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Post n°2263 pubblicato il 19 Maggio 2012 da pierrde
Interessante intervista a Fabrizio Bosso da parte di Marinella Venegoni su La Stampa del 17 maggio. Eccone alcuni passaggi: Nelle crisi epocali come quella che stiamo attraversando, càpita che si rovescino ruoli e aspettative: e capita che un musicista jazz come Fabrizio Bosso si ritrovi più prenotato e osannato che non tanti divi del pop, alle prese - loro - con l'attesa di un'estate che non si annuncia densa di affluenze. Bosso, di certo, ci ha messo del suo, come scelte, per diventare quel che è: a 38 anni, militante jazz ancor prima del diploma assai precoce (a 15 anni) al Conservatorio di Torino, con la sua tromba ha suonato con grandi vecchi come George Russell e Carla Bley, e ha impreziosito una miriade di dischi pop, da Cammariere a Celentano, passando per molti Sanremo ormai, fino alla recente apparizione come guest star nel varietà di Panariello su Canale 5. Un atteggiamento non schizzinoso nei confronti di alcun genere, al quale si accompagna però il lavoro in proprio con album rigorosissimi: a «Enchantment», omaggio a Nino Rota con la London Symphony Orchestra, seguirà il 22 l'uscita di «Vamos», con il sax di Javier Girotto. Seconda collaborazione dei due sotto il nome di «Latin Mood», è un progetto morbido, elegante, piacevolissimo, di inediti e cover come «A Taste of Honey» o «In a sentimental mood», con profumi di Anni ‘50 e reinvenzioni sonore che riscoprono certa anima latina del jazz rimasta un po' in ombra in questi anni confusi. Bosso è anche uno che la fama (meritata) se l'è sudata. Lavora come un matto inseguendo il suo sogno, lascia spesso soli nella casa di Roma la compagna e il piccolo Mathias, di due anni, al quale ha dedicato un brano di «Vamos». Domani debutta in un breve tour giapponese, e per inizio giugno ha organizzato la terza edizione di un suo piccolo festival nella natia Piossasco. Il disco è diventato poco più di un biglietto da visita per presentare i concerti. Lei ne incide parecchi, che fine fanno? «Ne vendiamo tanti dal vivo, anche 100-150 ogni sera. Ma serve sempre distribuirli nei negozi, soprattutto per farci conoscere all'estero. Anche con numeri bassi, l'importante è esserci». Il mondo si è capovolto, il pop è in sofferenza e lei non ha un momento libero. «Per chi inizia non è facile, ma se si ha un po' di nome il lavoro è assicurato. Gli spazi non sono tanti, e i musicisti sempre gli stessi perché gli organizzatori voglioni andar sul sicuro: ma nel pop se la passan peggio, vedo che fanno fatica a chiudere i tour, ci sono concerti annullati per mancanza di prevendita». Lei ha il piede saldo anche nel pop. «Non l'ho cercato, è andata così e l'ho fatto volentieri. Non mi ritengo un purista ma le mie radici sono quelle: eppure non sarei felice di girare solo con un Quartetto, ho bisogno di altri stimoli, ho impostato la mia carriera sulle collaborazioni. Le incursioni nel pop mi divertono, come la tv: a piccole dosi». Già, l'abbiamo ascoltata persino da Panariello. «Ero ospite fisso, ho fatto interventi con vari cantautori, da Nina Zilli a Renato Zero, e ho accompagnato pure James Taylor nella prima puntata. Ora mi è arrivato il progetto di una grande star italiana, per un disco con orchestra, ma niente nomi». Lei canta? «Sono intonato ma mi vergogno. So fare lo scat ma non potrei in pubblico, ci vorrebbe una bottiglia di Amarone e non è il caso» Il mercato internazionale più appetito? «In Giappone almeno fino al terremoto è rimasta la cultura dei dischi. Poi certo ci sono gli Usa, ci ho suonato molto ma non è facile, è un investimento per ora andarci: una vetrina». |
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