Creato da monigraf il 21/05/2012
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Tecniche grafiche

Il corso di tecniche grafiche prevede l'approccio a vari metodi di disegno, fra cui l'acquarello, l'ecoline, l'acrilico, la sanguigna, il carboncino, le matite colorate.

Ringrazio Elisa, Federica, Francesca e Sandra per avermi permesso di condividere con voi i loro lavori, veramente splendidi.Li trovate a questo indirizzo https://picasaweb.google.com/109907706950840159471/AttornoAiColori#l'album é ancora in fase di realizzazione.  Ci vorrà ancora qualche giorno perché le foto siano tutte on line e con le didascalie. Me ne scuso con le autrici e con i visitatori.

Buona visione!!!

 
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Ancora esercizi di stile

Post n°6 pubblicato il 21 Maggio 2012 da monigraf
 

Esercizi di stile di Daniela Pieri

Lo spunto:

Ore 10.00 Sportello dell’Ufficio Anagrafe: una signora bionda entra accompagnata da una piccola bambina e si accomoda. Mi domanda un certificato di nascita della bambina. Le chiedo un documento di riconoscimento e chi è il destinatario, perché se si tratta di una publica amministrazione, allora è sufficiente un’autocertificazione. Mi risponde che il destinatario è il datore di lavoro, un privato. La bambina accenna un pianto, poi sorride. La madre osserva che l’ufficio ha dei bei soffitti dipinti. Preparo il certificato e glielo porgo. Sono 26 centesimi.

alla maniera di HENRY FIELDING

Batterono le 10. D’improvviso si aprì l’uscio e prima che la donna entrasse, l’impiegata, che si chiamava Mrs White, già vi aveva ravvisato le fattezze di una delle abitanti del paese e della sua bambina. Si trattava di Molly, la moglie del proprietario della locanda. Da lui aveva avuto sette figli e quella che ora aveva portata con sé era la figlia più giovane, che già aveva acceso l’invidia nel cuore delle altre sorelle, poiché, si sa, l’amore materno, sebbene sia teneramente dimostrato, non è mai sufficiente. L’impiegata era una donna sobria, che tra le sue qualità aveva quella di considerare l’onestà come la virtù più desiderabile da chi esercitava una pubblica professione. Quindi Molly domandò con civiltà, perché sebbene fosse di umili origini aveva pur ricevuto una certa educazione, un certificato di nascita della bambina. Mrs White non mancò di farle le domande appropriate, quelle che erano nel dovere del suo ufficio: un documento di riconoscimento e se il certificato fosse destinato a una pubblica amministrazione. Mrs White accennò a Molly la posibilità di far uso dell’autocertificazione,  ma Molly, dopo alcuni complimenti, rifiutò, dicendo che quello non era il suo caso. Infatti il certificato era destinato a Lord F., il gentiluomo padrone dei terreni sui quali sorgeva la locanda. Se fosse il chiaccherare delle due donne o perché Molly ancora non le avesse dato da mangiare o perché le anime pure avvertono il male più facilmente delle altre o altro ancora, non so dirlo, ma la bambina accennò un pianto. Ma, come il sole perdona sempre alle nuvole il baccano fatto durante il temporale, tornando a splendere, così la bambina, che era d’indole buona, qualunque fosse stato il motivo del suo pianto, già aveva perdonato e tornò a sorridere. Molly non potè fare a meno di ammirare la bellezza del soffitto, mirabilmente dipinto, poi chiese il conto e pagò 26 centesimi.

alla maniera di ANTONIO MACHADO

Già sono le dieci della mattina.

Sola, aspettando, l’impiegata ripone le carte.

Luce chiara dei monti entra dalla porta,

una bimba, iris di speranza,

chiede che sia proclamata vera

la sua venuta al mondo.

Non sarai tu, piccola rosa di campo,

a proclamare il tuo nome,né sarà tua madre.

Perché solo il vento

e i monti e i cespugli in fiore

lo conoscono.

Ma già sa il Paese che una nuova voce

si è unita al coro, che ora è pianto,

e ora è riso.

Limpida luce del mattino

dipinge sul soffitto il cielo azzurro.

Che bellezza! Con due sole gocce di rugiada,

una rosa è nata!

