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Creato da lauraocchineri2 il 17/05/2009

LA MIA BELLA NAPOLI

CURIOSITA',FANTASIA,STORIA,POESIA ED ALTRO

 

ANCHE A TOKYO

Post n°106 pubblicato il 20 Maggio 2012 da lauraocchineri2

Tokyo pullula di ristoranti italiani, in particolare spaghetterie e pizzerie. Tuttavia, spesso si tratta di ristoranti i cui piatti sono molto adattati al gusto locale (e all'idea giapponese di cucina italiana, piuttosto che alla vera cucina italiana). Quelli buoni, con veri piatti nostrani, spesso sono molto cari. Ma ci sono felici eccezioni, come Napolimania, da pochi mesi aperto da due napoletani a Shibuya. Potrete trovarvi piatti vari (anche da asporto), ma il loro punto di forza è la pizza. Ottima e di medie dimensioni (in genere i ristoranti giapponesi danno pizze microscopiche) è realizzata con ingredienti italiani. L'unico rilievo che potremmo muoverle è che ci andrebbe un po' più di mozzarella. Comunque, con soli 800 yen (circa 8 euro) a pranzo è possibile avere un meù fisso fatto da pizza, bibita e dolce. Un prezzo irrisorio per Tokyo (e anche per l'Italia a dire il vero). L'ambiente è piccolo ma molto gradevole e italian style. Insomma, fortemente consigliato e gli perdoniamo l'insana passione per Maradona, che troneggia su una parete grazie a foto e articoli di giornale. Se andate a Tokyo fateci un salto, non ve ne pentirete

Io,non ci sono stata,ma apprendere

questo mi fa piacere

 
 
 

ANCHE QUI,MAMMA

Post n°105 pubblicato il 11 Maggio 2012 da occhineri2005

Ero criatura,' na freva ,

'na freva forte ,io nun capevo niente

Ma po' ...

'nu faro accumparette

int' 'a 'na notte 'e tempesta

ah, chella notte ....

Ie te guardaie e capette...

e' mamma è mamma mia

e sta' vicino a mme..

Quanta paura

'dint' a chille uocchie nire

ma ' nu surrise stanco

parlava 'o core mio.

E chille uocchie ca ' brillavano

d'ammore ..io nun me scordo

 

 
 
 

ATTENZIONE ,MA NON ABBIATE PAURA

Post n°104 pubblicato il 02 Maggio 2012 da lauraocchineri2
 

 

O’Munaciello, spiritello dispettoso ed imprevedibile, è senza dubbio uno dei
personaggi leggendari più conosciuti di Napoli, nonché uno dei più temuti non
soltanto dai “superstiziosi”.

Ma di chi o di cosa di tratta?

Secondo la leggenda “O’Munaciello” è uno spirito ambiguo, un personaggio
esoterico dalle sembianze di vecchio-bambino con indosso il tradizionale saio
dei trovatelli, che ama fare scherzi e dispetti ma che, a volte, può dispensare
anche qualche gradita sorpresa.

Molto affascinato dalle donne, questo spiritello si caratterizza per il suo
animo “birichino” e un po’ vizioso che lo spinge ad importunare le belle
ragazze dando come ricompensa delle monete.

Il nome di “Munaciello” gli fu dato probabilmente nel Cinquecento, mentre
sulle origini di questo personaggio le teorie sono diverse.

La prima ipotesi ritiene che tutta la vicenda ebbe inizio intorno al 1445
durante il Regno Aragonese. Si racconta che la figlia di un ricco mercante di
stoffa, Caterinella Frezza, si era invaghita di un garzone, Stefano Mariconda,
che chiaramente ricambiava il suo sentimento. Naturalmente l’amore tra i due
era contrastato e l’esito della loro storia non poteva che essere tragica: lui
assassinato, lei rinchiusa in un convento. Proprio qui, nel convento, si
racconta che Caterinella mise al mondo un bambino che venne adottato dalle
suore le quali gli mise indosso vestiti simili a quelli dei monacali per
mascherare le deformità di cui il bambino soffriva. Di qui il nome di
“Munaciello” che assunse una connotazione magica dopo la misteriosa morte del
ragazzo al quale erano sempre stati attribuiti dal popolo poteri misteriosi.

La seconda ipotesi vuole invece che il Munaciello altro non fosse che il
gestore degli antichi pozzi d’acqua, posizione che gli permetteva di penetrare,
attraverso i cunicoli, nelle case altrui facendo dispetti se i proprietari
delle abitazioni non provvedevano a pagargli quanto dovuto.

Per gli occultisti la prima teoria è da rigettare, considerandola una semplice
invenzione popolare, mentre ritengono che giusta sia la teoria esoterica,
secondo la quale il Munaciello altro non era che una presenza demoniaca, una
forma del male scesa in terra per torturare i mortali.

Quale sia l’ipotesi giusta non è dato saperlo, quello che è certo è che la
leggenda del Munaciello è ancora molto viva a Napoli e che i napoletani pregano
sempre di non incontrarlo.

Leggende: 'O Munaciello

Molte sono le le leggende popolari e i detti popolani sul personaggio più
imprevedibile e strano di Napoli, ‘o munaciello. Il personaggio è esoterico ed
è temuto dal popolo per i suoi dispetti ma è anche amato perché a volte fa
sorprese gradite che sollevano anche economicamente la situazione di una
famiglia. Egli si manifesta come un vecchio-bambino che indossa il saio dei
trovatelli, che venivano ospitati nei conventi. Amante delle donne, leggermente
vizioso, è solito palpare le ragazze belle ed in cambio di questo e/o dello
spavento che il suo aspetto scheletrico procura a chi lo incontra lascia delle
monete.
La tradizione narra che il nome fu dato nel Cinquecento ad un fanciullo
trovatello malaticcio, morto in giovane età famoso per la sua vivacità.
Secondo gli occultisti la storia di questo fanciullo è pura invensione del
popolo che volle assegnare aspetti benevoli ad un individuo demoniaco. Infatti
secondo la teoria esoterica il munaciello non era altro che una presenza
demoniaca del male che, ricorrendo a doni, in realtà ingannava le vittime
cercava di comprare l’anima.
Il popolo ha però esorcizzato la paura e ancora oggi aspetta la visita de ‘0
munaciello che può lasciare del denaro inaspettatamente senza chiedere nulla in
cambio,

La “storia” delle origini del Munaciello:
Verso il 1445, epoca in cui Napoli era governata dagli Aragonesi, Caterine
Frezza, figlia di un ricco mercante, s’innamorò di un bellissimo giovane
garzone, Stefano Mariconda. L’amore fu contrastato dal padre di lei tanto che
un giorno il ragazzo fu trovato morto nel luogo dove era solito incontrare
Caterina. La fanciulla si ritirò in convento dove diede alla luce un bimbo
deforme. Le suore lo accudirono e gli cucivano vestiti monacali con un
cappuccio per nasconderne le deformità. Quando usciva dal convento il popolo
cominciò a chiamarlo “lu munaciello”. Col passar degli anni gli furono
attribuiti poteri magici tanto da farlo divenire una leggenda.
Un’altra storia sull’origine del nome si riferisce ad un gestore dei pozzi d’
acqua che, per questo motivo, poteva accedere facilmente nelle case
attraversando i cunicoli che servivano per calare i secchi. Quando non veniva
pagato per i suoi servizi egli si vendivìcava facendo dei dispetti agli

 

 

 

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abitanti della casa

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MI TROVI ANCHE QUI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

http://blog.libero.it/rondinevolabis/view.php?nocache=1242576381

 

 

 

 

 
 
 

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Post n°103 pubblicato il 02 Maggio 2012 da lauraocchineri2

Salvata alle ore 20:13 del giorno 02/04/2012
 
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ORIGINI DELLA PASTIERA

La pastiera, forse, sia pure in forma rudimentale, accompagnò le feste
pagane celebranti il ritorno della primavera, durante le quali le sacerdotesse
di Cerere portavano in processione l'uovo, simbolo di vita nascente. Per il
grano o il farro, misto alla morbida crema di ricotta, potrebbe derivare dal
pane di farro delle nozze romane, dette appunto " confarratio ". Un'altra
ipotesi la fa risalire alle focacce rituali che si diffusero all'epoca di
Costantino il Grande, derivate dall'offerta di latte e miele, che i catecumeni
ricevevano nella sacra notte di Pasqua al termine della cerimonia battesimale.
Nell'attuale versione, fu inventata probabilmente nella pace segreta di
un monastero dimenticato napoletano. Un'ignota suora volle che in quel dolce,
simbologia della Resurrezione, si unisse il profumo dei fiori dell'arancio del
giardino conventuale. Alla bianca ricotta mescolò una manciata di grano, che,
sepolto nella bruna terra, germoglia e risorge splendente come oro, aggiunse
poi le uova, simbolo di nuova vita, l'acqua di mille fiori odorosa come la
prima vera, il cedro e le aromatiche spezie venute dall'Asia.
È certo che le suore dell'antichissimo convento di San Gregorio Armeno
erano reputate maestre nella complessa manipolazione della pastiera, e nel
periodo pasquale ne confezionavano in gran numero per le mense delle dimore
patrizie e della ricca borghesia.
Ogni brava massaia napoletana si ritiene detentrice dell'autentica, o
della migliore, ricetta della pastiera. Ci sono, diciamo, due scuole: la più
antica insegna a mescolare alla ricotta semplici uova sbattute; la seconda,
decisamente innovatrice, raccomanda di mescolarvi una densa crema pasticciera
che la rende più leggera e morbida, innovazione dovuta al dolciere-lattaio
Starace con bottega in un angolo della Piazza Municipio non più esistente.
La pastiera va confezionata con un certo anticipo, non oltre il Giovedì
o il Venerdì Santo, per dare agio a tutti gli aromi di cui è intrisa di bene
amaIgamarsi in un unico e inconfondibile sapore. Appositi "ruoti" di ferro
stagnato sono destinati a contenere la pastiera, che in essi viene venduta e
anche servita, poiché è assai fragile e a sformarla si rischia di spappolarla
irrimediabilmente
a.

