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Creato da pierrde il 17/12/2005

Mondo Jazz

Il Jazz da Armstrong a Zorn. Notizie, recensioni, personaggi, immagini, suoni e video.

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IL JAZZ SU RADIOTRE

Radiotre Suite Jazz
 
 
 
24/11/2009
Verona Jazz 2009: Milk & Jade By Dana Leong e Jason Lindner Big Band


Martedi 24 novembre 2009

Ore 20.30

Verona Jazz 2009: Milk & Jade By Dana Leong

Registrato a Verona, Teatro Romano, il 28.6.2009 

Dana Leong, trombone, violoncello, laptop; Core Rhythm, rap, voce; Adam Platt, tastiere;
Aviv Cohen, batteria

Verona Jazz 2009: Jason Lindner Big Band

Registrato a Verona, Teatro Romano, il 28.6.2009 

Jason Lindner, pianoforte, tastiere; Mike Rodriguez, tromba;
Duane Eubanks, tromba; Joe Fiedler, trombone; Rafi Malkiel, trombone;
Yosvany Terry, sax contralto, chekere; Jay Collins, sax tenore, sax soprano, flauto, voce;
Jorge Continentino, sax tenore, flauto; Chris Karlic, sax baritono; Omer Avital, basso; 
Eric McPherson, batteria

 
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JAZZ DAY BY DAY

 

L'agenda quotidiana di concerti, rassegne e festival in Italia e non solo,  cliccando qui

 

I PODCAST DELLA RAI

Dall'immenso archivio di Radiotre è possibile scaricare i podcast di alcune trasmissioni particolarmente interessanti per gli appassionati di musica nero-americana. On line le puntate del Dottor Djembè di David Riondino e Stefano Bollani. Da poco è possibile anche scaricare le puntate di Battiti, la trasmissione notturna dedicata al jazz , alle musiche nere e a quelle colte. Il tutto cliccando  qui
 

CITAZIONI

  • "La musica non è separata dal mondo; può aiutarci a dimenticarci di noi e al tempo stesso a capirci. In un dialogo fra due persone, si aspetta che l'altro abbia finito di dire quello che ha da dire prima di rispondere o commentare. In musica, due voci dialogano simultaneamente, ognuna si esprime nella forma più piena, e al tempo stesso ascolta l'altra. Da ciò nasce la possibilità di imparare non solo la musica ma dalla musica..."
    Daniel Barenboim (La Musica sveglia il tempo)
  •  

    RASSEGNA STAMPA

    Steve Coleman Mp3 Diversi album scaricabili gratuitamente (e legalmente !)

    UbuWeb Rari filmati, anche scaricabili, dell'avanguardia artistica in ogni campo

    Point of departure a on-line musical journal

    New York Jazz Guide

    Jazz Colours una e mail-zine di jazz italiana !

    Bells

    My name is AlbertAyler  Recensione del film sul New York Times 

     

    HO LETTO E AMATO : CECITÀ DI JOSÈ SARAMAGO

     
    “La cecità di cui parlo in questo libro in realtà non esiste, è metaforica. A me interessano gli uomini che si comportano da ciechi. Volevo raccontare la difficoltà che abbiamo a comportarci come esseri razionali, collocando un gruppo umano in una situazione di crisi assoluta. La privazione della vista è in un certo senso la privazione della ragione []. Quello che racconto in questo libro sta succedendo in qualunque parte del mondo in questo momento.” (J.Saramago)
    Cecità è certamente uno dei libri più profondi che ho letto ultimamente. Alla stregua di La Strada di Cormac McCarthy è ambientato in un non luogo, alle prese con una situazione non convenzionale e con tutti i protagonisti conosciuti e raccontati senza mai rivelarne il nome. In più lo scrittore portoghese fa un uso libero e inusuale della punteggiatura, praticamente eliminandola se non per la chiusura dei periodi. Se il romanzo di McCarthy è angosciante e crepuscolare, il racconto di Saramago è impregnato della stessa oscurità che pervade tutti i personaggi , con la luminosa eccezione della protagonista.
     Il significato è palese, tutti noi siamo immersi nella cecità della ragione e dello spirito e solo poche persone eccezionali in situazioni al limite sanno ritrovare la luce, ridare la speranza e fortificare le coscienze. Lo scrittore sa scandagliare in profondità l'animo umano, capace di raggiungere abissi di orrore e violenza ma anche di ritrovare la solidarietà, l'amore, il rispetto, la tenerezza. La riflessione  implicita nel racconto è semplice e devastante: basta poco, un evento straordinario ed imprevisto che faccia cadere le regole e le barriere sulle quali si poggia il vivere comune e la regressione dell'uomo è inevitabile, animalesca, ineludibile. Passare dalla società dei consumi alla legge della jungla è affare di un attimo. La perdita della capacità di compassione e solidarietà porta alla devastazione di ogni convivenza pacifica, alla disumanizzazione e alla violenza del più forte. Le pagine in cui Saramago descrive la lotta per la sopravvivenza sono permeate di un pathos  angosciato e lucido e trasmettono una emozione profonda. Il libro è uscito nel 1995 e rappresenta sicuramente il vertice assoluto raggiunto dallo scrittore premio Nobel per la letteratura nel 1998. E' un romanzo appassionante e bellissimo che cattura fin dalla prima pagina il lettore, accompagnandolo passo passo negli antri bui della disumanizzazione e dell'indifferenza e poi, lentamente, in un susseguirsi di spiragli di luce fino all'inatteso finale.   
     