 

alla maniera di JAMES JOYCE  Dubliners

 

L’orologio batté le dieci. Il cartello indicava “aperto” e poca sopra era scritto “Ufficio Anagrafe”. Per strada c’era silenzio e per un attimo l’impegata sentì silenzio anche nella sua testa. C’era ancora tanto lavoro da fare. Vide aprirsi la porta, lentamente. Una giovane donna entrò nell’ufficio. L’impiegata la guardò per un momento. Aveva un vestito azzurro, abbottonato sul davanti, i capelli biondi, lisci, parevano tinti in casa.

“Vorrei un certificato di nascita. E’ per mia figlia.” Disse la donna.

“Certo. Un documento d’identità, per favore”

La donna frugò nella borsa e le vennero in mente le parole del marito riguardo al fatto che quella borsa era sempre piena di niente. Niente. Quella parola riusciva sempre ad avere uno strano effetto su di lei. Le faceva pensare al sonno o di trovarsi in un altro posto senza andarci.

“Il certificato va a una pubblica amministrazione?” La voce dell’impiegata la scosse e tornò a vedere nuovamente le pareti bianche e il soffitto dipinto dell’ufficio. Le piaceva quel soffitto, le ricordava quello della cappella dove, accompagnata dalla madre, il sabato pomeriggio, andava a dire le preghiere.

“Perché se è così deve fare l’autocertificazione”

“No, è per mio marito. Va al suo datore di lavoro.”

L’impiegata preparò il foglio bianco e mentre attendeva la stampa, guardò la bambina. Assomigliava alla madre, anche se con gli anni i lineamenti di questa erano diventati un po’gonfi. La bimba si mise a piangere. Si diceva che la famiglia della donna non se la passasse bene. Ci fu una pausa, smisero tutti di respirare. Poi la bambina, che era un amorevole bambina, sorrise. L’impiegata si affrettò a chiedere i 26 centesimi per il certificato e salutò la donna. C’erano sempre così tante persone fuori ad attendere.

 
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Altri esercizi di stile

Post n°5 pubblicato il 21 Maggio 2012 da monigraf
 

Esercizi di stile Silvia Cecchini

 

Lo spunto:

ANSA) - BOLZANO, 3 FEB - Passava regolarmente in banca a Bolzano per incassare la pensione della madre, 1.100 euro al mese. Ma la donna era morta da 13 anni. L'uomo si presentava con una carta d'identità della madre, risultata poi scaduta, dicendo che l'anziana non poteva presentarsi perché ricoverata in una casa di riposo in Austria. L'uomo ora dovrà rispondere di truffa aggravata e continuata.

 

alla maniera di Amalia Guglielminetti

L'ASSENZA RIMPIANTA

-No,non è potuta venire, è la mia croce, sa, signorina.

Quel distinto signore che mi trovavo davanti allo sportello, tutti i mesi, a riscuotere la pensione della madre, aveva suscitato la mia attenzione e compassione. L'aria distinta, le tempie grigie, una sciarpa di cachemire bianco incrociata sotto il cappotto un po' consunto ma di taglio elegante: tutto in lui mi parlava di solitudine e di devozione verso questa madre ricoverata in casa di riposo.In Austria, mi aveva detto un giorno: troppo lontana per andarla a trovare spesso come avrebbe voluto.

E mi chiedevo: avrà un amore, nella sua vita? Potrebbe notare me, anonima impiegata di banca?

Queste riflessioni avevano germogliato dentro di me e avevo cominciato ad acconciarmi in modo più civettuolo, levando gli occhiali, quando lo vedevo avvicinare, e guardandolo in tralice, sorridendo, un po' allusiva.

Ma alla fine del mese scorso non lo vidi arrivare. Mi impensierii, pensando a qualche malattia, a qualche oscuro motivo che lo allontanava dal consueto appuntamento.

Venni invece a sapere, da un trafiletto sul giornale, che l'assenza della madre aveva un'altra spiegazione, e che la devozione di lui era solo...per la sua pensione.

 

alla maniera di Thomas Wolfe

AMORE FILIALE

Giorni sempre uguali, dopo la morte di lei, non gli avevano svelato alcun dolore. Dove sei, dolore, rimpianto? Ti cerco, fra le lapidi di questo cimitero, a volte inciampo in qualche vecchio vaso di plastica con fiori finti, ma trovo solo parole, e immagini strappate da una vecchia rivista. Stai attento, può nevicare...Attento a che? Pensi che nonme ne accorga, se nevica?Vecchia stonata, sempre più vecchia, sempre più stonata.

