non diverso da risucchio della pompa aspira fluidi che l’imbalsamatore utilizza sul corpo in terapia intensiva di un parente che va depredato senza ritegno.
E se questo movimento fosse la vera avanzata della società civile che tutti in Italia auspicano, perché delegittimarlo e condannarlo a priori? Solo per quattro scaffali vuoti, per tre blister di aspirina introvabili, perché al supermercato non si trova la frutta o la verdura proveniente dalle serre della Groenlandia o i limoni spagnoli? O perché i gestori, giustamente, come fa il governo e le compagnie petrolifere che alzano  il prezzo prima degli esodi vacanzieri, delle feste comandate? Ma se lo fanno i gestori – quando per legge il prezzo è libero e non più amministrato o sorvegliato,ecco che le ultime ruote del carro diventano dei vampiri, idrovore succhia denari, mentre Stato e compagnie petrolifere, che ognuno secondo i propri interessi dirigono il mercato, no?
Le rivoluzioni sono sempre iniziate dalla campagne, dai contadini: la rivoluzione francese, quella russa, la Grande Marcia di Mao, tutti nati da movimenti popolari di massa, stanchi di subire soprusi ed essere vessati..
Ora in piazza sono scesi anche gli studenti. Quando in medioriente scendono in piazza gli studenti a dar manforte al popolo, i media si sperticano in lodi: sono i giovani che avanzano, le nuove generazioni che vogliono il cambiamento e l’informazione di tutto il mondo è pronta a sostenere moralmente e non solo, la protesta, ma se la frittata si capovolge, se gli studenti scendono in piazza in Italia, in Sicilia, ecco che si trasformano, secondo la cosiddetta “opinione pubblica di regime” in pericolosi sovversivi, nemici del popolo. Evidentemente qualcosa non quadra.
Se i siciliani hanno deciso di scendere in piazza avranno le loro buone ragioni, segno che il bicchiere non solo è colmo, ma è stato riempito nel corso dei decenni di acqua avvelenata e che deve essere vomitata sulle strade, prima che intossichi completamente l’organismo, portandolo alla morte e alla conseguente putrefazione.
Chi ha ragione? Il popolo che protesta e ha il diritto d’essere ascoltato e non vessato e fatto passare per nemico ladro e brigante dei suoi stessi concittadini?Si sta assistendo ad una demonizzazione mediatica e ad un nascondere, il più possibile all’opinione pubblica, sotto lo zerbino del silenzio, il fuoco che cova sotto le ceneri e che rischia, premuto dalla spinta del desiderio di cambiamento, d’ incrementare la tensione. È il governo siciliano, il primo che dovrebbe spegnere i fuochi, visto che è il governo più mastodontico e dispersivo di risorse pubbliche d’Italia. Ma per certi soggetti sarà difficile rinunciare ai loro agi, alle loro auto blu, ai loro stipendi da favola e ai posti di lavoro giunti per raccomandazione, tagliandoli e riservando risorse e servizi ai cittadini. Più facile far passare le vittime – i cittadini del “Movimento dei Forconi” per i colpevoli e i carnefici dell’affossamento della regione, dell’aver messo in crisi il sistema economico e politico, piuttosto che andare alla radice: la mala politica – che ha creato l’humus fecondo e incendiario,come il metano di una caldaia difettosa che rischia di esplodere da un momento all’altro.
Sarebbe un meraviglioso sogno utopico se i “Davide” scesi in piazza riuscissero ad abbattere il “Golia” mastodontico che soffoca, non solo la Sicilia, ma nei modi diretti e  indiretti l’Italia intera.
E tutti leggendo al Bibbia, il primo libro di Samuele: Capitolo 1 17:1-58, i fedeli, prendono le parti e le difese di Davide, che sconfisse Goliath, il miglior combattente dei Filistei.
Si auspica che gli italiani, popolo di forte tradizione giudaico-cristiana non stia – perché condizionato – dalla parte dei Filistei.
Marco Bazzato
21.01.2012

 
 
 

