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Parma e Peggy

Post n°14 pubblicato il 01 Maggio 2012 da marina3210

     Questa è la storia di un’amicizia, la migliore fra quelle che mi vengono in mente per ricordare un bell’esempio di amicizia.

     Vidi per la prima volta Parma nelle mani di un gruppo di ragazzini mentre cercavano di piazzarla ai passanti, nell’atrio della stazione di Parma.

     Sebbene il suo faccino fosse accattivante e decisamente carino, passai oltre senza indugi, pensando che Veronica, il cane di casa, non avesse mai visto un gatto e che la fine più probabile dello stesso non sarebbe stata molto diversa da quella (ingrata) di un peluche chi gli avevo regalato. Quando però ad uno dei teneri momentanei proprietari venne in mente di testare la resistenza a trazione della coda, svanì ogni mio dubbio: pochi minuti dopo la gattina viaggiava da clandestina tascabile in un convoglio di coda del “Regionale” delle 19.30.

     Con Veronica fu amore a prima vista, subito condito da abbracci ed effusioni variamente assortite che durarono finchè le crescenti dimensioni del cane lo permisero.

     Incontrai Peggy mentre vagava disperata nel parcheggio di un centro commerciale che, come capita frequentemente ad agosto, era quasi più frequentato da animali abbandonati che da vetture in sosta.

     L’avere avuto, di sicuro, fra i suoi antenati, un micio persiano, mi suggeriva il nome “Persia” ma a qualcuno in famiglia piaceva di più “Gigia”. Peggy mi sembrò un accettabile compromesso.

     Anche in questo caso fu amore istantaneo. Le due gattine, casualmente coetanee e da subito inseparabili, riempirono casa come non avrebbe, meglio, potuto fare nemmeno un uragano tropicale trovando l’uscio aperto.

     Raccontare un anno passato insieme, splendido e breve, tremendamente breve nei miei rimpianti, trasformerebbe questo post in un prolisso romanzo e non mi sembra il caso. Ma non potrei giustificare la premessa senza raccontarvi come, a breve distanza, si salvarono, a vicenda, la vita.

     Una sera, rientrando, vedo Parma distesa, apparentemente esanime, sulla strada davanti casa. Mi rincuorò il sentirla calda anche se immobile ed assente. Quella notte, e per la prima volta, Peggy andò a dormire nel cestino dell’amica e, mi commuovo mentre lo scrivo, dal giorno dopo iniziò in mille modi ed instancabilmente, a stimolarla (per trovare termini più appropriati dovrei consultare un’enciclopedia medica), fino a quando l’altra, lentamente, non ritornò alla completa normalità.

     Qualche settimana dopo, in giardino, occupandomi dell’orto, sento miagolare Parma, come mai fino ad allora, mentre, circostanza ancora più strana, sembrava indicarmi con lo sguardo un punto ben preciso del cortile del mio vicino ed accennare ad incamminarsi verso lo stesso punto, rallentando solo per aspettare me. La seguo. Vedo Peggy letteralmente “incollata” al pavimento dopo aver strisciato su una delle tavolette-trappola che l’ineffabile Carlo continuava a preparare per i suoi topolini.

     Quella sera l’orto ha dovuto fare a meno di me ma alla fine, grazie ad un bel po’ di olio d’oliva, solvente adatto per quella colla, e sempre sotto lo sguardo attento della gatta-sentinella, riuscii nell’impresa di liberare completamente la sua amica.

     Uno ad uno, mi veniva da pensare, fosse stato un incontro di calcio.

     Quando Peggy morì pochi mesi dopo sotto le anonime ruote dello Schumacher di turno, Parma, per giorni e giorni, continuò a cercarla nei posti consueti, miagolando alla luna come mai fino a quel momento.

     Purtroppo nemmeno la sua vita fu lunga. Poche settimane dopo, vittima delle frustrazioni di qualche cacciatore impotente e dell’ignoranza di un veterinario, ci lasciò anche lei.

     Dopo di loro arrivò Antonietta, poi Vito (trovato in un cimitero, come altro avrei dovuto chiamarlo?), Bianca, gattina completamente nera, ed infine i 17 meravigliosi anni con il vecchio But.

