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Creato da pierrde il 17/12/2005

Mondo Jazz

Il Jazz da Armstrong a Zorn. Notizie, recensioni, personaggi, immagini, suoni e video.

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IL JAZZ SU RADIOTRE

 

 

 

martedì 7 febbraio 2012 20.30

Locandina

 IL CARTELLONE

AI CONFINI TRA SARDEGNA E JAZZ 2011

 JAMES BLOOD ULMER

 James Blood Ulmer, chitarra e voce Registrato a Sant’Anna Arresi, Piazza del Nuraghe, il 28 agosto 2011.

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AI CONFINI TRA SARDEGNA E JAZZ 2011

 RONALD SHANNON JACKSON /MELVIN GIBBS/JOSEPH BOWIE

Ronald Shannon Jackson, batteria Melvin Gibbs, basso Joseph Bowie, trombone

 Registrato a Sant’Anna Arresi, Piazza del Nuraghe, il 28 agosto 2011.

 

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I PODCAST DELLA RAI

Dall'immenso archivio di Radiotre è possibile scaricare i podcast di alcune trasmissioni particolarmente interessanti per gli appassionati di musica nero-americana. On line le puntate del Dottor Djembè di David Riondino e Stefano Bollani. Da poco è possibile anche scaricare le puntate di Battiti, la trasmissione notturna dedicata al jazz , alle musiche nere e a quelle colte. Il tutto cliccando  qui
 

CITAZIONI

  • "La musica non è separata dal mondo; può aiutarci a dimenticarci di noi e al tempo stesso a capirci. In un dialogo fra due persone, si aspetta che l'altro abbia finito di dire quello che ha da dire prima di rispondere o commentare. In musica, due voci dialogano simultaneamente, ognuna si esprime nella forma più piena, e al tempo stesso ascolta l'altra. Da ciò nasce la possibilità di imparare non solo la musica ma dalla musica..."
    Daniel Barenboim (La Musica sveglia il tempo)
  •  

    HO LETTO E AMATO : CECITà DI JOSè SARAMAGO

     
    “La cecità di cui parlo in questo libro in realtà non esiste, è metaforica. A me interessano gli uomini che si comportano da ciechi. Volevo raccontare la difficoltà che abbiamo a comportarci come esseri razionali, collocando un gruppo umano in una situazione di crisi assoluta. La privazione della vista è in un certo senso la privazione della ragione []. Quello che racconto in questo libro sta succedendo in qualunque parte del mondo in questo momento.” (J.Saramago)
    Cecità è certamente uno dei libri più profondi che ho letto ultimamente. Alla stregua di La Strada di Cormac McCarthy è ambientato in un non luogo, alle prese con una situazione non convenzionale e con tutti i protagonisti conosciuti e raccontati senza mai rivelarne il nome. In più lo scrittore portoghese fa un uso libero e inusuale della punteggiatura, praticamente eliminandola se non per la chiusura dei periodi. Se il romanzo di McCarthy è angosciante e crepuscolare, il racconto di Saramago è impregnato della stessa oscurità che pervade tutti i personaggi , con la luminosa eccezione della protagonista.
     Il significato è palese, tutti noi siamo immersi nella cecità della ragione e dello spirito e solo poche persone eccezionali in situazioni al limite sanno ritrovare la luce, ridare la speranza e fortificare le coscienze. Lo scrittore sa scandagliare in profondità l'animo umano, capace di raggiungere abissi di orrore e violenza ma anche di ritrovare la solidarietà, l'amore, il rispetto, la tenerezza. La riflessione  implicita nel racconto è semplice e devastante: basta poco, un evento straordinario ed imprevisto che faccia cadere le regole e le barriere sulle quali si poggia il vivere comune e la regressione dell'uomo è inevitabile, animalesca, ineludibile. Passare dalla società dei consumi alla legge della jungla è affare di un attimo. La perdita della capacità di compassione e solidarietà porta alla devastazione di ogni convivenza pacifica, alla disumanizzazione e alla violenza del più forte. Le pagine in cui Saramago descrive la lotta per la sopravvivenza sono permeate di un pathos  angosciato e lucido e trasmettono una emozione profonda. Il libro è uscito nel 1995 e rappresenta sicuramente il vertice assoluto raggiunto dallo scrittore premio Nobel per la letteratura nel 1998. E' un romanzo appassionante e bellissimo che cattura fin dalla prima pagina il lettore, accompagnandolo passo passo negli antri bui della disumanizzazione e dell'indifferenza e poi, lentamente, in un susseguirsi di spiragli di luce fino all'inatteso finale.   
     