     

    « C'E' POCO DA RIDERE....SCOMPARE SIRONE, UNA COL... »

    CORMONS, TERRA DI VINO, MULTICULTURALITA' E JAZZ

    Post n°1346 pubblicato il 26 Ottobre 2009 da pierrde
     

    Jazz & Wine of Peace Festival giunge alla dodicesima edizione, confermando una tradizione consolidata di eccellente rapporto tra territorio, cultura enologica e proposte musicali di prim’ordine. Le stesse dimensioni contenute del borgo fanno si’ che la rassegna abbia quello spirito di familiarità, di genuina capacità di incontro tra appassionati di differente nazionalità accomunati da sincero amore per il jazz e per questa magnifica terra. Una buona metà degli spettatori che hanno affollato il Teatro Comunale era infatti di provenienza austriaca o slovena, tanto da giustificare gli annunci bilingue che hanno accompagnato ogni serata. Inizio affidato la sera del 22 ottobre al trio Depart dell’istrionico sassofonista viennese Harry Sokal, che ha divertito e convinto con un agile set giocato sul filo della perizia tecnica, ben sorretto dalla compatta sezione ritmica, con abbondanti spruzzate di ironia ed un sagace uso dell’elettronica.

    A seguire il nuovo quintetto di Tomasz Stanko, che ha proposto integralmente il nuovo album (Dark Eyes) appena licenziato per la E.C.M.. Il giovanissimo quartetto che lo ha accompagnato è formato da due musicisti danesi e da due finlandesi, ed ha messo particolarmente in luce le buone prove di Alexi Tuomarila al pianoforte e di Jakob Bro alla chitarra. Senza l’afflato poetico della tromba di Stanko difficilmente la musica avrebbe però preso quota. Le nuove composizioni presentate nell’album sono al servizio della particolare vena introspettiva segnata da grande originalità che contraddistingue le recenti stagioni creative del trombettista polacco. Rimane il rimpianto per il precedente trio capitanato dal pianista Marcin Wasiliewski che accompagnava Stanko con ben diversa cifra stilistica ed espressiva.

    L’apertura mattutina del 23 ottobre si è svolta nella raccolta chiesetta di San Giovanni con un intimo ed emozionante set di Asja Valcic al violoncello e Klaus Paier a fisarmonica e bandoneon. Una proposta che unisce suggestioni classiche a musica popolare, toccando infine l’apice con il tango malinconico e sferzante di Astor Piazzolla nel bellissimo Oblivion suonato come bis.

    La maggiore delusione del festival, come era facile supporre a chi già avesse avuto modo di conoscerne il progetto, è venuta dal Ripple Effect di Jack DeJohnette e John Surman. Due assoluti giganti del jazz contemporaneo impegnati in una musica di facile esotismo, senza punte creative ne idee particolarmente pregnanti. Non si riesce a comprende il motivo di tanto spreco di talento.

    Diverso il risultato del set del tentetto di Ken Vandermark, forse troppo provato da un trasferimento in pulmann di ben quindici ore: musica arcigna, molto rigorosa e coerente con l’universo sonoro del leader, ma senza concessione alcuna. Poco più di un’ora di concerto tra complesse strutture, pirotecnici volteggi nei quali erano liberate dosi massicce di energia, aspra e ammirevole ma forse con un tasso lucidità inferiore alla necessaria capacità di comunicazione .

    Il concerto di apertura di sabato 24 ottobre ha visto protagonista il New East Quartet di Anatoly Vapirov, una formazione che annovera l’originale batterista Vladimir Tarasov, una delle colonne della celebrata prima versione del Ganelin Trio . Dopo una apertura astratta, il concerto ha preso una piega decisamente più improntata a temi popolari dell’est europeo sapientemente smontati e rimontati con gusto e sapienza . La bellissima sonorità del tenore di Vapirov ha giocato con pieni e silenzi, conducendo un set godibile ed equilibrato.

