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Momento strano. Non che questo sia strano di per sè. È che con più invecchio, con più mi sembra di regredire ad una fase adolescenziale che non ho avuto quando era il tempo. Mi sembra un ingiustizia cosmica essere ferma in una sola vita, senza avere la possibilità di esplorarne altre. Mi sembra un ingiustizia cosmica che la morte esista DAVVERO, che arrivi e che con le persone che ami, si porti via per sempre pezzi di vita anche tua che non riavrai mai più
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Post n°310 pubblicato il 20 Maggio 2012 da mrsgarrick
Vi penso. Un abbraccio
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Post n°309 pubblicato il 19 Maggio 2012 da mrsgarrick
Tra coloro che nella seconda metà del XVIII secolo si fecero carico di introdurre il Neoclassicismo in Inghilterra, Robert Adam fu di certo il personaggio più inotevole. Che oltre ad un immenso talento come architetto e decoratore, l'enorme successo del nostro eroe fu senza dubbio aiutata dalla innata sua capacità autopromozionale...
In Kenwood House, Adam intraprese tra il 1767 e il 1769 un esteso programma ri-decorazione della struttura originale del XVII secolo per il suo conterraneo scozzese William Murray, primo conte di Mansfield. Inutile dire che Adam era particolarmente dotato sia nell'uso del colore che nell'ornamentazione, e crea per la villa una serie di piccoli motivi classici ispirati all'arte romana e rinascimentale. Motivi che riutilizza poi per decorare parapetti, soffitti, mobili, tappeti e persino argenti. Gli interni egli esterni di questa splendido palazzo furono compleatmente rifatti, come la meravigliosa biblioteca ovale decorata a colori pastello con rilievi a stucco e con dipinti di Antonio Zucchi.
Che dire? Sembra di stare in uno libro di Jane Austen. E non a caso a Kenwood House sono state girate alcune scene del fim Mansfield Park (anche Notting Hill quello con Julia Roberts e Hugh Grant, ma questa è un’altra storia). Invidia... |
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Post n°308 pubblicato il 15 Maggio 2012 da mrsgarrick
Nelle riserve di personale temporaneo a cui il museo attinge quando ci sono buchi da colmare, ci sono numerosi stranieri. Sono soprattutto ragazze spagnole e un discreto numero di italiane. Tra i nuovi arrivati praticamente non ci sono maschi. Arrivate da poco e piene di entusiasmo, queste giovanotte sono pronte ad iniziare una nuova life in the UK e a conquistare il mondo dell'arte. Sono tutte super-qualificate, come il 98% di noi altri che stiamo lì da anni in attesa che qualcosa si smuova, che si riesca a fare "il salto" e ad abbandonare l'uniforme da pinguino. Ancora non sanno che il mondo dell'arte è lo stesso ovunque e che, gira e rigira, a parte poche eccezioni non importa chi sei ma chi conosci. E non ho il cuore di dirgli che ora, anche qui a Londra, pare non ci sia davvero più nulla da conquistare. Non mi crederebbero. Ma è proprio così. Lo hanno ammesso anche i quotidiani inglesi. Lo ha scritto anche Enrico franceschini su la Repubblica di qualche gg fa. L'Inghilterra (anche se sarebbe meglio chiarlama Gran Bretagna) non è più il Paese di Bengodi.
Jamie Oliver backs Britain. Photograph: VisitBritain E la cosa più sconcertante non è tanto il cambiamento, ma la sua rapidità. La Cool Britannia, quella di Tony Blair, degli Oasis e delle Spice Girls, quella delle teiere con la Union Jack e non esiste più: l’economia è implosa, a Blair si è sostituito Cameron e con lui i conservatori hanno inaugurato l’era dell’austerity. Certo Londra va ancora di moda tra gli adolescenti (e non solo) in cerca di fortuna o di se stessi: basta fare come i miei nuovi colleghi del museo: chiudere gli occhi davanti all’evidenza e vedere quello che si vuole vedere. Ma per me è davvero inquietante vedere come in soli tredici anni questo Paese si sia trasformato.
