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« LA CITTA' DELLE PROMESSECapitolo secondo. »

Capitolo primo. Cellulari e boomerang.

Post n°17 pubblicato il 27 Aprile 2007 da Mille_Piede
 



immagine

Scritto da: brujitao9


Valentina lancio' con noncuranza il cellulare dal finestrino dell'auto in corsa, e lascio' il braccio fuori a far scorrere il fresco notturno sulla pelle calda. Si sentiva stanca ma rasserenata. La notte le correva incontro carica di promesse. No, non avrebbe avuto nessun rimpianto, ne quella notte, ne mai.
Eppure era solo passata una settimana da quando lei con il grembiule nero in vita e la pinza rossa tra i capelli color ebano, leggiadra e rapida, andava avanti ed indietro tra i tavoli del piccolo pub del suo paese, sudava, mentre i suoi amici si divertivano.
Per lei quel lavoro di cameriera era il mezzo per raggiungere qualcosa di più grande, per toccare con la punta delle dita la maniglia della porta del suo futuro.
Quanti boccali di birra ghiacciata, traballanti su vassoi scoloriti avevano portato le sue mani affusolate; le stesse mani sporche di colore, capaci di creare universi infiniti su un pezzo di tela.
L’odore di trementina e di olio di lino, i pennelli consumati, la valigetta colma di tubetti di alluminio ed il vecchio cavalletto in legno dal quale non si separava mai, la sua coperta di Linus:
tutte queste cose l’avevano seguita nella sua grande avventura quando finalmente, con i soldi messi da parte, aveva deciso di raggiungere la metropoli per poter studiare.
Lasciava il suo microcosmo fatto di case bianche, di mare selvaggio, di vecchi stanchi seduti fuori dall’uscio di casa, di pane caldo fatto in casa e avvolto da un panno di cotone, di quella piazza di chiacchiere e risate, tra pochi amici cresciuti insieme, ora annoiati, ora grandi a fare i conti col proprio destino.
Ancora bruciavano sulla sua guancia le labbra di sua madre, premute con forza quasi a marchiarla di baci, per non farle scordare quanto le voleva bene. “Adesso però vai, parti figlia mia, sii felice!”
tristezza e speranza nel luccichio di quegli occhi segnati in un viso ancora giovane.
Un marito venuto a mancare troppo presto, un figlio di dieci anni da crescere, Maria Rosa non aveva mai chiesto nulla a nessuno e non aveva fatto mancare mai nulla ai suoi figli: una piccola pensione e durante l’anno la vendita delle uova e dei lavori di maglieria, d’estate il piccolo chiosco di granite sulla spiaggia. I sacrifici erano sacri se rendevano contenti i suoi figli e con ogni soldo in più Maria Rosa correva alla cittadina vicina alla bottega di belle arti per comprare una volta una scatolina di carboncino di qualità, un’altra un blocco da disegno sempre per Valentina. Sua figlia aveva un’anima dannata di artista, uno sguardo oltre quel mare e lo stesso orgoglio di sua madre, voleva farcela solo con le sue forze.
Lei non aveva avuto vita facile come la figlia del sindaco, mandata a studiare all’estero e poi raccomandata per una multinazionale a Milano, non era nemmeno come i figli del postino, che non pensavano nemmeno lontanamente a farsi una vita fuori da là e si erano realizzati trovando il loro posto in quel microcosmo: Francesca allo sportello del piccolo ufficio postale in collina e Marco con una borsa a tracolla, a consegnare lettere e bollette insieme al padre, nel solito e rassicurante giro quotidiano tra quelle trecento anime sparse intorno a quel minuscolo borgo.
“Hai troppi grilli per la testa!” le ripeteva Marco ultimamente. Un amore il loro, nato sulle panchine dei giardini del paese, baci rubati tra i vicoli, bagni al mare al tramonto.
Marco e Valentina. Tutti davano per scontato che a breve, tra tempeste di riso, applausi e le note stonate dell’orchestrina della proloco , avrebbero sceso le scale corrose dal vento salino della chiesetta tardo barocca. Tutto avrebbe dovuto seguire una semplice ed antica logica di confini prestabiliti in quell’ equilibrio antico. Non sapevano che i sogni sono quelli che ognuno ha dentro al suo cuore e non quelli che ti cuciono addosso gli altri.
“Marco, io devo andare, se mi ami dovresti capirmi!”, ma Marco era diventato troppo geloso, intrattabile, nervoso, possessivo. Quanto aveva pianto Valentina nel suo lungo e solitario viaggio in macchina verso la grande città, ripensando a quello schiaffo e a una storia forse finita.
Era questo l’amore, soffocare la propria natura, prendere o lasciare?
Era passata una settimana soltanto da quando aveva disfatto le sue valigie di attrezzi e di sogni ed anche di qualche senso di colpa; e le sembrava ormai di appartenere a quel nuovo macrocosmo che l’aveva sempre attirata, ma che ora le faceva un po’ paura.
L’esame di ammissione all’accademia era andato benissimo, ma a Marco non interessava molto, ciò che a lui importava era riavere la sua ragazza vicino a lui e basta.