     Tante storie belle, fra mascalzonate che solo da un gatto potresti aspettarti e insospettabili momenti di tenerezza. Mai però nulla che potesse, solo lontanamente, ricordare un’amicizia da additare ad esempio anche al genere a cui apparteniamo, qualora un giorno decidessimo di scendere dal pulpito che abbiamo costruito per salirci sopra e sentirci alti, come da sempre usano fare i nani.

 

 
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quello che resta

Post n°13 pubblicato il 16 Aprile 2012 da marina3210

Ci sono nella nostra esistenza migliaia di incontri, il più delle volte inconsistenti quanto un alito di brezza.

Conosci persone con le quali condividi anni di quotidianità senza che lascino alcuna traccia nel tuo essere.

Ti imbatti, prima o poi, nelle tempeste di un rapporto tormentato che nulla lascia come prima ma che per esistere deve continuamente nutrirsi di qualcosa, piantare solide radici nella tua anima, frugare fra gli ormoni, annullare orgoglio e ragione.

Ascolti, anche per interi lustri, cattedratici pedissequi ripetitori di trite e ritrite teorie, aspettando ansiosamente il giorno dell’esame per un saluto che suoni diverso da un arrivederci.

Arriva, infine, il giorno in cui invece ti chiedi chi sei, come sei giunto ad esserlo, chi devi, nel bene o nel male, ringraziare.

Passare buona parte della giornata guidando, sollecita facilmente elenchi e riflessioni. Eccola la mia personalissima lista, partorita fra un casello e l’altro di un’autostrada che ormai di me conosce ogni sentire, più di quanto io ne conosca stazioni di servizio e svincoli. L’ordine è assolutamente casuale; son ricordi che fermo sul foglio così come vengono, consapevole che magari domani la classifica sarà già diversa.

 

Avevo tredici anni o poco meno e un’educazione a senso unico (cattolica e moralistica con muse ispiratrici quali Raiuno, Festival di Sanremo e biblioteca selezionata da mamma-maestra). Un pomeriggio qualsiasi di un giorno che vorrei tanto segnalare ai futuri biografi, mi imbatto in un programma di quelle che, allora, erano note come “radio libere”. Lui, e chi può dimenticarlo, si chiamava Onofrio; il suo programma, titolo scopiazzato da una vecchia trasmissione della RAI, “L’Altro Suono”.

Francesco Guccini, Fabrizio De Andrè, Claudio Lolli, Roberto Vecchioni…

Un ciclone di emozioni e di riflessioni spalancava una finestra chiusa al mondo. Credo davvero di aver incrociato per la prima volta arte e poesia e di non essermene più staccata. Ma, ed è ciò che più conta, volgevo lo sguardo verso mondi che non mi appartenevano: quello del disagio sociale, degli Ultimi (negli splendidi ritratti di Fabrizio de Andrè), della inconcludenza di un certo tipo di vita (l’angoscia metropolitana di Claudio Lolli), dei luoghi comuni sputtanati e derisi dalla colta ironia del grande Guccini. (Ahimè, sapessi linkare…).

Credo di poter attribuire ad Onofrio qualche insufficienza scolastica ma anche innumerevoli meriti in quella che una volta usavano chiamare “formazione”.

Ovviamente non mi leggerà mai; questo abbraccio resterà tanto caldo quanto virtuale.

 

Rosetta Moncada era una prof. vecchio stampo (un giorno spiegava, il successivo interrogava …) ma preparata come poche. Un dì ci “consigliò” un libro.

Per qualche genitore eravamo troppo piccole per il “Mastro don Gesualdo” e in effetti le prime pagine scorrevano lente. Poco dopo però la storia ti conquistava e la scrittura del Verga ti faceva capire che un romanzo non è solo quel castigo divino che ti tocca riassumere per evitare un brutto voto ma un sottile e irrinunciabile piacere. Ti accompagnava in un mondo di inganni ed ingratitudini variamente assortite che non conoscevi e avresti volentieri tenuto fuori l’uscio ma che, una volta note, potevi ragionevolmente contrastare.