David Cameron at the launch of the Conservative party manifesto. Photograph: Andrew Winning/Reuters 'We are all in this togheter' ha detto Cameron agli elettori quando è diventato Primo Ministro: siamo in questo tutti insieme. Ma non è vero. Come al solito ci sono dentro solo i ceti medio-bassi. Che qui come in Italia, la crisi di certo non è un problema dei ricchi. Se poi i ricchi sono i ricconi d’importazione, i miliardari russi, arabi e indiani etc etc, che comprano i palazzi di vari milioni (di sterline) in Kensington e portano il cane a fare il pedicure da Harrods, allora poi il fenomeno non sussiste, che tanto loro i soldi per comprarsi palazzi e squadre di calcio in Chelsea ce li avranno sempre. Colpa di Tony Blair che ha portato il trend di coccolare i ricchi forestieri iniziato da Margaret Thatcher, a livelli di perfezione mai visti prima, indipendentemente da chi fossero e di che colore avessero l'anima o la fedina penale, dato che persino Pinochet è stato qui a riprendersi dopo un operazione, coccolato e riverito come se nulla fosse. Uh! D'altra parte, non ci si poteva aspettare altro da uno che passa le vacanze in sardegna con Berlusca.
Il risultato è che ora più che mai ci sono due londre: quella di pochi ricchissimi locali - e quella (sempre più grande) di tutti gli altri. Quelli che i ricconi li possono solo guardare da lontano. E se prima si aveva la sensazione che questa fosse una città dove tutto era possible, ora persino il forestiero intossicato dalla varietà di lingue e culture, se si ferma un po' più a lungo del solito week-end, finisce con il percepire presto la ricchezza di pochi e la non-ricchezza dei più. La disoccupazione è a livelli mai visti prima e con essa è cresciuto anche il razzismo. Perchè quando non c’è lavoro la colpa è sempre degli immigrati e ne sappiamo qualcosa in Italia con le esuberanti dichiarazioni della Lega... E se prima erano gli Ebrei il bersaglio della xenofobia di gruppo, ora sono gli europei dell’Est e gli immigrati clandestini. Mentre a tutti gli altri, i normali impiegati, il personale ospedaliero, scolastico e del settore pubblico delle arti & cultura, non resta che sognare case che non potranno permettersi mentre viaggiano piagiati come sardine in una scatola troppo stretta, su treni e metropolitane che dai sobborghi li portano ad un posto di lavoro che permetterà loro di guadagnare lo stretto necessario che serve per pagare l'affitto, il trasporto e poco altro. È un cane che si morde la coda. Che anche il Dr Johnson sarebbe scandalizzato davanti allo spettacolo della Londra moderna, corrotta e priva di buone maniere. Inutile dire che questo mi fa proprio incazzare. |
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Oggi mi gira male. Capita. E quando mi gira male l'ultima cosa che mi va di fare è avere a che fare con i cafoni. Soprattutto quando sto andando in pausa pranzo. Cafone: ‘Sa dov’è la colonna traiana?' (ovviamente si riferisce alla copia in gesso dell'originale; cumunque un "Scusi, per favore, grazie..." no, eh??) Cafone: 'E ha intenzione di dirmelo o si vuole tenere il segreto?’ (sarcastico: ancora più antipatico!)
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Geniale, assolutamente geniale: dopo l’invenzione della lampadina e di Internet, ecco arrivati anche i caffè che affittano gattini da coccolare. Per una gattofila in astinenza come me è un grande colpo di genio. Strappo la pagina del vecchio numero di The Guardian Magazine rinvenuto per caso sul fondo dell mio armadietto al lavoro insieme ad altri vari reperti preistorici (un paio di ballerine che avevo dimenticato di avere, un maglione stropicciato che credevo di aver perduto per sempre, un materassino per fare yoga che non ricordavo di aver comprato) e la porto alla mia amica-collega giapponese per una conferma. Lei conferma: in Giappone case piccole, animali non permessi. E allora ecco la soluzione, il Kitten cafes Ma vi immaginate? Un macchiato e un Certosino, un cappuccino e quel Siamese nell’angolo per favore. Eppoi finito il cappuccino si restituisce il gattino coccolato. Efficienti come al solito, i giapponesi. |
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Post n°305 pubblicato il 06 Maggio 2012 da mrsgarrick
Se n’è parlato così tanto che appena o potuto ci sono andata. A Tate Modern a vedere la retrospettiva di Damien Hirst dico, quello che mette gli animali in formalina, ricopre i teschi di diamanti e produce installazioni che sembrano le vetrine di una farmacia per intenderci. Che -dal cibo alle persone- alla fine mi piace formarmi un’opinione personale delle cose. Soprattuto perchè quella di Hirst è da anni una vita così costantemente sotto i riflettori (anche se con lui non si arriva ai livelli voyerismo di Tracy Emin) che a volte si finisce con il dimenticare che si ha a che fare con un artista e non con un personaggio del Grande Fratello.