Continuava a riempirla di telefonate per controllarla, per insultarla, per farle vacillare le sue certezze, per distruggere le sue ambizioni: “Torna qua, là non combinerai niente! Sei una poco di buono e basta!”. Che senso aveva tenere insieme frammenti di qualcosa che non si poteva più chiamare amore?
Le lezioni erano durate fino a tardi quel giorno e disegno dal vivo era stato incredibilmente interessante, più di scultura. Dopodichè stanca ma determinata, Valentina aveva deciso di farsi un giretto in qualche pub della città, per trovarsi un lavoretto serale.
.La suoneria ininterrottamente non dava tregua dalla borsa poggiata sul sedile, 6 chiamate perse: “Marco” lampeggiava sullo schermo del cellulare. 5 msg non letti “Vale, ragiona!”, “Vale, te la faccio pagare!”. Nemmeno il tempo di finire di leggere tutti i messaggi, che arrivò l’ennesima chiamata e lei rispose, rassegnata.. La voce dall’altra parte era troppo alta, troppo arrabbiata, troppo gratuita, troppo di tutto. Stavolta premere il pulsante rosso per chiudere la solita conversazione a senso unico non poteva più bastare, bisognava fare molto di più e solo con quel gesto liberatorio Valentina si sentì finalmente al sicuro. Il suo animo si rasserenò con la stessa velocità con cui il cellulare volò fuori, gettato dal finestrino. Sostò qualche minuto in macchina sotto il palazzo dove aveva affittato la sua piccola stanza, respirava profondamente, non sapeva se ridere o piangere, ma la stanchezza fisica ed emotiva le fece rimandare ogni considerazione razionale al giorno seguente, ora voleva solo salire quelle scale, mettere la chiave nella serratura e buttarsi nel suo letto.
Il pulviscolo impazzito nel raggio di luce che filtrava dalla tenda socchiusa annunciava l’alba di un nuovo giorno, mentre Valentina dormiva ancora stringendo forte il suo cuscino sporco di mascara, era così esausta che la sera prima nemmeno si era struccata. Uno scampanellio acuto ed improvviso ruppe il silenzio e la lentezza di un calmo risveglio, la ragazza balzò dal letto: nel dormiveglia per un attimo pensò si trattasse della suoneria del cellulare e di Marco, poi annaspando con una mano penzolante dal letto, faceva piccoli cerchi nel vuoto nella speranza di trovare la sveglia, che di solito appoggiava sul pavimento, e metterla a tacere. Quel suono infernale, però, proveniva dal campanello di casa. Spettinata e un po’ scocciata, Valentina andò ad aprire la porta senza farsi troppi problemi di presentarsi col suo pigiama con le mucche stampate sul fondo blu e senza nemmeno chiedere chi ci fosse dall'altra parte. “E tu chi sei??!” disse alla vista di quel ragazzo alto e mai visto prima. “No dico, ma che si fa così ?” fu la prima frase di Davide. “Non capisco….” replicò Valentina, appoggiata sullo stipite della porta e, con un pudore ritrovato, incrociando le mani sul seno, nel tentativo quasi di nascondersi dallo sguardo di quello sconosciuto.
Una strana sensazione nell’incontrare quegli occhi di giada, verdi ed arrabbiati come un albero mosso dal vento. “Io sono Davide, sono un musicista. Ieri sera stavo tornando da una serata,ero sul mio motorino quando improvvisamente mi è arrivato addosso QUALCOSA, veloce come un meteorite! Per poco cadevo, per non contare che il mio basso elettrico si è scheggiato! Questo immagino sia TUO, o no??” Concluse concitato e allungò il braccio per mostrarle il cellulare: era rotto, ma era proprio il suo ed era tornato come un boomerang dalla legittima proprietaria. “Noo, ancora questo aggeggio infernale! E pensare io che lo avevo buttato!” Davide le rispose stavolta con un tono più scherzoso: “Me ne sono accorto…ma dico io, per caso fai parte di quelli che tirano i sassi dai cavalcavia? Mi stavi ammazzando! Poi ieri sera ti ho seguita perchè volevo dirtene quattro.Ho visto che ti sei fermata in macchina sotto questo palazzo e piangevi, allora ho rimandato la ramanzina a stamattina. La portiera mi ha detto che abitavi all’interno 10”. Mano a mano che il ragazzo la guardava, la sua arrabbiatura svaniva: provava attrazione per quella ragazza un po’ matta, con quel pigiama da bambina che non riusciva comunque a nascondere le forme da donna e il suo viso un po' sconvolto, ma di una bellezza indiscutibile, quella vera che si vede in una donna appena sveglia.
Un secondo di silenzio e di imbarazzo, poi i due scoppiarono in una fragorosa risata. “Dai, entra a prenderti un caffé, così vediamo quanto ti devo per il danno al tuo basso!” lo invitò Valentina. “Sai, sono nuova di questa città e non vorrei dare spettacolo sul pianerottolo”. In realtà voleva conoscere meglio quell’angelo terribilmente attraente che il destino aveva fatto volare da lei.