Non la sopportava più, a ciabattare in casa seguendolo per leggergli la posta di sopra le spalle, o a fare la cresta sulla spesa, per riprendersi i soldi della sua pensione che lui amministrava al posto di lei.

La pensione, già, la pensione. Poteva fare a meno di sua madre, e delle sue frasi sempre ripetute, ma non della pensione. E così, gli ci volle poco a decidersi: la  carta di identità di sua madre, presa dal suo cassetto, e avanti, così, un mese dopo l'altro, un anno dopo l'altro. Passi sul marciapiede, verso la banca, le prime volte con un sottile filo di angoscia, poi sempre con maggiore spavalderia. E poi la pensione in mano sua, e come un rituale, il caffè nel bar di fronte, a festeggiare.

Per tredici anni. Poi, fu preso. E iniziarono altri giorni, sempre uguali.

 

alla maniera di Xavier di Montepin

LA CARTA DI IDENTITA'

Era una giornata di febbraio e due agenti del distretto della polizia finanziaria di Bolzano aspettavano qualcuno davanti alla banca. Per Giorgio Bauer era il primo incarico e il suo sguardo correva nervosamente al compagno, mentre con una mano giocherellava con le manette. Ma chi aspettavano dunque quei due?

Facciamo un passo indietro di tredici anni, e speriamo che il lettore abbia la pazienza di seguirci.

In questa stessa città , tredici anni prima, era avvenuto un lutto, appparentemente comune e nell'ordine naturale delle cose: una signora malata, ormai in età avanzata, era spirata nel suo letto, ed era stata accompagnata alla sua ultima dimora, il cimitero di Bolzano, dal figlio afflitto. Questi, un uomo non più giovane, ma non ancora anziano, ancora prestante nel fisico, fu letteralmente abbattuto dalla disgrazia. Ci dispiace dire che non era l'amore della madre che suscitava il suo dolore, ma la preoccupazione di rimanere senza mezzi di sostentamento. Senza lavoro, da ormai tre anni, senza più cassa integrazione, e col solo sussidio, aveva sopravvissuto fino al giorno prima con la pensione della madre, a cui ora avrebbe dovuto rinunciare.

Un pensiero aveva preso forma nella mente dell'uomo: chi avrebbe controllato se sua madre fosse davvero morta? Quella inefficienza della burocrazia statale che tante volte aveva esecrato, ecco che ora poteva tornargli utile. All'inizio si ritrasse dal pensiero di quel sordido espediente, ma poi, pensando al suo magro menù dei giorni a venire, la decisione fu presa. Con mani febbrili frugò il canterano della camera di sua madre e là, posata fra una bottiglia di acqua di colonia riempita a metà e un sacchetto di forcine, trovò ciò che cercava: una carta di identità. E così, per tredici anni, quell'uomo, un mese dopo l'altro, si addentrò sempre più nella strada dell'inganno e della frode, insudiciando la sua coscienza per soli pochi soldi. Ma tant'è: a volte le coscienze vengono ascoltate meno degli stomaci.

Ma torniamo ai nostri due poliziotti, fermi davanti alla banca.

-Eccolo, arriva! Disse Giorgio. E il suo cuore esultò: stava per effettuare il suo primo arresto


 

 
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Esercizi di stile... e altro!

Post n°4 pubblicato il 21 Maggio 2012 da monigraf
 

Di seguito alcuni esercizi  di Ivan Genesio

  1. Le dieci parole random:

accusato, poeta, ciclo, fondersi, mescolato, cavo, sostituzione, intento, difendere, bambino

 

C’era un  bambino, un poeta da difendere. In un passato ancora recente fu troppo spesso accusato di non servire a nulla: la società non vedeva l’ora di vederlo crescere con l’intento di mandarlo a lavorare, di farlo procreare, di fargli cercare moglie o marito, e così alla poesia poco alla volta veniva mescolato il sapore cavo dell’abbattimento e della disforia. Nell’era dell’Acquario questo lungo ciclo è terminato, sta avvenendo una sostituzione: da essere inutile a poeta che può curare per via della sua purezza. La sua poesia potrà aiutare il fondersi delle razze.

2012: quel bambino ora è qui.

 

 

Focalizzazione:

  1. C’è una rissa ed io sono quello che scappa:

L’altra sera c’è stata una rissa.

Si era verificata una situazione in cui regnavano incomprensione e caos.

Sono subito fuggito via, lontano da quella manifestazione di insana follia.