Entrata da scettica preparata e essere delusa, sono rimasta piacevolmente sorpresa. Anzi, devo ammettere che sono uscita QUASI convertita. Certo, odio gli insetti e non sopporto la vista del sangue per cui ho sorvolato sulle cose più rivoltanti come quella (povera) mucca tagliata a metà o la disgustosa installazione piena di mosche ronzanti (che schifo!!! Il solo pensiero mi fa venire i brividi!), ma sono rimasta mio malgrado ad osservare affascinata l’incredibile, potente malinconia emanata dal famoso squalo The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living (1991), immobile nella sua bara di formaldeide, assolutamente terrificante da vivo e ugualmente terrificante anche da morto. Tanto che mi sono ritrovata a pensare che è una fortuna che non mi piaccia nuotare in mare aperto, così avrò meno possibilita di incontrare uno dei suoi parenti …
The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living 1991 © Damien Hirst and Science Ltd. All rights reserved. DACS 2011. Photo: Photographed by Prudence Cuming Associates Per un’ipocondriaca come me le vetrine con le medicine sono state una vera e propria calamita: da sempre le medicine mi affascinano (ognuno ha le proprie manie...) e mi sono ritrovata a studiare con attenzione i nomi di quelle contenute nelle installazioni per vedere se ce n’era quacluna che conoscevo, che avevo preso e, una volta trovatane una, ho cercato di ricordare perchè l'avevo usata e se mi aveva fatto stare meglio. Lì ho capito che era il caso di uscire dalla sala prima di servirmi dalla vetrina e andare a pagare l'acquisto alla cassa…
Pharmacy- Tate Modern, 2001. Photograph: Stefan Rousseau/PA. Ma sono stati i quadri con le farfalle a farmi restare completamente a bocca aperta (come lo squalo...) per la loro incredibile bellezza – una parola non avrei mai pensato di utilizzare in una frase riferita all’arte di Hirst…
All'uscita ho realizzato mio malgrado di essermi divertita. Che mi stia convertendo all'arte contemporanea?? |
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Inutile, sono alla vecchia. Amo la carta stampata io. Anche le cose su Internet se sono lunghe devo stamparle per riuscire a concentrarmi. Amo il giornale di carta (che poi diligentemente riciclo) ed uno dei piaceri più grandi quando vado a Bologna è il gesto quotidiano dell’andare dal giornalaio/a di sempre a compare il giornale. E su la Repubblica del 30 Aprile ho letto un articolo di Ilvo Diamanti che si intitolava Il Paese dei penultimi e che, insieme all’overdose quotidiana di telegiornali multipli che sono mi sparata in vena in poco meno di una settimana, mi ha fatto riflettere molto. Ora, dice Diamanti, il sogno italiano incarnato da berlusca si è rotto e e a noi resta solo una manciata di cocci. Uh!