Un aneddoto
Si racconta che Maria Teresa D'Austria, consorte del re Ferdinando II° di
Borbone, soprannominata dai soldati "la Regina che non sorride mai", cedendo
alle insistenze del marito buontempone, famoso per la sua ghiottoneria,
accondiscese ad assaggiare una fetta di Pastiera e non poté far a meno di
sorridere, compiaciuta alla bonaria canzonatura del Re che sottolineava la sua
evidente soddisfazione, nel gustare la specialità napoletana. Pare che a questo
punto il Re esclamasse: "Per far sorridere mia moglie ci voleva la Pastiera,
ora dovrò aspettare la prossima Pasqua per vederla sorridere di nuovo".

A Napule regnava Ferdinando

Ca passava e' jurnate zompettiando;

Mentr' invece a' mugliera, 'Onna Teresa,

Steva sempe arraggiata. A' faccia appesa

O' musso luongo, nun redeva maje,

Comm'avess passate tanta guaje.

Nù bellu juorno Amelia, a' cammeriera

Le dicette: "Maestà, chest'è a' Pastiera.

Piace e' femmene, all'uommene e e'creature:

Uova, ricotta, grano, e acqua re ciure,

'Mpastata insieme o' zucchero e a' farina

A può purtà nnanz o'Rre: e pur' a Rigina".

Maria Teresa facett a' faccia brutta:

Mastecanno, riceva: "E' o'Paraviso!"

E le scappava pure o' pizz'a riso.

Allora o' Rre dicette: "E che marina!

Pe fa ridere a tte, ce vò a Pastiera?

Moglie mia, vien'accà, damme n'abbraccio!

Chistu dolce te piace? E mò c'o saccio

Ordino al cuoco che, a partir d'adesso,

Stà Pastiera la faccia un pò più spesso.

Nun solo a Pasca, che altrimenti è un danno;

pe te fà ridere adda passà n'at' anno!"



*****************************************

"Currite, giuvinò! Ce stà 'a pastiera!"

E' nu sciore ca sboccia a primmavera,

e con inimitabile fragranza

soddisfa primm 'o naso,e dopp'a panza.

Pasqua senza pastiera niente vale:

è 'a Vigilia senz'albero 'e Natale,

è comm 'o Ferragosto senza sole.

Guagliò,chest'è 'a pastiera.Chi ne vuole?

Ll' ingrediente so' buone e genuine:

ova,ricotta,zucchero e farina

(e' o ggrano ca mmiscato all'acqua e' fiori

arricchisce e moltiplica i sapori).

'E ttruove facilmente a tutte parte:

ma quanno i' à fà l'imposto,ce vò ll'arte!

A Napule Partenope,'a sirena,

c'a pastiera faceva pranzo e cena.

Il suo grande segreto 'o ssai qual'è?

Stu dolce pò ghì pure annanz' o Rre.

E difatti ce jette. Alludo a quando

il grande Re Borbone Ferdinando

fece nu' monumento alla pastiera,

perchè facette ridere 'a mugliera.

Mò tiene voglia e ne pruvà na' fetta?

Fattèlla: ccà ce stà pur' a ricetta.

A può truvà muovendo un solo dito:

te serve pe cliccà ncopp ' a stu sito.

Màngiat sta pastiera,e ncopp' a posta

dimme cumm'era: aspetto na' risposta.

Che sarà certamente"Oj mamma mia!

Chest nunn'è nu dolce: è na' poesia!"

 

E DA QUESTO BLOG AUGURO BUONA PASQUA A TUTTI

E UN GRAZIE PARTICOLARE VA A

CHI MI HA INVIATO QUESTO

SIMPATICO ANEDDOTO

 
 
 

La reggia di Capodimonte

Post n°102 pubblicato il 15 Aprile 2012 da lauraocchineri2
 

Il Museo Nazionale di Capodimonte è uno storico museo di Napoli, sito all'interno dell'omonimo bosco, nella Reggia di Capodimonte e ospita le collezioni Farnese e borbonica che costituiscono i nuclei principali del patrimonio museale di Capodimonte. L'origine della raccolta Farnese si deve all'azione politica e alle scelte culturali di Alessandro Farnese (1468-1549), che, ancora prima di diventare papa col nome di Paolo III, aveva coltivato l'interesse per il collezionismo artistico e antiquario

 

 

.

 

 

 

QUI UNO DEI TANTI SITI,C'E' MOLTO DA APPRENDERE

 

http://www.polomusealenapoli.beniculturali.it/museo_cp/museo_cp.html

 

Ma per rendere il tutto piu' leggero ,preferisco riportare un aneddoto simpatico

 

 

L’ imperatore d'Austria Francesco I arriva a Napoli il 26 aprile 1820
contemporaneamente al principe Antonio di Sassonia. La stessa sera ha luogo un
pranzo di benvenuto, forzatamente sobrio dopo il lungo viaggio: due rilievi,
due zuppe, otto ambigù, la novità del momento, una sorta di servizio alla
francese con piatti caldi ben rifiniti in cucina e posti simmetricamente in
tavola tutti insieme sui rèchauds, gli scaldavivande. A porgerli agli ospiti
sono gli stessi camerieri.
Il pranzo di gala vero e proprio, 1.500 invitati, si tiene l'11 maggio alla
reggia di Capodimonte. L'intero Officio di Bocca è mobilitato per predisporre i
vari servizi: - 1600 tazze da consomè, 100 timballi di maccheroni grandi, 30
galantine di gallinacci, 12 cosce di vitella alla reale arrostiti, 70
gallinacci per arrosto, galantine e addobbo incluse e 30 sopradette galantine,
200 pollanche per arrosto, 60 capponi, 8 pavoni, 68 lingue di manzo, 40
prosciutti grassi rifreddi, 40 insalate di pesce, 40 insalate di polleria, 36
salami grossi, 12 teste di cinghiale, 30 gatò di lepri, 11 pasticci rifreddi di
fagiani, 6 pesci grandi bolliti pressa o poco di rotoli 197 circa, 150 rotoli
di pesce per friggere, 3.000 pasticcetti, 11 pezzi dolci mangiabili, gilè,
creme gelati. Per i vini 300 bottiglie di Sciampagna, 100 di Borgogna rosso e
100 di bianco, 100 di Grave, 100 di Porto, 100 di Lunel, 100 di Frontignans,
200 di Malga, 100 di Madera, 50 di Xeres secco, 50 di Ximenes, 100 di Paccaret,
100 di Marsala, 300 di Piedimonte - documentano Nicoletta d'Arbitrio e Luigi
Zivello.
Un menù degno dell'ospite e della cucina di monzù Peppino, il capo cuoco di
Giuseppe Lazzaro.

Mi chiedo:Come si saranno sentiti gli ospiti dopo questo "sobrio"banchetto?

E ringrazio visitor (Nino)

cultore di leggende per la gentile collaborazione

 

 

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'A NAPULE NON E' PASQUA,SI NUN 'NCE STA 'A PASTIERA

Post n°101 pubblicato il 02 Aprile 2012 da lauraocchineri2
 

 

ORIGINI DELLA PASTIERA

La pastiera, forse, sia pure in forma rudimentale, accompagnò le feste
pagane celebranti il ritorno della primavera, durante le quali le sacerdotesse
di Cerere portavano in processione l'uovo, simbolo di vita nascente. Per il
grano o il farro, misto alla morbida crema di ricotta, potrebbe derivare dal
pane di farro delle nozze romane, dette appunto " confarratio ". Un'altra
ipotesi la fa risalire alle focacce rituali che si diffusero all'epoca di
Costantino il Grande, derivate dall'offerta di latte e miele, che i catecumeni
ricevevano nella sacra notte di Pasqua al termine della cerimonia battesimale.
Nell'attuale versione, fu inventata probabilmente nella pace segreta di
un monastero dimenticato napoletano. Un'ignota suora volle che in quel dolce,
simbologia della Resurrezione, si unisse il profumo dei fiori dell'arancio del
giardino conventuale. Alla bianca ricotta mescolò una manciata di grano, che,
sepolto nella bruna terra, germoglia e risorge splendente come oro, aggiunse
poi le uova, simbolo di nuova vita, l'acqua di mille fiori odorosa come la
prima vera, il cedro e le aromatiche spezie venute dall'Asia.
È certo che le suore dell'antichissimo convento di San Gregorio Armeno
erano reputate maestre nella complessa manipolazione della pastiera, e nel
periodo pasquale ne confezionavano in gran numero per le mense delle dimore
patrizie e della ricca borghesia.
Ogni brava massaia napoletana si ritiene detentrice dell'autentica, o
della migliore, ricetta della pastiera. Ci sono, diciamo, due scuole: la più
antica insegna a mescolare alla ricotta semplici uova sbattute; la seconda,
decisamente innovatrice, raccomanda di mescolarvi una densa crema pasticciera
che la rende più leggera e morbida, innovazione dovuta al dolciere-lattaio
Starace con bottega in un angolo della Piazza Municipio non più esistente.
La pastiera va confezionata con un certo anticipo, non oltre il Giovedì
o il Venerdì Santo, per dare agio a tutti gli aromi di cui è intrisa di bene
amaIgamarsi in un unico e inconfondibile sapore. Appositi "ruoti" di ferro
stagnato sono destinati a contenere la pastiera, che in essi viene venduta e
anche servita, poiché è assai fragile e a sformarla si rischia di spappolarla
irrimediabilmente.