Ora mi rendo conto che, dandomela a gambe, provavo disagio, forse avrei dovuto alzare la voce o comunque comportarmi diversamente. Non ho trovato la forza per agire, il sangue mi si è gelato nelle vene e l’unica cosa che sono riuscito a fare è mettermi a correre. Ho avuto paura: mi intimorisce l’irrazionalità combinata alla violenza.

Oggi, a qualche giorno di distanza dall’accaduto, non sapendo come sia andata a finire, spero che qualcuno abbia imparato qualcosa da quell’esperienza.

Già…e io che cosa ho imparato?

Se mai mi troverò in una situazione simile, so che quella potrà essere una prova per me e che con volontà potrei vincere la paura, con la prudenza potrei mettermi da parte e chiamare i soccorsi, ed infine, anziché fuggire, al sicuro, potrei mettermi a pregare.

 

 

  1. Descrivo un fatto come se lo scrivesse un autore:

Fatto: un uomo in una giornata molto fredda va a vedere una camera da prendere in affitto. Arriva in scooter. Una signora, la padrona lo accoglie e lo guida nella casa. La camera è in condizioni pessime. La cucina altrettanto. L’uomo se ne va sapendo che non andrà mai ad abitare lì.

 

 

WU Cheng:

Faceva freddo come mai da molte lune. Lo testimoniano i versi:

 

“ Giù per la temperatura

le menti si riposano.

i richiami si fanno fragili

le voci cadono a terra

anch’esse immobili ,

di ghiaccio.

Se attraversi il freddo

puoi trovare pace?

Di qua! Non fuggire all’inverno

e  fallo alleato!”

 

Lui, un poco sperduto, si rifugiò dal gelo, mollando il suo scooter. Arrivò puntuale in quella dimora.  Suonò e disse:

- Sono qui per la camera in affitto.

<> pensò.

- Per di qua signore, venga

In un sol sguardo la casa gli apparve a dir poco tetra:

 

“Fango in ingresso

Indumenti sporchi in entrata

Brutture in bella vista.

Dalla cucina una nube porpora:

cibo per mostriciattoli

che accoglienti non sono.

Dove vorrò andare?

Lontano di qui, ma dove?

Al freddo! Fuori, via di qui!”

 

- Non si spaventi per il disordine, tutto sarà sistemato entro domani.

- Va bene, grazie. Credo di aver visto tutto.

 

L’uomo salutò e si rifugiò al freddo. Ancora non era tempo: la camera non era lei e… se poi volete sentire il seguito, non vi resta che immaginarlo: la storia finisce qui.

 

 

Baricco:

Freddo, freddo, un grande freddo. Un fuoco di ghiaccio divora tutto ciò che incontra, il vento può tagliare le mani. Stop.

Due ruote di fermano di fronte ad una casa che oggi, più che mai, appare un castello di ghiaccio. L’uomo, sceso dallo scooter, togliendosi un guanto, porta la sua mano curva verso il campanello. Sembra cercare l’impossibile, ma deve solo premere.

Driin. Si rimette il guanto.

- Sono qui per vedere la camera.

La porta si apre, innanzi a lui una signora in tuta si affaccia e fa cenno di entrare. Il freddo dentro la casa appare ancora più presente, e ti scruta e ti interroga come un ispettore d’esame poco indulgente.

“Ma dove sono finito?” pensa l’uomo, mentre i suoi pensieri iniziano ad oscillare su e giù raggiungendo prima della sua vista ogni anfratto della casa. Raggiungono la cucina… un perfetto connubio di orrore e odore. Inutile dire quanto sia sgradevole. Poi… la camera: una lezione di caos.

- Domani sarà tutto a posto, non si preoccupi per il disordine

La signora non prova vergogna per ciò che offre in affitto. Quel buio gelido non sembra impensierirla.

- Per ora va bene, grazie.

L’uomo saluta, esce, ha bisogno di respirare.

È la vita. Incontri precisi che non lasciano traccia, vite parallele che per un attimo si dimenticano la loro direzione e si incontrano. E fuori fa freddo.

 

 

 

Hemingway:

E’ il grande freddo, quello del nord della Siberia, l’impero del gelo. Sapete, anche a Firenze può arrivare. E fu proprio in quelle condizioni che un uomo in cerca di stanza da affittare si portava avanti con la sua motocicletta. In quei giorni, bisognerebbe stare a casa al caldo, seduti dinnanzi al camino, con, perché no, una bella e calda bottiglia da compagnia. Ma quando le esigenze primarie chiamano, e la casa è quello che è per noi una base, un fondamento del vivere, allora anche le regole possono essere stravolte.