Non è mica la prima volta che l’italia è travolta dalla crisi. Da che mi ricordo ho sempre sentito allarmanti servizi alla televisione - inflazione, tasso di disoccupazione etc etc - mia madre lamentarsi che tutto al supermercato aumentava tranne il suo stipendio, mio padre lamentarsi delle vendite del negozio, i vicini dell'umento di gas e luce e dell'affitto. Poi si andava il Sabato a fare le 'vasche' in via dell'indipendenza, allo stadio alla Domenica e in ferie in Estate e la gente non ci pensava più. Ma stavolta è diverso, per lo meno dal mio osservatorio esterno, è la cupezza dell’atmosfera. Questa volta ho amici e parenti che ci sono in mezzo alla crisi. Questa volta la situazione è davvero tragica e la gente non ha più voglia di far finta che tutto andrà bene. Pare che anche la nostra famosa arte dell’arrangiarsi sia arrivata al capolinea. Chi ha un lavoro deve ritenersi fortunato. Chi ha un lavoro fisso, un prediletto della sorte. E non importa che lavoro sia, che a caval donato non si guarda in bocca, basta che paghi i conti, il mutuo, le rate della macchina e soprattutto, la spesa. Alle vacanze ci si pensa un'altra volta. Carriera? Ma quale carriera??
Bologna 1 Maggio 2012: il corteo di Usb Perchè come dice Diamanti, la fine dell’era berlusconiana, insieme alle gaffes e ai personaggi da macchietta che tanto materiale avevano fornito ai disegnatori satirici di tutto il mondo, ha portato via anche un’altra cosa: la grande illusione che tutti potessero diventare come lui, come Berlo. Che in fondo che ci voleva? Bastava essere spregiudicati, cinici al punto giusto, conoscere le persone giuste - et voilà, il gioco era fatto e tutti potevano avanzare nella gerarchia sociale. Con buona pace del senso civico e della moralità. E se non si poteva diventare proprio come lui, beh allora si poteva cercare di diventare come quelli che lavoravano per lui, anche se avevano le facce di Emilio Fede e Bruno Vespa che a caval donato non si guarda in bocca. In alternativa, ma solo se si avevano due belle tette e lo stomaco forte, si poteva sperare di trombare con lui ed essere elevate allo status di “papi’s girl” , che l’amore, quello vero lo lasciamo ai perdenti. Se si avevano aspirazioni poi e i numeri giusti (90-60-90) si poteva anche finire al Governo. Uh!
Nicole Minetti (ex igienista dentale di Berlusconi) L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. Almeno così dice l’Art.1 della La Costituzione della Repubblica Italiana. Ma cosa succede se il lavoro non c’è più, e se quel poco che c’è non è più come prima? Che ora avere un lavoro stabile (anzi, avere un lavoro in genere) è tornata ad essere la cosa più importante. Alla faccia della carriera. Corsi e ricorsi della storia. Quando ero piccola, il massimo per gli adulti della generazione dei miei genitori e dei miei nonni, appartenenti di fatto ad un ceto medio-basso e con un'istruzione medio-bassa, era avere un impiego pubblico. Vuoi mettere? Posto fisso, lavoro sicuro, tredicesima, quattordicesima e non ti devi neanche sporcare le mani. Poco importa quello che si fa, “che alla fine la vita è dura e non si può mica fare troppo gli schizzinosi...” mi diceva mia nonna quando mi lamentavo del mio lavoro dal fruttivendolo dei ricchi, io che avevo una laurea in Lettere e tanti sogni confusi nella testa. La chiamavo Il Generale e non solo perché era passata indenne tra due guerre mondiali – e questo la dice lunga sul suo carattere. Ora pare di essere tornati indietro, che con la crisi diminuisce anche la capacità di sognare. Largo al pragmatismo. Almeno per il momento.
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In Novembre dell'anno passato io e la mia dolce metà abbiamo chiesto il primo week-end di Giugno (di quest'anno) di ferie che c’è il Derby ad Epsom e la sua famiglia si ritrova al completo per fare baldoria, con genitori, cugini, fratelli sorelle e nipotini/e varie. Nei sei anni che abbiamo passato insieme non sono mancata una volta, (ok una) e non intendevo farlo neanche questa volta. O almeno pensavo…. Che dico io, uno pensa che sette mesi di anticipo siano sufficienti per dare ai 'capoccioni' del museo abbastanza tempo per organizzarsi, no?? Soprattutto visto che ora abbiamo una quarantina extra di colleghi con contratti temporanei (la parole è “casual”) per rimpolpare le mancanze.