 

C’è una bambina nel mio cuore, un piccolo gigante che non potrò più vedere se non in fortuiti incontri stradali, complice un semaforo troppo spesso spietatamente verde.

Non gioverebbe cambiar casa evitando i percorsi comuni. Come fai a dimenticare chi ti ha insegnato a voler bene senza che ce ne sia un motivo preciso, un obbligo parentale o il traino potente di un istinto primordiale ma umanissimo quale quello sessuale?

L’amore per un bimbo non può camuffarsi con nient’altro, nascondersi dietro l’attrazione, nutrirsi di convenienza. Quando c’è, c’è!

Quando non puoi più disporne, recuperarlo, perché altri hanno deciso così, il vuoto è indescrivibile, il dolore impareggiabile. Resta la felicità però di averlo conosciuto questo sentimento, di aver capito che in ognuno, magari ben nascosto, esiste anche questo genere d’amore, poco cantato ma che ti eleva senza limiti.

 

Il mio gattone grigio vive i suoi ultimi giorni. Non credo che nessuna persona a me vicina abbia mai mostrato in pari quantità e contemporaneamente, nella sua lunga vita e nel momento del dolore, orgoglio, dignità, affetto, solidità, personalità… Mi manca già; è un ricordo indimenticabile anche mentre abbasso lo sguardo dalla tastiera vedendolo ancora dormire, nella sua cesta ai miei piedi, il sonno di chi ha già dato.

 

Zio Alfredo, quando si ripassava insieme la lista delle parolacce da non dire, o perlomeno mai a scuola, non mancava di aggiungere che anche “non ci riesco” è una parolaccia… “tu puoi riuscire a fare tutto piccolina bella…”.

Beh, il pulpito era autorevole considerando che era ritornato a piedi dalla Russia, sfidando pallottole e ghiaccio.

Quante volte mi ha aiutato quella frase, quante volte ha evitato che consegnassi un compito universitario in bianco o che rinunciassi a priori a conoscere chi mi piaceva.

Della Russia mi parlò solo una volta, non amava compiacersene; l’altra cosa che mi resta di lui è proprio questa: il valore di un’impresa non dipende dai fiumi di parole che dopo la accompagnano.

 

Le svolte importanti, non sempre dipendono da un bel gesto o da un saggio esempio.

Un giorno vengono a trovarmi in ufficio due utenti: un padre con un ragazzo disabile. Il padre, ad alta voce ed incurante della circostanza che anche il figlio ascoltasse, mi implora: “la scongiuro, mi aiuti, sono stanco di portarmelo in giro”. Lessi nel volto, perfettamente consapevole, del ragazzo tutta l’umiliazione che può provare un essere umano retrocesso, suo malgrado, al ruolo di pacco postale.

Quel giorno e per sempre capii quale parte del mio lavoro avrei privilegiato, almeno fino a quando burocrazia ed ignoranza di capi e capetti me lo consentiranno.

 

Non amavo internet e alimentavo la mia diffidenza verso chat, blog e compagnia bella, citando tristi storie originate dalla rete o il pericoloso populismo senza filtri di un Beppe Grillo.

Non so seguendo quale traccia, in una notte di noiosa insonnia, mi imbatto in un blog gestito da due ragazze, Sara ed Erba.

Mille film hanno raccontato di un colpo di fulmine; il mio fu da manuale. Un nuovo linguaggio, una scrittura ironica e dissacrante qualunque fosse l’argomento, una impalcatura intelligente, retta da due gambe efficacissime in quanto diverse e perfettamente incastrate fra di loro. Altrettanto validi molti dei commentatori, con buona pace di chi, e continuo a cospargermi il capo di cenere, pensava che la rete fosse frequentata solo da perditempo sgrammaticati.

Poi un romanzo, “Smetto Domani”, letto mentre il mio personale dolore toccava l’apice e quello della protagonista si arrampicava su sentieri diversi dal mio ma visibili ed a tratti convergenti.

“Dicono che tutto ciò che stiamo cercando, sta cercando anche noi e che se rimaniamo quieti ci troverà”.

Grazie Sara.

 

E grazie Onofrio, Rosetta, But, Corina, Alfredo… piccoli, grandi incroci della vita che riconosci solo quando, finita l’illusione di essere tu a condurre il battello, ti accontenti di aver avuto degli splendidi compagni di viaggio.  