Ecco che suona il campanello:

- Sono venuto a vedere la camera – disse l’uomo saltellando per non gelare

- Venga, mi segua. – rispose la proprietaria con tono molto distaccato… chissà quanti ne aveva visti prima di allora, persone sole, in cerca di giaciglio.

Salirono insieme nell’abitacolo. Davvero un gran puzzo usciva da quella cucina immonda. Resti di cibarie, bottiglie di birra, gin, odori che entravano diretti nelle radici dell’uomo poco avvezzo all’alcool.

- Vorrei vedere la camera - disse

Nella camera ogni sorta di roba sembrava essere stata collocata ovunque. Strabordava, addirittura pezzi di vestito uscivano di lì per arrivare fino al corridoio. Chi era passato di li? Una bestia inferocita che con il muso aveva preso a sberle tutto ciò che incontrava?

Certo una buona luce entrava dalla finestra, ma…

- Non si spaventi per il disordine. Domani verrà rimosso tutto.

- Sì, certo, immagino.

Silenzio. A volte le parole hanno meno peso del vuoto. L’uomo si ritirò, da quando era entrato aveva capito che non era cosa per lui.

- Per me va bene, signora. Grazie.

Il cancello si chiuse alle sue spalle. Egli non si voltò indietro ed un pensiero lo attraversò come un fulmine: “se mai rivedrò quella signora, sarà al mercato qui vicino, non certo in quella casa.”

Il motorino partì dopo aver preso diversi calci di avvio. Poi l’uomo e la motocicletta  andarono incontro al freddo .

 

 

 
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Esercizi di stile

Post n°3 pubblicato il 21 Maggio 2012 da monigraf
 

Fra i tanti esercizi che si praticano all'interno dell'INVENTASTORIE ve ne é uno molto particolare. Si tratta di trasporre un testo dato in uno stile diverso, un po' come ha fatto Queneau nei suoi famosissimi ESERCIZI DI STILE. L'ultimo percorso, conclusosi a marzo, é stato seguito da sette persone di varie età, già introdotte alla pratica della scrittura. Esse, con mia grande soddisgìfazione, hanno voluto dare un ulteriore apporto creativo all'esercizio, realizzando dei testi sullo stile di specifici autori.

Nei post seguenti ne troverete alcuni. Sono messi in ordine casuale.

Il primo che vi presento é stato scritto da Enrica Maschio

Lo spunto: 

Deputati e senatori che hanno partecipato a una partita di beneficienza interamente spesati non hanno contribuito alla raccolta fondi per comprare tre carrozzelle per i bimbi disabili

 

1° versione

 

Eletto, dai banchi romani

attendi la morte

i tuoi occhi fissano tiepidi pendii

di colline vendute

ai trafficanti di buio.

Deputato ho pronunciato il tuo nome

come un falò di schede elettorali

sei nuvola e sangue. Anche questo è politica

Ti chiedemmo di giocare per noi

calci a un pallone

come dimenticare un vizio

vivere su spalle altrui

vale almeno un omaggio alla gente che vota.

Tre sedie per tre piccole luci

tre carrozzelle come acqua di glicine, profumo amico,

questo ti chiedo. E tu di rimando:

"Non una moneta non un aereo non un coperto

dovrò sopportare sul mio misero conto?"chiedi tremante come terra d'inverno

Di questo solo ti importa

l'avidità conficca le sue radici nella nera vigna della tua coscienza

il gorgo inghiotte muto la tua buona volontà

Iimparo a temere i tuoi sì

Ti rassicuro

Farò tutto quel che chiedi, anche imbottigliare senza luna

la vigna fa ilvino non il vignaiolo

Donerai, mi dico e mi illudo,

l'ombra nera sulla terra spaccata dei tuoi inganni

non basta al mio sguardo cane

per capirti, sei politica.

Donerai, mi dico e mi inganno, sai leggere

l'invito su carta a colori, era ieri che ti scrissi,

un invito al campo di calcio nell'inverno che brucia

per raccogliere fondi e speranza, al calare della sera,

una stagione fredda nera.

Dicesti sì, sono della partita, è cosa buona

bambini, carrrozzelle, disagio

ho da fare la mia parte, son deputato,

gente sono, gente tornerò.