     

     

    « C'E' POCO DA RIDERE....SCOMPARE SIRONE, UNA COL... »

    CORMONS, TERRA DI VINO, MULTICULTURALITA' E JAZZ

    Post n°1346 pubblicato il 26 Ottobre 2009 da pierrde
     

    Jazz & Wine of Peace Festival giunge alla dodicesima edizione, confermando una tradizione consolidata di eccellente rapporto tra territorio, cultura enologica e proposte musicali di prim’ordine. Le stesse dimensioni contenute del borgo fanno si’ che la rassegna abbia quello spirito di familiarità, di genuina capacità di incontro tra appassionati di differente nazionalità accomunati da sincero amore per il jazz e per questa magnifica terra. Una buona metà degli spettatori che hanno affollato il Teatro Comunale era infatti di provenienza austriaca o slovena, tanto da giustificare gli annunci bilingue che hanno accompagnato ogni serata. Inizio affidato la sera del 22 ottobre al trio Depart dell’istrionico sassofonista viennese Harry Sokal, che ha divertito e convinto con un agile set giocato sul filo della perizia tecnica, ben sorretto dalla compatta sezione ritmica, con abbondanti spruzzate di ironia ed un sagace uso dell’elettronica.

    A seguire il nuovo quintetto di Tomasz Stanko, che ha proposto integralmente il nuovo album (Dark Eyes) appena licenziato per la E.C.M.. Il giovanissimo quartetto che lo ha accompagnato è formato da due musicisti danesi e da due finlandesi, ed ha messo particolarmente in luce le buone prove di Alexi Tuomarila al pianoforte e di Jakob Bro alla chitarra. Senza l’afflato poetico della tromba di Stanko difficilmente la musica avrebbe però preso quota. Le nuove composizioni presentate nell’album sono al servizio della particolare vena introspettiva segnata da grande originalità che contraddistingue le recenti stagioni creative del trombettista polacco. Rimane il rimpianto per il precedente trio capitanato dal pianista Marcin Wasiliewski che accompagnava Stanko con ben diversa cifra stilistica ed espressiva.

    L’apertura mattutina del 23 ottobre si è svolta nella raccolta chiesetta di San Giovanni con un intimo ed emozionante set di Asja Valcic al violoncello e Klaus Paier a fisarmonica e bandoneon. Una proposta che unisce suggestioni classiche a musica popolare, toccando infine l’apice con il tango malinconico e sferzante di Astor Piazzolla nel bellissimo Oblivion suonato come bis.

    La maggiore delusione del festival, come era facile supporre a chi già avesse avuto modo di conoscerne il progetto, è venuta dal Ripple Effect di Jack DeJohnette e John Surman. Due assoluti giganti del jazz contemporaneo impegnati in una musica di facile esotismo, senza punte creative ne idee particolarmente pregnanti. Non si riesce a comprende il motivo di tanto spreco di talento.

    Diverso il risultato del set del tentetto di Ken Vandermark, forse troppo provato da un trasferimento in pulmann di ben quindici ore: musica arcigna, molto rigorosa e coerente con l’universo sonoro del leader, ma senza concessione alcuna. Poco più di un’ora di concerto tra complesse strutture, pirotecnici volteggi nei quali erano liberate dosi massicce di energia, aspra e ammirevole ma forse con un tasso lucidità inferiore alla necessaria capacità di comunicazione .

    Il concerto di apertura di sabato 24 ottobre ha visto protagonista il New East Quartet di Anatoly Vapirov, una formazione che annovera l’originale batterista Vladimir Tarasov, una delle colonne della celebrata prima versione del Ganelin Trio . Dopo una apertura astratta, il concerto ha preso una piega decisamente più improntata a temi popolari dell’est europeo sapientemente smontati e rimontati con gusto e sapienza . La bellissima sonorità del tenore di Vapirov ha giocato con pieni e silenzi, conducendo un set godibile ed equilibrato.

    Il clou della serata era però ovviamente costituito dal quartetto 858 di Bill Frisell, autore di una prova maiuscola, di forte impatto e notevole raffinatezza. Come un sapiente vino del Collio, la musica del chitarrista americano è apparsa subito ben strutturata, impregnata di un forte retrogusto folk e aromatizzata con profumi minimalisti, sentori classicheggianti e aromi squisitamente jazzistici. Musica prevalentemente scritta, con brevi ma succosi spazi improvvisativi e aperture melodiche di effetto emotivo immediato. Un gruppo particolarmente affiatato per un jazz da camera in grado di soddisfare i palati più raffinati.