 

 

 
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eccomi

Post n°12 pubblicato il 15 Aprile 2012 da marina3210

Eccomi e, come si suol dire, dove eravamo rimasti?

 

Agli auguri per il nuovo anno, se vista e memoria non mi ingannano.

 

Perché ad un certo punto si smetta di scrivere, è difficilmente spiegabile, quasi quanto capire perché un bel giorno, pur potendo scegliere fra centinaia di ottime letture, si decida di invertire i ruoli e creare un blog.

 

Voglia di esserci, naturalmente. Sognare ad occhi aperti di poter influenzare millesimi di quella che una volta si chiamava “opinione pubblica”. Meditare sulla primavera araba, impossibile anche soltanto da immaginare senza il determinante contributo del web; ricordare, non senza riderne fra te e te, che ogni valanga nasce pallina.

 

“Esserci” scrivendo è comunque un modo diverso da tutti gli altri possibili sin da quando, volenti o nolenti, ci spadellano sul comune pianeta e ti trovi a condividerlo con compagnie che, potendo, avresti accuratamente evitato.

 

Poi un bel giorno ti chiedi, dopo aver finalmente deciso il perché, anche “per chi” scrivi… Per te stesso, probabilmente, per capirti meglio usando il pretesto di raccontarti ad altri. Ma è anche ben evidente che comunque “gli altri” devono esserci, pochi o molti non conta, acculturati o sgrammaticati ancor meno, ma quantomeno attenti, questo si.

 

Mi piaceva scrivere, adoravo rispondere ai commenti. Uno l’aspettavo più degli altri…

 

Rieccomi allora, la voglia di raccontarmi è tornata, un po’ di tempo vedrò di recuperarlo qua e là.

 

Tre mesi e mezzo da commentare non sono pochi, un post non basterebbe, mi dispiace per voi, eccone tre…

 

 
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buon anno, buon anno...

Post n°11 pubblicato il 01 Gennaio 2012 da marina3210

Buon anno, buon anno …

     Gli auguri, ineluttabilmente, non si negano mai a nessuno. All’amico di sempre che del nostro sentire non avrebbe alcun dubbio, come al distratto conoscente a cui non avremmo mai pensato senza quel fortuito incontro. Auguri sinceri o ipocriti, spontanei o studiati, scontati o intelligenti, abbondanti e a buon mercato. Politicamente corretti e stucchevoli come poche altre cose al mondo ma inevitabili come le code a ferragosto e il ciondolo portachiavi nell’uovo di pasqua.

     Inevitabili dicevo e allora eccomi qua, da buona padrona di casa, a salutarvi insieme a questo 2011 che avrà avuto tutti i difetti salvo quello di dividere gli osservatori: credo davvero che saranno in pochi a rimpiangerlo.

     Buon anno allora a chi invece ne conserverà un buon ricordo, magari lieto di non essere finito nella rete di Monti, degno esemplare di quegli eletti che, “si, dovrebbero anche pagare ma, sapete, è difficile scovarli e poi noi dobbiamo fare in fretta …”.

     Buon anno a chi, al contrario, non ha mai problemi a farsi trovare, in un’aula dove, da precario ventennale, doma 35 bimbi di 7 diverse nazionalità, o in una fabbrica pronta per l’ennesima chiusura, mentre trema pensando al dopo.

     Buon anno a Lavitola e compagnia bella; difficilmente avranno bisogno di una mano dal fato: si aiutano benissimo da soli. Inutile anche augurare loro un buon tempo: magari quelle latitudini le avranno scelte pensando proprio ad un’estate senza sorprese climatiche, e noi tutti a malignare... Non cambieremo mai!

     Buon anno al mio gattone grigio, ed ho il terrore sia l’ultimo; agli animali di nessuno, agli alberi che sacrificheranno per un nuovo centro commerciale, a chi li cura regalandocene i doni, a chi non ci sta quando si adopera la natura come vacca da mungere.

     Buon anno agli amori di ieri, alle storie di domani, alla bimba che non c’è più e che proprio per questo c’è, prepotentemente, indelebilmente.