La leggenda
Ancora più leggendaria e mitologica la storia della sirena Partenope che
incantata dalla bellezza del golfo, disteso tra Posillipo ed il Vesuvio, avesse
fissato lì la sua dimora. Ogni primavera la bella sirena emergeva dalle acque
per salutare le genti felici che popolavano il golfo, allietandole con canti
d'amore e di gioia.
Una volta la sua voce fu così melodiosa e soave che tutti gli abitanti ne
rimasero affascinati e rapiti: accorsero verso il mare commossi dalla dolcezza
del canto e delle parole d'amore che la sirena aveva loro dedicato. Per
ringraziarla di un così grande diletto, decisero di offrirle quanto di più
prezioso avessero.
Sette fra le più belle fanciulle dei villaggi furono incaricate di
consegnare i doni alla bella Partenope: la farina, forza e ricchezza della
campagna; la ricotta, omaggio di pastori e pecorelle; le uova, simbolo della
vita che sempre si rinnova; il grano tenero, bollito nel latte, a prova dei due
regni della natura; l'acqua di fiori d'arancio, perché anche i profumi della
terra solevano rendere omaggio; le spezie, in rappresentanza dei popoli più
lontani del mondo; infine lo zucchero, per esprimere l'ineffabile dolcezza
profusa dal canto di Partenope in cielo, in terra, ed in tutto l'universo.
La sirena, felice per tanti doni, si inabissò per fare ritorno alla sua
dimora cristallina e depose le offerte preziose ai piedi degli dei. Questi,
inebriati anche essi dal soavissimo canto, riunirono e mescolarono con arti
divine tutti gli ingredienti, trasformandoli nella prima Pastiera che superava
in dolcezza il canto della stessa sirena.


Un aneddoto
Si racconta che Maria Teresa D'Austria, consorte del re Ferdinando II° di
Borbone, soprannominata dai soldati "la Regina che non sorride mai", cedendo
alle insistenze del marito buontempone, famoso per la sua ghiottoneria,
accondiscese ad assaggiare una fetta di Pastiera e non poté far a meno di
sorridere, compiaciuta alla bonaria canzonatura del Re che sottolineava la sua
evidente soddisfazione, nel gustare la specialità napoletana. Pare che a questo
punto il Re esclamasse: "Per far sorridere mia moglie ci voleva la Pastiera,
ora dovrò aspettare la prossima Pasqua per vederla sorridere di nuovo".

A Napule regnava Ferdinando

Ca passava e' jurnate zompettiando;

Mentr' invece a' mugliera, 'Onna Teresa,

Steva sempe arraggiata. A' faccia appesa

O' musso luongo, nun redeva maje,

Comm'avess passate tanta guaje.

Nù bellu juorno Amelia, a' cammeriera

Le dicette: "Maestà, chest'è a' Pastiera.

Piace e' femmene, all'uommene e e'creature:

Uova, ricotta, grano, e acqua re ciure,

'Mpastata insieme o' zucchero e a' farina

A può purtà nnanz o'Rre: e pur' a Rigina".

Maria Teresa facett a' faccia brutta:

Mastecanno, riceva: "E' o'Paraviso!"

E le scappava pure o' pizz'a riso.

Allora o' Rre dicette: "E che marina!

Pe fa ridere a tte, ce vò a Pastiera?

Moglie mia, vien'accà, damme n'abbraccio!

Chistu dolce te piace? E mò c'o saccio

Ordino al cuoco che, a partir d'adesso,

Stà Pastiera la faccia un pò più spesso.

Nun solo a Pasca, che altrimenti è un danno;

pe te fà ridere adda passà n'at' anno!"



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"Currite, giuvinò! Ce stà 'a pastiera!"

E' nu sciore ca sboccia a primmavera,

e con inimitabile fragranza

soddisfa primm 'o naso,e dopp'a panza.

Pasqua senza pastiera niente vale:

è 'a Vigilia senz'albero 'e Natale,

è comm 'o Ferragosto senza sole.

Guagliò,chest'è 'a pastiera.Chi ne vuole?

Ll' ingrediente so' buone e genuine:

ova,ricotta,zucchero e farina

(e' o ggrano ca mmiscato all'acqua e' fiori

arricchisce e moltiplica i sapori).

'E ttruove facilmente a tutte parte:

ma quanno i' à fà l'imposto,ce vò ll'arte!

A Napule Partenope,'a sirena,

c'a pastiera faceva pranzo e cena.

Il suo grande segreto 'o ssai qual'è?

Stu dolce pò ghì pure annanz' o Rre.

E difatti ce jette. Alludo a quando

il grande Re Borbone Ferdinando

fece nu' monumento alla pastiera,

perchè facette ridere 'a mugliera.

Mò tiene voglia e ne pruvà na' fetta?

Fattèlla: ccà ce stà pur' a ricetta.

A può truvà muovendo un solo dito:

te serve pe cliccà ncopp ' a stu sito.

Màngiat sta pastiera,e ncopp' a posta

dimme cumm'era: aspetto na' risposta.

Che sarà certamente"Oj mamma mia!

Chest nunn'è nu dolce: è na' poesia!"

 

E DA QUESTO BLOG AUGURO BUONA PASQUA A TUTTI

E UN GRAZIE PARTICOLARE VA A

CHI MI HA INVIATO QUESTO

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UN PO' DI STORIA:'A PIZZA

Post n°100 pubblicato il 28 Marzo 2012 da lauraocchineri2
 

 
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NAPOLI E' UN PULLULARE DI PIZZERIE,IN OGNI STRADA CE N'E UNA,DAL VOMERO,A VICO EQUENSE,DA MERGELLINA A POSILLIPO,DA PIAZZA SAN NAZZARO A.....SONO TUTTE SPENDIDE E SAREBBE DIFFICILE ELENCARLE.PARTIAMO DALLA FAMOSA PIZZERIA BRANDI

Nèl1780 viene fondata la pizzeria “Pietro…e basta così” in Salita S. Anna di Palazzo, nei pressi di Palazzo Reale. Il nome derivava da uno dei primi proprietari, Pietro Colicchio, noto con il soprannome di “Pietro il pizzaiuolo”. Pietro Colicchio, non avendo né fratelli né figli, cedette la pizzeria a Enrico Brandi, che passò la mano a sua figlia Maria Giovanna Brandi, futura sposa di Raffaele Esposito.
Il soprannome di Pietro Colicchio, “Pietro il pizzaiuolo”, sopravvisse all’eponimo e tutti i successivi gestori della pizzeria continuarono a essere da tutti chiamati “Pietro”.
Così avvenne anche con Raffaele Esposito, marito di Maria Giovanna Brandi, che nel giugno 1889, durante una visita a Napoli dei coniugi reali, Umberto I e Margherita di Savoia, venne invitato,tramite un funzionario reale, presso la Reggia di Capodimonte.
Raffaele Esposito si recò, insieme alla moglie Maria Giovanna Brandi, alla Reggia di Capodimonte, facendo il suo ingresso a bordo di un calesse trainato da un asinello.

Raffaele Esposito confezionò tre qualità di pizza: una bianca, con olio,formaggio e basilico ed una con i cicinielli

E FACCIAMO UN SALTO DA MICHELE.CREDETEMI E' IMPOSSIBILE ENTRARCI,SI FA LA FILA.

 

 

Napoli. Pizzeria Da Michele: Margherita o Marinara

Il gruppo dei Condurro con Giulia Roberts. Accanto a lei (dx), Michele Condurro, primo dei figli di Salvatore

Varcare la soglia di taluni locali non è solo un tuffo nel passato, ma nella storia del costume del BelPaese. Da quando la pizza – da sempre simbolo del mangiar plebeo alla napoletana è diventato simbolo nazionale, e poi globale, del fast food tricolore – è finita nel piatto della dolce vita all’italiana, tutta sole, chiassose comitive, pomodoro e vino. A ritrarla, più di un sognante cineasta d’Oltreoceano di ieri e di oggi.
E’ stato breve, poi, il passo che ne fatto un potente antidoto contro il male del secolo: la depressione, la stanchezza della rarefatta vita moderna.
Accade cosi’ che la protagonista del film “Mangia, Prega e Ama”, interpretata da Julia Roberts ritrovi la felicità tra l’Italia e l’Oriente curandosi con montagne di pasta e di pizza e che quella pizza venga dal grembo di Napoli, lì dove Salvatore Condurro seminò l’albero di cinque generazioni di pizzaioli, nel 1870.

al centro Michele Condurro tra (da sx) il figlio Salvatore e il fratello Antonio

Il dottore Francesco Condurro, il “commercialista pizzaiolo”, come lo chiamano,

che nel locale del bisnonno, con i fratelli Michele, Antonio e Sergio, lo zio Antonio e i cugin,

oggi costituiti in società a responsabilità limitata,

oltre a curare l’amministrazione e le pubbliche relazioni,

si diletta di ricerche storiche sulla famiglia e sulla pizza in generale.