    L’ultima giornata ha visto sotto i riflettori il talentuoso pianista americano di origine indiana Vijay Iyer inizialmente alla testa del trio con il quale ha appena pubblicato il bellissimo Historicity, successivamente affiancato dall’altro talento indo-americano, il sassofonista Rudresh Mahanthappa. Un set che ha messo in luce il pianismo potente, colto e serrato, contraddistinto da un uso particolarmente accentuato della mano sinistra in chiave armonica più che ritmica che rende Iyer immediatamente riconoscibile. Un gruppo omogeneo ed affiatato che ha guadagnato il consenso del folto pubblico. L’ingresso di Mahanthappa ha aggiunto spezie inusuali, mostrando una evidente complicità tra leader e sassofonista. Un ottimo bis suonato dai due senza sezione ritmica ha chiuso un concerto intenso ed emozionante.

    Il gran finale è stato all’insegna del puro divertimento grazie al quintetto di James Carter, una vera e propria forza della natura con una capacità strumentale impressionante per swing e tecnica prodigiosa. Il gruppo ha snocciolato una sequenza di standards, da Sidney Bechet a Clifford Brown, sino al poco battuto Odeon Pope, mettendo in luce una grande voglia di divertirsi e divertire, e poco importa se Corey Wilkes non è parso inappuntabile sui tempi lenti, e se lo stesso Carter alla lunga ha finito per gigioneggiare un po’.

    Il festival si è chiuso con tutto lo staff di Controtempo schierato sul palco a salutare ed applaudire e a farsi applaudire dal pubblico: un gesto di ammirevole simpatia che denota la profonda carica umana che contraddistingue la gente friulana.

     
     
     
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    Ricevo sempre più spesso richieste di spedizione e recensione di album. Ne sono lusingato e prometto comunque a tutti un attento ascolto. Ovviamente questo non è assolutamente garanzia di pubblicazione sul blog: non sono un critico musicale, svolgo una attività completamente diversa, e il poco tempo libero mi piace dedicarlo si alla musica ma in maniera assolutamente libera e priva di condizionamenti. Non sono quindi uno scrittore di recensioni a gettone, tanto meno di album che poco o niente rientrano nelle mie corde; se queste mie minime ma credo chiare condizioni sono condivise, allora potete contattarmi all'indirizzo mail in calce.

     

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    Improbabile, surreale, grottesco, privo di qualsiasi parvenza di verosomiglianza, e per di più nella versione italiana penalizzato da un assurdo doppiaggio (originalmente il film è in francese ed in russo, e sarebbe stato di gran lunga preferibile una versione sottotitolata). Eppure il film di Mihaileanu, il regista di Train de Vie, è in egual tempo una pellicola che diverte, commuove e avvince lo spettatore. Ovviamente non tratterò della trama per non togliere il piacere della sorpresa a coloro che il film non l'hanno visto, basti dire che tra i molti temi, quello centrale che la pellicola sviluppa in maniera esemplare è il rapporto tra immagini, storia e musica, un mix di ingredienti comune alle migliori pellicole che vedono la musica in veste di protagonista. In questo caso si tratta del concerto per violino e orchestra op. 35 di Tchaikovsky, suonato dalla Orchestra Sinfonica di Budapest con la giovane violinista rumena Sarah Nemtanu nel ruolo di solista. Anche se la durata del concerto viene ridotta ed estrapolata, dei circa 22 minuti della partitura originale si ascoltano solo 12 minuti, l'abilità del montaggio e la sapienza narrativa del regista creano una atmosfera ricca di pathos, armonia e struggimento. Se la seconda parte del film è focalizzata sulla musica, nella prima parte il regista dispensa una arguta autoironia sui proverbiali vizi della cultura ebraica, per non parlare delle esilaranti bordate alla grottesca versione della democrazia che trionfa oggi in Russia. Il tutto tratteggiato con mano ferma ma lieve, venata da un abbondante pizzico di surreale ironia. In un mondo dove trionfano insulsi e volgari cinepanettoni o noiosi e prevedibili action-movie di stampo amerikano, ecco un film da non perdere, proprio perchè imperfetto e sgangherato, ricco di grande musica e di corrosiva ilarità. Non un capolavoro, ma tra le migliori storie che attualmente è possibile vedere in sala.

     
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