     Buon anno a chi legge, naturalmente, affettuosamente. Se è proprio vero che alla fine si scrive più che altro per se stessi, per capirsi mentre ci si racconta agli altri, è altrettanto vero che senza un pubblico sia pur sparuto, sarebbe facile scivolare nel ridicolo del parlar da soli.    

     Buon anno a chi, e qua la gratitudine non può più essere taciuta, gratifica le mie smanie con commenti spesso da incorniciare; a voi amici costantemente pochi ma buoni, ostinatamente “sul pezzo” mentre le mie ansie, immemori di un’antica coerenza definitivamente smarrita, mi strattonano fra personalissimi ricordi e pubbliche antipatie.

     Auguri, grazie di cuore e… a voi la penna. 

 

 

 

 
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Quando non sai

Post n°10 pubblicato il 19 Dicembre 2011 da marina3210

    Quando non sai perché sia utile svegliarsi, vestirsi, infilare una porta ed avviare i motori; quando non sai se dietro questa quotidianità ci sia una logica qualsiasi o solo la spinta inerziale di Qualcuno…

 

    Quando non hai deciso perché non riesci a decidere, quando non comprendi perché il tempo scorra senza rallentare per attenderti, per rispettare i tuoi tempi…

 

    Quando le giornate trascorrono aspettando che sul cellulare compaia il numero che vorresti comparisse mentre la tua rubrica contiene già il numero che dovresti, senza indugi, comporre ma qualcosa ti trattiene, e non sai cosa…

 

    Quando la razionalità combatte con la fantasia ed è ancora imprevedibile il risultato finale di questa partita; quando la partita, ancorché avvincente, è dura e fallosa e il dolore ti impedisce non solo di ragionare ma anche di sognare…

 

    Quando la notte assume i colori dei farmaci che dovrebbero aiutarti e che invece sempre più ti spingono nella perversa spirale che ti accompagna verso una nuova giornata di dubbi, di domande senza risposta perché l’unica che ti viene in mente è scontata, sin troppo per essere quella giusta…

 

    Quando vorresti che fosse l’altra persona a compiere, al tuo posto, quel passo che è breve, tanto breve, così fastidiosamente breve a patto che non sia tu a doverlo fare; quando non ti spieghi cosa manchi alle tue parole per completare quel ponte che unisca le rive…

 

    Quando ad un semplice blog chiedi quello che ad un amico in carne ed ossa non riusciresti perché pudore e influenze ti condizionano da sempre ma solo ora, quando la ferita è aperta, te ne accorgi; quando vorresti dimenticare di essere la figlia ben educata della maestra del paese e vorresti solo lasciarti andare, andare…

 

    Quando star male può essere l’anticamera della felicità o il prologo del libro dei rimpianti, puoi solo scrivere e sperare, sperare e scrivere.

 

    Scrivere sperando che raccontarti agli altri aiuti a chiarirti con te stessa; scrivere sperando che qualcuno legga e capisca…

 

 
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Lo stalliere del re.

Post n°9 pubblicato il 21 Novembre 2011 da marina3210

“Lo stalliere del re deve conoscere i ladri di cavalli”.

 

Lo diceva l’Avvocato Agnelli, uno che di potere se ne intendeva, per giustificare talune sue scelte in ambito sportivo.

 

Il Cavaliere, che notoriamente le cose ama farle per bene, per la sua reggia di Arcore ne scelse uno pescandolo direttamente dall’albo professionale degli addetti.

 

Che strano, da qualche giorno questa frase mi ritorna prepotentemente in mente… c’entrerà per caso qualcosa la composizione del nuovo governo, così zeppa di banchieri?

Oddio, che malpensante sono…

 

 
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una vita in tre canzoni

Post n°8 pubblicato il 09 Novembre 2011 da marina3210

A volte, per i motivi più strani, ci si ferma un attimo a ripensare alla propria vita, a ripercorrerne a ritroso le tappe salienti con il rischio, non remoto, di arrivare a bilanci prematuri e conclusioni non indolori.

Raccontarsi non è mai semplice; meno ancora lo è se non ci si conosce personalmente, proprio come con voi, mia sparuta compagine di amici lettori.