    Il clou della serata era però ovviamente costituito dal quartetto 858 di Bill Frisell, autore di una prova maiuscola, di forte impatto e notevole raffinatezza. Come un sapiente vino del Collio, la musica del chitarrista americano è apparsa subito ben strutturata, impregnata di un forte retrogusto folk e aromatizzata con profumi minimalisti, sentori classicheggianti e aromi squisitamente jazzistici. Musica prevalentemente scritta, con brevi ma succosi spazi improvvisativi e aperture melodiche di effetto emotivo immediato. Un gruppo particolarmente affiatato per un jazz da camera in grado di soddisfare i palati più raffinati.

    L’ultima giornata ha visto sotto i riflettori il talentuoso pianista americano di origine indiana Vijay Iyer inizialmente alla testa del trio con il quale ha appena pubblicato il bellissimo Historicity, successivamente affiancato dall’altro talento indo-americano, il sassofonista Rudresh Mahanthappa. Un set che ha messo in luce il pianismo potente, colto e serrato, contraddistinto da un uso particolarmente accentuato della mano sinistra in chiave armonica più che ritmica che rende Iyer immediatamente riconoscibile. Un gruppo omogeneo ed affiatato che ha guadagnato il consenso del folto pubblico. L’ingresso di Mahanthappa ha aggiunto spezie inusuali, mostrando una evidente complicità tra leader e sassofonista. Un ottimo bis suonato dai due senza sezione ritmica ha chiuso un concerto intenso ed emozionante.

    Il gran finale è stato all’insegna del puro divertimento grazie al quintetto di James Carter, una vera e propria forza della natura con una capacità strumentale impressionante per swing e tecnica prodigiosa. Il gruppo ha snocciolato una sequenza di standards, da Sidney Bechet a Clifford Brown, sino al poco battuto Odeon Pope, mettendo in luce una grande voglia di divertirsi e divertire, e poco importa se Corey Wilkes non è parso inappuntabile sui tempi lenti, e se lo stesso Carter alla lunga ha finito per gigioneggiare un po’.

    Il festival si è chiuso con tutto lo staff di Controtempo schierato sul palco a salutare ed applaudire e a farsi applaudire dal pubblico: un gesto di ammirevole simpatia che denota la profonda carica umana che contraddistingue la gente friulana.

     
     
     
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    Inviato da: pierrde
    il 21/11/2009 alle 10:22
     
    Mandami un indirizzo mail!
    Inviato da: Marta
    il 20/11/2009 alle 16:02
     
    E bravo Petrella! Penso che tutti i musicisti quando...
    Inviato da: babs
    il 20/11/2009 alle 15:44
     
    E' una storia che avevo sentito anch'io, credo...
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    UN FILM CHE HO AMATO

     OGNI COSA E' ILLUMINATA

    Un film di Liev Schreiber con Elijah Wood, Boris Leskin, Eugene Hutz, Laryssa Lauret. Genere: Avventura produzione USA, 2005 Durata 106 minuti circa.

    Trasporre in immagini un libro che ha avuto vasta eco è da sempre impresa improba e faticosa. Al contrario, questo film che costituisce anche l’esordio del regista Liev Schreiber, riesce a tradire il testo costruendo una storia colma di tenerezza, permeata da una sottile vena di follia divertente e contagiosa. L’eterno tema del viaggio è qui dispiegato in maniera sapiente e lenta, facendo si’ che diventi un’esperienza anche interiore. E quando la storia porta diritta alla Shoa il regista riesce a mantenere la barra dritta, commovendo senza retorica, con lievità e innocenza. L’opera prima dello scrittore Jonathan Safran Foer è un testo particolare, non si situa in terre di mezzo, o lo si apprezza o lo si lascia. La storia che il regista ha tratto dal libro non è fedele negli avvenimenti ma lo è nello spirito. Le immagini della campagna ceca (il sostituto cinematografico dell’Ucraina ) sono abbaglianti di bellezza, i protagonisti tanto disomogenei tra loro per storia e background quanto perfettamente inseriti nella narrazione. Elijah Wood, il Frodo del Signore degli Anelli, è qui uno stralunato ebreo americano alla ricerca delle radici della sua famiglia. Eugene Hutz recita se stesso, ucraino innamorato dell'America e leader dei Gogol Bordello. Alter ego per età di Wood, nel corso della storia vede accorciarsi le differenze con il ricco ebreo americano. Lo sguardo dapprima cinico e disincantato si fa stupito e partecipe. Lo stesso percorso del nonno, il bravissimo Boris Leskin, che alla fine riesce addirittura a rubare il ruolo di protagonista finale della storia anche alla soave Laryssa Lauret, la donna che scioglierà gli enigmi del film. Una storia leggera, commovente, folle. Con una colonna sonora altrettanto complice e visionaria, grazie alla prodigiosa chitarra acustica di Marc Ribot. Non un capolavoro ma, di questi tempi una rarità, un film intenso e riuscito. Da vedere. E il libro, da leggere.

     
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