Cartello contro i tentativi di imitazione

E’ arrivato così a stabilire che il locale, un tempo incastonato nell’edificio oggi

dell’ospedale Ascalesi, esattamente di fronte a dove è ora

(a un passo dalla tumultuosa Forcella) doveva già esistere nel 1836,

essendovi in tale data notizia di un Condurro che preparò una “Cosacca”

(come fu chiamata la pizza che vedeva insieme gli ingredienti

della marinara – aglio, origano e pomodoro – e quelli della Margherita, il fiordilatte),

per lo zar Nicola II in missione a Napoli.

Forcella a un passo dalla pizzeria Da Michele

A succedergli, fu il figlio Michele che, oltre ad aver dato al locale il nome con il quale è noto ai giorni nostri, ha avuto il merito di definire quella che è la formula che ancora oggi ne tributa il successo: “bere o affogare, Marinara o Margherita”. A parte le bevande, tra cui le birre nazionali, non c’è altro di commestibile in questi due vani piastrellati di bianco e verde nel quale possono sedere una sessantina di avventori muniti, al loro arrivo, dal sollecito personale, di un bicchiere; forchetta e coltello e un tovagliolo di carta.

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Interno della pizzeria Da Michele

La pizza, un disco schiacciato e sottile dal cornicione appena visibile, arriva sul semplice marmo bianco dei tavoli nei quali si siede tutti insieme, servita in un gran piatto rispetto al quale (come vuole la regola della pizza “a ruota di carretto”) risulta essere piacevolmente sproporzionata. “E’ sempre stata cosi’” mi racconta Francesco che, poco prima, alla mia ridondante domanda “Che pizze fate?”, aveva riposto semplicemente, ma significativamente: “Facciamo LE pizze”. A chi è passato per il locale non saranno certo sfuggite le odi in dialetto napoletano che decantano sapori e profumi della due tradizionali e uniche pizze servite con ammirevole costanza dai Condurro da generazioni. Sono affisse al muro insieme al cartello “Pizzeria Da Michele Unica Sede” e alle foto che ritraggono gli uomini di famiglia di ieri e di oggi.

Michele Condurro ritratto in dagherrotipo dei primi del '900

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Salvatore Senior, il fondatore; Michele, suo figlio, il prosecutore; la moglie di lui, Carmela e quelli che dei loro figli che li hanno seguito in pizzeria; Salvatore il figlio che definitivamente gli subentrò alla sua morte (avvenuta nel 1959) e, infine, i figli e nipoti che oggi fanno le pizze, servono, rispondono al telefono e animano il locale, affiancati dagli “anziani”: gli zii Antonio e Luigi.

la Margherita di Da Michele: a ruota di carretto

A firmare la pizza di “Da Michele”, avendo molti dei discendenti di questi scelto di andar avanti con gli studi, non è una sola mano, ma quattro o cinque. Eppure la pizza, fatta con il lievito madre, è sempre filologicamente la stessa di sempre, piaccia o non piaccia: di monacale semplicità. Ne escono dal forno circa un migliaio al giorno, dalle 9,00 alle 24,00, non stop. Il prezzo la dice lunga sulla impostazione del lavoro in questo locale: 6 euro, con tanto di birra nazionale. Il servizio, infatti, è un “optional” offerto dalla casa che vale a ricordare che un tempo la pizza (o solo suoi porzioni) si consumava al volo per sfamarsi, su semplici panche, buttate in strada.

L'ingresso della Pizzeria

A Margherita*

‘A quando sta ‘o benessere
‘a gente pensa a spennere
e mo’ pure o’ chiù povero
‘o siente ‘e cumannà

Voglio una pizza a vongole
chiena ‘e funghette e cozzeche
con gamberetti e ostriche
d’o mare ‘e sta città.

Al centro poi ce voglio
n’uovo datto alla cocca
e co liquore stok
l’avita annaffià.

Quando sentenno st’ordine
ce venne cca’na stizza
pensano ma sti pizze,
songo papocchie o che.

Ca se rispetta ìa regola
facenno ‘a vera pizza
chella ch’è nata a Napule
quasi ciennt’anne fa.

Chesta ricetta antica
si chiamma Margherita
ca quanno è fatta a arte
po ghi nant’a nu re.

Perciò nun e cercate
sti pizze complicate
ca fanno male ‘a sacca
e ‘o stommaco patì.

 

 

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io te voglio bbene assaie

Post n°99 pubblicato il 22 Marzo 2012 da lauraocchineri2
 

 

  Uno delle piu' bei testi della canzone napoletana,che in tanti conoscono.Un po' difficile la traduzione,lo so,ma e' bellissima.Ascoltatela,la canta Ranieri

 
 
 
'Nzomma songh'io lo fauzo?
Appila, sié' maesta:
Ca ll'arta toja è chesta
Lo dico 'mmeretá.
Io jastemmá vorría
lo juorno che t'amaje!

Io te voglio bene assaje...
e tu nun pienze a me!

Pecché quanno mme vide,
te 'ngrife comm'a gatto?
Nenné', che t'aggio fatto,
ca nun mme puó' vedé?!
Io t'aggio amato tanto...
Si t'amo tu lo ssaje!

Io te voglio bene assaje...
e tu non pienze a me!

La notte tutti dormono,
ma io che vuó' durmire?!
Penzanno a nénna mia,
mme sento ascevolí!
Li quarte d'ora sonano
a uno, a duje, a tre...

Io te voglio bene assaje...
e tu non pienze a me!

Recòrdate lo juorno
ca stive a me becino,
e te scorréano, 'nzino,
le llacreme, accossí!...
Deciste a me: "Non chiagnere,
ca tu lo mio sarraje..."

I
o te voglio bene assaje...
e tu non pienze a me!

Guárdame 'nfaccia e vide
comme sòngo arredutto:
Sicco, peliento e brutto,
nennélla mia, pe' te!
Cusuto a filo duppio,
co' te mme vedarraje...

Io te voglio bene assaje...
e tu non pienze a me!

Saccio ca non vuó' scennere
la grada quanno è scuro...
Vatténne muro muro,
appòjate 'ncuoll'a me...
Tu, n'ommo comm'a chisto,
addó' lo trovarraje?

Io te voglio bene asssaje...
e tu non pienze a me!

Quanno só' fatto cennere,
tanno mme chiagnarraje...
Tanno addimmannarraje:
Nennillo mio addó' è?!
La fossa mia tu arape
e llá mme trovarraje...

Io te voglio bene assaje...
e tu non pienze a me
!
LA STORIA DELLA CANZONE
La nascita della canzone è molto controversa ma la tradizione
condivisa dal grande poeta Salvatore Di Giacomo
attribuisce la musica a Gaetano Donizetti, bergamasco,
grande estimatore delle canzoni napoletane.. che all'epoca,
prima metà dell'ottocento, erano cantate ed apprezzate dappertutto.
Il motivo di ciò era la sublime bellezza della musica
ma sembra accertato che invece fu Filippo Campanella,
amico da sempre dell'autore del testo.
La leggenda vuole che la canzone cantata una sera
ad una festa tra amici che ne furono così entusiasti
che se la misero subito a cantare tutti insieme.

 

 

 

Il successo della canzone fu immediato e
travolgente
al punto che veniva cantata e fischettata
 dappertutto
diventando quasi un tormentone
al punto che il Cardinale dell'epoca
 rimproverò,
più o meno bonariamente, il paroliere Roberto Sacco
per aver dedicato la canzone all'amore umano.
 

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pizzeria sorbillo

Post n°98 pubblicato il 22 Marzo 2012 da lauraocchineri2

 
 
 

un omaggio

Post n°97 pubblicato il 21 Marzo 2012 da lauraocchineri2
 

NON LO RICORDO CHE VAGAMENTE,MA A ME PERSONALMENTE NON RISULTAVA GRADEVOLE...QUELLA SUA VOCE NASALE,UN PO' MI INFASTIDIVA.MA IO NON SONO UN CRTICO E COMUNQUE IL BRUNI E' STATO APèPREZZATO..SUA FIGLIA CONTINUA LA SUA CARRIERA E HA PUBBLICATO UN LIBRO...MA VEDIAMO COSA NE PENSANO GLI ALTRI

BAUDO, INTERPRETE COLTO E APPARTATO

Un grande interprete e un grande isolato rispetto agli altri cantanti
napoletani: aveva un suo stile diverso dal tipico cantante popolare napoletano
con approccio piu’ colto e testi bellissimi”: cosi’ Pippo Baudo ricorda Sergio
Bruni.”Ha scritto poche ma belle canzoni - dice Baudo - nei concerti dava anche
il meglio dello strumentismo perche’ andava alla ricerca delle radici della
tradizione napoletana”. Baudo ne ricorda anche il senso dell’ironia come quando
”eseguendo a Sanremo ‘E’ mezzanotte’ in coppia con Joe Sentieri, gioco’ nel
finale sul difetto della sua camminata, dovuto alla gamba ferita, e lo fece
diventare un modo di incedere sul palco”. Molto amato all’ estero, ricorda
Baudo, ”Bruni faceva grandi tournee ma era molto appartato rispetto agli altri
cantanti che lo ritenevano comunque un maestro”. A casa sua, ”un salotto per
pochi, gli piaceva fare le pizze”. Con Murolo, sottolinea Baudo, ”era il piu’
grande ma con uno stile e una musicalita’ e una ironia diversi. Con i classici,
ad esempio, era molto aereo ed ispirato. Da’altra parte aveva una voce melodica,
anzi un filo di voce e non certo un timbro tenorile”.