Forse, in questi casi, per brevità e per lasciarne il compito ad altre ben più brillanti penne, ci  può aiutare una colonna sonora: scagli la prima pietra chi non ha mai associato un periodo della propria esistenza ad una canzonetta…

 

A sedici anni la mie giornate scorrevano gradevolmente fra chiacchiere, feste ed una scuola che amavo, ricambiata da buoni voti e qualche riconoscimento. La mia famiglia, genere “Mulino Bianco” per capirci, mi coccolava e proteggeva. Nessuna preoccupazione per il futuro: la disoccupazione dalle nostre parti latitava (altri tempi, altri governi…), la mia tenacia avrebbe fatto il resto.

Ed io? A me il paesino stava terribilmente stretto, i successi scolastici erano la trascurabile normalità e avrei svuotato armadi e cassetti per un bacio, per un amore, per qualcuno che semplicemente mi dicesse: andiamo…

Chiedendo aiuto a Guccini, “Autogrill” sembra scritta per me, se non nella storia, almeno per le sensazioni del protagonista.

 

A trenta avevo un lavoro fisso, uno di quelli che fanno impazzire di gioia le mamme di sempre, un amore distratto e un capo burbero ed accentratore.

Al capo non piacevano le mie gonne, le mie idee, soprattutto il fatto che amassi “allargarmi” con iniziative personali.

Un giorno capii che, perchè le apprezzasse, bastava semplicemente fargli intendere che quelle idee erano le sue e che comunque restava il regista di tutto; di fatto dirigevo l’ufficio lasciandogli credere che era lui a farlo.

L’amore distratto volava via senza particolari rimpianti, mi tuffavo nelle mie attività di volontariato, frequentavo la sede di un partito.

In chi mi immedesimavo? Probabilmente nel “Cirano” gucciniano.

 

Il vecchio capo adorava rispondere “no”; a prescindere.

Un giorno ne dice uno di troppo, a qualcuno che dai banchi di Montecitorio promette ritorsioni.

Avete mai visto un politico mantenere promesse? Beh, io si, almeno in questo caso.

 

Il nuovo capo ama le mie gonne e dire “si”; a prescindere.

E’ giovane ed elegante anche se di tanto in tanto, piccola comprensibilissima eccezione, è stato visto con qualcosa di verde addosso…

Il nuovo capo non ama le mie idee, i miei centimetri ben superiori ai suoi, il tempo dedicato ad una categoria (disabili motori) che va a votare, ma, alla fine, quanti vuoi che siano? Il suo tempo è ormai tutto per altre e ben più solvibili categorie, più o meno i suoi “grandi elettori”.

Da qualche settimana la mia stanza è desolatamente vuota, le mie competenze si assottigliano sempre di più, le pratiche vengono deviate verso altri porti ritenuti più sicuri. Anni di lavoro mi guardano da scaffali inutilmente stracolmi; solo il telefono trasforma in voci solidarietà tanto gradite quanto improduttive.

 

In televisione trasmettono le immagini di un altro capo mentre annota su un foglio otto nomi e il termine “traditori”. E’ il volto del potere, così simile a se stesso ad ogni latitudine.

 

Cerco a lungo un testo diverso per concludere questo post; ce la metto tutta ma mi viene in mente solo “Lettera” e ancora una volta, sicuramente meglio di me, il Poeta saprà illustrarvi questo momento della mia vita alle soglie dei quaranta.

 

 

 

 
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Ai nuovi italiani

Post n°7 pubblicato il 04 Ottobre 2011 da marina3210

Abito da sempre nella stessa casetta di papà, nonno e bisnonno. Da figlia della maestra del paese, prima ancora di iscrivermi alle elementari, so che si trova in Lombardia, regione italiana del continente europeo. Una volta sarebbe stata una piccola ragionevole certezza.

Le scuole le ho frequentate tutte, dall’asilo sotto casa all’università metropolitana. Ho sopportato pazientemente mille lezioni di matematica per rifugiarmi dopo nella ristoratrice lettura della nostra storia. Ho palpitato, ragazzina semplice e generosa, per le imprese degli antichi romani, ho amato visceralmente il Rinascimento e l’Italia dei comuni, versato qualche lacrimuccia per gli eroi del nostro Risorgimento, meditato a lungo sugli scempi delle guerre mondiali.