Sapessi capire i silenzi della bestia che t'abita, politico,

più che le parole della tua lingua morta,

che il niente che nutre il mio sangue crede anche la sua lingua,

e invece no,

t'avrei salutato lì subito, sulla soglia della tua inconsistenza.

Ma la terra non ti ha inghiottito, sei venuto al campo, sere dopo, sotto una falce di luna

hai giocato per il bene dei piccoli, mi sono illuso nella brina di prima sera

t'ho chiesto il denaro, come pattuito

quale patto hai chiesto muto

come gelo di marzo che distrugge il raccolto

così s'abbatte il tuo vuoto sulla mia giovinezza,

senza avvisare, ladro di notte

nessuna ombra in fondo ai tuoi occhi, vuoti come una camera mortuaria

quando tutti sono andati, anche le anime.

Per le carrozzelle, sibilo già marcito dentro dal gelo di febbraio

della tua sfrontatezza.

"Rimborso" dici invece, le labbra mimano il vuoto della cassa toracica

ho giocato, la gente è venuta per me, ha pagato

per questo mi hai chiamato, ora la paga della sposa.

Era un errore averlo invitato, lo sapevo adesso

che il sole calava sulle mie mani lorde

dell'accordo con Roma.

Ti pago, politico, ti rimborso le spese, l'acqua il treno

sono anni che vivi a mie spese, non mi stupisci

mi stupisco di me

ti dò la paga perchè ho le ossa spezzate

il cuore senza alloggio che la terra gelata non vuole con sè

nemmeno lei,

ma non faccio più la guerra.,.

Tu non sai la pazzia delle Camere e dei Senati,

ma io conosco i tuoi nomi, deputato, o senatore

ho mani e memoria da contadino

Verranno altre elezioni e avranno i tuoi nomi

sarà come smettere un candidato

tu non sai gli elettori

quando decidono di cambiare partito

Una donna ci guardava votare

Adesso sei un cencio sulle colline.

La donna ci aspetta a cenare.

 

2° versione


Un giorno mia madre e la zia organizzarono una partita di beneficienza per raccogliere fondi. La cara mamma non vedeva l'ora di riversare sull'evento la sua proverbiale bontà e mio padre si limitava a scrollare le spalle, quando in quei giorni di fermento la incontrava nel corridoio. Lei lasciava trapelare, di fronte a quel gesto di apparente disappunto, una sorta di riconoscenza, come un bambino quando sente l'approvazione del genitore alla scostanza del quale ha preso l'abitudine, e sa addirittura cogliervi gemme d'affetto. Eppure, quel lieve cenno del suo corpo sarebbe rimasto nei miei ricordi come il segnale di un dolore imminente del quale non conoscevo ancora le cause ma che avebbe poco dopo soffocato la mia volontà, tanto da fiaccarmi le ossa, costringendomi a letto, preda dell'angoscia, quando poi mia madre si sarebbe macerata nei sensi di colpa per il danno procurato alla società, alla quale doveva pur rendere conto, diceva, e mio padre avrebbe assunto l'incedere del vincitore, di colui che lo aveva detto, mentre lei mormorava di continuo quanto fosse sconveniente quel che era accaduto e il peso della colpa le offuscava il bel volto. Pensai allora che se mia madre avesse dovuto preoccuparsi di me, si sarebbe distolta dal suo rammarico. Così aumentai le crisi di pianto, nella ferma convizione di aiutarla a ritrovare la serenità. Invece crebbe solo la sua irritazione nei miei confronti e così la mia angoscia di dovermi addormentare senza poterla baciare. Avevano dato una cena in giardino, alla quale avevano inviato i due più importanti medici della città. I due signori avevano lasciato intendere che la presenza di alcuni politici della capitale in città sarebbe stata utile alla raccolta di fondi per l'acquisto di alcune carrozzelle per bambini molto più che mille petizioni, e le signore che li ascoltavano s'erano subito interessate. Ricordo ancora, e in quel momento non sapevo che non l'avrei più dimenticato, associando quel sussulto alla catastrofe che ne sarebbe seguita, l'entusiasmo che arrossì le gote di mia madre quando propose ad un uditorio perplesso di organizzare una partita di calcio fra i politici della capitale e i giudici locali. L'idea aveva preso corpo nel corso della serata. Mia zia ricordava di aver conosciuto il fratello di un deputato che non le avebbe certo negato la cortesia di metterla in contatto con il fratello, se solo lei le avesse raccontato il fine di quel contatto, un uomo di una sensibilità unica, assicurava. Quando venne il gran giorno, osservai le occhiate che i calciatori politici si scambiavano con i calciatori giudici. Ancora non sapevo cosa può celarsi dietro individui senza scrupoli, se il destino offre loro un buon giro di carte. Tra i singhiozzi di mia madre, che avrei voluto stringere fra le mie braccia e consolare, se solo avessi avuto la forza di sopportare tutto il dolore che vedere in quelle condizioni la creatura che era la mia ragione di vita mi procurava, e che invece mi faceva gemere disperato in un angolo della mia camera, come se ogni ragione di vita fosse oramai perduta, fra i singhiozzi di mia madre interrogata da mio padre su quel che era accaduto per gettarla in un siffatto sconforto, riuscii a capire che doopo la partita si era recata dai politici a chiedere loro il denaro per l'acquisto delle carrozzelle, come immaginava che il fratello amico della prozia avesse pattuito con il deputato suo fratello e i suoi colleghi. Ebbene, costoro non solo non diedero alcun denaro per una causa che ritenevano di aver già sostenuto con la loro presenza, che a loro dire aveva attirato una discreta folla di spettatori dalla quale attingere il denaro utile alla causa che pure ritenevano tanto nobile, ma avevano anche preteso seduta tante il rimborso dei costi sostenuti fino ad ora, per raggiungere questa provincia, e anche per tornare indiero, rimborso che aveva praticamente esaurito il denaro fino a quel momento raccolto. Ma il suo disperato tormento era un altro: come dire ai due rispettabili dottori, che pure aveva visto amabilmente conversare con i politici calciatori dopo la partita, che l'intento non era stato raggiunto? Mi aspettavo che mio padre l'avrebbe investita di rimproveri, accusandola di leggerezza e svelandole di essere stata l'inconsapevole pedina di un gruppo di uomini senza scrupoli che pensava solo alla prossima campagna elettorale. Invece lui si offrì di comprare le carrozzelle, purchè ella smettesse di tormentarsi tanto. Oh, a quale esplosione di gioia assistetti e come il mio animo s'era improvvisamente placato, laddove si aspettava di dover sopportare l'angoscia di veder spezzato il cuore di mia madre e con esso il mio.