NINO D’ ANGELO, ERA COME SINATRA

Era come Sinatra per la canzone Usa, come Gilbert Becaud per quella francese.
Era di un altro livello, noi con lui non ci possiamo paragonare”. Cosi’ Nino D’
Angelo, appena raggiunto dalla notizia commenta la notizia della scomparsa di
Sergio Bruni. ”Lui era un personaggio del livello di Toto’ e di Eduardo de
Filippo - aggiunge il cantante - uno di quelli che non hanno eredi”. ”Noi
apparteniamo ad un’ altra generazione - aggiunge commosso D’ Angelo - siamo un’
altra storia”. ”Per me e’ un colpo, sapevo che stava male, ma sapevo anche
che, comunque, Sergio Bruni c’ era. La voce di Napoli, la piu’ autentica e
popolare era lui”. Per D’ Angelo, l’ autore di ”Carmela” ”non ha avuto dalla
vita tutto quello che meritava”. ”Era un carattere difficile, non era mai
ruffiano. Per questo era un punto di riferimento per tutto noi cantanti. Era un
grande napoletano”.

BE' NINO,CREDO CHE PARAGONARLO A SINATRA SIA UN PO' TROPPO!!!

BASSOLINO,NON C’E’ PIU’ LA VOCE DI NAPOLI

La Voce di Napoli, e mai titolo fu piu’ meritato, non c’e’ piu’. Se ne andata,
oggi, pochi mesi dopo Roberto Murolo, lasciando un vuoto incolmabile nella
canzone partenopea”. E’ il commento del presidente della Giunta regionale della
Campania, Antonio Bassolino, alla morte di Sergio Bruni.”Ma quella canzone che
lui ha portato alle somme vette dell’arte, - ha aggiunto Bassolino - dimostrando
con ‘Carmela’ come si potessero scrivere dei classici, sapra’ ricordarlo, e con
lui, Murolo e Renato Carosone, maestri di un’arte antichissima, popolare,
nobilissima, internazionale”. ”Un patrimonio inestimabile - ha concluso
Bassolino - per tanti artisti di tutto il mondo. Napoli riabbraccera’ per
l’ultima volta la sua voce, lo scugnizzo ferito dai nazisti nelle Quattro
Giornate, l’uomo il cui canto la descriveva cosi’ bene: ‘Rosa, preta e stella’

”.


IERVOLINO,
CANZONE NAPOLETANA PIU’ POVERA

”La canzone napoletana sara’ piu’ povera da questo anno in poi. Dopo quella di
Roberto Murolo, la scomparsa di Sergio Bruni e’
un nuovo e grande dolore per tutti quanti noi”. E’ quanto ha affermato il
sindaco di Napoli, Rosa Iervolino Russo, sulla scomparsa di Sergio Bruni”Ci manchera’ la sua voce particolarissima, - continuava l'allora
sindaco Iervolino - che per molti della mia generazione ha
accompagnato i sogni della giovinezza, ed ancora di piu’ la grande
interpretazione della canzone napoletana che Sergio Bruni, pur da artista schivo
e poco propenso alle esibizioni festivaliere, porto’ e fece conoscere ed
apprezzare in tutto il mondo”. ”La Citta’ di Napoli -

 

CURIOSITA'

Nel 1955 “La voce del Padrone” pubblicò 31 dischi di Sergio Bruni, quindi circa 60 canzoni; preciso che alcune venivano ripubblicate anche nello stesso anno con un abbinamento diverso dalla prima pubblicazione.
Alcune curiosità di quest’anno: al festival di Sanremo del 1955 vinse la canzone “Buongiorno tristezza”, cantata da due esordienti che in quell’anno compivano entrambi 29 anni: Claudio Villa e Tullio Pane, che per la cronaca si aggiudicarono anche il 2° posto; per la prima volta non presentò l’onnipresente Nunzio Filogamo ed è l’anno che vide il futuro organizzatore e “patron” Gianni Ravera in veste di cantante. Ritornando a Sergio Bruni, il 1955 è l’anno dei grandi successi: Maruzzella di Bonagura – Carosone, Ddoje stelle so’ cadute, ‘O ritratto ‘e Nanninella, Nuttata ‘e sentimento, ‘O zampugnaro ‘nnammurato, ‘o nfinfero, Core analfabeta del grande Totò, Paese mio, e la rarissima “‘A cravatta” disco introvabile. Ora a dirigere l’orchestra era il Maestro Anepeta. Una mia curiosità, Sergio Bruni ha mai inciso “Munasterio ‘e Santa Chiara”…fatemi sapere.

Tratto da
http://www.carlocasale.it/sergio-bruni-le-canzoni-del-1955.php#ixzz1pl65m1N6

COMUNQUE IO DALL'ETA' DI 14 ANNI HO FREQUESTATO AMICI CHE BEN CONOSCEVANO GLI ARTISTI NAPOLETANI,UNO DI QUESTI ERA M.SALERNI,E' FINITO POCHI ANNI FA ED E' STATO PER ANNI IL PRESIDENTE DEL FESTIVAL DI NAPOLI,MA POI VE NE PARLERO'...

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le nostre zeppole

Post n°96 pubblicato il 19 Marzo 2012 da lauraocchineri2
 

 

 

 

San Giuseppe, ovvero un piccolo delizioso stravizio, con le zeppole.

Dunque il termine comprende in sé diverse concezioni di dolce: c'è quello a forma di piccola ciambellina fritta ricoperta di zucchero (una delizia), oppure c'è la zeppola intesa come bignè ripieni di crema.

Qualsiasi sia la versione giusta c'è solo da leccarsi i baffi...e non solo quelli dei papà.

Perché però San Giuseppe fa "rima" con zeppole?

Le zeppole di S.Giuseppe sono le discendenti di alcune frittelle di frumento che nell'antica Roma si accompagnavano al vino nei gozzovigli del 17 marzo giorno di celebrazione delle "Liberalia”, feste in onore delle divinità del vino e del grano.

Per omaggiare Bacco e Sileno, precettore e compagno di gozzoviglie del dio, il vino scorreva a fiumi: per ingraziarsi le divinità del grano si friggevano frittelle di frumento.

Nella sua versione attuale, invece, la zeppola di S.Giuseppe nasce come dolce conventuale: secondo alcuni nel convento di S.Gregorio Armeno, secondo altri in quello di Santa Patrizia. Ma c’è anche chi ne attribuisce “l’invenzione” alle monache della Croce di Lucca, o a quelle dello Splendore.

La prima zeppola di San Giuseppe che sia stata messa su carta risale comunque al 1837.

Il 19 marzo si è sempre festeggiato inoltre la fine dell’inverno (la primavera è ormai nell’aria): durante i cosiddetti “riti di purificazione agraria” vengono accesi in molti paesi del meridione dei grandi falò, e preparate grosse quantità di frittelle.

 

 

le zeppole si San Giuseppe…

Ingredienti per la pasta: mezzo litro di acqua, 400 gr di farina, sei uova, una noce di burro, sale

Per la crema pasticcera: tre tuorli d’uovo, tre cucchiai di zucchero, tre cucchiai rasi di fecola di patate, mezzo litro di latte, 1 limone, amarene sciroppate

In una casseruola verso l’acqua, aggiungo il burro, un pizzico di sale e quando inizia a bollire verso la farina tutta insieme e mescolo energicamente per una decina di minuti perché non si formino grumi. Una volta raffreddata incorporo nella pasta uno alla volta le uova mettendo prima il tuorlo e poi l’albume, la lavoro bene e quando è bene amalgamata la lascio riposare per una mezz’ora.

In un tegame metto lo zucchero e lo lavoro con i tuorli di 2 uova fino a ottenere un composto bianco e spumoso, poi aggiungo la farina, il latte e due pezzetti di buccia di limone. Metto il tegame su fuoco a fiamma media e faccio addensare la crema senza far bollire, mescolandola continuamente con un cucchiaio di legno. Tolgo le bucce di limone e la faccio raffreddare.

In una siringa per dolci con l’imboccatura larga a stella metto un po’ di impasto e mentre la faccio uscire gli do la forma di una piccola ciambella che appoggio su di un piattino leggermente unto d’olio.

In una larga padella con i bordi alti metto abbondante olio, e quando è ben caldo aggiungo le zeppole che si devono gonfiare, poi alzo la fiamma e le faccio dorare in modo uniforme. Facendo attenzione di non bucarle con la forchetta le scolo su di una carta assorbente.

Quando si sono tutte raffreddate le dispongo su di un piatto da portata, le cospargo di zucchero a velo e le farcisco con la crema pasticcera e qualche amarena sciroppata.