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Post n°302 pubblicato il 22 Aprile 2012 da mrsgarrick
E anche oggi siamo arrivati all fine di un altro gioioso wek-end di pioggia. Che non c’è nulla come una furiosa piogga domenicale per tirare fuori la bestia che è in ognuno di noi. Almeno questo è quanto ho concluso dopo quasi una decade di lavoro al museo.
Ora, l’allattamento in pubblico è una cosa naturalissima che non dovrebbe destare né stupore né scalpore, su questo siamo tutti d’accordo. Ma nonostante tutto quando mi capita in galleria una donna che allatta non riesco a reprimere l’ansia, incrocio le dita e mi vado a nascondere, che non voglio avere nulla a che fare nè con la puerpera nè con gli altri visitatori, che c’è sempre qualcuno che trova offensiva la visione di un seno scoperto e vuole lamentarsi. Lo so, siamo a questi livelli. Sad but true. Ma per noi che lavoriamo in un luogo pubblico, qui davvero cominciano i guai. Perché se non è giusto chiedre a chi allatta di non farlo in pubblico, allo stesso modo non si possono ignorare chi si trova suo malgrado ad osservare qualcosa che preferirebbe non vedere. Soprattutto, come si fa a sapere quando è il caso di chiedere alla donna che allatta di coprirsi un poco (solo un poco, sia chiaro) senza rischiare di essere sputtanati sull’inserto del Guardian del week-end dedicato alla famiglia, o peggio, essere citati in tribunale? Che in Inghilterra l’allattamento al seno è permesso ovunque in pubblico per legge, e chiunque cerchi di impedirlo è perseguibile legalmente. Questo sapeva bene l’estate scorsa la tipa che si è tolta la maglietta (tolta, non sollevata un po’) nel giardino del museo e si è messa ad allattare a torso nudo; noi abbiamo chiamato il manager e lei ha minacciato di chiamare la polizia. E comunque è fondamentamente una questione di rispetto. La tua libertà finisce dove comincia la mia. Che piaccia o no ci sono, ci sono persone a cui questo gesto, per quanto naturale, può dare fastidio. Ne sa qualcosa una collega della sicurezza che un paio di giorni fa era di turno nella grande mostra che il museo ospita al momento e che si è trovata al centro di una situazione davvero infelice. Una madre stava allattando su una delle panchine al centro della sala. Ora, una mostra non è esattamente disegnata per la privacy; in specifiche aree del museo ci sono salette per l’allattamento, ma molte donne scelgono di non utilizzarle. La ragione? Sembra che le si voglia nascondere, quando invece l'idea è provvedere un luogo calmo dove una madre può godersi un momento che io penso sia molto intimo. Una coppia matura, in visita alla mostra, non ha gradito ed è andata dalla persona più vicina (sfortunatamente per lei, la mia collega) a chiederle di domandare alla donna se, per cortesia, poteva essere un po' più discreta. Quando la mia collega si è rifiutata di farlo (che nessuno vuole essere citato in giudizio) l’uomo si è inalberato e ha ribattuto che anche fare la pipì era un gesto naturale, ma mica lo faceva davanti a tutti. E sono andati al banco delle informazioni a compilare un velenoso papiro di lamentela contro la collega, in cui sotenevano che il suo comportamento poco cooperativo aveva loro impedito di godersi una mostra per cui avevano pagato fior di soldoni! Uh! Ma sapete qual’è la cosa più tragica e quella che davvero mi fa perdere con la pazienza anche tutta la solidarietà femminile? Che la stessa madre allattante, accortasi della reazione della coppia, una volta uscita dalla mostra è andata dritta a lagnarsi che la 'guardia' (di nuovo la mia povera collega) a suo avviso non aveva preso abbastanza le sue difese e l’ha accusata di discriminazione e di non averla fatta sentire la benvenuta, impedendole di godersi una mostra per cui avevano pagato fior di soldoni. Capite perchè preferisco nascondermi?? Meglio non essere coinvolti, che tanto tra i due litiganti ci rimette sempre chi sta in mezzo: noi. |
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