 

3° versione

A Piazza san Silvestro ti potevi dimenticare che a pochi passi c'era tutto quel potere. Ci passava il 64 e Via del Tritone sembrava un rione popolare deglia anni '50. Ma quella stradina che portava su agli uffici della Camera trasudava corruzione: era come se, a ogni passo, perfino i mattoni ti offrissero oro, oro  in cambio del tuo silenzio, disse un'ombra, e non ero neanche entrato a palazzo.

  • - Sarà stata una buona idea? disse Jack che aveva visto l'ombra, l'oro e anche altro che per fortuna io non riuscivo a distinguere in quella strada di doppiopetti e camicie bianche e blu.

 Aveva finito di buttar giù un enorme pezzo di pizza e fichi, eravamo stati a Trastevere da Frontoni, non s'era voluto sedere.

  • - E' per una buona causa, risposi, ma non ne ero convinto come dieci minuti fa. Questo deputato mi aveva dato appuntamento nel suo ufficio. Gli avevo accennato per telefono dell'iniziativa: avrebbe dovuto coinvolgere qualche suo collega in una partita di beneficienza. Con il ricavato ci avremmo comprato tre carrozzelle da bambino. Allora il nostro ospedale se la passava piuttosto male e i nostri pazienti non erano da meno. Io stavo finendo il praticantato in chirurgia, mi mancava meno di un anno e m'ero affezionato a pediatria. Forse per via di Lisa, un'infermiera che mi ricordava i pomeriggi di casa mia, quando il vento stacca le prime foglie rosse dagli aceri e sembra carnevale e invece è solo finito l'autunno: uno spettacolo, ma uno sa che inizia l'inverno. Così il suo sorriso mi faceva quell'effetto: meraviglioso come il presagio di una catastrofe, una tromba d'aria all'orizzonte: monumentale, ma ti metteresti a correre.

Per farla breve: un chirurgo del mio reparto conosceva un deputato che conosceva un senatore e bla bla bla bla, insomma, una catena che portava da me alle carrozzelle in quattro mosse.