Ho incrociato, in questo lungo viaggio in compagnia di docenti di destra e di sinistra, l’Impero Romano e quello Mongolo, la Repubblica Cisalpina e il Regno Borbonico, l’Impero Asburgico e lo Stato Pontificio. Mi sarò distratta un attimo ma nessuna traccia di qualcosa che si chiamasse Padania.

Oggi mi spiegano che in effetti non esiste ancora ma che è solo questione di tempo, che basterebbe un referendum o, male che vada, tirar fuori quei mille moschetti che, a dire del capo, non aspettano altro che un suo fischio. Mi ripetono che questa è la ricetta giusta e che se la fabbrica qua dietro non vende più tondini d’acciaio la colpa è dei pescatori di Trani e che l’origine di tutto, dal crollo mondiale delle borse allo tsunami nipponico, non ha niente a che vedere con Bush, le banche americane e le scelte nucleari ma con quelle carogne dei falsi invalidi della Terronia, altro mitico luogo dell’immaginario collettivo.

Non credo che la mia prossima laurea sarà in economia, non riesco a rispondere a tono, preferisco soprassedere, sono una donna di una certa età e, ormai per sempre, l’educata figlia della maestra del paese.

Preferisco rifugiarmi nei miei ricordi tascabili.

 

Penso a Nazar, sedicenne biondo ucraino da sempre in Italia con la mamma biondissima che va a servizio nelle famiglie di mezzo paese. Ha lasciato la scuola dopo la seconda bocciatura e l’ennesima scenata di un prof. raccattato chissà dove, capace solo di consigliargli (puro eufemismo), lavori bucolici. Ha trovato un lavoretto da sherpa in un’officina meccanica, me lo racconta fiero poco prima di crollare su un divano distrutto da 9 ore di lavoro e qualche tonnellata di motori spostati.

Mentre le ballerine di Canale 5 mostrano il mostrabile si confida sui suoi due amori: la ragazzina polacca lasciata con qualche rammarico sui banchi della scuola che frequentava e Silvio Berlusconi, uno giusto, uno che sa il fatto suo, l’unico che può guidare una nazione, proprio in quanto è sicuramente vero quello che di lui si sparla. Lo invito a pensare al resto, al carrello della spesa della mamma sempre più vuoto. Mi guarda con compassione: che discorsi complicati faccio… altro che il capo. Sposta lo sguardo orgoglioso di chi ha già scelto il suo eroe verso il televisore; fra poco arrivano le veline e il sonno ristoratore.

          Corina ha 9 anni, è bellissima e lo sa. Lei a scuola è la migliore, la più alta, la più bella. Fortunatamente è anche simpatica e cordiale. Ha una mamma rumena bella come poche, un papà separato che oggi convive con le amiche di sempre: birre d’ogni marca. Il sabato bacia il compagno della mamma che stentatamente sposta lo sguardo dallo sport del pomeriggio e va dal papà come si va a scuola, perché si deve, perché così ha deciso un giudice. Passerà la domenica vedendolo percorrere decine di volte il corridoio che separa l’unico divano dal frigorifero e a contare le ore che mancano alle 21.00, quando verrà la mamma a prenderla per riportarla a casa, dal compagno stravaccato sullo stesso divano di fronte alla tv, dove intanto è iniziata la Domenica Sportiva.

Corina non vuole più le bambole: “la mamma dice che ormai sono grande”. Nei centri commerciali comincia ad indugiare davanti a rossetti e diavolerie da trucco. Spostarla verso il reparto alimentari è una fatica: i gelati fanno ingrassare.

Incontro Joy e sua madre quasi tutte le mattine sul percorso casa-ufficio. Rincorrono lo stesso autobus di sempre fino alla fermata della chiesa. Lui avrà 5 o 6 anni, gli occhi più neri che abbia mai visto incastonati in un faccino da rivista sulla fame nel mondo. Il suo cappotto ha una taglia di troppo, lui la innata simpatia della sua età.