Un segreto:Andrebbero fritte in due padelle ,una a fuoco lento ed un'altra a fuoco vivace....per essere indorate.Unico inconveniente:troppo olio

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visitor80 grazie per la collaborazione
Non c’è pasticceria, a Napoli e in Campania, che non celebri il giorno di San Giuseppe esponendo trionfi di zeppole fritte e al forno. Nata come dolce “povero”, fatto con ingredienti facilmente reperibili in ogni casa, la zeppola, al pari di tante altre preparazioni della cucina partenopea, ha guadagnato gli onori delle tavole più raffinate e ormai fa bella mostra di sé nelle vetrine delle migliori pasticcerie in quasi tutti i periodi dell’anno. Il 19 marzo è però il giorno del Trionfo della Zeppola: nessun napoletano farebbe a meno di gustare almeno uno di questi dolci dal sapore ricco e pieno, farciti di crema pasticciera il cui sapore e colore si amalgama perfettamente con quello delle amarene sciroppate che li guarniscono a)LA ZEPPOLA CLASSICA: la più antica, a forma di ciambella, si fa con semplicità, impastando della farina passata al setaccio con acqua e sale. Dall’impasto, liscio e morbido, si ricavano delle ciambelle, che vengono fritte nell’olio caldo (ma non bollente), quindi asciugate e spolverate con zucchero e/o cannella. Prima dell’avvento dello zucchero, al suo posto si usava il miele: prima dell’olio di oliva c’era lo strutto..... B) LA ZEPPOLA DI SAN GIUSEPPE è più recente e di tutt’altra pasta: quella degli choux (a Napoli “sciù”), detti anche bignè, che però vengono cotti al forno. Per motivi dietetici, oggi anche la zeppola di San Giuseppe viene offerta nella variante “al forno”: quella vera però rimane quella fritta.... STORIA DELLA ZEPPOLA... Nel settecento, il 19 marzo i friggitori, in omaggio a S. iuseppe, loro santo patrono oltre che dei falegnami, allestivano dei banchetti davanti alle loro botteghe, per friggere e servire le zeppole direttamente in strada, in tempo reale. Nell’imminenza del Santo, la zeppola di S. Giuseppe a Napoli la si trova ovunque. Ma è ormai facile trovarla quasi tutto l’anno, specialmente nel formato “mignon”. Al quale tanti napoletani sono stati costretti ad assoggettarsi, in nome di un pragmatico e salutistico “di meno, ma per più tempo”.Col tempo allo zucchero e alla cannella si è sostituita la crema pasticcera e l’amarena come guarnizione. Nell’antica Roma il 17 marzo si celebravano le Liberalia”, feste in onore delle divinità del vino e del grano. Per omaggiare Bacco e Sileno, precettore e compagno di gozzoviglie del dio, il vino scorreva a fiumi: per ingraziarsi le divinità del grano si friggevano frittelle di frumento. A San Giuseppe, che si festeggia solo due giorni dopo (19 marzo), la fanno da protagoniste le discendenti di quelle storiche frittelle: le zeppole di S.Giuseppe. Nella sua versione attuale, la zeppola di S.Giuseppe nasce come dolce conventuale: secondo alcuni nel convento di S.Gregorio Armeno, secondo altri in quello di Santa Patrizia. Ma c’è anche chi ne attribuisce “l’invenzione” alle monache della Croce di Lucca, o a quelle dello Splendore. La prima zeppola di San Giuseppe che sia stata messa su carta risale comunque al 1837, ad opera del celebre gastronomo napoletano Ippolito Cavalcanti, Duca di Buonvicino. Il 19 marzo si è sempre festeggiato inoltre la fine dell’inverno (la primavera è ormai nell’aria): durante i cosiddetti “riti di purificazione agraria” vengono accesi in molti paesi del meridione dei grandi falò, e preparate grosse quantità di frittelle. STORIA DELLA ZEPPOLA .... Un tempo a S. Giuseppe, patrono dei falegnami,si festeggiava la loro festa e venivano messi in vendita tutti i tipi di giocattoli di legno. Tutti i bambini ne riceveva in dono dai genitori qualcuno. Oggi invece, dal 1968, da quando cioè il giorno di S.Giuseppe è stato decretato festa del Papà, il 19 marzo sono i figli a fare regali ai padri.

 
 
 

anche questa č casa tua

Post n°95 pubblicato il 01 Marzo 2012 da lauraocchineri2
 

 

 

 

 

Amavi Sorrento ed è giusto ricordarti anche qui

 

 
 
 

PALAZZO REALE E....

Post n°94 pubblicato il 24 Febbraio 2012 da lauraocchineri2
 

 

 
 
 

 

 

La galleria venne inaugurata ufficialmente il 10 novembre 1892 dal sindaco Nicola Amore, e divenne tra fine '800 e inizio '900 il centro artistico e mondano della città (vi si trovava il celebre salone Margherita, che ospitò i maggiori artisti del varietà). Dopo una fase di decadenza nel periodo tra le due guerre, oggi è un ampio ed elegante salotto cittadino, con bei negozi, ritrovi ed uffici: sicuramente uno dei principali gioielli della città, che completa una zona già ricca di monumenti, strade e piazze importanti.E qui si riuniscono napoletani,artisti,produttori di films,attori,ecc.

 

Ed ecco a voi:

Il palazzo reale

La genesi del palazzo reale di Napoli risale all'epoca vicereale: ai primi del '600 i viceré spagnoli sentirono l'esigenza di una reggia ampia e elegante che potesse ospitare sfarzosamente la corte e i sovrani nel corso dei loro viaggi in città. Il progetto fu affidato a Domenico Fontana (proveniente dalla corte papale), che si ispirò a canoni tardo-rinascimentali; successivi ampliamenti e abbellimenti si ebbero nel '700 e nell'800. Nel 1837 il palazzo fu danneggiato da un incendio; i successivi restauri furono curati dall'architetto Gaetano Genovese, che realizzò anche l'ala delle feste e una nuova facciata verso il mare.
Dal 1600 al 1946 il Palazzo Reale è stato ininterrottamente la sede del potere monarchico a Napoli e nell'Italia meridionale: suoi inquilini furono dapprima i viceré spagnoli e austriaci, poi i Borbone e infine i Savoia. Dal 1919 il complesso ospita il Museo dell'Appartamento Storico e la Biblioteca Nazionale.

 

 

 

E' da questa

famosa piazza DEL PLEBISCITO che trasmettono i concerti e gli spettacoli importanti.Qui,i napoletani festeggiano anche il Capodanno

La lunga facciata di Palazzo Reale è interamente opera del Fontana: al centro si apre l'ingresso principale, sormontato da un balcone di parata; ai lati di questo, sono posizionati gli stemmi reale e vicereale, al di sotto quello dei Savoia. In alto, si eleva la torretta dell'orologio.
Nella facciata si apre anche una serie di archi e di nicchie; all'interno di queste ultime, a fine '800, i Savoia vollero collocare otto statue rappresentanti i più illustri sovrani delle varie dinastie ascese al trono di Napoli: ed ecco la sala

 

 

 

 

 

 

Da bambina,io,senza neanche pensarci su mezza volta,corsi a sedermi sul trono.Scatto'

un viglilante e mio padre mi mollo' un ceffone.Ebbene io ,piangendo dissi:-

Volevo essere regina per un giorno e poi il sederino della regina cosa aveva di diverso dal mio?Questo episodio,che fece ridere tutti,oggi fa sorridere anche me.

 

 

Questa è la facciata principale del palazzo reale di Napoli

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w la pasta!

Post n°93 pubblicato il 18 Febbraio 2012 da lauraocchineri2
 

E' da sfatare la credenza che la pasta sia stata introdotta in Italia dalla Cina, tramite Marco Polo. Infatti, nel 1279, quando l'esploratore veneziano si trovava ancora in Oriente, il notaio genovese Ugolino Scarpa redasse il testamento di un tal Ponzio Bastone il quale, fra le altre cose, lasciava ai suoi eredi una cassa piena di maccheroni.
Di sicuro sappiamo che furono gli Arabi nel XI secolo a introdurre la pasta in tutto il bacino mediterraneo, ma fu solo in Italia che divenne un cibo diffuso. La Napoli del XVII secolo fece incontrare la pasta coi pomodori che erano arrivati in Italia grazie alla scoperta delle Americhe.
Questa fu proprio una rivoluzione gastronomica in quanto questo nuovo connubio fece dimenticare le combinazioni dolce-salato e agro-dolce tanto in auge fino ad allora.
Gli spaghetti a Napoli si mangiavano con le mani

e fu grazie all'idea geniale di un ciambellano di corte di re Ferdinando II nel 1700, Gennaro Spadaccini, che la pasta fu servita nei pranzi di corte. Egli, infatti, aveva inventato la forchetta a 4 punte corte che è diventata poi di uso comune ovunque.
Anche il presidente americano Jefferson (1743-1826) impazziva per la pasta e la fece conoscere negli USA. Erano famosi i suoi pranzi in cui venivano servite le specialità gastronomiche che aveva assaporato durante i suoi viaggi in Europa.
Venendo ai giorni nostri, si può dire che la pasta è il piatto italiano più conosciuto nel mondo.

TOTO' in una scena del celebre film:

Miseria e nobilta'

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per farvi sorridere

Post n°92 pubblicato il 15 Febbraio 2012 da lauraocchineri2
 
Tag: storie

Partanna, Lucia Migliaccio duchessa di Floridia principessa e nobildonna siciliana (Siracusa 1770 - Napoli 1826); sposò in prime nozze Benedetto Grifeo Del Bosco, principe di P., e divenne poi (1814) moglie morganatica di Ferdinando delle Due Sicilie, di cui era stata amante. Da lei prese il nome la Villa Floridiana, a Napoli, donatale dal re e oggi sede di una raccolta di porcellane, smalti, ecc., nonché parco pubblico sul Vomero.