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Commenti al Post:
brujita.09
brujita.09 il 28/04/07 alle 15:01 via WEB
Ciao, finalmente l'hai pubblicato! Pero' dovresti spostare il testo piu' a sinistra, o andando a capo e riducendo l'estensione delle righe o con l'apposito strumento nella toolbar. Claudiane, una blogger, mi ha chiesto se puo' proseguire lei la storia. Nemmeno mi hai detto se ti piace o no! ;P VI PIACE?!!
 
brujita.09
brujita.09 il 30/04/07 alle 17:34 via WEB
sul mio blog il racconto si legge molto meglio, per chi vuole passare. Buon primo maggio a tutti!
 
inattesadi
inattesadi il 01/05/07 alle 19:36 via WEB
niente male!!bel racconto!complimeti!
 
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Partendo da una frase/traccia data dalla redazione, il primo blogger invitato a partecipare comporra' il suo post, per poi passare il testimone ad un altro blogger a sua scelta per il post successivo fino alla conclusione del racconto stesso, che in genere potrebbe svilupparsi in una decina di post: in fondo è un racconto, non un romanzo!
Chi scrivera' l'ultimo post del racconto, lancera' anche la frase/traccia per il racconto successivo, oltre a scegliere naturalmente il blogger da invitare a proseguire il racconto. Non è necessario fermarsi alla piattaforma di Libero, più ci si allontana dai confini, meglio è.
I post dei blogger invitati, dovranno essere inviati via email alla redazione che provvedera' a pubblicarli.
MillePiedi nasce come un semplice strumento di divertimento, il titolo ne e' una espressione evidente, e dalla curiosita' di vedere come la fantasia ed i diversi stili dei vari blogger che si presteranno a scriverne i post, svilupperanno un'esile traccia, un incipit, in un racconto a piu' mani che potra' cambiare di direzione ad ogni post, a seconda di quel che decide l'autore, senza nessuna restrizione.


 


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