Accanto spicca ancora di più la figura mastodontica della mamma; nella sua terra africana è sinonimo di bellezza. Li vedo correre ogni giorno mano nella mano, lui sembra quasi trascinarla nella fretta della mattina. Una volta non ce la fanno: l’autobus è più puntuale del solito, loro no. Mi fermo, li lascio salire. La mamma mi ringrazia con gli occhi, lui in perfetto dialetto lombardo. Il piccolo traduce simultaneamente ogni parola della mamma con un malcelato orgoglio. Mi spiega la mia città con il tono televisivo di mille programmi; li lascio scendere dopo 15 gradevoli minuti; che bello adesso andare al lavoro.

Un mio amico fotografo mi chiede di accompagnarlo al raduno di Pontida. Gli hanno detto di fare poche foto, tutte inquadrando il palco e le spalle dei presenti. Deve essere bravo a farli sembrare tanti.

Mentre sceglie con cura gli angoli giusti noto, e come non potrei, il “cornuto” di turno. Alto, fiero nella sua divisa verde, lo sguardo innamorato rivolto verso il capo che bofonchia qualcosa, una mano distratta sulla spalla di un bimbo che piange disperatamente in rigorosa camicia verde.  Lo chiamerò Luca, pare sia il nome moderno più diffuso in Padania. Mentre le telecamere fanno i salti mortali per non inquadrarlo, mi allontano; aspetterò in auto il mio amico, per oggi può bastare.

 

            Questo post è per loro.

            Per Nazar, Corina, Joy, Luca, per questi nuovi italiani dallo sguardo orgoglioso, pulito, sincero, ancora incontaminato. Non so che lingua parleranno, in che dialetto penseranno; se aiuteranno i loro figli a studiare la storia della Padania o dell’Unione Europea, se avranno un buco in piazza Bossi o ascolteranno melodie cinesi, le uniche che potranno trasmettere le radio “libere” nel 2030.

           So solo che se ci sarà un futuro qualsivoglia lo dovremo a questa generazione. La nostra ha esaurito il suo tempo, sparpagliata com’è fra la reggia di Arcore, la casa del Grande Fratello e i seminari tenuti dall’insegnante d’italiano di Scilipoti.

 

 

 

 

 
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elogio (semiserio) della modernità

Post n°6 pubblicato il 23 Settembre 2011 da marina3210

      E’ vezzo comune rimpiangere i tempi andati ogni volta che, per qualsivoglia motivo, ci si imbatta in qualcosa che del presente ci piace poco. In tutto questo spesso si intravede una scarsa obiettività, solo in parte giustificabile con la nostalgia per la gioventù andata. Innegabilmente, invece, sono stati compiuti passi da gigante in tanti campi e la vita quotidiana contemporanea appare enormemente semplificata.

      Non si bruciano più le donne in piazza con l’accusa di essere streghe; oggi, al massimo, le si espone a culo nudo sui tram per pubblicizzare un dentifricio o le si sgozza per un presunto tradimento (ma vuoi mettere: rapido ed indolore).

      A nessuno verrebbe in mente di disboscare un colle per costruirci un tempio; male che vada un nuovo centro commerciale, di quelli che poi aprono anche la domenica e ti vendono solo inutilità, ma con tanta destrezza e la giusta allegria.

      E chi oserebbe nominare ministro il proprio cavallo come fece a suo tempo l’imperatore Caligola? Al massimo a qualcuno potrebbe venire in mente di nominare Bondi, che ne so, dico per dire, ministro della cultura.

      Al massimo.

     

      Già, ma a chi potrebbe venire in mente?

 

 

 
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Sandro Ciotti: il un ricordo di un signore vero.

Post n°4 pubblicato il 19 Luglio 2011 da marina3210

Otto anni senza Sandro, ecco il mio piccolo ricordo.

     Io (al telefono): "Sandro, vengo a Roma per lavoro, mi piacerebbe conoscerti..."  
     Lui: "...e quando si verificherà l'evento?"


     Stava già male, io naturalmente non sapevo. Mi trattenni poco, andai via con il magone. Tutti ricordiamo un grande giornalista, un uomo di cultura infinita; io conservo anche la memoria di un vero signore.

 
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