  • - L'idea della partita di calcio è stata tua, perchè il deputato ti vuole incontrare? mi chiese David, di geriatria, che aveva voluto accompagnarmi a Roma.
  • - Non lo so, ha fatto il misterioso.

Il deputato ci aspettava sulla porta d'ingresso. Ci condusse al piano e poi si tirò la porta dietro. Sentii freddo, come se qualcuno avesse messo in funzione una cella frigorifera. Guardai Jack, che era rimasto alle spalle del politico a guardare una stampa del Colosseo, e mi sembrò che facesse il verso di emettere il fumetto dalla bocca, per verificare se quel gelo che sentiva era vero o una delle sue solite allucinazioni. Vidi il fumetto d'aria chiara uscire dalle sue labbra e anche lui lo vide, quindi niente allucinazione: peccato.

  • - Ti ho fatto venire, Jack, posso darti del tu, aveva attaccato il deputato, ignorando completamente Jack, perchè la partita è un'ottima idea e ho già messo su una squadretta niente male per martedì. Il fatto è Jack che mi hanno chiesto un favore, questi qua dell'organizzazione (ma chi: non ero io che la stavo organizzando, la partita?): mi hanno chiesto di giocare a Catania, contro gli amministratori locali e pure qualche giudice, ci sarà. Che te ne sembra?

Vidi David che spalancava gli occhi ma non verso il deputato, alle sue spalle. Mi mimò una specie di coda che usciva dal politico.

  • - Se crede. Adesso dobbiamo proprio andare, dissi il più calmo possibile. David era cianotico, come se stesse combattendo con un mostro a tentacoli che non riuscivo a vedere. Il tutto alle spalle del deputato che non si accorgeva di niente, credo, dato che stava chino su di me a bisbigliare i suoi progetti.
  • - Bene. Ovviamente, tutte le spese sono a carico vostro, disse voltandosi, e Jack venne lasciato in pace dal tentacolo invisibile con cui aveva combattuto silenzioso fino ad allora.

Non vedevo l'ora di uscire da là dentro. Mi avevano messo in mezzo a qualche giochetto politico, chiaro, ma non sapevano con chi avevano a che fare.

- Cosa ti è successo , Jack? gridai quasi quando fummo in mezzo alla strada. Un tassista ci urlò contro, ero sceso dal marciapiede.

Jack scostò appena il bavero dell'impermeabile, disse che sentiva un bruciore. Buttai l'occhio, e non non riuscii più a smettere di guardare: una strisciata violacea, come un solco di fuoco gli segnava il collo. Lui pure rimase impressionato: si guardò il petto, da dentro il collo del maglione: la bruciatura proseguiva giù fino alla vita.

In chi ci siamo imbattuti David? Ero paralizzato dalla rabbia e dal terrore. Ce l'aveo portato io il mio amico di geriatria, a Roma. Lui era pallido.

Telefono. Era l'amico di chirurgia quello che aveva l'amico deputato che aveva l'amico ecc.:

- Com'è andata, vecchi? disse, un'ottava sopra.

  • - Ficcatelo su per il naso il tuo amico, Rob, io con quello non ci faccio neanche colazione.

Attaccai prima di sentire che aveva da dire.

David s'era seduto da una parte, sul bordo di una fontanella dalle parti del quartiere Coppedè (ma quanto avevamo camminato?) , aveva bevuto una sorsata e già la lama di fuoco stemperava i suoi rossi.

- Uno dei mostri di Fog, il regno dei sette bassi, disse lui, non c'è dubbio. Saranno tutti così al Palazzo.

Qualcosa mi diceva che c'era anche di peggio. Ma intanto noi c'eravamo tirati indietro. In tempo.

- Acqua benedetta, disse David, oramai ristorato. Torniamocene a casa. La stazione era vicina.

Giorni dopo lessi sul giornale che certi deputati s'erano rifiutati di versare denaro per comperare tre carrozzelle per bambini disabili pur essendo stati invitati apposta a giocare a calcio per fare beneficienza. Rob aveva il muso lungo e Jack era decisamente guarito.

- Quella seppiona, mi disse qualche giorno dopo, mentre portava un vecchietto del reparto a fare una tac, quella seppiona del politico, non ti devi preoccupare: quando toccano un umano muoiono quasi subito. Rideva, come stesse raccontando una scena di un film.

Come faceva a sapere certe cose, il buon vecchio Jack?

Un giorno me lo sarei fatto raccontare.

 

 

 

 

 

 

 
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