Ferdinando IV soleva andare a trovare la Duchessa di Florida al Vomero, in carrozza. Una volta, a causa della strada incurata e piena di fossi, il suo di dietro ne risenti' per giorni e giorni.
A quel punto Re Ferdinando, convocò a corte indignato, l'architetto responsabile della pubblica viabilità
minacciandolo di sollevarlo dall'incarico per l'incuria e l'abbandono in cui lasciava le strade del Regno. Tentando di giustificarsi, l'architetto di Corte, obietto' che dopotutto, sua Altezza Reale, dal posto in cui stava seduto, non aveva potuto ben valutare con lo sguardo, lo stato della strada.
Re Ferdinando ancora più stizzito gli rispose:
"Né archite' ma che gghiate dicenno? Nun 'o ssapite ca e vvie nun se so valutate maie cu ll'uocchie. ma sempre co culo!"(scusate,ma rispose proprio cosi')

 
 
 

LA PIEDIGROTTA NAPOLETANA

Post n°91 pubblicato il 09 Febbraio 2012 da lauraocchineri2
 

Santa Maria di Piedigrotta: una semplice ricchezza

Immersa nel traffico della vicina Piazza Sannazzaro e vicina all'ingresso della caotica galleria di Fuorigrotta, si ergesilenziosa e dimessa la chiesa di Santa Maria di Piedigrotta. La facciata č cadenzata da pilastri con capitelli articolati e termina con un timpano triangolare.

 

Il centro della festa di Piedigrotta

La chiesa, da principio dedicata alla Nativitą di Maria, fu costruita nel 1352 sull'area di una gią esistente cappella edificata dai pescatori di Mergellina. In epoca angioina, grazie alla considerevole diffusione del culto mariano, la chiesa di Santa Maria di Piedigrotta divenne il fulcro di una rinomata festa popolare, celebrata l'8 settembre. Piedigrotta č sempre stata la festa pił amata dai napoletani: ha origini antichissime, risalenti ai ai baccanali erotici che si celebravano nella vicina Cripta Neapolitana intorno al simulacro del dio Priapo. Con il cristianesimo la cappella pagana fu sostituita dalla Chiesa di Piedigrotta dove fu posta la statua della Vergine che, secondo la leggenda, fu trovata seguendo le indicazioni che la Madonna aveva dato in sogno a tre differenti persone, l’8 settembre del 1353. Da quel momento la Chiesa di Piedigrotta divenne il centro di una festa amata da popolo e nobili: Angioini, Aragonesi, ma soprattutto i Borboni, fecero della "Parata di Piedigrotta" un momento di festa, ideale per far dimenticare ai napoletani tutti i guai e la povertą. Per nove sabati gruppi di devoti arrivavano a Napoli in pellegrinaggio per chiedere miracoli o ringraziare la Madonna. Si pregava, si mangiava, si cantava, si ballava prima dell'arrivo dell'inverno. Nel 1835 Piedigrotta diventņ una festa dedicata alla musica; da qui le canzoni napoletane iniziarono a farsi conoscere nel mondo. “Io te voglio bbene assaje” e “Fenesta vascia", “Michelemmą” č “ ‘O Sole mio” sono state cantate durante Piedigrotta. Dopo una lenta decadenza, da alcuni anni la tradizione della festa di Piedigrotta č ricominciata, anche se č lontana dagli antichi fasti.

E MI RACCONTO:

ERO PICCOLISSIMA E MIA ZIA MARIA ,LA ZIA CHE MI ADORAVA E VIZIAVA,MI CUCIVA IL VESTITO PER LA FESTA.ERA UN SEMPLICE VESTITO DI CARTA,NON PERCHE' SI ERA POVERI,MA PERCHE' SI USAVA COSI'....

QUANDO INIZIAVA LA FESTA,E NE HO VAGHI RICORDI,MIO PADRE E MIA MADRE USAVANO ANDARCI.DA MERGELLINA ALLA RIVIERA DI CHIAIA,DA PIAZZETTA SANNAZZARO ALLA VILLA COMUNALE ED OLTRE ,ERA UN TRIPUDIO DI MASCHERINE.

PULCINELLA ERA LA MASCHERA PIU' FAMOSA OVVIAMENTE.LI' CI SI INCONTRAVA CON GLI AMICI,I PARENTI,SFILAVANO I CARRI,E C'ERA 'O CUPPULONE,UN CONO BIANCO CHE TI VEDEVI PIOMBARE IN TESTA E DOVEVI INDOVINARE CHI TI AVEVA ADESCATO.IO ERO PREOCCUPATA SEMPRE UN PO' PERCHE' MI SPAVENTAVA E POI PERCHE' NON VOLEVO CHE SI ROVINASSE QUEL BE VESTITO DI CARTA.ERO UNA FATINA AZZURRA.E POI ,ZIA MARIA,CI AVEVA LAVORATO TANTO...

NON RICORDO MOLTO,MA LA MUSICA E I GIOCHI,DI CERTO MI AFFASCINAVANO.

PER ANNI LA PIEDIGROTTA NAPOLETANA E' ANDATA A PERDERE IMPORTANZA.MA DAL 200 IN POI ,SE NON ERRO,E' STATA RIPRISTINATA.IO L'HO VISTA,MI E' PIACIUTA,MA 'O CUPPULONE NON C'E' PIU' E NEANCHE I VESTITI DI CARTA...

E SE VOLETE SAPERNE DI PIU', ECCOVI I LINK

http://it.wikipedia.org/wiki/Festa_di_Piedigrotta

http://www.portanapoli.com/Ita/Cultura/piedigrotta-storia.html

http://www.eventiesagre.it/Eventi_Feste/10276_Festa+di+Piedigrotta.html

 

Altre notizie sulla Piedigrotta ... La festa di Piedigrotta ha avuto origine fra il Trecento ed il Quattrocento. Notizie sicure si hanno perņ solo a partire dal 1487 infatti un cronista dell’epoca riferisce di una festa di Santa Maria della Grotta svoltasi tra il 7 e l’8 settembre con la partecipazione di tutto il popolo. La festa ha sempre mantenuto costanti due aspetti: quello pagano e quello religioso. Il primo pare che risalga al culto orgiastico dedicato al dio Priapo (dio della feconditą) che si svolgeva nella “crypta neapolitana” nei pressi di Mergellina. Il secondo, invece, risale al culto mariano che sostituģ quello pagano nel periodo in cui il viceré Pietro di Toledo fece erigere una cappella dedicata alla Madonna (simbolo di feconditą). Col passare degli anni la numerosa presenza di fedeli fece sģ che i pescatori di Mergellina costruissero un altro tempio dedicato alla Vergine. La vera trasformazione della festa di Piedigrotta si ha nella seconda metą dell’Ottocento quando la manifestazione diventa un’occasione di pubblicizzazione delle canzoni e delle merci. Dal 1894 Napoli cominciņ ad organizzare le Feste estive che culminavano in quelle di Piedigrotta che ne rappresentava l’acme e nello stesso tempo la fine. Nel corso degli anni fu arricchito il programma, si predisposero depliant con l’indicazione di mezzi di trasporto e relativi orari nonché sconti per consentire una partecipazione sempre pił massiccia del pubblico. Da pellegrinaggio del popolo si trasformņ pian piano in grande festa con carri allegorici, con esposizione di nuove invenzioni e merci varie. Fuochi pirotecnici, canti, balli, bancarelle con prodotti locali hanno reso la festa unica, un richiamo per visitatori, una grande opportunitą per i commercianti.
inviato da visitor80 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 

La smorfia gastronomica

Post n°90 pubblicato il 09 Febbraio 2012 da lauraocchineri2
 
Tag: relax


1Baba'.31Burro.61Fagioli freschi.
2Liquore.32Pizza fritta.62Noce mascata.
3Aglio.33Salame.63Noci.
4Uova fritte.34Pignolate.64Grano.
5Casatiello.35Cannella.65Peperoni.
6Origano.36Verdura.66Piselli.
7Olio.37Pizza rustica.67Pan di spagna.
8Alloro.38Tagliatelle.68Zucchine.
9Mandorle.39Sfogliatelle.69Mozzarella.
10Cioccolata.40Cacao.70Taralli.
11Uova marce.41Patate.71Vongole.
12Lattuga.42Capperi.72Salsicce.
13Uova al tegame43Fagioli secchi.73Baccala'.
14Vermicelli cotti.44Pesce.74Vino bianco.
15Capretto.45Pollo.75Zeppole.
16Ricotta.46Pizza ripiena.76Fave.
17Tonno.47Cozze.77Cassata.
18Scarola.48Finocchio.78Sale.
19Pepe.49Prosciutto.79Limone.
20Fragole.50Uovo.80Latte.
21Olive di Gaeta.51Fegatini.81Sanguinaccio.
22Cedro e canditi.52Carne.82Farina.
23Riso.53Pizza Margherita.83Menta.
24Alici.54Gnocchi.84Spinaci.
25Zucchero.55Cavolfiore.85Pane.
26Vermicelli crudi.56Uova sode.86Cipolla.
27Lievito di birra.57Pomodori.87Chiodi di garofano.
28Funghi.58Basilico.88Calamari.
29Castagne.59Miele.89Aragosta.
30Panna.60Gamberi.90Prezzemolo.
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...