Secondo Martinelli naufrago della Concordia – mentale

Post n°698 pubblicato il 22 Gennaio 2012 da marcobazzato
 

“Impresa familiare”
I caratteri, le parole, le frasi, i periodi, le pagine continuavano a susseguirsi senza soluzione di continuità.
Secondo Martinelli procedeva nella lettura. I cappelli scompigliati, la barba incolta, gli occhi stanchi, tutti questi elementi, forse, incidevano sulla sua capacità di giudizio. Eppure la storia era lì, davanti ai suoi occhi, tradotta nero su bianco, su svariate risme di fogli A4, ma nonostante tutto on riusciva a raccapezzarsi.
C’erano tanti punti di comunanza con il suo vissuto, ma anche molti che differivano come l’oceano dalla sua storia. Sapeva bene che la mente è come una puttana, compie associazioni di idee, cercando elementi accumunanti, scartando aprioristicamente quelli divergenti, come un ago che si insinua nella pelle, dentro una vena, iniettando del Pentotal, che schizzava a razzo su neuroni e sinapsi, con il cervello che si illuminava come un albero di natale, il giorno di ferragosto.
Non sapeva se quelle fossero le sue reali origini, o se il caso, un'altra volta gli si fosse messo di traverso, traviandolo nella ragione, eppure non riusciva a smettere di pensare. Tizio, Marcus, Caio e Sempronio Antonio Pecunia, sembravano orchi neri che emergevano come reminescenze da un passato sconosciuto e nemmeno mai immaginato. Era il suo passato? Il passato dei suoi avi, se mai quanto scritto nel carteggio fosse realmente esistito, più di mille e seicento anni fa? Troppo lontano era il trascorso temporale, perché si potesse ipotizzare la ricerca di riscontri oggettivi. Quel villaggio, che non era il paese dove era nato e cresciuto dai primi anni del 1970, eppure era come se una strana forza lo attirasse, come un demone che emerge dagli abissi e azzanna i testicoli, strappandoli e facendoti urlare per il dolore.
Non sapeva come comportarsi, oppure lo sapeva, ma non voleva procedere oltre. Era come se gli si fosse aperta una ferita mal suturata che emetteva pus che si attaccava, come una zecca, agli abiti, ai gangli del cervello, come un parassita assetato di sangue e ricordi, che gli cancellava il presente. Era come entrare all’interno di un pozzo senza fondo, dove i pensieri entravano savi e ne uscivano impazziti, sovrapponendo passato ipotetico e presente reale, come una carta carbone che imprime sui fogli un racconto scritto in sette copie, con i caratteri dell’ultima copia sbiaditi come i ricordi provenienti da un mondo morto, leggibili solo a  frammenti, come un puzzle dove sono andati perduti dei pezzi, rendendo quasi impossibile la comprensione del tutto.
Aveva paura di impazzire. Aveva paura che se fosse veramente un discendente della famiglia Pecunia, potesse serbare in se il germe della folli, della cattiveria fine a se stessa, nata dalla paura di perdere le presunte certezze e sicurezze, acquisite non a suon di sacrifici, ma di regali, regalie, intrallazzi e meschinità, lasciate cadere, pesanti come macigni, come briciole di pane, lungo una via costellata di rovi. Ma sapeva di non essere un Pecunia, era un Martinelli da innumerevoli generazioni, ma questo non gli infondeva sicurezza, anzi raccapriccio.
La mente vagava come il cadavere immobile come il Costa Concordia, arenatosi pochi giorni fa davanti all’isola del Giglio. Aveva paura che la mente potesse riversare nel mare magnum di una ragione offuscata dalla nebbia dell’irrazionalità, tonnellate e tonnellate di gasolio, contaminando il mare della razionalità, uccidendo ogni forma di vita e di pensiero che si annidavano negli strati coperti di sabbia, sotto la superficie, con i raggi del sole e dell’essere che non riuscivano più a superare lo strato di melma che come una pellicola tossica si era depositata sulla superficie.
Erano veramente quelle le sue origini?
Si sentiva come un naufrago aggrappato a uno scoglio, giunto nell’oscurità, a bordo di una scialuppa di salvataggio, mentre le onde d’acqua gelida inzuppavano sugli abiti e il cuore, sentendosi fortunato d’essere uno dei sopravvissuti. Vagava con lo sguardo nell’oscurità, udendo in lontananza le voci dei soccorritori infreddoliti dal gelo invernale e dall’umidità salmastra, cercavano i superstiti, che come zombi si aggiravano, come lui, spaesati e senza meta.
Secondo Martinelli – Marcus Antonio Pecunia; Primo Martinelli – Tizio Antonio Pecunia; Terzo Martinelli – Caio Antonio Pecunia; Quarto Martinelli – Sempronio Antonio Pecunia e sopra a tutti, sopra ai figli, il padre, il patriarca, il despota nel tempo : Teobaldo Martinelli – Antonio Aurelio Pecunia, erano un tutt’uno o solo un illusione? Loro nel passato erano loro nel presente, oppure loro nel passato erano solo loro nel passato, senza attinenza nel presente?
Il cervello di Secondo era in procinto di esplodere in mille pezzi, come un cocomero colpito da un cecchino, che usa proiettili a frammentazione, sparati da un M40.
Vedeva il cervello ridotto in poltiglia, spiaccicato sullo scoglio, che emergeva come un clitoride mostruoso dalla chiglia della nave dei pensieri da crociera, arenatesi per sempre, come un relitto da smontare pezzo per pezzo, per essere smaltito, con i cacciatori di tesori che si intrufolano nella notte, armati di mute, bombole e occhiali a infrarossi, alla ricerca delle casseforti e dei tesori ivi custoditi.
Cos’era la vita, la morte? Presunte rimembranze di altre vite che tornavano a reclamare giustizia? O solo un’illusione che si nutre di speranze, sogni e aspettative?
Tremava. Si sentiva come Fabrizio, il piccolo figlio di un servo, ucciso da Sempronio. Teneva gli occhi chiusi e il mondo conosciuto scomparve. None era più seduto sulla sua poltrona, davanti al computer. Non era più sullo scoglio, naufrago della Concordia – mentale, ma era in un altro luogo. Non lo conosceva, ma era come e con Fabrizio, prima che la vita li fosse tolta. Una lacrima scese sul volto, bagnandoli la guancia. Un brivido lo scosse, uno scoglio si parò innanzi a se, sentiva il clangore delle lamiere che si laceravano, l’acqua di mare che entrava, sommergendo persone e cose, affogando tutto e tutti.
 La morte.
Aprì gli occhi. La lacrima di Fabrizio era ancora lì, sul suo viso. La toccò con l’indice. Era salata come l’acqua salmastra. Nella mente l’eco di molte grida emergevano dai fluttui, dopo essersi lasciati cadere nell’oscurità, invocando aiuto e salvezza.
Dov’era?
Vicus Novus o a casa? Oppure Vicus Novus era la sua casa?
La lama si mosse ad arco e colpì il petto.  Il mondo si spense, accendendosi l’oscurità del flusso del tempo che riprendeva a scorrere in avanti, nel presente…
Sì, ma quale?
Dall’autobiografia inedita di Secondo Martinelli
I stesura.
Marco Bazzato
17.01.2012

 
 
 
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