 
 
 

UN SALUTO DA NAPOLI

Post n°89 pubblicato il 06 Febbraio 2012 da lauraocchineri2
 

Napoli è la più misteriosa città d'Europa, è la sola città del mondo antico che non sia perita. Non è una città: è un mondo. Il mondo antico, precristiano, rimasto intatto alla superficie del mondo moderno. Non potete capire Napoli, non capirete mai Napoli. (Curzio Malaparte)

Napoli è tante cose, e molti sono i motivi per cui la si può amare o meno, ma soprattutto Napoli è una grande capitale, ed ha una stupefacente capacità di resistere alla paccottiglia kitsch da cui è oberata, una straordinaria possibilità di essere continuamente altro rispetto agli insopportabili stereotipi che la affliggono. (Elsa Morante)

Parto. Non dimenticherò né la via Toledo né tutti gli altri quartieri di Napoli; ai miei occhi è, senza nessun paragone, la città più bella dell'universo. (Stendhal)

Una città che per storia, centralità geografica e condizioni geopolitiche non ha rivali. (Giulio Tremonti)

E CONTINUO CON UN COMMENTO INVIATOMI DA visitor.LEGGETELO,E' STORIA

LA STORIA DELLA SFOGLIATELLA... La storia non è quasi mai dolce. Ma ogni dolce ha la sua storia. A volte faticosamente ricostruita, in qualche caso spudoratamente inventata. La storia della sfogliatella appartiene alla prima categoria. Di questo dolce tipicamente partenopeo si può tracciare una precisa topomonastica. Avete letto bene; topomonastica, perché il topos della sfogliatella è un monastero. Quello di Santa Rosa, sulla costiera amalfitana, fra Furore e Conca dei Marini. In quel sacro luogo si pregava tanto, ma, trattandosi di un convento di clausura, non si poteva andare da nessuna parte, e quindi di tempo libero ce n’era in abbondanza. Una parte di esso veniva speso in cucina, amministrata in un regime di stretta autarchia: le monache avevano il loro orto e la loro vigna, così da ridurre i contatti con l’esterno, e amplificare quelli con l’Eterno. Anche il pane le religiose se lo facevano da sole, cuocendolo nel forno ogni due settimane. Il menu era uguale per tutte (ci mancherebbe): soltanto le monache anziane potevano godere di un vitto speciale, fatto di nutrienti minestrine. Un giorno di 400 anni fa (siamo nel 600) la suora addetta alla cucina si accorse che era avanzata un po’ di semola cotta nel latte. Buttarla, non se ne parlava proprio. Fu così che, ispirata dall’Alto, la cuoca ci buttò dentro un po’ di frutta secca, di zucchero e di liquore al limone. “Potrebbe essere un ripieno”, si disse. Ma cosa poteva metterci sopra e sotto? Preparò allora due sfoglie di pasta aggiungendovi strutto e vino bianco, e ci sistemò in mezzo il ripieno. Poi, siccome anche in un convento l’occhio vuole la sua parte, sollevò un po’ la sfoglia superiore, dandole la forma di un cappuccio di monaco, e infornò il tutto. La Madre Superiora sulle prime fiutò il dolce appena sfornato, e subito dopo fiutò l’affare; con quest’invenzione benedetta (e ancor meglio fatta) si poteva far del bene sia ai contadini della zona, che alle casse del convento. La clausura non veniva messa in pericolo: il dolce veniva messo sulla classica ruota, in uscita. Sempre che, sia chiaro, i villici ci avessero messo, in entrata, qualche moneta. A questo dolce venne dato, inevitabilmente, il nome della Santa a cui era dedicato il convento. Come tutti i doni di Dio, la Santarosa non poteva restare confinata in un sol luogo, per la gioia di pochi. La divina Provvidenza è un po’ come la dieta: funziona, ma non bisogna darle fretta. La santarosa ci mise circa centocinquant’anni per percorrere i sessanta chilometri tra Amalfi e Napoli. Qui arrivò ai primi dell’800, per merito dell’oste Pasquale Pintauro. I napoletani staranno protestando: ma no!, Pintauro è un pasticciere, e non un oste. Invece nei giorni di cui stiamo parlando era effettivamente un oste, con bottega in via Toledo, proprio di fronte a Santa Brigida. Che rimase un’osteria fino al 1818, anno in cui Pasquale entrò in possesso, per una via che non è mai stata chiarita, della ricetta originale della santarosa. Quell’anno ci furono due conversioni: Pintauro da oste divenne pasticciere, e la sua osteria si convertì in un laboratorio dolciario. Pintauro non si limitò a diffondere la santarosa: la modificò, eliminando la crema pasticciera e l’amarena, e sopprimendo la protuberanza superiore a cappuccio di monaco. Era nata la sfogliatella. La sua varietà più famosa, la cosiddetta “riccia”, mantiene da allora la sua forma triangolare, a conchiglia, vagamente rococò (con una sola c, da non confondersi con il roccocò, altro famoso dolce napoletano). Oggi la sfogliatella si può assaggiare in tutte la pasticcerie di Napoli, con soddisfazione. Se si cerca l’eccellenza, la bottega di Pintauro sta sempre là: ha cambiato gestione, ma non il nome e l’insegna, e nemmeno la qualità. Che resta quella di quasi duecento anni fa. Al viaggiatore che arriva alla stazione di Napoli, o che abbia almeno venti minuti fra un treno e l’altro, si consiglia di fare un salto da Attanasio, a Vico Ferrovia, che sforna sfogliatelle calde a getto continuo. Sulla sua “puteca” c’è scritto: “Napule tre cose tene belle: ‘o mare, ‘o Vesuvio, e ‘e sfugliatelle”. Un ‘avvertenza: storditi dal profumo della sfogliatella appena sfornata, ormai nelle vostre mani, evitate di addentarla voracemente. La caratteristica sfoglia lamellare è calda, ma il ripieno di ricotta è rovente.

So’ doje sore: ‘a riccia e a frolla. Miez’a strada, fann’a folla. Chella riccia è chiù sciarmante: veste d’oro, ed è croccante, caura, doce e profumata. L’ata, 'a frolla, è na pupata. E’ chiù tonna, e chiù modesta, ma si’ a guarde, è già na festa! Quann’e ncontre ncopp’o corso t’e vulesse magnà a muorze. E sti ssore accussì belle sai chi so’? So’ ‘e sfugliatelle!
 GRAZIE a tutti ed in particolare a NINO che mi dona un aiuto con simpatia

 
 
 

via ROMA o via Toledo???

Post n°88 pubblicato il 03 Febbraio 2012 da lauraocchineri2
 

antica targa stradale
A Roma, il 20 settembre 1870: un nutrito cannoneggiamento apre una breccia nelle mura aureliane. Bersaglieri e fanti dell'esercito di Vittorio Emanuele II entrano da quel varco e, conquistando la città, pongono fine al potere temporale del papa. Roma è finalmente riunita all'Italia ed il plebiscito del 2 ottobre ne sancisce l'annessione.

Anche a Napoli si esultò ed il Consiglio comunale, unendosi al tripudio di quanti videro nella riunificazione il compimento del Risorgimento nazionale, il
10 ottobre diede il via alla discussione sulla proposta del sindaco Paolo Emilio Imbriani di cambiare nome all'antica via Toledo: si sarebbe chiamata via Roma.

L'idea divise subito l'assemblea in favorevoli e contrari. Del resto via Toledo conservava questo nome da ben 334 anni; era, infatti, il 1536 quando il viceré don Pedro Alvarez de Toledo, marchese di Villafranca, la inaugurò forse non immaginando di dare vita a quella che sarebbe diventata la strada principale e più caratteristica della città.

Il dibattito nell'aula consiliare fu aspro. A quanti volevano conservare lo storico nome si opponevano quelli che nell'antico toponimo vedevano il riferimento ad un periodo di dominio straniero sulla città; il sindaco, intanto, non poteva fare a meno di riconoscere i meriti del viceré spagnolo seppure la sua proposta ne consegnava il nome all'oblio toponomastico.
il Sindaco Paolo Emilio Imbriani
il Sindaco Paolo Emilio Imbriani, da: G. Fiorentino, Ricordi napoletani, 1991

Per risolvere la questione si decise che la strada si sarebbe chiamata "via Roma già via Toledo". Ma se l'accomodante soluzione fu sufficiente ad acquietare le polemiche in Consiglio comunale non bastò, invece, a convincere una parte della cittadinanza decisa a ottenere il ripristino della vecchia intitolazione.

Si formò un comitato pro "via Toledo", la stampa seguì - e in qualche caso attizzò - l'acceso contraddittorio e nella lizza scesero anche personaggi del calibro dell'insigne storico Bartolommeo Capasso, schieratosi decisamente contro l'innovazione.

Tutto fu inutile, la decisione era presa.

Ma per noi napoletani o VIA TOLEDO o VIA ROMA,quella bella strada dove si fa lo stuscio....(sapete che cosa è?).E poi oltre alle bellezza e all'importanza,fermatevi da Pintauro...le sue sfogliate sono un capolavoro....

E da qui si arriva ad un incrocio magico,chi e' di Napoli lo conosce

 
 
 

aria di NAPOLI

Post n°87 pubblicato il 03 Febbraio 2012 da lauraocchineri2

 
 
 
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So’ doje sore: ‘a riccia e a frolla.

Miez’a strada, fann’a folla.

Chella riccia è chiù sciarmante:

veste d’oro, ed è croccante,

caura, doce e profumata.

L’ata, 'a frolla, è na pupata.

E’ chiù tonna,  e chiù modesta,

ma si’ a guarde, è già na festa!

Quann’e ncontre ncopp’o corso

t’e vulesse magnà a muorze.

E  sti ssore accussì belle

sai chi so’? So’  ‘e sfugliatelle!

 

 

 

In questo blog dedicato a NAPOLI

scrivo pensieri e versi sulla mia citta'

cercando di essere il   più corretta possibile.

Spero di non violare in
ALCUN modo il diritto
E la legge sul copyright.
Infatti chiedo che mi Venga
detto se qualcuno ritiene
che io lo abbia Fatto
e rimuoverò IMMEDIATAMENTE
ALLO STESSO MODO SPERO
CHE NON MI VENGA DERUBATO
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